«Un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista alle prossime generazioni», Monti cita De Gasperi: ma quale Paese prefigura per le prossime generazioni?

Partiamo dal paradosso più illuminante della nostra civiltà, la civiltà del petrolio: come ci difendiamo dal caldo generato dall’energia solare che arriva sulla Terra in questa torrida estate? Sempre utilizzando energia solare, ma non quella di oggi, bensì quella arrivata sul Pianeta centinaia di milioni di anni fa! Al caldo naturale rispondiamo immettendo nell’atmosfera nuovo calore, l’energia dei condizionatori (appunto quella giunta sulla Terra milioni di anni fa), e insieme l’anidride carbonica (CO2) conseguente alla sua combustione, gas serra che contribuisce a trattenere nell’atmosfera l’energia arrivata dal sole, riducendone sempre più la parte riflessa e reimmessa nello spazio, e accelerando così in maniera esponenziale la rottura di equilibri - il clima, il ciclo delle stagioni, gli ecosistemi - che la Terra aveva realizzato in miliardi di anni e che aveva esternato nell’infinita bellezza del suo essere.

Dal punto di vista energetico[1], semplice e secondo natura si presenta la soluzione: e la dà sempre l’energia del sole, ma quella che arriva oggi sul Pianeta. Basta solo impiegarla direttamente o indirettamente: non si aggiunge così nell’ambiente esterno, ovvero nell’atmosfera, alcun calore a quello naturale (interrompendo la spirale più caldo naturale - più calore aggiunto artificiale che crea ancora più caldo), e si contribuisce a ricreare la strada del ritorno dell’eccesso di calore nello spazio, per la minore emissione di uno dei gas che lo trattengono sulla Terra. Naturalmente, anche con l’impiego dell’energia solare, assume priorità assoluta l’attivazione di un percorso volto a definire un fabbisogno minimo di energia per la vivibilità del costruito, invertendo totalmente la filosofia che ha caratterizzato l’intera civiltà del petrolio, laddove l’antico sapere relativo alla protezione dal caldo e dal freddo dell’abitato è stato totalmente ignorato.

E’ difficile comprendere ciò? Penso proprio di no! Sicuramente lo comprende anche chi ha studiato alla Bocconi (e se ne intende perciò solo di spread, di interessi bancari e della centralità del mercato), così come lo comprendono i Grandi ovvero i super-potenti del mondo: perché lo comprende bene anche un bambino delle elementari, nella genuina naturalezza della voglia di conoscere e di sapere. E naturalmente il paradosso della risposta al caldo attuata aggiungendo nuovo calore per il raffrescamento è solo un esempio di un modello e di un sistema che palesemente stanno portando al collasso del Pianeta.

Il fallimento della Conferenza Rio+20[2], del tutto preannunciato sin dalla sua impostazione e dalle sue cosiddette finalità, dice invece drammaticamente all’umanità e al Pianeta che non si cambia rotta, che non vi è alcuna intenzione da parte del potere mondiale di modificare né il modello del rapporto dell’uomo con la natura, né il sistema economico, produttivo, sociale e di distribuzione delle risorse tra i diversi paesi e all’interno di ciascuno di essi.

Tutto cioè, a livello mondiale come nazionale e locale, continua come finora è stato: si continua a bruciare petrolio, gas e carbone, e a consumare in una filosofia di spreco di materia e di risorse. Si continua, in modo anzi accelerato, nelle città come nelle campagne a cancellare aree verdi e verdibili. Dall’Amazzonia al Madagascar, dal Borneo a Sumatra, dalle Alpi agli Appennini, si continuano a sottrarre alla biodiversità gli ormai sempre più residuali spazi del suo essere.

La tragedia è la crescente indifferenza rispetto a tutto ciò: cresce l’assuefazione e, diciamolo con franchezza, sempre più deboli sono la forza e la capacità di far sentire la necessità di un cambiamento radicale.

