Tragedia dei rifiuti in Campania: le cause vere e la via ambientalista, democratica e partecipativa per uscirne

In natura nulla si crea e nulla si distrugge, e tutto si trasforma.

Se si bruciassero tutti i rifiuti di Napoli e provincia nell’inceneritore di Acerra, tutti i rifiuti di Napoli e provincia si ritroverebbero come gas inquinanti e tossici e ceneri volatili nell’aria circostante (discarica dell’inceneritore), e come ceneri pesanti, ad alto rischio, da smaltire in discarica. Se se ne brucia la metà se ne ritrova la metà, e così via: non può esservi tecnologia alcuna che annulli la fondamentale legge della conservazione della materia!

La legge della natura vale anche per gli impianti di dissociazione molecolare[1], ma…

Finalmente tutti oggi riconoscono che la tragedia dei rifiuti è nata quattordici anni orsono[2]. Nessuno però si pone la domanda sul come, sul perché e per quali interessi essa fu generata e chi furono i soggetti che volontariamente o meno la determinarono. Fare piena luce sull’origine dell’attuale tragedia è di fondamentale importanza per la giustizia nei confronti dei cittadini napoletani e campani, per attivare un reale percorso di inversione e anche perché molti che oggi parlano (forze politiche, associazioni, anche ambientaliste, e organi di stampa) tacciano o facciano una profonda autocritica.

Nel 1992 vi era stata in Regione una fortissima azione della Magistratura nel settore dei rifiuti, in rapporto all’enorme business dello smaltimento, delle discariche e del trasporto illecito di una quantità abnorme di materiale altamente tossico da altre regioni italiane che faceva della Campania la pattumiera d’Italia.

Molti magistrati, seriamente e validamente impegnati all’epoca sul settore dei rifiuti, sicuramente ricorderanno i processi e lo stato degli affari malavitosi. Fortissima nell’opinione pubblica era l’attesa di una risposta decisa e risolutiva da parte delle istituzioni. Sulla forza decisiva di tale spinta e sulla determinata volontà di una parte del Consiglio Regionale fu approvata la legge regionale n. 10 del 10 febbraio 1993 (Norme e procedure per lo smaltimento dei rifiuti in Campania)[3], di cui fui correlatore: una sconfitta totale per il partito delle discariche e delle ecomafie e per chi politicamente lo sosteneva o ne era parte integrante.

I contenuti della legge e del piano allegato sono scritti, nessuno li può cancellare e chi vuole può leggerli: sono le cose che ancora oggi devono essere fatte, naturalmente aggiornate alle nuove potenzialità oggi disponibili. Se la legge 10 (valida fino al marzo 2007[4]) fosse stata attuata, la Campania non solo non avrebbe avuto nessuna emergenza, ma sarebbe oggi all’avanguardia in Italia e all’estero.

Ma, di fronte alla perdita dell’enorme affare, il partito trasversale del business dei rifiuti si riorganizzò per non far attuare la legge 10: in un primo momento cercando di far approvare un piano straordinario di discariche con un Consiglio Regionale convocato alla vigilia di Natale del 1993, fallito, e poi nel febbraio 1994 con il commissariamento della Regione[5]. A nulla valse l’opposizione durissima di un gruppo di consiglieri regionali, che nei fatti preannunciarono la tragedia che sarebbe poi avvenuta in Campania. Occorre rileggere gli atti dei Consigli Regionali da settembre 1993 a febbraio 1994 per capire che cosa successe, e contestualmente riguardare gli articoli di stampa e i servizi televisivi dell’epoca per ricordare le incomprensibili posizioni allora assunte da molti che oggi criticano e - perché no! - riguardare gli incarichi, le consulenze e i finanziamenti per capire alcuni vantaggi del grande carrozzone chiamato Commissariato di Governo per i rifiuti.

Il Commissariato per i rifiuti è stato ed è un tumore maligno per la Campania. Più ha prospettato e creato appetiti, più si è esteso e ha portato i suoi tentacoli maligni in ogni parte della società, della politica, del mondo associativo e culturale con una montagna enorme di risorse. Paradossalmente (o forse no) la non soluzione dei problemi è stata ed è la condizione necessaria e sufficiente per la sua esistenza e la sua crescita. Ciò è sicuramente tra le cause primarie del perché nessuno di chi conta - governo e opposizione - si sia realmente mosso né a livello locale né a livello nazionale per la fine del commissariamento e il ripristino dell’ordinarietà. La domanda di fondo che va posta per un giudizio tutto politico ai Presidenti della Regione che si sono succeduti, del centro, del centro-destra e del cosiddetto centro-sinistra, è proprio questa: come si può pensare di governare sviluppo, ambiente, turismo e cultura, quando si rinuncia a una scelta fondamentale come quella dei rifiuti?

