La gravità del veto USA alla nascita dello Stato della Palestina e la necessità di una nuova ONU

Il veto annunciato dagli USA al Consiglio di Sicurezza dell’ONU sul riconoscimento della Palestina quale stato sovrano[1] - il 194esimo riconosciuto e ammesso all’ONU - se è di estrema gravità rispetto alla specifica, ma estremamente importante questione dello storico, conflittuale rapporto tra Israele e il Popolo palestinese, allo stesso tempo richiama ancora una volta la necessità assoluta e urgente di una nuova organizzazione mondiale degli stati, che superi radicalmente l’attuale ONU con le sue regole e imposizioni.

Il veto, o anche il solo suo annuncio, con il conseguente condizionamento rispetto ad altri paesi membri del Consiglio di Sicurezza, esprime l’identità di fondo che caratterizza purtroppo, dalla fine della Seconda guerra mondiale, la politica estera USA in Medio Oriente, condizionata da Israele, indipendentemente dal fatto che ci siano i Democratici o i Repubblicani al governo del paese. Il veto, che peraltro fa seguito a quello del febbraio scorso relativo al blocco di nuovi insediamenti di coloni a Gerusalemme Est, ridimensiona fortemente Obama come uomo del rinnovamento, uomo di pace, come il Premio Nobel che nel giugno del 2009 in un discorso ufficiale al Cairo dichiarò: «La situazione per il Popolo palestinese è intollerabile. L’America non volterà le spalle alla legittima aspirazione palestinese alla dignità e all’opportunità di avere uno stato.» E che ancora il 23 settembre 2010 all’Assemblea Generale della Nazioni Unite affermò: «Quando torneremo qui tra un anno avremo raggiunto un accordo che porterà a un nuovo membro delle Nazioni Unite, uno Stato palestinese indipendente e sovrano che viva in pace con Israele.»

La creazione dello Stato della Palestina è fondamentale per la pace in Medio Oriente. Con la richiesta di uno stato sovrano compreso entro definiti confini, quelli del giugno del 1967, i Palestinesi riconoscono l’esistenza, nella regione del Vicino Oriente compresa tra il mare Mediterraneo e il fiume Giordano, di un altro stato sovrano, appunto Israele. Chiunque abbia a mente la storia della conflittualità tra Israele e Palestina e voglia realmente la pace, sa bene che i confini del 1967, quelli appunto di prima della Guerra dei sei giorni[2], sono gli unici compatibili con la reciproca accettazione dell’altro stato. La proposta di tali confini, con Gerusalemme Est capitale dello Stato palestinese, è in realtà una precisa proposta di pace fatta dall’Autorità Nazionale Palestinese a Israele, perché in rottura con ogni storica rivendicazione da parte del Popolo palestinese, a partire dalla profondamente ingiusta Risoluzione 181 dell’Assemblea Generale dell’ONU del 1947[3]. La gioia manifestata a Ramallah, a Nablus, a Hebron, a Jenin e alla Porta di Damasco di Gerusalemme Est a seguito della richiesta dell’Autorità Palestinese attesta come sia condivisa e accettata, dalla stragrande maggioranza del Popolo palestinese, questa volontà di pace.

Il veto USA e l’opposizione di Israele a questa proposta di pace assumono purtroppo una valenza tutta opposta: l’obiettivo - non dichiarato ufficialmente se non dall’estrema destra israeliana, ma spesso sotteso anche alla politica e all’azione di governi a guida laburista - del Grande Israele ovvero dello Stato di Israele come Terra Promessa estesa sull’intera Palestina o, più limitatamente, l’obiettivo dell’occupazione costante e progressiva, con insediamenti di colonie, di territori all’interno dei confini dello Stato palestinese, da contrattare in un confronto finale sulla pace come parte dello Stato di Israele. Più si ritarda la pace, più vengono occupate aree dello Stato palestinese. Uno stato sovrano, Israele, non deve invece più occupare militarmente un altro stato sovrano, la Palestina, né creare in esso propri insediamenti, quelli dei coloni, che appunto più passa il tempo più diventano ostacolo insormontabile per la pace.

A ogni tavolo internazionale di trattativa Israele e Palestina devono stare con pari diritti e dignità e non l’uno come stato sovrano e l’altro come popolo occupato, come se vi fosse stata una guerra tra i due stati e lo stato vincitore e occupante fosse Israele. Se già da anni la Palestina fosse stata riconosciuta come stato sovrano, sicuramente molti processi e percorsi di pace sarebbero in fase assai più avanzata, giacché sia la Palestina che Israele avrebbero avuto allo stesso tempo la sicurezza di confini certi e la consapevolezza dell’impossibilità, storicamente determinata dal reciproco riconoscimento, di scacciare o sottomettere l’altra parte. La pace nel mondo ha nella nascita di un autonomo e sovrano Stato palestinese un passaggio obbligato.

