Legge di stabilità: uno Stato senza potere mette a rischio anche natura e biodiversità

Si chiamava una volta legge finanziaria e per decenni, pur tra innumerevoli contraddizioni (prima fra tutte quella ambientale), aveva assicurato un forte progresso del Paese dalla catastrofe della Seconda guerra mondiale. Poi, per rispettare i parametri di Maastricht, nel linguaggio ufficiale dal 2003 venne già denominata legge di stabilità, pur conservando ancora sul piano politico, socio-economico e dei mass media la denominazione di legge finanziaria.

Nel 2010 Berlusconi, per dare il segnale della novità, la chiamò definitivamente legge di stabilità, ma conservò ancora i parametri di Maastricht. Ciò perché, pur con tantissimi (e cresciuti a dismisura) limiti, la Costituzione garantiva ancora un poco di pubblico. Con la legge costituzionale 20 aprile 2012 n. 1, la Costituzione italiana ha subito il più violento colpo di mano dalla sua nascita, con l’introduzione del principio dell’equilibrio delle entrate e delle spese, ovvero il cosiddetto pareggio di bilancio[1]: la legge finanziaria si è così trasformata definitivamente sotto ogni aspetto in legge di stabilità.

Non si tratta affatto di un semplice cambiamento di denominazione: legge finanziaria e legge di stabilità non sono la stessa cosa, giacché sono ispirate da due filosofie profondamente diverse e per certi versi opposte.

La legge finanziaria esprimeva gli obiettivi politici che lo Stato - certo in rapporto alla finanziabilità derivante dalle risorse disponibili, entrate più debito compatibile - si dava per la crescita e per la qualificazione della spesa pubblica (sanità, scuola, università, beni culturali, patrimonio pubblico, cultura, ambiente, politiche sociali e… purtroppo spese militari). Il pareggio del bilancio (ovvero le necessità finanziarie complessive per cogliere tali obiettivi) lo si realizzava aggiungendo alle entrate il debito pubblico compatibile. Il contrasto politico e ideologico tra le forze politiche era sull’intendere la crescita e la qualificazione della spesa pubblica e sugli interessi connessi.

La legge di stabilità ha invece l’obiettivo del rigido pareggio di bilancio e riduce drasticamente il potere economico e perciò politico dello Stato nelle scelte e nelle risposte sociali. Il paradosso è che allora la sinistra votava contro (dopo che aveva ottenuto comunque grandi risultati di sinistra, quale conseguenza di dure battaglie), perché le risposte del Governo e delle forze della maggioranza erano state inadeguate e insufficienti; oggi vota la legge di stabilità che fa arretrare pesantemente il Paese rispetto al pubblico e alle spese per una politica ecologista e di sinistra!

Facciamo subito una considerazione apparentemente banale, ma essenziale. La stabilità introdotta non ha nulla di assoluto, di duraturo, ma è quella dell’equilibrio tra entrate e uscite di ogni specifico anno. Siamo cioè davanti a un sistema nazionale e internazionale assolutamente non stabile: a che è servita quindi la sua introduzione? Soltanto alla mistificazione rispetto a un futuro percorso di certezza e di sicurezza che risultano invece totalmente assenti.

Minori sono dunque le entrate, minori sono le spese pubbliche. Vi è un primo processo a catena che sfugge a molti anche della sinistra (o lo si lascia sfuggire): più si riduce la spesa pubblica più diminuiscono le entrate, per tassazione, contributi e investimenti. Ciò vale naturalmente anche per l’occupazione e per la stessa decrescita del PIL. La naturale domanda che tutti ci dovremmo porre è: perché il presidente Monti e i suoi ministri non hanno mai fatto un resoconto della caduta occupazionale e della decrescita del PIL conseguenti al drastico taglio della spesa pubblica? E non si tratta certo di decrescita felice, perché essa interessa prevalentemente l’immateriale e il sociale.

Dunque, nel contesto di un discorso enormemente più complesso dai tantissimi significati e ovviamente interessi, possiamo dire che per ricreare spazi alla spesa pubblica occorre che crescano le entrate, dal privato.

