La recessione in atto deve significare un conflitto vero sull’intendere la ricchezza della nazione e il lavoro

 

 

«Dei desideri alcuni sono naturali, altri vani: e, dei naturali, necessari gli uni, solo naturali gli altri; dei necessari certi sono necessari alla felicità, certi allo stare bene del corpo, altri alla vita stessa.»

Epicuro, Lettera a Meneceo.

 

La diminuzione del PIL in Italia, come in Europa e in gran parte del resto del mondo, è il chiaro indicatore di una recessione economica, che si attesta sempre di più non come fatto congiunturale, ma profondamente strutturale. La recessione è sul piano complessivo della produzione una decrescita: Georgescu-Roegen, Latouche, Bonaiuti e Pallante indicano proprio nella decrescita la via della salvezza dell’uomo e del pianeta rispetto a quella categoria universale che mi sembra giusto definire insostenibilità, per disponibilità di risorse e per capacità ricettiva, dell’attuale sistema consumistico[1]. Dobbiamo dunque essere contenti? Sono giusti gli interventi del Governo[2] contro la crisi? E, se no, quale dovrebbe essere la vera risposta per intraprendere la strada del cambiamento del modello di sviluppo?

Tali interrogativi e le risposte che a essi si danno sono chiaramente centrali per il futuro. Purtroppo la sinistra e il mondo ecologista istituzionalizzati risultano sostanzialmente assenti nella riflessione sulla crisi, sia nell’analisi che nella proposizione di soluzioni e nell’indicazione di iniziative politiche e di lotta culturale e sociale.

Domina perciò incontrastata l’impostazione finanziaria-monetaria, sia pure nelle sue diverse varianti: Tremonti (separare la finanza buona da quella cattiva); Draghi (nuove misure fiscali, monetarie e normative); Bersani (dire alle banche che l’imperativo è salvare tutti, non solo le banche); Veltroni (green economy, ma… la crisi però è prima di tutto finanziaria).

Secondo tale lettura della crisi la centralità della ricchezza resta cioè nella moneta, e la capacità gestibile della sua circolazione costituisce il motore del benessere o del non benessere del Paese. «Spendete tutto quello che avete!», dice Berlusconi, in modo da attivare consumi e mercati. Contestualmente, per la quantità di moneta da mettere in circolazione, e cioè per il livello di attivazione del mercato, si gioca su termini e fattori incomprensibili per la quasi totalità dei cittadini: patto di stabilità, accordi di Maastricht, cambi, inflazione. Trattandosi di un problema di carenza, se la ricchezza dello Stato fosse la moneta, da ignoranti quali siamo, ci chiederemmo per quali ragioni non se ne produca enormemente di più[3]: costa ben poco stampare cartamoneta e non costituirebbe un particolare danno ambientale in rapporto all’abnorme quantità di carta che si consuma e non si ricicla!

Naturalmente ci viene risposto che la ricchezza vera del Paese è costituita dall’economia reale e che la moneta, per avere valore, deve essere strutturalmente congrua con essa (una volta vi era la convertibilità con la riserva aurea). Che cosa sia poi l’economia reale, difficilmente sempre la stessa quasi totalità dei cittadini riesce a capirlo, mentre forse, anzi certamente, ognuno dei rappresentanti del potentato economico e politico la interpreta secondo i propri interessi, ovvero secondo le finalità verso le quali vuole che le risorse siano indirizzate. Alla fine l’economia reale è… ancora il PIL: tutto ritorna a essere transazione finanziaria in un indistinto calderone, dove fanno ricchezza la produzione e la vendita di armi, gli affari per gli incidenti automobilistici, le distruzioni ambientali e il saccheggio del territorio.

La recessione, dunque, non implica necessariamente la società della decrescita, così come teorizzata appunto da Latouche. Appare chiaro cioè che il limite vero dell’intera scuola della decrescita sta proprio nell’implicito automatismo tra diminuzione della produzione e nascita di una società di nuovi valori: e cioè nel sottovalutare o ancor più nel negare la necessità di un conflitto che dall’opposizione, o anche dal Governo (se venissero a crearsi le condizioni), fosse in grado di dare indirizzi diversi alla recessione.

L’automatismo anzi è più fortemente connaturale a un processo per cui la recessione - a causa della crescita della disoccupazione, del minore potere di acquisto e di disponibilità di beni, dell’ansia e della paura generate - rafforza le istanze di rilancio del pensiero e dell’economia del consumismo: al fine di tale rilancio vengono ancor di più oscurate tutte le questioni relative all’ecologia e all’ambiente.

