Per un Comunismo Ecologico, per un’Ecologia Comunista

 

Scenari

Nella politica, ma anche nella cultura, nell’economia e nella filosofia, appare evidente e fortemente crescente un oscuramento della dimensione e della portata, per il futuro dell’umanità e della stessa Terra, delle grandi questioni dell’ecologia, nella sua accezione più complessiva. Frequenti sono, invece, evocazioni ed enunciazioni di nuclei separati di essa, finalizzate ad affermare mastodontici interessi economici, mentre le scelte reali vanno ancora più di prima in direzione opposta.

Eppure lo scenario è quello della possibile catastrofe, dell’infarto ecologico del Pianeta: possibile se si continua nella direzione finora seguita, reversibile se si fa una profonda inversione rispetto a essa. La possibile catastrofe risulta fin troppo evidente analizzando alcune questioni di carattere globale.

Partiamo dall’energia, che costituisce l’essenza di tutti i modelli di vita e di consumo, dei processi di produzione e di trasformazione. Ancora più che sul dato numerico, riflettiamo sull’ordine di grandezza per avere chiaro il significato di quanto è avvenuto e sta avvenendo. Dal dopoguerra a oggi, in maniera fortemente crescente, nel mondo il consumo di energia di un anno supera l’energia accumulata per via fossile in un milione di anni, ovvero in alcuni decenni si è consumata l’energia che la Terra aveva accumulato in un’intera era geologica. Lo stesso dato, letto in un’altra maniera, ci dice che dal dopoguerra a oggi l’energia consumata è superiore all’intera energia consumata dall’uomo nell’intero corso della sua esistenza.

Se partiamo da questo dato emerge con chiarezza il grande limite della discussione sul surriscaldamento del Pianeta, imputato ai gas dell’effetto serra - ovviamente fenomeno reale - e non alla quantità di energia in assoluto consumata, insopportabile per un sistema finito qual è la Terra. Il dato dell’imputazione al solo effetto serra è funzionale alla conservazione dell’attuale modello di sviluppo economico e produttivo, perché sta a significare che l’eliminazione dell’effetto serra con l’utilizzo di altre fonti di energia risolve il problema del surriscaldamento del Pianeta e dà giustificazione teorica e ambientalista allo sviluppo di affari immani e ad altissimo rischio legati al cosiddetto nucleare civile[1].

Ma dove viene consumata tanta energia? Se poniamo il consumo pro capite del Canada e degli USA pari a 100, in Italia esso risulta 40, mentre nel Bangladesh e negli altri 48 paesi più poveri del mondo esso è pari a 3! Una profonda ingiustizia che, è evidente, richiama tre possibili soluzioni:

- il mantenimento della situazione attuale con ogni mezzo, anche aggressione e guerra, contrapposto alla rivendicazione di paesi e popoli di una diversa condizione di vita e di sviluppo;

- l’ulteriore aumento del consumo energetico mondiale, insopportabile per il pianeta;

- una drastica riduzione degli sprechi e dei consumi nei paesi ricchi a vantaggio di quelli poveri, unitamente naturalmente alla promozione e allo sviluppo di fonti rinnovabili. (La piena accettazione del protocollo di Kyoto da parte degli USA sarebbe solo un piccolo passo in tale direzione.)

Quanto detto per l’energia vale integralmente per la «massa di materiali movimentati attraverso il mondo, la tecnosfera degli oggetti fabbricati e usati»[2], come è definita molto efficacemente da Giorgio Nebbia: un vero sradicamento, un cambiamento profondo della natura stessa della crosta terrestre, realizzatosi non nel corso di millenni o secoli, ma nell’arco di pochi decenni.

L’abnorme consumo di energia e di risorse materiali porta per la gran parte dell’umanità non benessere, ma profonda miseria.

