Far crescere il Paese con la crescita della spesa pubblica qualificata

La caratteristica centrale dell’ultima manovra finanziaria[1] è l’attacco radicale alla spesa pubblica, un attacco che consiste nella sottrazione di ingenti risorse finanziarie, ma che soprattutto è un attacco ideologico, teso a presentare ciò che è pubblico come fonte di spreco, sperpero e danno per la collettività. Nell’operazione di questi mesi, Berlusconi ha sintetizzato in maniera chiara e netta questa impostazione e il valore stesso dello Stato con una frase, che è forse sfuggita a molti osservatori: «Il costo dello Stato non è più sostenibile.» Non è più lo Stato, cioè la collettività dei cittadini, democraticamente organizzata, il soggetto fondamentale, sintesi degli interessi globali, protagonista di scelte e orientamenti, ma i grandi potentati finanziari ed economici.

Il senso vero della funzione e della gestione dell’attuale crisi sta in questo: la ricerca-imposizione di un rafforzamento storico del potere privato-economico rispetto al valore del pubblico, dell’interesse generale collettivo, accentuando fino oltre ogni limite ricatti derivanti da bisogni. L’obiettivo di fondo del potere di centro-destra di oggi è perciò la strutturazione istituzionale di questa fase, e cioè la modifica di quei vincoli di equilibrio pubblico-privato che erano stati assunti nella scrittura della Costituzione: la modifica degli articoli 41 e 118[2] per consentire maggiore (totale) libertà di impresa, richiesta da Confindustria e teorizzata e sostenuta dal ministro Tremonti[3], costituisce la via per la definitiva affermazione di tale obiettivo. Con tale modifica l’impresa ha il potere di scegliere cosa fare, dove operare e quali regole, ormai anche di diritto e sindacali, imporre: a posteriori lo Stato può affacciarsi alla finestra per vedere che cosa è stato fatto e, se vi è qualche cosa che supera proprio tutti i limiti, fare eventualmente una tiratina d’orecchi. La stessa malavita organizzata (nel sud chiamata camorra, mafia e ’ndrangheta, al centro e al nord vestita di bianco, se non proprio sacrale, candore) ricicla senza problema in attività utili che creano ricchezza, non essendo più comunque soggetto a fastidiosi accertamenti burocratici l’inizio dell’attività.

Sul piano dell’ambiente è il completamento della catastrofe. Non si vuole una centrale termoelettrica o nucleare, o una raffineria, o un inceneritore o un’altra diavoleria tossica e inquinante? Che importa, si attiva la realizzazione dell’impianto e poi si vedrà, e, se dovessero nascere problemi, si ricorrerà, stavolta in termini invertiti, alla Costituzione per la libertà di impresa. Finalmente si chiuderà una volta e per sempre il contenzioso con quelle soprintendenze, quelle associazioni ambientaliste, quei comitati, quei politici (pochi) che si oppongono al saccheggio del territorio e che continuano a fare ricorsi su cave, su alberghi, su ville, su cementificazioni selvagge, insomma su mostri (abusivi e non) che distruggono valori naturalistici e paesaggistici. La libertà di impresa sta al di sopra di tutto. La norma introdotta nella manovra è in tal senso solo un assaggio di quello che si intende perseguire.

L’attacco al pubblico - sia ideologico che nelle scelte concrete - è una strategia a trecentosessanta gradi del berlusconismo: costituisce l’asse portante di ogni suo ministro, dalla Gelmini a Brunetta, per restare fuori dai campi dell’economia e dell’ambiente. Ma incalcolabili sono le responsabilità che l’area democratica e progressista ha avuto negli ultimi decenni, contribuendo decisamente allo snaturamento e allo svilimento della funzione centrale che lo Stato e le sue articolazioni democratiche territoriali devono avere in ogni scelta che interessa la collettività: quella che è cioè la responsabilità della collettività (Stato) rispetto alle esigenze di ciascuna persona nella garanzia dei suoi diritti fondamentali, sin dalla nascita.

Berlusconi definisce la sua formazione politica Popolo della Libertà, connotando chiaramente il termine libertà principalmente come possibilità-capacità-potere del singolo di sopraffare gli altri. La libertà per Berlusconi è perciò la concezione del «lupus est homo homini» di Plauto ovvero dell’«homo homini lupus» di Hobbes (nella comune traduzione «l’uomo è un lupo per l’uomo»), e in nome di questa idea di libertà egli agisce per l’annichilimento del pubblico e dello Stato.

Ma la libertà e l’uomo possono essere - per noi lo sono - tutt’altra cosa, come ci comunicano ad esempio con messaggi universali, fuori da spazio e tempo, Dante («libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta»[4]) e Seneca («l’uomo è una cosa sacra per l’uomo»[5]).

