Il falso mito dei sacrifici ovvero la dissacrazione dei sancta sanctorum dell’economia

L’interpretazione più usuale del sacrificium - parola composta da sacer (sacro) e facere (nel senso di rendere, far divenire, trasformare in) - è quella del rituale mediante il quale beni, cibo, oggetti, animali e gli stessi esseri umani vengono sottratti alla condizione di profani - ciò che è al di fuori (pro) del fanum, del bosco sacro, del tempio - e resi sacri, cioè consegnati alla sacralità: ciò al fine (indotto) di propiziarsi gli dei, di ottenere il loro favore in caso di necessità per guai di ogni natura, individuali o collettivi, generati spesso dagli stessi dei per non avere ricevuto sacrifici o per gelosia rispetto ad altri dei che invece li hanno ricevuti. I sacrifici dovevano essere graditi e dovevano essere eseguiti da autorevoli ed esperte personalità, magistrati cum imperio, sommi sacerdoti, che non mediavano certo tra la volontà degli dei e gli uomini, ma raccontavano agli uomini che cosa volessero gli dei: molti di questi sommi sacerdoti erano o divenivano, per la devozione con cui effettuavano i sacrifici e per i benefici che ne derivavano, essi stessi semidei. Usualmente trasferivano la loro sacralità, autorità e competenza ai loro diretti discendenti per un tempo illimitato. Ciò non avveniva naturalmente nel solo mondo romano, che ha creato il termine di sacrificio, ma in moltissime altre civiltà, in cui appunto vi erano gli dei, i semidei (sommi sacerdoti - autorità) e gli uomini comuni (il popolo).

Rispetto a quello che avviene oggi nulla appare cambiato: basta mettere i soggetti e i nomi al posto giusto. Gli dei sono gli onnipotenti del grande capitale economico e finanziario internazionale. Essi litigano e si scontrano duramente tra di loro così come litigavano gli dei per accrescere il loro potere, cercando di occupare ognuno il posto del sommo Giove, facendosi anche dispettacci di ogni genere nei sancta sanctorum dei templi della finanza e con operazioni molto poco pulite: ma sono gli dei, quelli ai quali bisogna fare i sacrifici. I grandi esperti dei sacrifici, le autorità del campo, i sommi sacerdoti, semidei perché essi stessi possessori di immani capitali finanziari, sono i tecnici dell’economia - sussurriamo qualche nome italiano: Monti, Draghi, Tremonti - i quali dettano le regole dei sacrifici, impartite loro dagli dei, e spiegano al popolo perché bisogna fare i sacrifici e insegnano come farli. I sacrifici consistono nella crescita del debito ambientale verso il Pianeta, verso le future generazioni e la biodiversità, negli immani rischi nucleari e militari, nella sottrazione di patrimonio pubblico, di beni, di conquiste e di diritti collettivi e sociali, nella diminuzione e nella perdita dei valori della cultura e della storia, della qualità della vita, della democrazia e della partecipazione.

I semidei di oggi sono anche cristiani miscredenti: «Sono venuto ad abolire i sacrifici, e se non cesserete i sacrifici, non cesserà su di voi l’ira di Dio.»[1] Naturalmente nello spirito e nella cultura pacifista e non violenta che ci anima, non desideriamo che su questi miscredenti si scarichi l’ira divina, ma auspichiamo piuttosto che - restando sempre nell’ambito del pensiero cristiano - rispetto alla loro politica e alla loro azione si attui l’insegnamento di Sant’Agostino nel De Civitate Dei: «Vero sacrificio è ogni opera che ci permette di unirci a Dio in una santa comunità e che ha come fine quel bene che ci rende veramente felici.»

La felicità collettiva, in senso epicureo, o la santa comunità agostiniana, le possiamo realizzare solo se neghiamo i sacrifici, se ci contrapponiamo alla loro religione, e cioè dissacriamo questi falsi dei e i loro sacerdoti, dando al prefisso dis tutta la valenza sia latina di negazione sia greca di male, di mancanza di qualità, di degrado.

