Controriforma di Monti e rinascita democratica

Completamente assente nelle scelte e nel programma del governo Monti, e quindi in quelli di gran parte del Parlamento italiano, è la questione delle risorse (quelle vere della storia dell’uomo e della sua cultura) e della natura (con i suoi limiti e la sua capacità ricettiva). Paradossalmente la situazione attuale, di grave difficoltà economica e sociale per gran parte della popolazione, non sembra certo la migliore per occuparsi di ecologia, crescita sociale e sviluppo sostenibile, e mettere tali temi al centro del dibattito politico, istituzionale, economico e culturale. Ma naturalmente non è così. Per la vera salvezza dell’Italia sono proprio queste le sole, reali necessità, ed è in questa direzione che occorre, da parte delle sensibilità e delle forze democratiche, ecologiste, solidali e progressiste, agire per far emergere la spirale dell’irreversibilità della crisi, nazionale e mondiale, e le cause vere che la determinano.

Partiamo dall’attualità del governo Monti. Esso rappresenta la compiutezza di quel percorso della politica italiana, e per molti aspetti mondiale, tutto fondato sull’economia (naturalmente un particolare tipo di economia), alla quale risultano subordinati, e soprattutto finalizzati, ogni altra questione e ogni altro interesse. Ogni scelta politica, in ogni campo (ecologico, culturale, sociale e di relazioni di potere), è alla fine orientata al totale primato di una determinata economia.

E la visione di Monti dell’economia (quella che da anni, troppi anni, domina anche il pensiero della politica e dell’economia della sinistra istituzionale), riversata integralmente nella manovra finanziaria, costituisce la controriforma dello slancio innovativo di ciò che è avvenuto dalla nascita dello Stato repubblicano fino agli anni ’90: essa rappresenta fino in fondo quella visione della classica destra economica, fondata sul mercato come centro, anzi come unico regolatore dello sviluppo o della recessione, nel nostro Paese così come a livello internazionale.

Monti sembra essere stato posto come Capo del Governo da un’assemblea di operatori del mercato finanziario. Lo stesso ricatto politico che egli porta quando si parla di elezioni anticipate è fondato tutto sul mercato, che darebbe una risposta durissima alla cessazione anticipata del suo mandato tecnico.

La crisi oggi viene attribuita al debito pubblico, e i pesantissimi sacrifici chiesti sono in funzione dell’eliminazione di tale debito: questo almeno nella filosofia ispiratrice della manovra. Ma è evidente, come appare già dal subito dopo della manovra, che quand’anche il debito pubblico venisse azzerato, la situazione e la linea economica non verrebbero cambiate. Qual è difatti il vero significato del tutto? Che il pubblico deve essere fortemente ridimensionato e il sistema Italia, nel suo insieme sociale, produttivo, economico e culturale, deve essere gestito e governato dall’iniziativa del capitale privato, finanziario e imprenditoriale. La sostanza politica di fondo, epocale, di tutto ciò che sta avvenendo in Italia e nell’Europa è questa: spostare il potere dal pubblico al privato.

Ma ragioniamo seriamente. (E chi meglio di un luminare dell’economia quale Monti avrebbe potuto e potrebbe ancora farlo?) E’ ideologicamente, scientificamente e storicamente falsa, in Italia, la correlazione tra debito pubblico e spesa pubblica, ovvero l’idea che il debito pubblico sia determinato dalla spesa pubblica, soprattutto se qualificata. Il debito pubblico nella fase della grande esplosione dello stato sociale, del welfare, del ruolo fondamentale del pubblico, delle conquiste dei diritti dei lavoratori[1], è stato sempre fortemente contenuto, attestandosi come media, ad esempio, fino a metà degli anni ’80 sotto il 50% del PIL. La vera esponenziale impennata, fino al valore attuale di circa il 120% del PIL, comincia dalla fine degli anni ’80, quando cioè da una parte si delinea il disastroso disegno-progetto, tutto politico, della svendita del pubblico e delle privatizzazioni in ogni campo (energia, ferrovie, telefonia, industrie, società e patrimonio dello Stato) e dall’altra quando nasce l’unione monetaria e alla BCE (la Banca Centrale Europea) vengono trasferite la politica monetaria e l’emissione della moneta, l’euro, con la progressiva abolizione delle monete nazionali sulla base della dominanza dell’asse franco-tedesco. Questa è l’incontestabile verità che i dati e i fatti veri ci dicono. Quanto sta avvenendo oggi è lo scatto finale di questo percorso.

