Che cosa è la guerra?

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dice: «Non siamo entrati in guerra. Siamo impegnati in un’operazione autorizzata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu.» Franco Frattini e Ignazio La Russa[1] all’unisono rassicurano che l’Italia sta compiendo missioni umanitarie (ovvero a favore dell’umanità). Pier Luigi Bersani sottolinea che l’intervento è necessario e legale: «Necessario per impedire un massacro dei civili e legale perché avviene in seguito alle deliberazioni dell’Onu.» Alla fine dell’ennesimo telegiornale con tali dichiarazioni, la mia nipotina di dieci anni mi chiede: «Nonno, ma allora che cosa è la guerra?» Preso alla sprovvista le rispondo che «la guerra è quando buttano le bombe atomiche, e muoiono milioni e milioni di persone, di animali, di insetti, di fiori e piante, e la Terra viene avvelenata per tanti e tanti anni».

Comincio a riflettere e mi rendo conto che questa definizione dimensionale dell’identità della guerra starebbe a significare ciò che assolutamente non è: cioè che non sono state guerre tutte le guerre finora combattute e note, da quella di Troia (quando le armi erano frecce, lance e spade, e lo scudo era quello di bronzo descritto da Omero e non quello spaziale degli USA) alla Seconda guerra mondiale (conclusa con le bombe nucleari sganciate su Hiroshima e Nagasaki), guerre fatte con micidiali e potentissimi cannoni, siluri, aerei, navi e bombe convenzionali.

Mi sono finalmente ripreso dallo sgomento dell’improvvisa domanda e ho cercato di spiegarle che tutto quello che sta avvenendo in Libia e verso la Libia[2], e che già è avvenuto e avviene in tanti altri paesi del mondo è la guerra. La si vuole chiamare guerra santa o guerra giusta - ma certamente non è ne l’una né l’altra, e quali guerre sono poi realmente sante e giuste? - ma non la si può chiamare diversamente dal suo nome, e cioè guerra. Altrimenti che cosa è la guerra per il Presidente della Repubblica e per tutti gli altri prima indicati?

Con gli stessi, identici, drammatici contenuti di raid, lanci di bombe, distruzioni e morti, ciò che vale per giustificare l’intervento è la denominazione che a esso si dà. Lo si può chiamare in ogni modo, con qualsiasi trasgressione e invenzione linguistica - bombe che dissuadono, operazione militare con qualche errore di fuoco amico, missione micidialmente armata ma portatrice di pace e di giustizia - ma non guerra. Perché se si usasse tale orribile denominazione - dichiarata ovviamente del tutto aliena a ogni volontà, coscienza e morale sia di chi governa che di gran parte dell’opposizione - si dovrebbe necessariamente convenire che operazioni come quella in essere sono in contrasto con la nostra Costituzione, l’atto fondante della nostra Repubblica, di cui è garante proprio il Presidente della Repubblica: con l’articolo 11 infatti «l’Italia ripudia la guerra». Il ripudio è qualcosa di molto di più del semplice rifiuto, è condanna morale e giuridica. L’Italia può fare solo guerra difensiva, come recita l’articolo 52: «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino.» Ma da che cosa dobbiamo difendere la nostra Patria rispetto ai fatti che sono successi e succedono in Libia? Chiaramente e totalmente da nulla. Non possiamo perciò in alcun modo giustificare le scelte fatte dall’Italia come difesa della patria. Né possiamo trovare la motivazione - peraltro consueta in tutti gli ormai innumerevoli e crescenti interventi armati del nostro paese in altri paesi - nell’appartenenza a un’alleanza, perché la Costituzione non è subordinata o condizionata ad alcuna alleanza o patto internazionale e ogni azione internazionale deve essere sempre coerente e rispettosa di essa.