Partiamo oggi da Monti e dal suo governo: la logica che lo sostiene è quella della sacralità del suo operato, indipendentemente dalle scelte. Se prima le gravi vicende personali di Berlusconi facevano da copertura al silenzio sulla moltitudine delle scelte sbagliate, oggi il dogma che copre tutto è l’intoccabilità di Monti, indicato come l’ultima spiaggia per la salvezza dell’Italia!

Passa così sotto silenzio un gravissimo attacco alla Costituzione, lo svuotamento dell’articolo 81[2], che disciplina le regole del bilancio dello Stato. La nostra Costituzione prevede saggiamente che siano la discussione parlamentare sul bilancio e il conseguente documento finale a costituire il cuore delle scelte politiche, degli obiettivi da realizzare, in una connessione stretta, unitaria, indissolubile con la scelta delle vie per realizzarne la copertura finanziaria. E’ in tale momento che si realizza compiutamente, in una democrazia parlamentare, il confronto tra gli interessi e le diversità ideali, culturali e sociali rappresentati dai partiti politici presenti in Parlamento: se voto missioni di guerra e potenzio gli armamenti, sottraggo risorse all’ambiente, alla cultura, alla scuola, ai disabili e agli ospedali; se voto tasse su stipendi e salari di pensionati e lavoratori a basso reddito, chiedo meno e perciò regalo a chi ha molto. La contestualità delle scelte di spesa e delle scelte di entrate è chiarezza politica, trasparenza e certezza.

E la storia del nostro Paese, fin quando è stata democratica e costituzionale, è sempre stata questa. Solo eventi eccezionali e imponderabili (l’alluvione del Polesine e di Firenze, i terremoti dell’Irpinia, del Friuli e del Belice) portavano a manovre straordinarie fuori dalla discussione del bilancio annuale, decise comunque autonomamente dal Parlamento Italiano, senza condizionamenti dall’estero. Siamo ora all’assurdo per cui non si esaurisce una manovra dell’ordine di grandezza del bilancio dello Stato che già è pronto un nuovo decreto per una manovra sempre dello stesso ordine di grandezza, di decine di miliardi di euro. Senza essere santoni dell’economia, o ancor di più senza saper né leggere né scrivere, che credibilità può avere un soggetto, in questo caso lo Stato italiano, che opera in tal modo? Monti, come peraltro i suoi predecessori Berlusconi e Tremonti, superesperti della loro economia, per il ruolo che svolgono, devono sicuramente avere almeno letto la Costituzione: come possono dunque, se davvero in buona fede, non comprendere la difformità profonda del loro agire rispetto alla volontà costituzionale? Io penso che lo stesso Presidente della Repubblica, garante primo della Costituzione, debba intervenire, fermando qualsiasi ulteriore manovra e imponendo che la questione economica del Paese venga interamente riportata alla discussione e al voto sul bilancio, dove si possono comprendere le reali volontà e le scelte di ogni forza politica. Se si vuole rispettare veramente la Costituzione non vi può essere altra via, neppure se dettata dalle potenti banche internazionali o dal presidente francese Sarkozy e dalla cancelliera tedesca Merkel.

Ma la crisi - vista dal versante dei sacrifici e degli interessi generali del Paese di oggi e del futuro (in contrapposizione cioè ai potentati finanziari ed economici che l’hanno generata e la stanno gestendo) - per poter aprire nuovi percorsi pone la necessità di dissacrare certezze dell’economia nazionale, tabù incontestabili.

Il primo sicuramente riguarda l’euro, cioè la scelta di adottarlo o meno come moneta nazionale. In una pesante subalternità politica ed economica alla Germania e alla Francia, in un’Europa inesistente come realtà istituzionale e di pari dignità tra i suoi stati, che interesse ha il nostro Paese ad agire al suo interno e verso l’estero con tale moneta con tutti i vincoli che ne derivano? Una moneta nazionale, accompagnata da una forte politica ecologista di tutela e valorizzazione delle risorse interne, a partire dall’energia solare e dalla materia da riciclare, non genererebbe miseria o collasso economico, ma creerebbe potenzialità grandi su produzioni ecocompatibili, sulla spesa sociale e sul lavoro. In un corretto, intenso rapporto alla pari di scambio, di solidarietà e di comuni interessi con il resto del mondo ne potrebbero certo guadagnare sia la bilancia dei pagamenti che il debito estero.

