Destinato al fallimento ogni piano del lavoro alieno dalla rivoluzione delle economie emergenti e dalla limitatezza delle risorse

Se quella parte del codice di Hammurabi, che va dal paragrafo 88 al paragrafo 108, costituisce per l’economia attualissima sostanza di regole e di strumenti - dall’agente di vendita agli interessi, dalla svalutazione alla carta di credito (un poco più pesante perché costituita da una tavoletta di argilla) - la cuneiforme stele nel suo insieme esprime compiutamente l’attuale filosofia del pensare e dell’agire della società e della politica rispetto all’economia stessa: ovvero l’intoccabilità e la sacralità dell’attuale modello economico, perché di origine divina, come appunto la stele sulla quale il re Hammurabi è raffigurato in piedi, in atteggiamento di venerazione, mentre riceve dal dio solare della giustizia, Shamash, i simboli dell’autorità e quindi il potere delle leggi, quelle relative ai delitti e alle pene, e quelle dell’economia.

La bibbia dell’economia, e conseguentemente del modello di società, di sviluppo, di produzione e di lavoro, sta tutta in questa sacralità e intoccabilità. Da tale bibbia derivano i vecchi e nuovi comandamenti dello sviluppo legato alla crescita dei consumi (indipendentemente dalla loro identità, dalla limitatezza delle risorse e dalle conseguenze sulla biodiversità, sull’ambiente e sul clima), al pareggio del bilancio e alle conseguenti riduzione della spesa pubblica e vendita del patrimonio pubblico, alle privatizzazioni e alle liberalizzazioni, alla maggiore precarizzazione del lavoro e alla facilità dei licenziamenti, all’aumento dell’età pensionabile, alla riduzione dei costi della Pubblica Amministrazione e al suo impoverimento qualitativo, e, quale sintesi generale, alla credibilità del Governo (non solo nazionale) fondata sulla base del rispetto delle raccomandazioni della BCE (Banca Centrale Europea) che suggeriscono, ovvero impongono proprio le misure prima elencate.

Il mancato rispetto del comandamento delle raccomandazioni della BCE è per un paese il principale peccato mortale, e vengono prospettate, ovvero minacciate catastrofiche apocalissi già solo per deviazioni da esse.

Per tutto quanto avvenuto negli ultimi decenni in quella parte del mondo che per semplicità si può identificare con il gruppo del G7 (formato fino alla fine del secolo scorso dalle nazioni più industrializzate[1]), costante è stato il richiamo proprio al noumeno dell’apocalisse. Oltre l’attuale modello economico, produttivo, culturale e sociale non c’è altro che la catastrofe: è stato ed è questo il messaggio egemonico di tale blocco dominante.

Oggi esso è in crisi profonda, e quando parliamo di crisi parliamo sostanzialmente del mondo del G7. Ma l’esplosivo dirompente nuovo, che per molti aspetti sta scacciando il vecchio G7, parla e in che misura un linguaggio diverso, oppure riproduce, estendendoli profondamente, lo stesso modello e gli stessi egemonici interessi? Per il futuro dell’umanità e per il destino stesso del Pianeta la questione ha una centralità essenziale: invece per tanti aspetti essa resta del tutto marginale rispetto a ideologie, schemi, proposte e atteggiamenti… quasi del tempo della vecchia Guerra Fredda e del suo immediato superamento.

E’ di una complessità estrema l’analisi generale delle conseguenze di questo radicale cambiamento, oggi in fase di accelerata organizzazione. La quinta Conferenza dei Paesi BRICS[2], tenutasi nel marzo 2013 a Durban in Sud Africa, ha consolidato chiare linee di indirizzo e scelte, a partire dalla realizzazione di una propria imponente Banca di Sviluppo, che oggi - nessuno può affermarlo per il futuro quando i comuni interessi del sistema e della filosofia bancaria potrebbero prevalere - si pone in radicale competizione con il Fondo Monetario Internazionale e con la Banca Mondiale, gli organismi creati dopo la Seconda guerra mondiale e dominati dagli Stati Uniti e dall’Europa.

Il nuovo scenario mondiale vede come protagonisti non solo gli attuali soggetti del BRICS, ma anche paesi considerati ancora sottosviluppati, come Turchia, Indonesia, Messico, Nigeria, Corea del Sud e Vietnam: tutti paesi le cui economie stanno crescendo a ritmo sostenuto e che aspirano a giocare un ruolo importante nelle relazioni internazionali.

E’ soprattutto la centralità del dollaro e delle economie a esso legate che viene messa in discussione, il che apre appunto scenari fortemente nuovi per quanto riguarda la quantità e la qualità delle risorse, i luoghi di produzione e i mercati. Ciò non è in antitesi con quanto affermato nell’incipit del saggio di Bruna Ingrao Povertà e sottosviluppo - la geografia della fame: «Agli inizi del 21° secolo il mondo contemporaneo è un universo di disuguaglianze estreme.» Anzi tale concetto risulta ancora di più accentuato, perché il drammatico esito di tali nuovi scenari non può che essere l’ulteriore aggravamento della povertà per la gran parte dell’umanità, con l’emergere di modelli economici competitivi ma, nei contenuti, del tutto similari al modello del vecchio G7.

