Rifiuti: una filosofia nuova per chiudere il cerchio della sostenibilità

Sembrano totalmente contrapposte le battaglie di Chiaiano e di Acerra, di Terzigno e di Napoli Est[1]. Le discariche sono il contrario degli inceneritori: da una parte l’accumulo, ovvero gli innaturali riempimenti di grandi cavità, spesso crateri o doline, e la creazione di montagne artificiali di immondizia, dall’altra la disgregazione (a parte le ceneri pesanti) della materia, ovvero la sua velenosa dispersione gassosa nel libero spazio. Il sistema e il potere proclamano l’ineluttabilità della scelta dell’una o dell’altra soluzione e creano le condizioni per la contrapposizione tra chi vive in un’area da discarica e chi in una da inceneritore. E invece le due lotte hanno un grande, immenso cuore comune: che è non solo la tutela del diritto alla salute e alla qualità della vita, della produzione e del territorio complessivamente, ma anche il rifiuto ad accettare gli scarti degli altri, a essere identificati come area di infima qualità ambientale rispetto a una più vasta comunità, area da comprare col denaro o da violentare con la forza dell’esercito.

Anche da parte del movimento ecologista e delle forze progressiste non sempre si riesce a cogliere la grandezza di tale lotta, quale via maestra per una radicale svolta nella soluzione ecologica dello smaltimento dei rifiuti: essa difatti pone in discussione, o meglio in crisi radicale, l’attuale impostazione di fondo della filosofia dello smaltimento, quella cioè secondo cui ogni comunità, piccola o grande che sia, ha il solo obiettivo di liberarsi dei rifiuti del proprio territorio, spedendoli all’ammasso per l’incenerimento o per l’abbandono definitivo nel sito di un altro territorio, rinunciando in primo luogo all’idea che i rifiuti sono una risorsa.

La vera rivoluzione sta qui: ogni piccola comunità (municipalità o comune) deve dare soluzione al rifiuto da essa prodotto chiudendo il cerchio del rifiuto come risorsa nel proprio territorio. La raccolta differenziata, porta a porta, è solo un arco, sia pure fondamentale, della chiusura del cerchio, giacché a monte, da parte, della singola comunità, è necessario che ci sia il progetto globale del prodotto finale. Il progetto globale non necessariamente deve essere uguale per ogni comunità, giacché diversa è la specificità di ciascuna di esse, e naturalmente più comunità, adiacenti e non solo, possono convenire e ritrovarsi anche per parti della loro produzione di rifiuti su progetti e impiantistica comuni. Se nulla o molto poco fuoriesce dal cerchio, nulla o molto poco va nelle discariche e nell’aria che ogni essere vivente respira.

La partecipazione diretta dei cittadini, il loro pieno coinvolgimento e il controllo della chiusura del cerchio sono naturalmente l’essenza della realizzabilità e della credibilità di tale percorso. Pur il più attento dei cittadini sa oggi realmente quale fine fa il materiale reso disponibile come recupero dalla sua accorta selezione nei diversi sacchetti? Assolutamente no, e grande è il sospetto che si differenzi, anche quando ciò avviene, per la propaganda e l’immagine, e si ricomponga poi per le discariche e gli inceneritori.

Nella realtà di oggi, in ogni situazione di crisi o comunque di difficoltà, ciascun responsabile di una comunità scarica su altri soggetti di livello più generale. Tutti i responsabili istituzionali scaricano le proprie responsabilità con una comune richiesta: una discarica o un inceneritore (fuori dal proprio territorio) dove portare i propri rifiuti, ignorando che sempre più in maniera esponenziale diminuiscono i siti di discariche cosiddetti idonei e che, a parte l’inquinamento permanente e costante delle emissioni, crescono nelle aree degli inceneritori, sempre esponenzialmente, i livelli di accumulo al suolo e nelle catene alimentari (biomagnificazione[2]) delle sostanze cancerogene a vita lunga, quali diossine e furani.

Si ignora o si fa finta di ignorare anche in questo caso - così come avviene per la produzione delle merci - che le risorse sono limitate, e cioè si ignora l’insostenibilità di inceneritori e discariche per l’aria e il territorio.