Rispetto a tutto il passato, compresa anche la Seconda guerra mondiale, vi è un dato, tragico, profondamente mistificatore e ingannatore, che spesso ci sfugge e che ci fa apparire il nostro tempo dal dopoguerra a oggi sostanzialmente liberato dalla guerra: oggi gli interventi militari, di qualunque entità e violenza siano, si fanno senza neanche più il rispetto degli ultimatum e della dichiarazione di guerra. (Ma l’hanno fatto finanche Hitler e Mussolini!) L’ONU, o meglio il Consiglio di Sicurezza dell’ONU approva una Risoluzione: o la si ignora, come è avvenuto innumerevoli volte, oppure ognuno (ogni Capo di Stato potente) è autorizzato a leggerla come vuole e ad agire di conseguenza secondo i propri specifici interessi, senza appunto doversi preoccupare di dichiarare guerra, e di apparire come l’aggressore. Il presidente francese Sarkozy ha bombardato senza tregua Tripoli partendo da basi militari concesse dall’Italia: prevedeva questo la Risoluzione dell’ONU? Assolutamente no! E’ stata fatta una risoluzione di condanna verso la Francia e l’Italia (per il sostegno logistico dato), per aver aggredito in difformità dalla risoluzione ONU un altro stato, fatto che dovrebbe essere considerato di gravità estrema? Ancora assolutamente no! E prima ancora della Risoluzione dell’ONU, è stato posto un ultimatum o ancor di più avviata un’iniziativa politico-diplomatica per un accordo tra le parti in lotta? No, per il semplice fatto che tutta l’iniziativa francese era direttamente mirata all’intervento armato, da non chiamare guerra ma attuazione della Risoluzione dell’ONU.

E’ difatti chiaro che cosa non è e che cosa invece è l’intervento armato sulla Libia: non è certo la difesa della popolazione civile, perché tra l’altro le bombe sono state sganciate soprattutto a Tripoli, ben lontana dalla popolazione civile di Bengasi e delle altre città governate dai ribelli: gli abitanti di Tripoli non sono civili da proteggere?

Impossibile è anche il solo pensare di poter convincere che si tratta di sostegno a un movimento democratico, quando uno dei due leader del Consiglio Nazionale di Transizione (l’attuale governo provvisorio di Bengasi) è l’ex ministro della giustizia di Gheddafi, Mustafa Abdel Jalil[3], colui cioè che attuava o proponeva a Gheddafi le disumanità di cui Gheddafi stesso è accusato, e che se il mondo ha capito bene costituiscono il casus belli dell’intervento armato in Libia.

Se si ha la volontà di farlo, non possono sfuggire invece a nessuno gli evidenti interessi connessi alla violenza dell’intervento armato. Proviamo a evidenziarne alcuni, ma naturalmente ce ne possono essere diversi altri.

La risoluzione ONU viene decisa e l’attacco alla Libia viene attuato quando nel mondo sta crescendo in maniera acutissima la preoccupazione per la catastrofe della centrale nucleare di Fukushima[4]. Con l’intervento armato i riflettori mondiali si spostano dall’immane pericolo del nucleare, anche per le centrali già esistenti, alla Libia. Il nucleare passa in secondo ordine, e i drammatici fatti che si stanno verificando in Giappone diventano notizie di secondo piano, salvaguardando così per quanto possibile le future opzioni e gli interessi collegati. Quali sono i paesi più interessati a tale operazione? La risposta è semplice: Francia, Gran Bretagna, USA, come Russia e Cina (che non pongono il veto alla risoluzione ONU), cioè i paesi più nuclearizzati e più esposti all’onda di preoccupazione popolare contro il nucleare; e, non ultima, l’Italia di Berlusconi, che è il paese che più sta investendo anche in termini di immagine sul nucleare.

Le armi, come tutte le merci, devono essere consumate perché si crei il mercato: quale occasione migliore di una crisi come quella libica per svuotare gli arsenali interni e quelli di un paese che potrà poi ricomprare pagando con merce pregiatissima, come gas naturale e petrolio? E non sono ancora USA (sì purtroppo anche gli USA di Obama che tante speranze aveva suscitato), Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania, Russia e Cina, i paesi più coinvolti in questo immondo mercato della morte? Non è forse questo mercato un’occasione importantissima per dare respiro alle economie in profonda crisi, rilanciare la produzione e far cresce i PIL, gli indicatori del benessere dei paesi?

Creare un dittatore, un despota, un criminale dell’umanità, fino a poco tempo fa amico di molti dei paesi della nuova Santa Alleanza, generare il Bene e il Male in un paese e presentarsi come l’interprete e il difensore del Bene non è forse estremamente utile a chi vuole recuperare immagine e credibilità in profondo declino, da Sarkozy a Obama, da Berlusconi alla Merkel, come hanno dimostrato anche le recenti elezioni?

Lo scontro interno tra i belligeranti chiaramente si ha quando non vi è più convergenza di interessi, e cioè sulla futura gestione dei pozzi di petrolio e dei giacimenti di gas e degli immani investimenti che si intendono fare sull’altra sponda del Mediterraneo: ed è questo lo scontro tra Francia, Gran Bretagna, Italia e Germania, con gli USA che osservano per guidare i propri vitali interessi.