Naturalmente è giusto, giustissimo, mettere in discussione e in crisi l’egemonia del vecchio G7, con il suo sfruttamento globale e il suo agire per migliorare esclusivamente le condizioni di vita dei propri paesi: lo era certo anche prima, soprattutto sul piano dell’etica universale, oggi lo è immensamente di più. E’ di fondamentale importanza, infatti, nell’interesse di ciascuna persona e di ciascun paese agire globalmente per l’intera umanità, per il pianeta e per la biodiversità.

L’impetuoso emergere delle nuove economie mette in crisi gli USA e gli altri paesi dell’area del G7 - compresa ovviamente l’Italia - nella politica di rapina delle risorse di altri paesi, in uno scambio ingiusto e impari, essenziale per mantenere uno stile di vita e un’impronta ecologica nettamente superiori alle disponibilità del proprio territorio. Da procacciatori di debiti pubblici quale fonte di sfruttamento, oggi tali paesi sono proprio dai debiti soverchiati[3]: grande è il rischio che si rivolti contro di essi tutto ciò che hanno fatto e continuano a fare come sfruttamento nei confronti dei paesi più deboli.

La questione è centrale ed è la vera essenza dell’attuale crisi: i paesi dell’area del G7 ridefiniranno uno stile di vita rapportato alla compatibilità delle risorse del proprio territorio o cercheranno con la forza del passato, identificabile negli immani armamenti, di mantenere l’attuale condizione? Se ciò dovesse avvenire il rischio dell’apocalisse non sarebbe certo remoto, per la natura degli armamenti oggi esistenti nel mondo.

Ma l’emergere delle nuove economie significa, nell’attuale modello economico e produttivo, nuovo abnorme consumo di risorse, materia, energia e territorio.

L’ultima rilevazione del NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration degli USA) relativa al valore della CO2 nell’atmosfera, che supera le 400 ppm (parti per milione), è stata una notizia di gran lunga meno importante rispetto a ciascuna delle tante vicende personali di Berlusconi: eppure tale notizia dovrebbe allarmare tutti oltre ogni misura, giacché tale valore è pari a quello dell’atmosfera della Terra di 3 milioni di anni fa, con la differenza che allora il nostro Pianeta era tutto un letto d’amore dagli infiniti colori per la meravigliosa congiunzione della CO2 con i raggi solari e per la loro metamorfosi in vita, mentre oggi diviene sempre più una monotona, amorfa grande crosta di cemento, inertizzata nel creare nuova vita, surriscaldata dai raggi solari entropizzati in calore perché incapsulati proprio dalla CO2. Già grandissimi sono i segnali valanga dell’effetto serra, a partire dai ghiacciai che scompaiono, riducendo così la riflessione dei raggi solari nello spazio, con la loro trasformazione in surriscaldamento che accresce lo scioglimento dei ghiacci e conseguentemente il surriscaldamento in un irreversibile catastrofico processo, preludio dell’apocalisse.

I predetti valori di 400 ppm di CO2 rilevati dal NOAA sono sicuramente destinati a crescere vertiginosamente anche se non dovesse aumentare l’attuale consumo di combustibili fossili, per il semplice fatto che i gas serra nell’atmosfera hanno vita lunga, per cui tutte le nuove emissioni che giorno per giorno vengono prodotte, giorno per giorno si sommano alle precedenti, incrementandone sempre più i già insostenibili valori. Molti accordi tra i paesi emergenti riguardano lo sfruttamento e la commercializzazione delle residue risorse di fonti fossili nel mondo, dal gas siberiano al petrolio iraniano. E’ facile immaginare quale apocalisse si prospetta per il clima del Pianeta, se una nuova saggezza universale non porta da un lato alla progressiva rapida decrescita energetica dal fossile da parte del G7 verso un nuovo modello fondato sul solare e sulle fonti rinnovabili, e dall’altro i nuovi paesi emergenti a rinunciare a fare lo stesso percorso del G7, orientandosi da subito verso tale nuovo modello energetico. Analoghe considerazioni si possono fare per quanto riguarda l’immane movimentazione della materia del Pianeta.

Ma l’apocalisse delle apocalissi sta nel rischio della completa cancellazione della biodiversità: se tutto quanto avvenuto con il mondo del G7 continua e se il nuovo emergente attua gli indirizzi dichiarati e i conseguenti programmi realizzativi, possiamo affermare - senza possibilità di essere smentiti - che il Pianeta andrà in coma irreversibile.

Tutto purtroppo sembra andare nella direzione di rendere l’intera superficie della Terra funzionale all’economia, alla produzione e alla crescita, massacrandone natura e vita.