Come tutto il mondo sa, a est di Napoli c’è il Vesuvio che culmina nel Gran Cono, al cui centro è il cratere. Le dimensioni di esso? 500 metri di diametro per 300 metri di profondità: un volume di 58-60 milioni di metri cubi che possono… ospitare 47-48 milioni di tonnellate di rifiuti compattati, equivalenti alla produzione di 16 anni di rifiuti della Campania. Se si continua così, senza cioè tenere conto del limite della sostenibilità del territorio rispetto alle discariche, le linee del piano Berlusconi-Bertolaso portano direttamente all’ultima soluzione possibile in Campania: il riempimento con i rifiuti del cratere del Vesuvio! Se ciò avvenisse, passerebbero anche quei sedici anni di riempimento del cratere e poi di nuovo il problema si riproporrebbe negli stessi termini di prima dell’apertura delle discariche di Chiaiano e Terzigno e della crisi di oggi[3]! Naturalmente ciò che vale per Napoli e la Campania vale anche per Roma e il Lazio, e per ogni altra parte dell’Italia e del mondo: possono solo cambiare i tempi di esaurimento della disponibilità di aree idonee a discarica, ma l’esito finale non può essere diverso.

La filosofia della concentrazione dei rifiuti per lo smaltimento caratterizza purtroppo pesantemente anche la normativa della Comunità Europea, con conseguenti effetti sulla normativa italiana e, più in generale, su quelle nazionali. L’articolo 1 della direttiva 2000/76/CE, che regola la materia degli inceneritori, recita: «La presente direttiva ha lo scopo di evitare o limitare per quanto praticabile gli effetti negativi dell’incenerimento e del coincenerimento dei rifiuti sull’ambiente, in particolare l’inquinamento dovuto alle emissioni nell’atmosfera, nel suolo, nelle acque superficiali e sotterranee nonché i rischi per la salute umana che ne risultino. Tale scopo è raggiunto mediante rigorose condizioni di esercizio e prescrizioni tecniche, nonché istituendo i valori limite di emissione per gli impianti di incenerimento e di coincenerimento dei rifiuti nella comunità.» A parte l’abnorme limite del riferimento alla sola salute umana e non all’habitat del territorio complessivamente, la direttiva pone quale mezzo per «evitare o limitare gli effetti negativi dell’incenerimento» esclusivamente l’istituzione dei valori limite delle emissioni. La normativa non fa minimamente riferimento agli effetti moltiplicatori del rischio per la salute dovuti alla presenza di più inquinanti, non condiziona le emissioni alle condizioni meteorologiche che modificano fortemente le ricadute al suolo, non rapporta le emissioni alle condizioni del suolo, delle acque superficiali e sotterranee. Ma soprattutto non fa alcun riferimento alla potenzialità dell’impianto, e cioè alla quantità effettiva di rifiuti che vengono inceneriti: la normativa tratta alla stessa maniera un ipotetico impianto che brucia una tonnellata di rifiuti all’anno e uno che ne brucia un milione! In realtà la normativa evita di intervenire sulle immissioni, e cioè su quanto di inquinante, tossico, nocivo, cancerogeno, mutageno realmente viene diffuso nell’aria e cade al suolo: appare in tal senso chiaramente dettata dai grandi costruttori degli inceneritori. Per il movimento ecologista, ma anche per chiunque sia democratico e rispettoso delle autonomie locali, aprire un radicale fronte di lotta per cambiare tale normativa è un imperativo categorico.

La normativa solo una cosa dice di buono: chiama gli impianti per quello che sono, e cioè inceneritori e non termovalorizzatori. Dai politici e dai rappresentanti istituzionali, dalle TV e dai quotidiani nazionali e locali ci aspettiamo subito almeno questo: che gli impianti vengano chiamati come dalle norme europee e nazionali, e cioè inceneritori!

Naturalmente se il responsabile istituzionale di una piccola comunità, un presidente di circoscrizione o un sindaco, non può più scaricare le proprie responsabilità per una situazione difficile di smaltimento su livelli superiori, chiedendo discariche o inceneritori posti in un altro territorio, ma deve invece trovare la soluzione nel proprio territorio, si dà da fare - e come! - per trovare la migliore soluzione possibile, giacché se opera ancora per una discarica o un inceneritore si trova l’opposizione dura dei suoi stessi cittadini. Perciò, anche se non lo volesse, è costretto a operare per chiudere ecologicamente il ciclo dei rifiuti del proprio territorio, eventualmente, come detto, in accordo e in sintonia con altre comunità: la raccolta differenziata, il riuso, il riciclaggio, il compostaggio e anche altre soluzioni a ciclo integrale non sarebbero più opzioni, ma scelte obbligate.

Più si decentra, più si responsabilizza! Più si va verso la corretta soluzione, più si riduce il grande malaffare.

