La necessità di nuovi indicatori di un’economia che nasce dall’ecologia

Possono l’umanità e il Pianeta dipendere da questa equazione? O siamo davanti a un’innaturale follia, creata e gestita dai grandi poteri finanziari ed economici mondiali? Qui sta la vera questione.

Abbiamo subìto l’ennesima, pesantissima manovra economica e siamo stati chiamati a «sacrifici durissimi, ma equi e necessari». Così ci dicono il presidente Berlusconi e il ministro Tremonti, che usano il plurale noi per farci capire che anche loro, la loro condizione di vita, finanche la possibilità di mangiare e di vestirsi sono stati profondamente colpiti da questi sacrifici!

Naturalmente nessuno di noi, popolo normale, ha in realtà capito alcunchè delle ragioni di fondo - come spesso si afferma strutturali - della manovra e del perché dei sacrifici. Di fronte alla drammatizzazione del debito pubblico e della sua crescita in rapporto al PIL (prodotto interno lordo) - incomprensibile per la larghissima maggioranza del Paese, ma enunciata dai commentatori TV con tutta l’enfasi che il momento richiede - il popolo normale ha pensato di avere sperperato e scialacquato, e che quindi è ora di stringere la cinghia sia per la sua vita privata sia per i suoi bisogni collettivi: sanità, scuola, trasporti, assistenza sociale e quant’altro secondo le proprie primarie necessità. In particolare immaginiamo quanta e quale profonda autocritica deve aver fatto chi guadagna ben 1.000-1.200 euro al mese, da destinare esclusivamente alla propria famiglia: uno sperpero insopportabile!

La presidentessa di Confindustria, Marcegaglia, ci ha poi spiegato che abbiamo creato una situazione molto difficile e che innanzitutto occorre intervenire nella duplice direzione della crescita del PIL e della diminuzione della spesa pubblica. Naturalmente nessuna riflessione sul modello di sviluppo, sulla sua assoluta insostenibilità, sul conseguente esponenziale accentuarsi della crisi, e sull’urgenza di un cambiamento radicale su ogni piano se non si vuole arrivare alla catastrofe. Se da una parte alcuni sindacati, soprattutto CISL e UIL, hanno addirittura abbracciato - anche in senso fisico - la Marcegaglia e la sua analisi, dall’altra debole e insignificante proprio sul piano dell’analisi e nell’elaborazione di una proposta alternativa è stata la risposta delle forze di opposizione, a partire dal segretario del Partito Democratico, Bersani.

Se pure il mondo ecopacifista e della sinistra (quella realmente progressista, democratica e alternativa) ha molta maggiore chiarezza negli obiettivi e nelle lotte da portare avanti per una diversa idea dell’intendere il progresso, per una nuova qualità della spesa pubblica e per dare risposta ai grandi bisogni sociali, non opera però in maniera adeguata per modificare radicalmente gli indicatori con i quali il sistema di potere, non solo nazionale ma globale, giustifica le sue decisioni e costruisce le scelte.

Naturalmente sarebbe proprio da ingenui anche soltanto minimamente pensare che cambiare gli indicatori possa significare un cambiamento della politica e delle scelte, ma allo stesso tempo non vi è dubbio alcuno riguardo all’incidenza che essi hanno sia sulla lettura e sull’identificazione dello stato reale delle cose, sia sulla trasparenza degli interessi veri delle decisioni e, conseguentemente, sulla maggiore presa di coscienza di ciascuno di noi, a livello individuale e collettivo.

Appare d’altro canto chiaro che la strenua difesa e la conservazione degli attuali indicatori da parte del grande potere finanziario ed economico servono a sostenere un sistema totalmente funzionale ai loro interessi.

La questione degli indicatori non è nuova, essendo stata posta innumerevoli volte anche da valenti economisti, e oggi anche dal mondo di ispirazione liberista. Un esempio per tutti: la prestigiosa rivista The Economist conclude un recente dibattito sull’utilità del PIL con l’affermazione: «si tratta di un pessimo indicatore per la misurazione del benessere». Il contributo che intendo dare riguarda, perciò, da una parte la necessità di una diffusione al più ampio livello possibile della critica verso tali indicatori e il loro uso strumentale e dall’altra la definizione della qualità nuova che gli indicatori del benessere devono esprimere.