Esaltare il valore della libertà e dell’uomo in una visione di sviluppo e di economia ecosolidali assume perciò sul piano del necessario confronto ideologico una valenza centrale e costituisce una fondamentale necessità, generatrice di scelte profondamente alternative rispetto a un’altra, completamente differente, concezione di libertà e di uomo.

Partendo dalla crisi, la sfida deve essere perciò un’altra: far crescere il Paese con la crescita della spesa pubblica qualificata.

Riacquistare da parte della collettività nella sua organizzazione istituzionale - Stato centrale, Regioni e Comuni - il potere di programmare, decidere e scegliere rappresenta l’espressione più alta della libertà collettiva. La democrazia, come espressione del potere dei cittadini, e la libertà, individuale e collettiva, non sono scindibili.

Occorre perciò superare il dato economico di fondo: il debito pubblico. Si taglia sull’assistenza e sulla salute perché c’è il debito pubblico; si taglia sulla salvaguardia e sulla promozione dell’ambiente e della cultura perché c’è il debito pubblico; si taglia sui parchi e sulle riserve naturali perché c’è il debito pubblico; non si promuovono le energie rinnovabili (con i conseguenti grandiosi effetti benefici sul clima) perché c’è il debito pubblico; si taglia sull’educazione, sulla scuola e sull’università perché c’è il debito pubblico; si taglia sulla politica (quella di base, il punto di partenza della democrazia istituzionale) e sulla partecipazione democratica perché c’è il debito pubblico. Si taglia su tutto ciò che potrebbe produrre valori positivi per il Paese e per la collettività e dare lavoro qualificato, non perché manchino le capacità e le potenzialità di base, naturali e umane, ma perché c’è il debito pubblico.

Ma il debito pubblico a chi, a quali interessi è funzionale? Chi realmente lo gestisce? Perché in sostanza lo si produce e lo si mantiene? E’ su questo aspetto generale che le forze alternative, democratiche e progressiste, e sul piano economico quelle di cultura ecologista o almeno di ispirazione kennediana e del welfare, devono dare risposta con un progetto di profonda inversione. In un precedente scritto[6] ho cercato di dare un contributo sulla necessità di affermare, rispetto al PIL e al mistificante suo rapporto con il debito pubblico, nuovi indicatori (un decalogo) di un’economia che nasce dall’ecologia, in una prospettiva, non certo astratta, anche di lungo respiro. Tali indicatori costituiscono un contributo a questa risposta generale, e nel particolare al richiamo generalizzato - e per lo più fortemente interessato - al comune sacrificio per far fronte al debito pubblico.

A Napoli - ma penso in tutta Italia - nei giorni scorsi è stato affisso un manifesto del Partito Democratico con su scritto: «La crisi la pagano tutti tranne lui» (con chiaro riferimento a Berlusconi). Ma non è così, e profondamente distorto è il messaggio che viene dato. Berlusconi non è affatto il solo a non pagare la crisi e ad averne degli immani vantaggi. Con la crisi, in questo ultimo anno si è accentuato in maniera esponenziale il divario tra ricchi e poveri, nel senso che i ricchi sono diventati ancora più ricchi e i poveri ancora più poveri. Metà della ricchezza del Paese appartiene al 10% degli italiani: le diseguaglianze sono abnormemente cresciute e l’Italia tende a divenire primatista mondiale delle diseguaglianze. Altro che sacrifici per tutti!

Conseguenza diretta dell’impoverimento di larghissima parte del Paese è la rinuncia per bisogno alla già fragile difesa dei diritti individuali e collettivi, del territorio e della qualità generale della vita, urbana e ambientale. La diminuzione della spesa pubblica per bisogni fondamentali come scuola, sanità, ambiente, mobilità collettiva e cultura, finisce per scaricarsi pesantemente sull’impoverimento generalizzato delle grandi masse popolari.

Naturalmente do per scontata la necessità di liberare la spesa pubblica di quanto di nefasto in essa vi è, dalle ruberie e dalle tangenti alla dannosità di molti interventi: il tutto facente parte del sistema di potere dominante e comunque a esso totalmente funzionale nella denigrazione ideologica del pubblico.

La sfida di fondo è perciò tutta politica, non nel senso di chi governa tra PdL e PD (anche se naturalmente vi sono tante differenze), ma di chi governa le decisioni tra la collettività e i grandi potentati economici e finanziari. L’alternativa al governo di Berlusconi è cioè un governo che non richiami al sacrificio i cittadini per sanare un debito creato dal sistema finanziario e a esso funzionale, generato dal meccanismo stesso della produzione del denaro, ma che esprima l’autorità di creare una nuova identità della ricchezza, identificabile come reale interesse generale del Paese di oggi e del futuro, promuovendo, salvaguardando e valorizzando le risorse umane e naturali: la distribuzione della moneta è mezzo per perseguire i fini dell’interesse collettivo.