Questo scatto non lo poteva fare il governo Berlusconi, non solo per la sua poca credibilità e per la facile accusa di conflitto di interessi, ma anche per la naturale opposizione che le forze di opposizione gli avrebbero dovuto comunque fare: un percorso irto di difficoltà, spianabili e spianate invece da un governo retto da un tecnocrate, un professionista dell’economia. Le conseguenze della drastica riduzione della ricchezza pubblica e del suo potenziale sono evidenti. Con il Titolo I e il Titolo II del cosiddetto Decreto Salva-Italia[2] (quelli cioè che in genere esprimono il significato di fondo di un decreto o di una legge) si specificano l’Aiuto alla crescita economica (quale incentivazione del rafforzamento patrimoniale delle imprese italiane) e il Rafforzamento del sistema finanziario nazionale e internazionale. Nel cuore del decreto vengono poi dati segnali netti, inequivocabili, nel campo della politica della guerra, quali l’anticipo dei finanziamenti per la copertura della spese delle missioni militari all’estero e l’acquisto di 131 cacciabombardieri Joint Strike Fighters (JSF-F35), che impegnerà il nostro Paese fino al 2026 con una spesa di quasi 14 miliardi di euro (se è chiaro a chi andrà questa immensa ricchezza, non è ancora chiaro chi dobbiamo bombardare!). Tutto il resto di interesse pubblico e collettivo, per i cittadini di oggi e per le future generazioni, verrà sacrificato e ridimensionato fino alla possibile sua minima, insignificante presenza. Questo è ciò che è lucidamente disegnato da Monti per la tutela della natura, dell’ambiente e della biodiversità, per la scuola e l’educazione, per la ricerca, per la sanità, per la cultura e i beni culturali, per la solidarietà, per il sostegno a produzioni e lavoro ecosostenibili.

Per mancanza di fondi pubblici saranno i capitali privati ad acquisire i beni comuni e a investire in essi: che valore può mai avere il referendum popolare sull’acqua quando mancano agli enti pubblici i soldi per la captazione della risorsa, per le reti di trasporto e per la distribuzione?

L’energia del sole (sempre fresca perché rinnovabile giorno dopo giorno, a costo zero, bella e pulita) aspetta solo di essere acquisita per il benessere collettivo, e i cittadini italiani nella quasi totalità si sono espressi, ancora con il referendum, per tale scelta: ma non vi sono soldi e perciò non si può andare in tale direzione, anzi bisogna ridurre gli strumenti di incentivazione esistenti, a partire dallo spendaccione Conto energia[3]. Naturalmente gli incalcolabili utili, derivati dall’immane, sporco affare di questa mancanza di pubblici fondi, vanno alle grandi compagnie petrolifere - ciò sempre in attesa del rilancio del nucleare - mentre gli abnormi danni ricadono sulla vita del Pianeta, sul clima e sulla biodiversità.

Pompei, con i suoi tesori di storia e cultura, patrimonio universale dell’umanità, sta crollando per incuria e mancanza di fondi? Bene! così vi sono ragioni valide per affidarla alla speculazione del capitale privato.

Vi sono aree vecchie e nuove che si liberano a Napoli (di forte identità e immensi valori, sul mare o all’interno, a occidente e a oriente) e che potrebbero dare qualità e respiro alla città, con la realizzazioni di parchi urbani, cinture verdi, spazi e servizi sociali di benessere collettivo, produzione e lavoro ecosostenibili? Sì, ma non è possibile operare tali scelte - così rispondono anche i migliori amministratori quelli della discontinuità con il passato, votati per cambiare, per fare ben altro - perché occorrerebbero fondi che non ci sono, e solo con l’investimento privato è possibile intervenire per valorizzare le aree, ovvero per destinarle al saccheggio con pesanti speculazioni e cementificazioni.

E tutto ciò vale per ogni altro campo: sviliamo, se non proprio cancelliamo quando possibile, scuola e università pubblica; annulliamo la ricerca come finalità di conoscenza e facciamola vivere solo se dà brevetti economicamente redditizi. Che senso hanno ospedali, luoghi di solidarietà, case del popolo, liberi spazi di vita animale e vegetale, memorie e storie geologiche e naturali, paesaggi di luci e colori, quando non sono moneta, quando non entrano nei circuiti di mercato, non incidono su spread e diavolerie simili?

Se il pubblico significa - come significa - democrazia, la via in atto è quella di svuotarla di potenzialità e contenuti reali, di renderla insignificante rispetto a ogni scelta, a ogni decisione: a decidere su tutto difatti non è, non può essere la volontà popolare, nemmeno nella forma di delega parlamentare, ma i grandi capitali.

Tutto ciò è la decadenza della civiltà: e la decadenza del lavoro fino al suo annullamento ne è l’espressione più compiuta. Come uscirne, come attivare un percorso di rinascita per una nuova società, per un nuovo Paese, è la questione centrale che deve porsi la moltitudine dei cittadini, tuttora presente in Italia, di ispirazione ecologista, solidale, democratica e alternativa all’insignificanza o alla negatività dei valori sostenuti oggi da gran parte delle forze politiche e dal Governo.

