La crisi epocale dei rifiuti a Napoli e in Campania richiama con urgenza la fine della politica dei No al futuro

Napoli anticipa spesso grandi avvenimenti nazionali e internazionali, nel bene - poi disattesi - e nel male: a Napoli è stato costruito il primo teatro lirico italiano, il San Carlo; a Napoli è nata la prima ferrovia, la linea Napoli-Portici; in Campania è stata approvata la prima legge regionale sui rifiuti fondata sulla raccolta differenziata e sul riciclo.

A Napoli si è avuta, ed è tuttora in atto, la più grave crisi sullo smaltimento dei rifiuti nei paesi consumistici, per usare una definizione usuale di modello culturale ed economico, di sviluppo e di società. Sono state evidenziate giustamente (anche se non completamente) enormi incapacità politiche e istituzionali e immani interessi, spesso malavitosi, all’origine di quanto è successo. Per niente o ben poco, invece, si è riflettuto sulla portata generale della questione e sulla strutturalità della crisi, e cioè sul dato che Napoli e la Campania hanno messo a nudo verità artatamente celate, fatto cadere tabù intoccabili, ponendo la necessità inderogabile e urgente di una revisione generale della questione dello smaltimento dei rifiuti, con il superamento in Italia dello stesso Decreto Ronchi[1].

Andiamo con ordine. Per anni si è fatta circolare la convinzione che nel cuore di città come Brescia e Vienna vi siano termovalorizzatori o termodistruttori di rifiuti, che non solo non inquinano il territorio in cui sono installati, ma che anzi danno il beneficio di energia termica o elettrica che sia. La quasi totalità dei cittadini ritiene infatti che con la termodistruzione (o gli inceneritori) i rifiuti vengano distrutti, scompaiano, cioè si annullino come se non fossero mai esistiti, lasciando al più un poco di ceneri. Nasce perciò una prima ovvietà da istituzionalizzare: la corretta denominazione da dare a questi impianti che non può essere né termodistruttoriinceneritori per le emissioni che producono, né termovalorizzatori perché il recupero dell’energia dei rifiuti avviene con un rendimento estremamente basso mediante l’integrazione di pregiato gas (generalmente metano) che, se bruciato diversamente, avrebbe un rendimento assai più alto (alla fine si ottiene meno energia di quanta se ne avrebbe se si facesse bruciare correttamente il solo metano)! Da oggi in poi si chiamino, ad esempio, impianti bruciatori di rifiuti o anche impianti di combustione dei rifiuti, ma non altrimenti.

La crisi di Napoli porta in piena luce una seconda verità, valida per Brescia come per Vienna, come per qualsiasi altro impianto di combustione dei rifiuti: tutta l’immondizia che viene bruciata si ritrova nell’aria e nelle ceneri. Vantarsi di avere il più grande impianto al mondo di combustione dei rifiuti significa dire che nell’impianto viene prodotta la più grande quantità di ceneri e di emissioni inquinanti: le ceneri vanno alle discariche (e cioè gli impianti di combustione di rifiuti richiedono ancora una volta discariche) mentre le emissioni vanno nei polmoni e negli altri organi vitali delle persone, degli animali e delle piante, che funzionano a loro volta come discariche.

La crisi di Napoli scopre così un’altra grande mistificazione: quella delle emissioni nei limiti della legge. E’ questo uno dei più grandi imbrogli ecologici inventati per giustificare ogni schifezza che viene fuori dagli impianti: anziché ragionare nei termini della quantità delle sostanze tossiche che vengono emesse in assoluto dai camini ogni ora, ogni giorno, ogni anno, si dà la patente di pulito al fumo analizzando la percentuale dell’inquinante presente nei fumi, indipendentemente da quanti fumi escono. Non si è nei limiti? Non vi è problema: si prende nuova aria, si diluiscono i fumi e si rientra nei limiti!

La crisi di Napoli insegna che occorre una vera rivoluzione nel campo della valutazione delle emissioni. Il legislatore deve indicare crudamente le quantità massime di sostanze tossiche che l’ambiente può accettare ovvero statisticamente quante persone, animali o ambienti vegetali la collettività deve sacrificare in termini di morte o gravi malattie. E’ la durissima e incontrovertibile verità che chi intende fare un impianto di questo tipo deve con onestà intellettuale e istituzionale dire. I contributi ai comuni e alle comunità territoriali che accettano questi impianti esprimono la corruzione in denaro per il rischio per la salute e l’ambiente. Naturalmente, per la diffusione di prodotti a più ampio raggio che non la zona di protezione e per il crescente accumulo nelle catene alimentari, il pericolo non riguarda soltanto i cittadini dell’area dell’impianto. Nessuno ha avuto difatti il coraggio o meglio ancora l’onestà istituzionale di vietare la vendita dei prodotti delle aree in cui sono presenti impianti di combustione dei rifiuti.