Lo spread[3] (l’ultima trovata del potere economico mondiale per riaffermare e rilanciare il suo dominio, incomprensibile alla quasi totalità di noi comuni cittadini e, fino alla nascita del governo Monti, totalmente ignorato nell’informazione di massa, mentre oggi divenuto quotidiana prima notizia), è immensamente più importante sia della crescente disoccupazione, del peggioramento radicale dello stato sociale, dell’abbandono dei valori e della memoria propri della civiltà dell’uomo (storia, cultura e arte), sia dell’aumento dei gas serra e della diminuzione dell’ossigeno nell’atmosfera, delle profonde mutazioni climatiche con l’impetuoso incremento delle temperature, della conseguente crescente penuria dell’acqua (il bene comune fondamentale per la vita del Pianeta), della pressante espansione della desertificazione, della perdita ulteriore della ormai già residuale biodiversità con il rischio di scomparsa di innumerevoli specie viventi, animali e vegetali, e della loro incomparabile bellezza.

Tutto ciò ci riporta direttamente al tema del titolo, cioè alla frase a effetto di Alcide De Gasperi, richiamata dal presidente del consiglio Monti a Mosca durante i colloqui con i vertici della Russia: «Un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista alle prossime generazioni.»[4] Intanto domandiamoci perché l’ha pronunciata: probabilmente perché allo stesso tempo si sente uno statista e perché ritiene di avere fatto e di continuare a fare azioni da grande statista, cioè scelte che definiscono l’identità, politica, economica, produttiva, istituzionale, culturale, sociale e - soprattutto nella realtà di oggi - ecologica dello Stato.

De Gasperi, di concerto principalmente con la Chiesa di papa Pio XII, con l’allora imponente imperialismo USA (in fase di espansione per l’affermazione del suo modello antitetico a quello del socialismo), con i grandi poteri economici, finanziari e del latifondismo (spesso di tipo malavitoso soprattutto al Sud[5]), aveva chiaro lo Stato che intendeva realizzare. Tuttavia, pur in un contesto di ferrea difesa del capitalismo e dei suoi interessi, assegnava allo Stato l’essenzialità insostituibile della spesa pubblica e della politica sociale; e, sia pure su un piano di principi (non certo di concreta volontà, come poi si è verificato con i vari sacchi delle città e del territorio in Italia), assumeva in un patto unificante costituzionale della Repubblica come opzioni fondamentali della sua identità la cultura e la tutela del paesaggio e del patrimonio storico-artistico.

Quello di Monti doveva essere un governo tecnico: naturalmente ciò non era assolutamente vero, e ora Monti lo dice sempre più apertamente, come appunto nel caso di questa dichiarazione sullo «statista che guarda alle future generazioni» e che prefigura l’identità dello Stato che intende realizzare, e che costituisce il mandato reale ricevuto dal potere economico-finanziario nazionale e internazionale dominante che l’ha posto al governo del Paese.

Finora Monti ha effettuato tutte le sue scelte, e le conseguenti manovre, come se a esse non fosse sotteso un unitario disegno generale: neppure questo naturalmente è vero! Le manovre si susseguono l’una all’altra, e ognuna - così ci viene detto - dovrebbe essere l’ultima; le motivazioni che le rendono necessarie sono molteplici e sempre diverse: dal debito pubblico allo spread e ai mercati che «non trovano pace». «La crisi è grave e non si arresta» è la consueta dichiarazione - addolcita a volte da «si comincia a vedere la luce fuori dal tunnel» - che serve a imporre nuovi decreti, nuove pesantissime scelte, che non vengono neppure più definite manovre, parola ormai troppo abusata, ma inventando nuove formulazioni, qualificate, tecnicizzate e giustificate dall’essere espresse in lingua non nazionale, preferibilmente anglosassone. Non sappiamo quale sarà la prossima denominazione: l’ultima manovra, recuperando un termine introdotto da Padoa Schioppa, ministro del governo Prodi, è stata chiamata spending review, ovvero revisione della spesa pubblica, ovvero un ulteriore violento attacco allo Stato Sociale, alle fasce più deboli della società (dai malati gravi agli studenti universitari fuoricorso) e alla democrazia stavolta istituzionale del Paese, con la cancellazione delle province sic et simpliciter, cioè senza alcuna riflessione e progettualità riguardo a una certo possibile nuova organizzazione dello Stato, democratica e funzionale ai bisogni dei cittadini.