Per le catastrofi ambientali e la distruzione della biodiversità, per la violenza degli interventi, per la qualità e quantità delle armi usate, per le vittime umane generate, per le ragioni che la stanno generando, per gli interessi che la promuovono, se questa non è guerra, che cosa è la guerra, quella che la nostra Costituzione ripudia? E’ la domanda centrale che non può essere sempre sistematicamente elusa, ogni volta che distruzione e morte, nel fariseo linguaggio di aiuto alla popolazione civile, partono dal nostro Paese. E’ la domanda che poniamo innanzitutto al Presidente della Repubblica, che - ripetiamo - è il garante primo della Costituzione.

Un paese - o meglio i suoi rappresentanti eletti con le forme della democrazia temporalmente coniugate - può anche globalmente imbarbarirsi e ritornare a scegliere la guerra come mezzo per risolvere le vertenze internazionali o molto più correttamente per sostenere i propri interessi vitali (in tal senso Bush era quasi più trasparente di Obama), ma dovrebbe avere la coerenza di scriverlo nella propria identità nazionale, cioè nella Costituzione.

Se mai ciò dovesse avvenire in Italia, chi lo facesse sarebbe sempre più lontano dal sentire e dal pensare della gran parte del popolo italiano, molto più vicino a Lucrezio nell’Inno a Venere nell’introduzione al De Rerum Natura che non a tali governanti:

«Tanto più concedi, o dea, eterna grazia ai miei detti.

E fa che intanto le feroci opere della guerra

per tutti i mari e le terre riposino sopite.

[…]

E chiedi, o gloriosa, una placida pace per il Mondo[5].»

Marzo 2011



[1] Nel 2011 rispettivamente Ministro degli affari esteri e Ministro della difesa nel governo Berlusconi IV.

[2] L’intervento militare in Libia del 2011 iniziò il 19 marzo a opera di alcuni paesi autorizzati dalla risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che aveva istituito una zona d’interdizione al volo sul paese nordafricano ufficialmente per tutelare l’incolumità della popolazione civile dai combattimenti tra le forze lealiste a Mu’ammar Gheddafi e le forze ribelli nell’ambito della prima guerra civile libica. Gli attacchi, inizialmente portati avanti autonomamente dai vari paesi, furono poi unificati sotto l’operazione Unified Protector, a guida NATO. La coalizione si espanse nel tempo fino a comprendere 19 stati. I combattimenti sul suolo libico tra il Consiglio Nazionale di Transizione e le forze di Gheddafi cessarono nell’ottobre 2011 in seguito alla morte del Rais; la NATO cessò le operazioni il 31 ottobre.

[3] Mustafa Abdel Jalil è stato capo di stato ad interim della Libia, dopo la morte di Muammar Gheddafi e l’insediamento del Consiglio Nazionale di Transizione come governo provvisorio, e fino alla sua dissoluzione l’8 agosto 2012. 

[4] Il disastro della centrale nucleare di Fukushima Dai-ichi si è verificato a seguito del terremoto e maremoto del Tōhoku dell’11 marzo 2011. Nei giorni immediatamente seguenti al maremoto è avvenuta la fusione dei noccioli dei reattori 1, 2 e 3, con un accumulo del materiale fuso alla base dei vessel (recipienti in pressione). La maggior parte della contaminazione è di natura sotterranea: per prevenire il surriscaldamento di noccioli e piscine di stoccaggio, è necessaria una continua immissione di acqua di raffreddamento che si disperde nel sottosuolo, attraverso le crepe aperte dal terremoto. È ancora incerto quale tipo di percorso possa seguire la massa d’acqua radioattiva attraverso le falde freatiche della regione: di certo in gran parte si riversa continuamente in mare, mentre una parte si diffonde nell’entroterra. La contaminazione durerà ancora per un imprecisato numero di anni. L’incidente è stato classificato dall’Agenzia per la sicurezza nucleare e industriale del Giappone al grado 7, il massimo grado della scala, finora raggiunto solo dal disastro di Chernobyl. La gestione dell’incidente da parte della TEPCO è stata caratterizzata da reticenza, menzogne e abbandono della popolazione locale al suo destino; anche il Ministero dell’Energia giapponese è stato accusato di aver nascosto molti dati.

[5] «Per i Romani» nel testo originale.