La resistenza ai processi in atto, pur fondamentale e necessaria, si dimostra da sola sempre più insufficiente, inadeguata, con la conseguenza dell’indebolimento della sua stessa esistenza e dell’arretramento globale delle conquiste e dei valori acquisiti. Appare sempre più necessaria la costruzione e la proposizione di un progetto politico globale che riporti il primato dell’ecologia, della democrazia, della partecipazione e della solidarietà. Appare cioè sempre più necessario e urgente che l’infinità di monadi di pensiero, di elaborazioni, di lotte e di concrete esperienze, esistenti quale immensa ricchezza vera della democrazia del nostro Paese, si apra a una globale riflessione per costruire tale nuovo percorso, che richiama perciò anche la ricerca di una nuova metodologia di confronto e di sintesi.

Da subito occorre però unificare l’elaborazione, la proposta e la lotta su quei punti che portano a vere, mastodontiche muraglie di irreversibilità se non si interviene in tempo. Ne indico due che mi sembra abbiano valenza centrale.

Innanzi tutto occorre bloccare le modifiche costituzionali in corso al Parlamento, in particolare per quanto riguarda il pareggio di bilancio[4], modifiche la cui attuazione Monti sta accelerando su richiesta della Banca Centrale Europea, del Fondo Monetario Internazionale e dei governi francese e tedesco. L’irreversibilità di questo durissimo attacco alla disponibilità di fondi pubblici e alla spesa pubblica sta nel fatto che per tempi incalcolabili sarebbero impensabili maggioranze parlamentari come quella che oggi sostiene il governo Monti, maggioranze cioè tali da poter poi invertire costituzionalmente le gravissime scelte che oggi si vanno a fare. Occorre contestualmente rimettere in discussione tutti i trattati che hanno caratterizzato il percorso dell’Unione Europea fino a oggi.

Il secondo punto è sicuramente il No al pagamento del debito pubblico, attuato mediante una battaglia radicale sull’emissione delle monete. Da subito occorre una grande iniziativa di corretta informazione sulla natura della Banca Centrale Europea e della Banca d’Italia, sul soggetto che emette le banconote, sul signoraggio e conseguentemente sul grande inganno riguardo alle vere cause del debito pubblico. Fatta esclusione infatti per gli addetti ai lavori e per pochi altri, si può affermare senza ombra di dubbio che la quasi totalità dei cittadini ignora che:

- la Banca Centrale Europea e la Banca d’Italia (ma ciò vale ovviamente per tutte le cosiddette Banche Nazionali che costituiscono la BCE) non sono le banche dell’Unione Europea e la banca dello Stato Italiano, ma delle banche private[5], di finanzieri e banchieri privati;

- le banconote dell’euro, nei vari tagli, sono emesse non dall’Unione Europea o dallo Stato Italiano, ma dalla BCE e dalle Banche Nazionali[6], e cioè da privati che vendono (o fittano, a seconda di come si vuole leggere l’operazione) agli stati nazionali le banconote, con un ingente guadagno, definito tecnicamente signoraggio;

- non sono né l’Unione Europea né lo Stato Italiano a fissare i tassi di sconto e di interesse, ma sempre le suddette banche;

- i debiti degli stati nazionali (come l’Italia) per l’acquisto di banconote crescono esponenzialmente per gli interessi che maturano.

Le conseguenze di tutto ciò costituiscono le cause vere del debito pubblico, che non nasce dunque dall’avere troppa scuola, troppa sanità, troppa tutela dell’ambiente, troppa cultura, troppa ricerca e troppa solidarietà su cui richiamare il Paese ai sacrifici, ma dall’assurdo, immane guadagno di speculatori privati (organizzati nel sistema delle banche) derivato dal sistema dell’emissione delle banconote.

Monti, professore emerito di economia, già rettore della Bocconi, perché non dice queste cose agli italiani? Perché non dice che se - così come dovrebbe essere - fossero lo Stato Italiano o l’Unione Europea (quando questa sarà davvero politicamente reale) a emettere le monete e se il signoraggio fosse, all’esatto opposto di oggi, a vantaggio dello Stato nei confronti dei privati, non esisterebbe il debito pubblico? Qui sta oggi la vera questione, il cuore vero della battaglia per la rinascita del Paese: ridare allo Stato, cioè ai cittadini, la sovranità monetaria.

Naturalmente ridare al pubblico gli strumenti per il governo dell’economia non è certo la sola condizione per la nascita di un nuovo Paese, quello che tanti di noi vorremmo, ma è la condizione assolutamente necessaria.