E a sostenere questo ritorno al passato non è solo Confindustria, ma anche soggetti sociali e politici che dovrebbero avere interessi diversi o almeno non asserviti a essa, a partire da una significativa parte del sindacato e dei partiti politici della sinistra. Se specchietto per le allodole sono le misure sociali, la manovra anticrisi del Governo è tutta qui, sintetizzabile nella consueta filosofia della crescita dello sfruttamento sull’uomo e sulla natura: detassazione e conseguente incentivazione dello straordinario (che significa annullamento delle lotte e delle conquiste per la riduzione dell’orario di lavoro e per la creazione di disponibilità di nuova forza lavoro); finanziamenti e alleggerimenti fiscali indiscriminati alle imprese, senza valutazione alcuna della natura e della funzione delle stesse; attivazione di percorsi senza regole e controlli per gli interventi sul territorio, e cioè un nuovo saccheggio delle sue sempre più residuali potenzialità. La risposta alla crisi in Italia si sta dunque prefigurando come lo stravolgimento di ogni corretta procedura e la soppressione di ogni vincolo ambientale.[4]

Dalla recessione si può però uscire in una direzione profondamente diversa, opposta a quella del rilancio di un disperato consumismo e di una distruzione terminale dell’ambiente. La questione politica è che - parliamo naturalmente dell’Italia - il berlusconismo non si sconfigge cavalcandolo o scavalcandolo sull’insufficienza delle proposte o con sue varianti, ma con idee, obiettivi, ideali, programmi e progetti allo stesso tempo alternativi e concreti, capaci di costituire forza determinante per il cambiamento.

In un percorso di positiva decrescita la selezione sulla quantità e sulla qualità della produzione costituisce il riferimento centrale per gli indirizzi di politica economica. Nessuno, a sinistra e nell’ambientalismo, purtroppo ha aperto un vero scontro in tale direzione, dicendo cosa incentivare e cosa penalizzare. Per dirla con Epicuro: «Dei desideri alcuni sono naturali, altri vani; e dei naturali, necessari gli uni, solo naturali gli altri.» Le risorse, non quelle monetarie ma quelle vere della natura, non consentono, come finora avvenuto, che tutti i desideri, soprattutto quelli indotti dalla necessità capitalistica del consumismo, possano essere parimenti soddisfatti. La prima scelta dovrebbe essere necessariamente quella di favorire tutto ciò che va nella direzione della chiusura della circuitazione della materia e dell’uso di energie e risorse rinnovabili, cambiando radicalmente la natura stessa delle produzioni, dall’agricoltura all’industria, e tagliando drasticamente tutte quelle produzioni che sono dannose per l’uomo e per l’ambiente, dalle armi e dalle spese militari ai pesticidi.

Se non lo si fa con la crisi di oggi, non si fa altro che rimettere la questione, molto più aggravata, alle prossime generazioni.

Il punto centrale è però che a dettare le regole della produzione e delle scelte non possono essere, almeno a livello di primato, il capitale e il libero mercato, interessati al plusvalore, ma deve farlo il lavoro, nella sua funzione centrale di piena realizzazione dell’identità dell’uomo nell’armonia e nella ricomposizione con la natura. La decrescita deve significare un conflitto vero sull’intendere la ricchezza della nazione (per parafrasare Adam Smith) e il lavoro. La tutela della natura, la cultura nell’accezione più ampia e la sua nuova produzione, la scuola e l’università, la solidarietà, la salute e la dignità dell’uomo costituiscono le fonti vere della ricchezza e del lavoro: l’esatto opposto di quanto predicato dal berlusconismo e dal tremontismo.

Più carceri, massacro del territorio, lotte meritocratiche, povertà di valori e ideali sono l’immiserimento del Paese, la sua decadenza: al contrario, innumerevoli sono le necessità per una nuova ricchezza del Paese e innumerevoli le potenzialità di lavoro per la sua realizzazione. Valorizzarle tutte, con disoccupazione zero, deve costituire per le forze alternative ecologiste e di sinistra l’essenza del conflitto aperto dalla recessione.

Gennaio 2009



[1] Si veda lo scritto L’insostenibilità dello sviluppo sostenibile, e in particolare il paragrafo Valori e limiti del pensiero della Società della Decrescita. 

[2] Si fa riferimento al governo Berlusconi IV in carica dall’8 maggio 2008 al 16 novembre 2011. 

[3] Basterebbe rivedere La banda degli onesti, il bel film sull’argomento con Totò e Peppino.

[4] Si fa riferimento al decreto-legge 29 novembre 2008, n. 18, Ridisegno in funzione anticrisi del quadro strategico nazionale, protezione del capitale umano e domanda pubblica accelerata per grandi e piccole infrastrutture con priorità per l’edilizia scolastica.