Monti ha introdotto sfacciatamente - ovvero con bocconiana scienza - la sanità sostenibile. Non ha spiegato a nessuno, né nessuno glielo ha chiesto, che cosa intenda dire con tale espressione: sicuramente non quello che è stato per mezzo secolo l’obiettivo di tante forze sociali, democratiche e progressiste, e cioè la compiuta attuazione dell’articolo 32 della Costituzione: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività.» In tal caso avrebbe dovuto fare un grande piano nazionale per superare le innumerevoli (spesso gravissime) deficienze, in termini di disponibilità di servizio, di qualità e di efficienza, che di tale principio hanno comunque impedito la piena attuazione. La sostenibilità della sanità pubblica secondo Monti va invece in direzione esattamente opposta. Monti non dice di volerla eliminare o direttamente privatizzare - magari non lo pensa neppure! - ma sempre più la vuole impoverire, svilire, svuotare di contenuti, rendere non accostabile se non per disperazione o emergenza. Assicurazioni prima volontarie e con il tempo - perché no! - obbligatorie, disponibilità di danaro, sacrifici inimmaginabili, il ricorso a prestiti (anche con usura), possono rendere disponibili a chi ne ha bisogno le risorse finanziarie per ottenere quanto necessario per il diritto alla salute nello stesso servizio sanitario pubblico, che da insostenibile diventa sostenibile, e ancor di più nel privato, che diventa il riferimento certo e necessario. Ovviamente tutt’altra cosa è l’integrazione corretta di forme di privato in un efficiente e qualificato servizio pubblico. In che direzione le forze e i gruppi politici di sinistra, ecologisti, democratici e progressisti intendono andare? in quella di Monti e della sua stabilità o verso il loro contrario?

Quello che avviene ed è stato annunciato per la sanità è comune a tutto ciò che è pubblico, collettivo e sociale. Nei fatti se Monti dovesse proseguire con il suo programma ci dovremmo aspettare a breve l’università pubblica sostenibile, la scuola pubblica sostenibile, la cultura pubblica sostenibile, la solidarietà pubblica sostenibile, il patrimonio ambientale e storico-culturale sostenibile e così di seguito. Ho sempre detto che occorre abolire dal vocabolario del mondo ecologista e della sinistra il termine sostenibile per la grande doppiezza che esso esprime: ognuno lo definisce e lo interpreta secondo i propri fini e interessi!

Tutta la speranza, secondo Monti, starebbe nella cosiddetta crescita: ma in che cosa dovrebbero crescere il Paese e il mondo?

Un mercato floridissimo sicuramente c’è, ed è quello delle armi. Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute, nel 2010 le cento più grandi aziende produttrici del mondo hanno incassato 411 miliardi di dollari, dalle aziende USA alle italiane Fincantieri e Finmeccanica[2]. Si produce per consumare - ovvero per uccidere e distruggere - altrimenti perché si produrrebbe? E appunto i mercati e i consumi rispondono benissimo con tante guerre o focolai di guerra. Ma se questi dovessero rallentare, qualche crisi, grande o piccola, non la negherebbe nessuno, dagli USA alla Francia, dalla Gran Bretagna alla Germania per finire al nostro Paese, tutti pronti però a dichiararsi paesi di pace!

Se poi non tutto è commerciabile legalmente secondo convenzioni e leggi, lo si maschera con la dizione di criminalità organizzata nel traffico illecito di armi, soprattutto verso i paesi che non rispettano i diritti umani: si tratta di miliardi e miliardi di dollari, ma anche di evidenti ingentissime produzioni delle industrie di guerra. Per capire e intervenire basterebbe perciò il semplice controllo della produzione effettuata per verificare e fermare le commesse illecite della criminalità organizzata: altrimenti è chi governa che le consente, anzi implicitamente le richiede.

Dai vari governi e parlamenti che si sono succeduti mai una parola è stata detta per cancellare o almeno limitare la produzione e il consumo di armi. Dunque per Monti e soci, come per gran parte del Parlamento italiano, non va affatto bene la crescita di solidarietà, sanità, cultura, tutela della biodiversità e dell’ambiente, anzi bisogna perseguirne l’opposto cioè la decrescita; fa invece parte dello sviluppo sostenibile la crescita dell’industria delle guerre, delle distruzioni e della morte: questa è purtroppo l’ineludibile verità!

Quale crescita dunque Monti richiama e su quali risorse la propone? E’ la domanda alla quale mai ha dato risposta, demandando tutto al libero mercato e ai grandi capitali finanziari, nazionali e internazionali, creando e garantendo pienamente le condizioni per la loro affermazione. E i mercati, totalmente garantiti da Monti, fanno politica come nessuna forza o raggruppamento politico la può fare, sconvolgendo spread e indici finanziari (per poi farli rientrare) e affermando sostanzialmente che nulla si può fare che non sia consono ai loro interessi.

Uno Stato senza potere, retto dai mercati e dai grandi capitali finanziari, conseguentemente incapace e impotente ad affermare anche dichiarati contenuti di crescita, è di una pericolosità estrema.

Lo è sul piano della democrazia istituzionale: non conta niente ciò che il popolo potrebbe volere nell’interesse collettivo.