E con il tempo i cittadini, aprendo i sacchi di immondizia e vedendo che essi sono composti da materia organica, carta e cartone, vetro e ceramica, plastica, materiali ferrosi e alluminio, si impossessano dell’idea della ricchezza che essi contengono. Altro che aumento dell’effetto serra, sottrazione di prezioso territorio, danni alla salute e all’habitat generati dai rifiuti: in maniera sempre più crescente la gran parte dei cittadini si rende conto che i contenuti dei loro sacchi sono preziosa materia, disponibile per un nuovo ciclo di produzione alimentare o di merci, materia che altrimenti bisogna sottrarre alla Terra, impoverendola e abbruttendola sempre di più. Tutti, poi, potremmo renderci conto di quanta attività produttiva vera e funzionale agli interessi generali della collettività di oggi e del futuro, quanta ricerca, quanta professionalità e quanto lavoro nascerebbero da questa scelta.

Naturalmente tutte le istituzioni hanno un ruolo fondamentale nel costruire i processi della chiusura del cerchio della sostenibilità: ruolo che non deve certo consistere nelle minacce di Maroni, di Bertolaso o del potente di turno nei confronti delle popolazioni ribelli o dei giovani e degli studenti che si attivano per salvare la bellezza e i valori del territorio, ma nella creazione delle condizioni tecniche, economiche, di coordinamento e di raccordo, per realizzare la responsabilità territoriale e per rimettere in circolo il prodotto finale della chiusura del cerchio territoriale. Il ruolo di grandi comuni come Napoli, delle Province e delle Regioni come dello Stato centrale, è fondamentale in tale programmazione. Se invece le scelte e le risorse vanno nella direzione finora seguita, quella cioè delle discariche e degli inceneritori, non possiamo che assistere al riprodursi di sempre più frequenti e più pesanti crisi ed emergenze, fino a inevitabili stati di catastrofe: questo in Campania, ma anche nel resto dell’Italia e di gran parte del mondo.

Ottobre 2010



[1] La discarica di Chiaiano, situata in località Cava del Poligono - Cupa del Cane, è circondata da un bacino di popolazione di circa 250.000 abitanti tra il quartiere e le zone limitrofe, ed è distante in linea d’aria un centinaio di metri dalla zona ospedaliera. Si trova interamente entro i confini del Parco Metropolitano delle Colline di Napoli, istituito nel 2002 da parte della Regione Campania. L’apertura è avvenuta il 18 febbraio 2009.

La discarica di Cava Sari, situata in località Pozzelle presso Terzigno (NA), è ubicata all’interno del Parco Nazionale del Vesuvio, in una vecchia cava di pietra lavica. L’apertura è avvenuta il 15 giugno 2009.

Il Termovalorizzatore di Acerra, situato in località Pantano, è stato attivato nel marzo 2009. Con il decreto-legge 90/2008 (art. 5) si autorizza l’incenerimento di diversi tipi di rifiuti, tra cui ecoballe di scarsissima qualità prodotte dal 2005 in poi. Alla fine del 2009 si dichiara che l’inceneritore di Acerra ha raggiunto la piena capacità operativa, il che consente di fissare con decreto-legge per il 31 dicembre 2009 la fine dello stato di emergenza e del commissariamento straordinario. Tuttavia il termovalorizzatore, che a pieno regime avrebbe dovuto bruciare circa 2.000 tonnellate di rifiuti tritovagliati al giorno, nei fatti non riesce a superare le 500 tonnellate effettive, ciò a causa dei numerosi guasti che nel tempo hanno fermato due forni su tre, quando non l’intero impianto.

Il citato decreto-legge 90/2008 ha previsto (art. 8) la realizzazione di un nuovo impianto di termovalorizzazione nel territorio del comune di Napoli. Il sito idoneo veniva individuato nell’area del depuratore di Napoli est (Ponticelli).

[2] La biomagnificazione è il processo di bioaccumulo di sostanze tossiche e nocive negli esseri viventi, con un aumento di concentrazione di queste sostanze all’interno degli organismi dal basso verso l’alto della piramide alimentare; consiste quindi nell’amplificazione di un contaminante andando verso i livelli più alti di una catena trofica. 

[3] Il 16 settembre 2010 il problema dei rifiuti si è ripresentato a Napoli con l’accumulo di 120 tonnellate. Una settimana dopo già se ne contavano 600. Il 28 ottobre il presidente del consiglio Silvio Berlusconi ha dichiarato che Napoli sarebbe stata liberata dai rifiuti nel giro di tre giorni. Eppure, circa un mese dopo, il 22 novembre l’Unione europea ha ammonito l’Italia dichiarando che la situazione non era dissimile da quella del 2008. Nonostante le ordinanze sindacali e l’intervento del governo di fine novembre 2010, l’emergenza rifiuti si è protratta per l’intero mese di dicembre, risolvendosi solo verso la metà di gennaio 2011 con l’apertura di nuove discariche.