Rispetto a tale orizzonte vi possono essere passaggi di gradualità e di natura diversa e più facilmente perseguibili: la drastica tassazione del 10% di chi possiede il 50% della ricchezza del Paese, la reale lotta all’evasione, la tassazione dei beni di lusso e più complessivamente del tenore di vita sono esempi di come dare risorse allo Stato, alleggerendo il debito pubblico senza modificare il sistema. Per il movimento ecopacifista di grande valenza è poi lo spostamento di risorse da tutto ciò che è aggressione e violenza, spese militari e missioni di guerra all’estero. Ma con questi interventi il tutto resta all’interno dell’attuale meccanismo del debito pubblico e della globalità della spesa pubblica possibile.

Un significato certamente diverso ha invece la tassazione degli utili finanziari, nel senso che - per esprimere sinteticamente una filosofia - se il sistema bancario prende interessi (attua strozzinaggio) rispetto allo Stato, lo Stato si rifa con la tassazione, una misura che potrebbe costituire un compromesso, ma che risulta certo enormemente difficile da far accettare: potere politico e interessi del grande capitale economico e finanziario risultano infatti profondamente convergenti, quando non del tutto coincidenti. Sarebbe di estrema importanza che, senza alcuna ambiguità, l’opposizione del centro-sinistra avesse nel suo programma tale linea di intervento per sanare il debito pubblico e rilanciare la spesa pubblica.

La via di fondo resta però quella dell’impossibilità a esistere del debito pubblico, e cioè un’inversione nella dipendenza tra Stato e sistema bancario e finanziario: deve essere lo Stato a generare le risorse finanziarie e a indirizzarle secondo le scelte che i diversi livelli istituzionali con percorsi di democrazia attiva e partecipata si danno, assegnando al sistema bancario e finanziario la concreta attuazione. Lo Stato che genera risorse può avere debito di risorse con se stesso?

Il succedersi in tempi sempre più brevi delle crisi rende evidente, anche a chi non è esperto, come l’attuale sistema di potere e di modello ideologico, produttivo ed economico sia insostenibile e come sempre più disperatamente si cerchi di farlo sopravvivere, accentuando l’insostenilità dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura.

Il compromesso sulla spesa pubblica qualificata, indissolubilmente connessa - pena il fallimento globale - a un percorso radicalmente nuovo ed ecosolidale dello sviluppo, come scelta anche sovranazionale, appare la sola via per arrestare la possibile catastrofe e attivare un nuovo orizzonte per l’umanità e per il Pianeta.

La scelta da parte dello Stato di quale rapporto avere con se stesso e di quale potere gestire, a partire dalla disponibilità delle risorse finanziarie, è naturalmente fondamentale: gli interessi e lo scontro sono immani.

Non fu un economista di ispirazione marxista, ma il democratico John Fitzgerald Kennedy che il 4 giugno 1963 firmò l’ordine esecutivo numero 11110, che restituiva al governo USA il potere di emettere moneta senza passare attraverso la Federal Reserve Bank.

Il 22 novembre dello stesso anno John Fitzgerald Kennedy fu assassinato a Dallas. Tutto è tornato come prima: resta solo qualche esemplare della moneta emessa dagli United States of America, al posto della Federal Reserve Bank.

Luglio 2010



[1] Decreto-legge n. 78 del 31 maggio 2010, Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica, convertito in legge con L. n. 122 del 30 luglio 2010.

[2] Art. 41: «L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.»

Art. 118: «Le funzioni amministrative sono attribuite ai Comuni salvo che, per assicurarne l’esercizio unitario, siano conferite a Province, Città metropolitane, Regioni e Stato, sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza. I Comuni, le Province e le Città metropolitane sono titolari di funzioni amministrative proprie e di quelle conferite con legge statale o regionale, secondo le rispettive competenze. La legge statale disciplina forme di coordinamento fra Stato e Regioni nelle materie di cui alle lettere b) e h) del secondo comma dell’articolo 117 [immigrazione; ordine pubblico e sicurezza, a esclusione della polizia amministrativa locale], e disciplina inoltre forme di intesa e coordinamento nella materia della tutela dei beni culturali. Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà.»

[3] Ministro dell’economia e delle finanze nel governo Berlusconi IV dal 8 maggio 2008 al 16 novembre 2011.

[4] Purgatorio, canto I, vv. 71-72. 

[5] «Homo, sacra res homini.» (Epistole a Lucilio, XCV, 33)

[6] Si veda lo scritto La necessità di nuovi indicatori di un’economia che nasce dall’ecologia.