Ma, come detto, il veto USA ha anche un significato politico più generale: è compatibile, è giusto, è accettabile da parte degli stati e dei popoli di oggi l’ordine mondiale stabilito dopo la fine della Seconda guerra mondiale? Cina, Francia, Gran Bretagna, Russia e USA, le grandi superpotenze vincitrici, possono stare al di sopra della comunità internazionale degli stati, dettando e imponendo regole e vincoli su questioni fondamentali che riguardano il futuro dell’umanità? Ciò vale anche per le armi nucleari: tali cinque superpotenze sono legittimate ad avere e sviluppare, senza alcun controllo internazionale, arsenali atomici, con un TNP (Trattato di Non Proliferazione) che riguarda tutto il resto del mondo, ma che non può imporre il loro disarmo. E’ estremamente necessario e giusto cercare di imporre lo stop all’Iran, alla Corea del Nord e a tutti quei paesi che in maniera più o meno segreta fabbricano armamenti nucleari: ma come è possibile ciò quando altri stati lo fanno e hanno il diritto internazionale di farlo?

Nell’organo esecutivo dell’ONU, il Consiglio di Sicurezza, Cina, Francia, Gran Bretagna, Russia e USA sono membri permanenti e hanno il diritto di veto: ovvero 188 paesi del mondo non possono decidere nulla che sia in contrasto con gli interessi e la volontà anche di uno solo di questi cinque paesi! Questo fu deciso appunto durante la prima Conferenza internazionale delle Nazioni Unite a San Francisco nel giugno del 1945, 66 anni fa! Difficilmente è rintracciabile nella storia un trattato postbellico (non diciamo di pace) che abbia avuto una tale durata.

Per ben 279 volte il diritto di veto è stato utilizzato e, se si va ad analizzare nello specifico, emerge come esso sia stato usato senza scrupolo alcuno, con spregiudicatezza estrema, oltre ogni limite, da tutti e cinque i paesi aventi tale diritto: dalla Cina per il Tibet e per calpestare i diritti umani nel proprio paese, dalla Francia per il Ciad e per altri stati africani, dalla Gran Bretagna per le isole Malvine, dalla Russia per la Cecenia, dagli USA addirittura per stragi come quelle di Sabra e Shatila, solo per citare alcuni emblematici casi di crimini contro l’umanità.

E’ evidente che non può essere questa - formalmente e strutturalmente ingiusta - Organizzazione della Nazioni Unite a garantire pace, giustizia, libertà, disarmo nucleare, salvezza del clima e tutela della biodiversità. Quella attuale è purtroppo una ONU incapace di promuovere solidarietà, reali aiuti umanitari, rispetto e pari dignità tra le culture, le religioni e le etnie, e di prevenire catastrofi ambientali: è una ONU spesso portatrice di guerra, di morti, di violenze, di distruzioni, forte e potente con i deboli, debole e impotente con i potenti.

Naturalmente la comunione dei popoli e degli stati del mondo e l’organizzazione di tale comunione sono una questione fondamentale: il cambiamento dell’ONU e la natura di tale cambiamento sono decisivi per il futuro dell’umanità e dello stesso Pianeta.

Nel vocabolario della natura, eterno e veritiero, cui vogliamo sempre riferirci, nessuna cosa o evento, anche il più infinitesimo, è inutile e insignificante e ciascuno di essi incide sul tutto. Ciò vale anche per la sensibilità, l’impegno e l’azione che ciascuno di noi, nella sua piccola identità o come insieme di tante volontà, svilupperà rispetto a eventi di portata mondiale, quali il riconoscimento del libero, sovrano Stato della Palestina e il necessario profondo cambiamento dell’ONU.

Ottobre 2011



[1] Il 23 settembre 2011 il presidente palestinese, Abu Mazen, presentò al segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, la domanda formale per l’ammissione a pieno titolo della Palestina quale stato membro delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti immediatamente annunciarono il loro veto in sede di Consiglio di Sicurezza. L’ambasciatore Usa al Palazzo di Vetro Susan Rice dichiarò infatti: «Dobbiamo tutti riconoscere che l’unica strada per creare uno stato è attraverso negoziati diretti, senza scorciatoie.» Successivamente l’Autorità Palestinese verrà riconosciuta quale stato non membro osservatore permanente presso l’Assemblea delle Nazioni Unite (risoluzione del 29 novembre 2012).

[2] La Guerra dei sei giorni (5-10 giugno 1967) fu combattuta tra Israele da una parte ed Egitto, Siria e Giordania dall’altra. Fu una rapida e totale vittoria israeliana. Al termine del conflitto Israele aveva conquistato la penisola del Sinai e la Striscia di Gaza all’Egitto, la Cisgiordania e Gerusalemme Est alla Giordania e le alture del Golan alla Siria. L’esito della guerra, la condizione giuridica dei territori occupati e il relativo problema dei rifugiati influenzano pesantemente ancora oggi la situazione geopolitica del Medio oriente.

[3] Il 29 novembre 1947, il Piano di partizione della Palestina elaborato dall’UNSCOP (United Nations Special Committee on Palestine) fu approvato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (Risoluzione 181 dell’Assemblea Generale). Tale Piano, destinato a risolvere il conflitto fra ebrei e arabi, scoppiato già durante il Mandato britannico della Palestina, proponeva la partizione del territorio palestinese fra due istituendi stati, uno ebraico e l’altro arabo, con Gerusalemme sotto controllo internazionale. Il rifiuto di questo Piano da parte dei paesi arabi, come pure il deterioramento delle relazioni fra ebrei e arabi in Palestina, condusse alla Guerra arabo-israeliana del 1948-49.