Gennaio 2012



[1] Faccio riferimento principalmente alla grande Riforma Sanitaria (legge 23 dicembre 1978, n. 833, Istituzione del servizio sanitario nazionale), che tutela il diritto alla salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività; alla nazionalizzazione dell’energia elettrica (legge 6 dicembre 1962, n. 1643, Istituzione dell’Ente nazionale per l’energia elettrica e trasferimento a esso delle imprese esercenti le industrie elettriche); allo Statuto dei Lavoratori (legge 20 maggio 1970, n. 300, Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento). Sono queste norme tre emblematici capisaldi del pubblico e dei diritti, ma sarebbe il caso di considerare tutto quanto avvenuto nei primi decenni del dopoguerra. 

[2] Decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, recante Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici (convertito in legge con L.  22 dicembre 2011, n. 214).

[3] Il Conto energia (feed-in premium) è un programma europeo di incentivazione in conto esercizio della produzione di elettricità da fonte solare mediante impianti fotovoltaici permanentemente connessi alla rete elettrica (grid connected). L’incentivo consiste in un contributo finanziario per kWh di energia prodotta per un certo periodo di tempo (fino a 20 anni), variabile a seconda della dimensione o tipologia di impianto e fino a un tetto massimo di MWp di potenza complessiva generata da tutti gli impianti o a un tetto massimo di somma incentivabile.

[4] La legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1, riscrive l’articolo 81 introducendo il principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale: «Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico. Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali.» 

[5] Principali partecipanti al capitale della Banca d’Italia: Intesa Sanpaolo SpA (31,22%); Unicredit SpA (22,11%); Generali Italia SpA (6,33); CR in Bologna SpA (6,20%); Inps (5,00%); Banca Carige SpA (3,96); BNL (2,83%); Banca MPS (2,50%); Cassa di Risparmio di Biella e Vercelli SpA (2,10%); Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza SpA (2,03%); UnipolSai Assicurazioni SpA (2,00%); Cassa di Risparmio di Firenze SpA (1,89%); Allianz SpA (1,33%); Banco Popolare S.c. (1,22%); Cassa di Risparmio del Veneto SpA (1,20%); Cassa di Risparmio di Asti SpA (0,93%); Banca delle Marche SpA (0,82%); INAIL (0,67%); CR del Friuli Venezia Giulia SpA (0,62%); CR di Pistoia e della Lucchesia SpA (0,37%); CR dell’Umbria SpA (0,37%). (Fonte: sito www.bancaditalia.it)

Contributo delle BCN (Banche Centrali Nazionali) dei paesi dell’area dell’euro al capitale della BCE (Banca Centrale Europea): Banque Nationale de Belgique (Belgio) (2,48%); Deutsche Bundesbank (Germania) (18%); Eesti Pank (Estonia) (0,19%); Central Bank of Ireland (Irlanda) (1,16%); Bank of Greece (Grecia) (2,03%); Banco de España (Spagna) (8,84%); Banque de France (Francia) (14,18%); Banca d’Italia (Italia) (12,31%); Central Bank of Cyprus (Cipro) (0,15%); Latvijas Banka (Lettonia) (0,28%); Lietuvos bankas (Lituania) (0,41%); Banque centrale du Luxembourg (Lussemburgo) (0,20%); Central Bank of Malta (Malta) (0,07%); De Nederlandsche Bank (Paesi Bassi) (4,00%); Oesterreichische Nationalbank (Austria) (1,96%); Banco de Portugal (Portogallo) (1,74%); Banka Slovenije (Slovenia) (0,35%); Národná banka Slovenska (Slovacchia) (0,77%); Suomen Pankki (Finlandia) (1,26%).

I profitti e le perdite netti della BCE sono distribuiti tra le BCN dei paesi dell’area dell’euro conformemente all’articolo 33 dello Statuto del Sistema europeo di banche centrali e della Banca centrale europea.

Contributo delle BCN dei paesi non appartenenti all’area dell’euro al capitale della BCE: (Banca nazionale di Bulgaria) (Bulgaria) (0,86%); Česká národní banka (Repubblica Ceca) (1,61%); Danmarks Nationalbank (Danimarca) (1,49%); Hrvatska narodna banka (Croazia) (0,60%); Magyar Nemzeti Bank (Ungheria) (1,38%); Narodowy Bank Polski (Polonia) (5,12%); Banca Naţională a României (Romania) (2,60%); Sveriges riksbank (Svezia) (2,27%); Bank of England (Regno Unito) (13,67%).

Le BCN dei paesi non appartenenti all’area dell’euro non hanno titolo a partecipare alla distribuzione degli utili, né sono tenute al ripianamento delle perdite della BCE.

(Fonte: sitowww.ecb.europa.eu - Aggiornamento 1° gennaio 2015)

[6] Le autorità nazionali (le Zecche) si occupano invece del conio delle monete dell’euro.