Con il commissariamento sono saltati innanzitutto i tre postulati (art. 2) sui quali era stata costruita la legge 10 e che costituiscono le cause strutturali dell’attuale come delle precedenti drammatiche emergenze:

- il pareggio tra la quantità di rifiuti prodotti e quella a qualsiasi titolo trattata e smaltita in Campania;

- la riduzione progressiva della quantità e il miglioramento della qualità dei rifiuti speciali e/o tossici e nocivi;

- il recupero del rifiuto solido urbano e del materiale riciclabile quale risorsa rinnovabile.

Basta volgere uno sguardo sulle montagne della vergogna di spazzatura sparse nel territorio regionale per rendersi conto che esse sono composte da cartoni e carta, da residui di frutta, ortaggi e altri prodotti alimentari, da plastica, vetro e lattine: cioè le montagne della vergogna avrebbero potuto essere totalmente evitate con la raccolta differenziata, con il compostaggio e il riciclaggio, e le eventuali ecoballe CDR (Combustibile Derivato da Rifiuti) prodotte sarebbero state RDF (Refuse Derived Fuel) o più semplicemente combustibile solido triturato secco e non balle di immondizia tal quale, così da poter essere realmente bruciate in eventuali necessari termovalorizzatori residuali per la chiusura del ciclo dei rifiuti in una fase di transizione. Naturalmente, per inciso, è bene sempre sottolineare che discarica chiama discarica, perché la capacità di ogni discarica è comunque destinata a esaurirsi, e che, al di là del gravissimo e inevitabile inquinamento da diossina e atmosferico e del contributo all’effetto serra, i termovalorizzatori richiedono discariche per depositare le ceneri prodotte, di alta tossicità e pericolosità.

Tutto quanto detto sopra era previsto nella legge 10, che, nell’obiettivo a medio termine del 50% di raccolta differenziata, già per il 1995 prevedeva il raggiungimento della differenziata al 25% e del riciclo e del riuso al 15% (art. 3). Naturalmente, per non prendere in giro la gente con una farsa sulla raccolta differenziata, occorreva e occorre la realizzazione delle filiere: nella legge regionale 10 esse erano previste, unitamente al sostegno a cooperative e aziende del comparto. Perché finora non sono state realizzate? Come si fa oggi a parlare di raccolta differenziata, anche da parte del Presidente del Consiglio e del super Commissario, se non vengono immediatamente attivate? Perché in questi anni nessuna iniziativa è stata promossa per la realizzazione di sistemi di triturazione e compostaggio presso le grandi utenze, quali mercati e negozi ortofrutticoli, esercizi alberghieri e mense, né è stato predisposto un piano per il riuso in agricoltura, floricoltura e giardinaggio, sempre come previsto nella legge 10 (art. 16)?

Con la nota in cui il presidente Prodi dichiara che gli impianti, termovalorizzatori e discariche, possono essere fatti in deroga ai vincoli e alle procedure ambientali[6], si esprime fino in fondo la degenerazione del sistema commissariale, con scelte che possono avere conseguenze gravissime sulla salute e sul territorio: si comprende di conseguenza quanta valenza avessero le procedure previste dalla legge 10 relative alla valutazione e approvazione dei progetti (artt. 10 e 11), che devono ritornare a essere irrinunciabili.

Purtroppo per la quasi totalità dei Comuni della Campania, a partire dal capoluogo Napoli, il Commissariato è stato la scusante assolutamente inaccettabile per una totale deresponsabilizzazione e inerzia e per la conseguente assenza di qualsiasi iniziativa volta a definire la soluzione per i propri rifiuti: e corresponsabili della tragedia di oggi sono sicuramente molti sindaci e amministratori locali.

Devono essere i comuni, le municipalità per i grandi comuni e i consorzi dei comuni a definire i piani di smaltimento. La necessità stringente dell’autorganizzazione impone difatti agli amministratori locali iniziative fondamentali per evitare siti di discariche e impianti termovalorizzatori, spingendo a livelli altissimi di raccolta differenziata, riciclo, compostaggio e per la chiusura del ciclo nella prospettiva di soluzioni a rifiuti zero con impianti di dissociazione molecolare, che sono flessibili per i valori base della singola unità e per l’impiantistica energetica realizzabile, hanno rendimento più alto, risultano decisamente meno inquinanti e consentono lo smaltimento in casa propria. Nella legge 10 l’articolo 6 pone proprio i Comuni e i loro Consorzi come i soggetti attuatori del piano.

Purtroppo il commissariamento ha fatto sì che anche obiettivi non commissariati, di grande importanza per la tutela del territorio e dell’ambiente e per la lotta alla cosiddetta ecomafia, non venissero attuati. Nella legge 10 erano previsti, ad esempio, oltre al Catasto regionale dei rifiuti e degli impianti di smaltimento e all’Osservatorio regionale sui rifiuti (artt. 7 e 9), anche il censimento, la bonifica e il controllo delle aree regionali degradate e inquinate da scarichi abusivi (artt. 14 e 15): perché i Presidenti della Regione che in questi anni si sono succeduti non hanno attuato queste previsioni, creando conseguentemente condizioni favorevoli all’ecomafia? E’ una domanda a cui non sappiamo dare una risposta?