Come ben noto, il prodotto interno lordo (PIL) è «il valore monetario totale dei beni e servizi prodotti in un paese da parte di operatori economici residenti e non residenti nel corso di un periodo di tempo, generalmente un anno, e destinati al consumo dell’acquirente finale, agli investimenti privati e pubblici, alle esportazioni nette (esportazioni totali meno importazioni totali)»[1]: un confuso, caotico, indefinito calderone in cui entra di tutto, misurato in euro. Nel PIL è compresa anche la vendita di armi di ogni tipo, all’ingrosso (per le esportazioni) e al dettaglio (per la criminalità più o meno organizzata): più omicidi, rapine, furti e reati di qualsiasi natura vengono commessi, per l’indotto legato, più il PIL ne beneficia. Così come più vi sono degrado ambientale, saccheggio del territorio, inquinamento dell’aria, dell’acqua, del suolo e dell’etere, più il PIL si gonfia; gli incidenti automobilistici, quelli veri e quelli truccati, fanno bene al Pil come i morti sulle strade; epidemie e catastrofi sono poi una manna per il PIL: e naturalmente si potrebbe continuare a lungo con simili esempi.

Il Patto di Stabilità stipulato dai paesi dell’Unione Europea nel 1997[2] - in base al quale si fanno le manovre finanziarie e si definiscono tagli e spesa pubblica - impone un deficit pubblico (disavanzo statale)[3] non superiore al 3% del PIL e un debito pubblico[4] al di sotto del 60% del PIL. E’ dunque legittimo quello che deve essere il pensiero segreto di Tremonti: se - per fare un esempio chiarificatore di una filosofia economica - l’Olanda per stare in questi parametri inserisce nel PIL l’ampio budget della prostituzione e della droga in quanto legalizzate, perché in Italia non normalizziamo non solo il sommerso, ma anche le attività di camorra, mafia e ’ndrangheta? Se lo si facesse, poi legalmente si potrebbe ampliare la spesa pubblica e avere disponibilità di risorse per… ambiente e beni culturali, sanità, scuola, università e ogni altro sano desiderio di un sano cittadino.

Ciò non è né paradosso né forzatura: che cosa poi abbia a vedere con il benessere dei cittadini di oggi e delle future generazione, o con la tutela della vita stessa del Pianeta, è naturalmente tutt’altra questione. Immaginiamo per un momento quale immane catastrofe economica vi sarebbe per l’Italia, e più in generale per il mondo, se dal PIL degli stati si sottraesse tutto quanto prima richiamato relativamente a illegalità, violenza, degrado, impoverimento del Pianeta per la biodiversità e le future generazioni. L’intera spesa pubblica, secondo la teoria e la prassi economiche attuali, dovrebbe avvicinarsi allo zero!

Si può ragionare secondo questa logica?

Ma veniamo alla questione del deficit dello Stato. Se parli con gli scugnizzi che giocano a pallone davanti al Duomo di Napoli, per loro il deficit è la mancanza di uno spazio (anche verde) dove potere esprimere le loro doti di piccoli Maradona. Se parli con un anziano, il deficit sta nell’impossibilità di avere assistenza e socialità; se parli con chi ha gravi problemi di salute sta nella mancanza di tempestività degli accertamenti e del ricovero; se parli con un ricercatore sta nell’impossibilità di realizzare idee e progetti; se parli con un giovane artista sta nei tanti ostacoli che incontra per esprimere la propria creatività; se parli con un disoccupato o un cassintegrato sta nell’incertezza e nel vuoto del proprio futuro; se parli con tante mamme sta nella difficoltà di provvedere anche ai bisogni più elementari dei propri figli. Se osservi poi lo stato generale dei beni culturali, il deficit lo vedi nell’incuria e nell’abbandono. E ancora, drammaticamente, lo vedi nella distruzione delle risorse naturali, nell’inquinamento dell’aria che respiri, nella tossicità delle acque dei fiumi, dei laghi e del mare, nei boschi che bruciano: se i tuoi occhi incontrano insetti, uccelli, rettili od ogni altro essere vivente non umano, il deficit lo vedi nella distruzione e nell’impoverimento crescente del nostro vero mondo, quello della biodiversità.

Invece il deficit dello Stato è il deficit di bilancio tra entrate e uscite monetarie. Più è grande il deficit monetario più il deficit del benessere, della tutela dell’ambiente e della cultura è destinato a crescere. Lo Stato, cioè la collettività, non è invero sovrano nelle scelte, ma a dettare le regole del sistema, a stabilire i confini dell’azione dello Stato stesso è in realtà il sistema finanziario, il grande sistema bancario. La politica è allo stesso tempo subalterna e debole: anche nell’attuale crisi è il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, a dire ciò che è giusto e va fatto e ciò che non lo è. La manovra del governo Berlusconi va bene, anzi benissimo, perché taglia la spesa pubblica e non intacca neanche minimamente i grandi affari finanziari.