Un secondo tema riguarda il soggetto che emette la moneta. Il nodo del cosiddetto debito pubblico sta in questo innaturale ribaltamento dei ruoli tra chi decide (dovrebbe decidere) la politica, anche quella economica e di conseguenza quella monetaria (ruolo che in una democrazia dovrebbe naturalmente appartenere alla collettività e cioè allo Stato), e chi, anche in un paese a economia di mercato, ne può costituire un esecutore, cioè le banche e ogni sistema similare. In una logica di interesse generale della collettività, come si giustifica l’assurdo che la banca emette moneta e che lo Stato acquista moneta, pagando con complessi intrecci e meccanismi finanziari, ossia pesantissime speculazioni, interessi da usura? Se viceversa è lo Stato che emette moneta, mai lo Stato può essere debitore con se stesso, e cioè risulta inesistente la stessa identità, l’essere stesso del debito pubblico.

Gravissima, pesantemente contraria agli interessi della collettività e tutta a favore di quelli privati e dei grandi gruppi finanziari sarebbe l’approvazione della modifica costituzionale in materia di equità tra le generazioni e di stabilità di bilancio, in discussione alla Camera: si attiva così il percorso del progressivo annientamento del peso e della funzione del bilancio dello Stato. Tutto, in ogni campo, sociale, educativo, assistenziale, di tutela dell’ambiente e dei beni culturali, anche in materia di sicurezza, sarà attuato sempre più ricorrendo al privato: il pubblico può anche scomparire! Al contrario l’emissione di moneta direttamente da parte dello Stato, con l’inesistenza del debito pubblico verso l’esterno, consente di programmare uno squilibrio tra entrate e uscite funzionale alle cose in più che - in una nuova compatibilità di risorse e vincoli - lo Stato, insieme con ciò che di pubblico e privato agisce in sintonia con esso, può realizzare quale costruzione di ricchezza vera per il Paese di oggi e per le future generazioni.

Partendo proprio da quest’ultima considerazione, occorre perciò dissacrare il tabù fondamentale del PIL (prodotto interno lordo), quale indicatore della ricchezza del Paese, e introdurre i nuovi indicatori di un’economia che nasce dall’ecologia. Si veda in tal senso il Decalogo da me proposto[3]: non si tratta naturalmente di comandamenti, ma di necessari contenuti per un radicale cambiamento del mondo, profondamente ingiusto e insostenibile, costruito nei sancta sanctorum dei templi del potere finanziario, economico e politico di oggi.

Novembre 2011



[1] Dal Vangelo detto secondo gli Ebrei - Epifanio di Salamina, Panarium Haeresion, XXX, 16, 4.

[2] Questo il testo originale dell’articolo 81: «Le camere approvano ogni anno i bilanci e il rendiconto consuntivo presentati dal governo. L’esercizio provvisorio del bilancio non può essere concesso se non per legge e per periodi non superiori complessivamente a quattro mesi. Con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese. Ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte.» La legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1, riscrive l’articolo 81 introducendo il principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale: «Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico. Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali.» L’articolo, così riformato, abroga il divieto di stabilire nuove spese o tributi tramite la legge di bilancio. Sono anche riformati gli articoli 97, 117 e 119 della Costituzione, dotando anche gli enti locali di autonomia di spesa e imposizione di nuovi tributi, nel rispetto del vincolo di pareggio di bilancio, col divieto di ricorso al debito per finanziare la gestione ordinaria.

[3] Nello scritto La necessità di nuovi indicatori di un’economia che nasce dall’ecologia.