Con la proposta della solidarietà nazionale, fatta dal Presidente del Consiglio Romano Prodi, cui ha risposto la parte migliore dell’intero Paese, siamo certi che la drammatica emergenza verrà superata.

Occorre contestualmente però sin da subito attivare un percorso completamente nuovo per portare Napoli e la Campania all’avanguardia in Italia dopo la vergogna. La via non può essere quella delle discariche, di imponenti termovalorizzatori, dell’esercito e dei poteri straordinari, come previsto nel decreto Prodi, ma quella prima indicata delle scelte responsabili e consapevoli degli Enti Locali e della partecipazione democratica dei cittadini, con strumenti adeguati di controllo, quella della bonifica delle aree degradate, della raccolta differenziata, palazzo per palazzo, del compostaggio e del riciclo, della chiusura del ciclo rifiuti, se necessario, con impianti di recupero energetico di piccola taglia come quelli di dissociazione molecolare, adeguati a scelte locali, con essenziali piccole discariche a funzione locale per lo smaltimento dei residui finali del ciclo, con un grande piano del lavoro, di promozione di nuove tecnologie in Campania, e con una programmazione, regionale e delle province, che garantisca la reale fattibilità delle scelte territoriali.

Gennaio 2008



[1] Gli impianti di dissociazione molecolare trattano i rifiuti con un sistema termico-chimico capace di disassemblare le molecole di origine organica complesse per riassemblarle in composti più semplici, realizzando un gas sintetico, denominato syngas, che non viene diffuso in atmosfera ma recuperato e appositamente convogliato. Tale gas, costituito in gran parte da metano e anidride carbonica, può essere utilizzato per produrre energia elettrica e calore. La trasformazione avviene mediante una combustione che utilizza ridotte quantità di ossigeno (pirolisi) e temperature ridotte (400 gradi centigradi circa). Le basse temperature impiegate per il funzionamento dell’impianto fanno sì che le nanopolveri siano presenti in quantitativi trascurabili e che non si verifichi la fusione e l’evaporazione di metalli e vetri e, quindi, non si producano particolati contenenti sostanze nocive. 

[2] La raccolta e lo smaltimento dei rifiuti solidi rappresentavano già nella prima metà degli anni ’90 una piaga irrisolta a Napoli e in Campania. L’emergenza rifiuti inizia convenzionalmente quando il Presidente del Consiglio, Carlo Azeglio Ciampi, preso atto delle criticità venutesi a creare in numerosi centri campani a causa della saturazione di alcune discariche, emanò il decreto 11 febbraio 1994, Dichiarazione dello stato di emergenza a norma dell’art. 5, comma 1, della legge 24 febbraio 1992, n. 225, in ordine alla situazione determinatasi nel settore dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani nella regione Campania.

[3] Il testo della legge è riportato in appendice. 

[4] La legge regionale 10/1993 è stata abrogata dall’art. 32 della LR 28 marzo 2007 n. 4, Norma in materia di gestione, trasformazione, riutilizzo dei rifiuti e bonifica dei siti inquinati. 

[5] L’11 febbraio 1994 il Governo italiano nominò il prefetto di Napoli, Umberto Improta, primo Commissario straordinario per l’emergenza rifiuti. Il Prefetto si dimostrò incapace di affrontare l’emergenza e, nel marzo 1996, il compito di risolvere la crisi venne assegnato ad Antonio Rastrelli, allora Presidente della Regione, mentre il Prefetto mantenne solo la responsabilità per lo smaltimento giornaliero dei rifiuti. Successivamente si sono succeduti nel ruolo di Commissario straordinario: Andrea Losco, presidente della Regione (dal 18 gennaio 1999); Antonio Bassolino, presidente della Regione (dal 10 maggio 2000); Corrado Catenacci, commissario ad hoc (dal 27 febbraio 2004); Guido Bertolaso, capo della Protezione Civile (dal 10 ottobre 2006); Alessandro Pansa, prefetto di Napoli (dal 7 luglio 2007); Umberto Cimmino, commissario gestore (dal 1º gennaio 2008); Goffredo Sottile, commissario liquidatore (dall’11 gennaio 2008); Gianni De Gennaro, commissario delegato (dall’11 gennaio 2008); Guido Bertolaso, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega all’emergenza rifiuti in Campania (dal 21 maggio 2008). A fine 2009 il Governo ha fissato tramite un decreto-legge la data del 31 dicembre 2009 quale termine finale dello stato di emergenza e del commissariamento straordinario.

[6] Nel corso del 2007, con la saturazione delle discariche campane, si verificò una nuova crisi nella gestione dei rifiuti, che indusse il governo Prodi a intervenire direttamente individuando nuovi siti da destinare a discarica e orientando la soluzione del problema verso la regionalizzazione dello smaltimento dei rifiuti, autorizzando la costruzione di 3 nuovi inceneritori e superando, in questo modo, l’impostazione della gestione commissariale di Antonio Bassolino, che ormai ruotava tutta intorno alla travagliata costruzione di un unico mega inceneritore ad Acerra. L’ordinanza per la costruzione degli inceneritori venne firmata il 31 gennaio 2008.