Perché Draghi non dice ad esempio che il sistema finanziario strozzina lo Stato con il servizio del debito[5], che costa all’Italia circa 70 miliardi di euro all’anno? Lo Stato non è titolato a emettere moneta per i suoi obiettivi strategici, ma solo obbligazioni e titoli con gli enormi interessi connessi, appunto per il servizio del debito. Allora perché Berlusconi, Tremonti, Draghi, ma anche Bersani e gli economisti dell’area di centro-sinistra non dicono a tutti noi che il deficit, il disavanzo non è causato dalla differenza tra entrate e spesa pubblica (spesso le entrate sono superiori alla spesa pubblica), ma dallo strozzinaggio del servizio - che servizio! - reso dal sistema bancario? Quello stesso strozzinaggio che a livello internazionale massacra l’economia, e quindi l’identità e l’ambiente di tanti stati con i generosi prestiti internazionali. Draghi - come Berlusconi, Tremonti e la Marcegaglia - ci ha detto che i sacrifici sono necessari, ma ci sa dire quali sono stati quelli fatti dai padroni delle banche?

Ecco il significato della proposizione (provocatoria) dell’equazione iniziale. Essa in sostanza esprime la tendenza a crescere, a stabilizzarsi o a diminuire del disavanzo di bilancio rispetto al PIL. Nell’equazione (differenziale, così si chiama in gergo matematico) vi sono delle lettere (coefficienti) d, k, b: esse dovrebbero sintetizzare il passato, analizzare il presente e decidere il futuro nostro, dei nostri figli e dell’ambiente. A meno che non sfuggano di mano (e nelle grandi crisi ciò è avvenuto e avverrà), a seconda delle circostanze ai coefficienti d, k, b - che non hanno nulla a che vedere con le leggi della natura, obiettive e immutabili, ma sono stati inventati e vengono gestiti dal grande sistema finanziario - si assegnano quegli opportuni valori numerici che garantiscano compiutamente gli interessi da perseguire. La sostenibilità o l’insostenibilità del modello di sviluppo e dello stile di vita non nascono dalla disponibilità delle risorse e dalla capacità ricettiva del pianeta, ma dalla gestione finanziaria e politica dei coefficienti d, k, b.

Come noto, estremamente ampi e ricchi di analisi e di contenuti sono il dibattito e le proposte su indicatori alternativi al PIL: dall’Indicatore del Progresso Reale[6], che intende misurare l’aumento della qualità della vita differenziando con pesi diversi le spese positive e quelle negative, all’Indice di Sviluppo Umano[7], che si presenta come sommatoria complessa del reddito individuale, del livello di sanità inteso come attesa di vita e del livello di istruzione, alla Felicità Interna Lorda[8], che si pone come radicale contrapposizione al Prodotto Interno Lordo, ma che, coerentemente con la sua origine buddista, resta opzione mistica più che percorso politico, di scelte dei governi.

Naturalmente non ho né la presunzione né la capacità di voler proporre un nuovo indicatore di sviluppo, di progresso e di civiltà: indicatore che, a differenza del PIL, nella biodiversità del mondo può assumere in ogni paese definizione e identità anche profondamente diverse. Intendo però contribuire a sostenere la fondamentale inversione rispetto al modello di oggi, e cioè la riassunzione del primato dell’ecologia rispetto all’economia e il riappropriarsi da parte della collettività, e perciò dello Stato e delle istituzioni nazionali e locali, del diritto-dovere di poter scegliere, programmare e attuare percorsi in tale direzione, liberi da ricatti e vincoli quali quelli oggi esistenti del PIL e del debito pubblico. Appaiono in tal senso chiari i nuovi comandamenti che in Italia, ma anche in Europa e nel mondo industrializzato, devono guidare l’Indicatore della politica economica e dello sviluppo:

  1. La sostenibilità dell’energia e della materia nella produzione dei beni materiali e di consumo, con il crescente, fino al totale impiego del sole, del rinnovabile e del riciclo della materia;
  2. La tutela della biodiversità animale e vegetale e del volto del Pianeta;
  3. La tutela e la preservazione integrale dall’inquinamento dei beni comuni: acqua, aria ed etere;
  4. La tutela della storia e della cultura umana e dei beni da esse prodotti;
  5. Il diritto di ciascuna persona a realizzarsi con il lavoro, e perciò la politica per la piena occupazione;
  6. La produzione e il lavoro quali arricchimento dei valori dell’uomo e del Pianeta;
  7. L’agricoltura e l’alimentazione nella naturalità e nella rinnovabilità;
  8. La salute quale diritto inalienabile di tutti i cittadini, al livello massimo consentito dalle conoscenze di oggi;
  9. Il diritto alla scuola, alla crescita culturale, all’università e alla ricerca scientifica, umanistica e tecnologica;
  10. La solidarietà.