Lo statista Monti dunque in che senso guarda allo stato delle future generazioni? Sarebbe bene che lo dicesse esplicitamente: anche perché la crisi finirà soltanto quando il potere economico e finanziario e il potere politico che lo sostiene, oggi rappresentato da Monti, decideranno che rispetto a tale nuovo Stato sono state create le condizioni necessarie e sufficienti per garantirne l’esistenza per un tempo epocale.

Mentre a Mosca Monti parlava delle future generazioni, nell’ambito degli incontri veniva firmato un accordo finanziario tra la compagnia russa Rosneft e l’italiana Eni per la ricerca di petrolio e di altre fonti fossili nel Mar Nero e nel Mare di Barents: il Mar Nero è un grandissimo mare interno, ricco di immensa biodiversità, dai delicatissimi equilibri, già oggi fortemente a rischio; il mare di Barents è parte del Mar Glaciale Artico, fino a poco tempo fa incontaminata area della Terra. Ci spiega Monti come questa ennesima violentissima aggressione al nostro Pianeta sia funzionale agli interessi delle future generazioni?

Non sappiamo se Monti esporrà mai l’idea del Paese che intende realizzare per le future generazioni: a giudicare dal silenzioso colpo di stato finora attuato il tutto appare quanto mai preoccupante. Vi è stato un abnorme arretramento rispetto al passato: i valori della natura e della biodiversità, della cultura, della storia, della solidarietà, tutto ciò che è di interesse pubblico, l’educazione e l’istruzione, la sanità, la ricerca, i servizi, i beni comuni, i diritti, la democrazia sono stati calpestati e svuotati di ogni qualità, peso e incidenza. Oggi contano soltanto il mercato (qualunque merce esso tratti, anche la più sporca e violenta), il capitale e tutto ciò che è di interesse privato, i grandi affari, nazionali e internazionali. Può essere questo, prefigurato da Monti e dal sistema di potere che l’ha posto al governo del Paese, il mondo delle future generazioni? La risposta della stragrande maggioranza del Paese è sicuramente No!

Come fare a tradurre questo No in un grande movimento per il cambiamento, in un’espressione politica capace di divenire maggioranza istituzionale e di governare in maniera radicalmente alternativa, resta la questione centrale del Paese.

Agosto 2012



[1] Non dal punto di vista globale: non certo indifferente, infatti, per l’equilibrio del clima e la tenuta dello scudo di ozono è l’effetto dei gas refrigeranti presenti nel sistema degli attuali condizionatori. 

[2] La Conferenza sullo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, nota anche come Rio+20, si è tenuta a Rio de Janeiro fra il 13 e il 22 giugno 2012, in occasione dei 20 anni dal Summit della Terra organizzato dall’UNCED (United Nations Conference on Environment and Development) nella città del Brasile.

[3] Con il termine spread (letteralmente in italiano differenziale) viene ormai comunemente indicata la forbice di differenza tra il rendimento offerto dal Btp (buono del tesoro poliennale) a 10 anni e quello del suo omologo tedesco, il Bund.                 

[4] La frase è attribuita ad Alcide De Gasperi, ma molto probabilmente egli la riprese da James Freeman Clarke, predicatore e politico statunitense: «A politician [...] thinks of the next election; a statesman of the next generation. A politician looks for the success of his party; a statesman for that of the country.» 

[5] Non dimentichiamo mai il rapporto politica-mafia emblematicamente sintetizzabile nella strage di Portella delle Ginestre del 1° maggio 1947.