Il dato più grave è l’assenza di un vero organismo internazionale capace di dare al mondo il quadro reale della catastrofe in atto e dotato del potere reale di intervenire per impedirla. Gli organismi internazionali da decenni preposti, dall’UNEP (United Nations Environment Programme) al UNDP (United Nations Development Programme), dalla FAO (Food and Agriculture Organization of the United Nations) all’UNESCO (United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization), sono stati e sono apparati sostanzialmente inutili, pleonastici, di facciata, sperperatori di pubbliche risorse internazionali. Il nuovo organismo per la gestione sostenibile della biodiversità, l’IPBES (Intergovernmental science-policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services), ormai costituito da più di un anno, appare sempre più come l’ennesimo carrozzone che si aggiunge a quelli preesistenti. Dove sono difatti le analisi, le osservazioni, i documenti, le vertenze sulle catastrofiche conseguenze delle scelte fatte sia dalle grandi multinazionali sia dai singoli paesi riguardo agli immani interventi programmati in sacrari ancora oggi vivi della natura o in aree residuali di tutela, nonché riguardo ai colossali furti di terra e alle monoculture energetiche e OGM?

La grande rete della comunicazione informale e in itinere del volontariato è la sola vera fonte della conoscenza dell’apocalisse, la voce dell’umanità che a essa si oppone. L’immagine messa in rete da Salviamo la Foresta del cucciolo di elefante pigmeo della Malesia che cerca di rianimare la madre avvelenata per realizzare piantagioni di palma è di una tristezza infinita e riassume il destino della biodiversità in Africa come in Amazzonia, in Asia e in Oceania come nelle residuali aree dell’Italia e dell’Europa.

Vi è infine da considerare la profonda rivoluzione dell’economia mondiale che ovviamente tutti conosciamo, che viviamo in ogni aspetto e in ogni momento della nostra vita quotidiana, ma che sistematicamente viene oscurata: i paesi emergenti costituiscono la centralità dei luoghi della produzione, mentre diventano luoghi di consumo quelli che prima erano i luoghi della produzione: una rivoluzione - irreversibile per l’Italia e per il vecchio mondo del G7 - che nel tempo, in una filosofia di economia capitalistica e consumistica, non potrà che spostare produzione e sfruttamento di uomini e natura in nuovi paesi emergenti allorché in quelli attuali cresceranno coscienza e diritti.

E’ all’interno di tale bibbia di economia capitalistica e consumistica che il sistema di potere cerca di combattere l’apocalisse, assolutamente non nel suo immane rischio reale, ma nella sua identità etimologica di scoprire ciò che è nascosto[4], ovvero le sue sempre più crescenti insostenibilità e profonda ingiustizia.

In Italia, le analisi e le proposte dei governi che si succedono ormai da decenni sono tutte dentro questa bibbia, completamente aliena da ogni riflessione sulla rivoluzione delle economie emergenti, sull’aumento spaventoso dei rischi per il Pianeta e sulla limitatezza crescente della disponibilità delle risorse. E così l’attuale governo Letta, unitamente al coro di tante potenti forze sociali ed economiche, ci sta inondando di bugie sul lavoro, per rilanciare un modello e un sistema intrinsecamente destinati al fallimento, per tutto quanto prima detto: da una parte l’idea del sacco del residuo territorio libero da cemento e dall’altra la distribuzione a pioggia di risorse economiche alle imprese, senza alcuna analisi sul come e sul cosa producono e per chi, né conseguentemente sugli stessi spazi di mercato nazionale ed estero.

Qualcuno può veramente credere che sia possibile in tal modo dare risposta alla fondamentale domanda di lavoro che viene dal Paese e attivare la sua rinascita?

Affrontare tale questione con coraggio, senza paura alcuna di essere isolati e accusati di remare contro, con la chiarezza dell’analisi e degli obiettivi e con al centro proprio il Piano del lavoro per tutti, è questa la sfida reale per il cambiamento - tuttora fondamentalmente mancante - per ogni soggetto politico e sociale che si ispira ai valori dell’ecologia e della sinistra, della democrazia e della partecipazione: un Piano del lavoro per tutti che non può che avere genesi e vita nell’identità di un nuovo umanesimo nella Civiltà del Sole e della Biodiversità.

Maggio 2013



[1] Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Germania, Giappone, Francia e Italia. 

[2] Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa. I paesi facenti parte del BRICS si propongono di costruire un sistema commerciale globale attraverso accordi bilaterali che non siano basati esclusivamente sul petrodollaro.

[3] Nel 2011 il debito pubblico degli USA ha raggiunto il 100% del PIL, quello dell’Italia ha superato il 120%, quello del Giappone il 200%, laddove il Brasile ha il 54%, l’India il 52%, la Cina il 44%, la Russia il 9%.

[4] Il termine apocalisse deriva dal greco ἀποκάλυψις (apokalypsis), composto di apó (da) e kalýptein (nascosto); significa un gettar via ciò che copre, un togliere il velo, letteralmente scoperta o disvelamento. Nella terminologia della letteratura del primo Ebraismo e Cristianesimo, indica una rivelazione di cose nascoste da Dio a un profeta scelto.