La crisi di Napoli ha messo a nudo l’assoluta impraticabilità delle discariche quale soluzione per i rifiuti: non vi è cavità che tenga alla produzione dei rifiuti nel tempo, anche in un tempo breve. Napoli e la Campania hanno utilizzato per decenni un cratere naturale, la Conca dei Pisani nel cuore dei Campi Flegrei, grande come la bellissima riserva naturale degli Astroni. In alcuni decenni è stata riempita, anche con schifezze provenienti da tutta l’Italia e non solo[2], e Napoli è andata al collasso. Bertolaso si sta inventando siti e nuove discariche[3], fino a poco tempo fa impensabili. Ammesso che si realizzino, quanto tempo possono durare? E poi? Berlusconi e Bertolaso, Bassolino e Iervolino pensano forse al Gran Cono (il cratere) del Vesuvio? E fra dieci anni, quando anch’esso sarà pieno a che cosa penseranno? A ecoballe impermeabili e appesantite da gettare al largo di Capri, là dove il mare è più profondo? Tutto ciò, senza neanche entrare nel merito dei profondi danni all’ambiente e alla salute creati dalle discariche!

Quello che è per Napoli, vale per qualunque altra realtà. Spaventa l’estrema superficialità con cui Chicco Testa, già presidente della Lega per l’Ambiente, parla della discarica di Roma, come di una nuova meraviglia da non perdere nella visita della Capitale. Fra due anni essa sarà esaurita: che cosa si farà allora? E dopo ancora?

Non è forse follia politica, istituzionale, sociale ed economica pensare di poter realizzare, unitamente a impianti di combustione dei rifiuti, continuamente discariche, cercando per la loro localizzazione sempre nuovi siti, come se i territori di comuni, province, regioni e stati fossero illimitati, senza confini?

Questa è la vera cultura del no, della negazione di risorse, territorio e ambiente alle generazioni future se non già alle nostre!

La natura ci indica la sola possibile soluzione della questione rifiuti e ci obbliga a seguirla: il cerchio della materia da chiudere senza scarti per la produzione di beni materiali, attingendo contestualmente alla sola energia possibile, quella continuamente rinnovabile, fonte del ciclo della vita del Pianeta.

La raccolta differenziata in tutte le sue diverse articolazioni, l’attuazione dei cicli connessi, il compostaggio, il riuso, la scelta di materiali riciclabili costituiscono l’essenza di questo cerchio: a essi le istituzioni debbono integralmente riferirsi.

Luglio 2008



[1] Decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, Attuazione delle direttive 91/156/CEE sui rifiuti, 91/689/CEE sui rifiuti pericolosi e 94/62/CE sugli imballaggi e sui rifiuti di imballaggio.

[2] La discarica di Contrada Pisani nel quartiere di Pianura (NA), chiusa nel 1996, è stata riempita nel tempo anche con rifiuti industriali e speciali provenienti specialmente dalle regioni del Nord Italia. Un’inchiesta della commissione parlamentare sui rifiuti nel 2000 ha messo in luce il fatto che probabilmente fanghi dell’ACNA di Cengio sono stati smaltiti nella discarica di Pianura per un ammontare di almeno ottocentomila tonnellate. Alla fine del 2007 il Governo aveva ventilato la possibilità di riaprire la discarica. Per questo motivo, nel gennaio 2008, Pianura è stata teatro di proteste e scontri tra manifestanti contrari alla riapertura e forze dell’ordine. 

[3] Nel maggio 2008 il governo emanò il decreto n. 90 (Misure straordinarie per fronteggiare l’emergenza nel settore dello smaltimento dei rifiuti nella regione Campania e ulteriori disposizioni di protezione civile). Questa legge accentrava i poteri decisionali nelle mani di una sola persona: il Capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso. Come Commissario per l’emergenza aveva il potere di derogare qualsiasi legge per l’implementazione del decreto. Gli impianti di smaltimento dei rifiuti (costruiti o in costruzione) venivano designati come siti di interesse strategico nazionale e militarizzati. Il decreto pianificava la costruzione nella regione di nove discariche e quattro inceneritori: due nella provincia di Napoli (uno ad Acerra e uno nella città di Napoli), uno nella provincia di Salerno e uno a Caserta (a Santa Maria La Fossa).