Lo è sul piano del benessere e del progresso sociale: solo il pubblico può essere interessato a essi, e non certo il capitale privato.

Lo è sul piano del rischio di degrado della natura, della biodiversità, dei valori della storia e della cultura. Monti, ancora in piena forma politica e istituzionale, è andato dai ricchissimi sceicchi del petrolio offrendo in svendita l’Italia: «Comprate, comprate, qui tutto è a buon mercato! Portate capitali e fate quello che volete!» Naturalmente il messaggio è stato inviato non solo agli sceicchi - che oggi sono comunque i più ambiti - ma a chiunque avesse danaro. Un tempo lo Stato comprava beni e valori e diventava ricco; oggi svende e diventa sempre più povero! Nella legge di stabilità come in quella per lo sviluppo, la svendita del pubblico patrimonio è asse centrale. Una volta si diceva di un nobile o di un ricco ereditiero, quando svendeva o impoveriva i suoi beni, che aveva scialacquato il patrimonio degli avi. Oggi solo per lo Stato ciò non vale, e nel silenzio si stanno svendendo autentici gioielli.

L’estrema debolezza di potere economico dello Stato accresce a dismisura il pericolo che le mani di potenti capitali finanziari si posino su siti archeologici, su monumenti, su musei, insomma sulla storia e sulla cultura del nostro Paese. Ma a rischio ancora più grande è ciò che resta nel nostro Paese della natura e della biodiversità, che verranno viste e trattate come grandi possibilità di investimento da rilanciare per il libero mercato.

La riattivazione alla massima intensità del ciclo del cemento e degli altri materiali da costruzione, anche quelli ecocompatibili, dalle Alpi alla Sicilia, sarà indicata come asse portante del rilancio economico e produttivo, della crescita del Paese, con la conseguenza di accrescere ulteriormente la grigia, mostruosa conurbazione senza confini, cancellando suoli agricoli e soprattutto delicati paesaggi, ambienti significativamente incontaminati, tuttora dall’immensa bellezza.

Verrà semplificata ogni procedura che può essere di ostacolo alla libera aggressione del territorio, cancellando o svuotando norme, pareri e vincoli che finora hanno creato qualche impedimento a tale saccheggio.

Questo immane rischio per il territorio, per l’ambiente, per la biodiversità e per la cultura, purtroppo è totalmente assente dal dibattito politico in atto, e l’ampio consenso delle forze politiche a quanto finora fatto da Monti fa presupporre o una forte sottovalutazione o addirittura una condivisione della questione. Con i grandi processi culturali, ideali, dell’associazionismo e dei movimenti, territorio, natura, biodiversità e cultura avevano acquisito immenso valore anche nella coscienza di massa: aggressione e degrado avevano subito un forte arresto. Ma con la radicalità impressa da Monti relativamente al primato assoluto dei mercati e dei capitali finanziari e all’asservimento totale a essi del potere economico dello Stato (rappresentato appunto dalla modifica costituzionale sulla stabilità) non è più così, e tali valori costituiscono gli elementi più fragili, più aggredibili dell’intero sistema economico-produttivo. Purtroppo disoccupazione, bisogni e povertà tendono a sintonizzarsi con gli interessi speculativi e di saccheggio del territorio, della natura e della biodiversità: alto è perciò il rischio di marginalizzazione e isolamento di battaglie, istanze, movimenti e associazioni che si muovono a tutela dei beni comuni nella consapevolezza del danno grave e irreversibile che viene generato da quella politica di saccheggio. Le stesse forze politiche che per loro natura e storia dovrebbero schierarsi in difesa di tali istanze, per preoccupazione elettorale fanno spesso il contrario o tendono a una mediazione che non cancella il nuovo pericoloso cammino.

Occorre perciò far emergere con chiarezza l’estremo pericolo che corrono oggi natura, ambiente, biodiversità, cultura e territorio.

Dicembre 2012



[1] La legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1, riscrive l’articolo 81 introducendo il principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale: «Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico. Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali.»

[2] Sono escluse dall’elenco le aziende cinesi di cui non sono noti i dati. Tra le aziende statunitensi figurano Lockheed Martin, Northrop Grumman, Raytheon Company, Oshkosh Corporation, ma anche aziende insospettabili come Honeywell e Hewlett Packard. L’italiana Finmeccanica risulta l’ottava azienda al mondo nel commercio di materiale bellico, con 14,41 miliardi di dollari di ricavi nel 2010 (58% del fatturato totale del gruppo), e con ben quattro filiali che se fossero aziende autonome avrebbero diritto a un posto tra le prime cento aziende belliche: Agusta Westland, Alenia Aeronautica, Selex Galileo e Selex Communications.