Ho parlato di comandamenti, ma naturalmente non sono né Mosè né mi trovo sul Sinai: penso più semplicemente a un contributo, fortemente sentito, per la necessaria e urgente ricerca e costruzione di una nuova economia, ecosolidale per l’oggi e per il futuro.

Giugno 2010



[1] Da Wikipedia. 

[2] Il Patto di Stabilità e Crescita (PSC) è un accordo tra i paesi UE inerente al controllo delle rispettive politiche di bilancio pubbliche, al fine di mantenere fermi i requisiti di adesione all’Unione economica e monetaria (Eurozona) cioè rafforzare il percorso d’integrazione monetaria intrapreso nel 1992 con la sottoscrizione del trattato di Maastricht. Esso si attua attraverso il rafforzamento delle politiche di vigilanza sui deficit e i debiti pubblici, nonché mediante un particolare tipo di procedura di infrazione, la procedura per deficit eccessivo (PDE), che ne costituisce il principale strumento. 

[3] Il disavanzo statale o deficit pubblico, nella contabilità di Stato, indica l’ammontare della spesa a carico del bilancio dello Stato non coperta dalle entrate, ovvero quella situazione economica dei conti statali in cui, in un dato periodo, le uscite dello Stato superano le entrate. 

[4] Il debito pubblico è il debito dello Stato nei confronti di altri soggetti economici nazionali o esteri (individui, imprese, banche o stati esteri), che hanno sottoscritto un credito allo Stato nell’acquisizione di obbligazioni o titoli di stato (in Italia BOT, BTP, CCT, CTZ e altri) destinati a coprire il fabbisogno di cassa statale, nonché l’eventuale deficit pubblico nel bilancio dello Stato.

[5] E’ detta servizio del debito la spesa per gli interessi corrisposti ai detentori delle obbligazioni statali.

[6] Il Genuine Progress Indicator (GPI) è un indice che misura lo sviluppo economico integrando nella sua analisi i fattori ambientali e l’inquinamento creato o limitato o evitato a causa, o grazie, all’attività d’impresa. I fautori di questo indice sostengono che il GPI è una misura più attendibile del progresso economico rispetto al PIL, poiché considera tra i parametri fondamentali anche il consumo delle risorse naturali, il loro mancato o presente rinnovamento nel corso del tempo.

[7] L’Human Development Index (HDI) è un indicatore realizzato nel 1990 dall’economista pakistano Mahbub ul Haq. È stato utilizzato, accanto al PIL, dall’Organizzazione delle Nazioni Unite a partire dal 1993 per valutare la qualità della vita nei paesi membri. Si cerca, attraverso l’Indice di Sviluppo Umano, di tener conto di differenti fattori, tra cui l’alfabetizzazione e la speranza di vita. La scala dell’indice è in millesimi, decrescente, e si suddivide, in base ai quartili (dal 2010), in quattro gruppi: Paesi a molto alto sviluppo umano, Paesi ad alto sviluppo umano, Paesi a medio sviluppo umano e Paesi a basso sviluppo umano.

[8] L’indicatore Gross National Happiness (GNH) è il tentativo di definire - con un evidente ammiccamento ironico, ma con altrettanto evidenti intenti sociologici - uno standard di vita sulla falsariga del Prodotto Interno Lordo (PIL). Il Dalai Lama è un convinto sostenitore di questo indicatore. A tale proposito ha dichiarato: «Come buddhista, sono convinto che il fine della nostra vita è quello di superare la sofferenza e di raggiungere la felicità. Per felicità però non intendo solamente il piacere effimero che deriva esclusivamente dai piaceri materiali. Penso a una felicità duratura che si raggiunge da una completa trasformazione della mente e che può essere ottenuta coltivando la compassione, la pazienza e la saggezza. Allo stesso tempo, a livello nazionale e mondiale abbiamo bisogno di un sistema economico che ci aiuti a perseguire la vera felicità. Il fine dello sviluppo economico dovrebbe essere quello di facilitare e di non ostacolare il raggiungimento della felicità.»