La possibile catastrofe per l’umanità e per il Pianeta sta nelle conseguenze della politica sugli armamenti nucleari seguita dal dopoguerra a oggi dai paesi di diritto nucleare secondo il TNP (Trattato di Non Proliferazione), USA, Federazione Russa, Gran Bretagna, Francia e Cina, e da alcuni altri paesi abusivamente nucleari, Israele, India, Pakistan, forse Corea del Nord e Sud Africa. Bombe nucleari sono presenti anche in molti altri paesi alleati dei paesi di diritto nucleare. In Italia, ad esempio, vi sono almeno 90 bombe atomiche nelle basi NATO di Aviano e di Ghedi Torre, con una potenza pari a 900 volte quella che ha distrutto Hiroshima. Anche qui esistono tre possibili scenari:

- la conservazione con ogni mezzo, compresa la guerra, dell’attuale rischiosissimo equilibrio del terrore;

- l’aumento del numero dei paesi e degli armamenti nucleari legittimati dal diritto all’autodifesa, con una conseguente crescita esponenziale e irreversibile del rischio dell’azione di non ritorno;

- il disarmo nucleare e batteriologico universale, scelta di garanzia per l’intera umanità.

La perdita della biodiversità è la catastrofe già in atto per la natura e per l’umanità. Le specie viventi, animali e vegetali, e i loro habitat si riducono e scompaiono a un ritmo incessante, sempre più crescente, fino a mille volte quello di non più di mezzo secolo fa, portando a un mondo sempre più grigio, senza vita, luci e colori. L’80% delle foreste che in un passato non lontano coprivano il Pianeta sono state distrutte; solo dal 1990 al 2005 la Terra ha perduto il 3% del suo territorio forestale totale, e ancora oggi ogni settimana viene distrutta un’area della dimensione del Lussemburgo: tutto ciò per le grandi speculazioni e i profitti colossali delle multinazionali delle monoculture, dei pascoli e del legno, con il massacro e la cancellazione di ogni preesistente valore. Analogamente, la globalizzazione dei modelli di vita ha distrutto e distrugge culture, linguaggi, tradizioni e identità, che l’umanità aveva creato nei millenni della sua esistenza, spingendo la persona umana a identificarsi sempre più nel robot del consumismo.

Continua a crescere a dismisura, esponenzialmente, lo squilibrio tra la popolazione umana e quella delle altre specie viventi, spostando la vita sempre più nella forma uomo a danno degli altri esseri viventi.[3]

Questa è la realtà storicamente determinata. Si può discutere sull’uso del termine catastrofe, soprattutto sulla distanza che ci separa da essa, ma gli elementi che possono determinarla sono tutti totalmente incontestabili:

- la possibile distruzione del mondo, almeno così come finora è stato;

- l’impetuosa dilatazione della seconda natura, cioè della natura trasformata dall’attività dell’uomo;

- l’impoverimento delle risorse e degli habitat, e la contestuale abnorme produzione di rifiuti di ogni specie che vengono lasciati in eredità alle generazioni future;

- la profonda ingiustizia tra i diversi paesi e l’immane miseria di miliardi di uomini;

- la perdita della ricchezza di cultura, identità e creatività dell’Homo sapiens, massificato e globalizzato.

La domanda che ne consegue è: perché si è arrivati a questa condizione di possibile catastrofe e come ci si può salvare da essa?

 

Temi d’analisi

Sia pure scolasticamente, l’analisi da sviluppare[4] riguarda chiaramente sia i sistemi politici ed economici che hanno governato i processi dello sviluppo delle forze produttive dall’inizio della rivoluzione industriale a oggi (per semplificare nell’Ottocento e nel Novecento) e hanno avuto egemonia di pensiero e di cultura, sia il che fare per il futuro in rapporto alle idealità e alle finalità che si vogliono perseguire, all’orizzonte verso cui si vuole guardare.

Pur con gli enormi limiti di un’estrema riduzione, semplificazione e sintesi, possiamo dire che i due modelli base di confronto, da cui sono derivate una moltitudine di diverse esperienze, sono stati quelli del Capitalismo e del Comunismo (nell’evoluzione del pensiero e dell’azione fondante del marxismo).

Per la sua intrinseca essenza, il rapporto del Capitalismo con la natura e le sue risorse[5] non può che essere di uso privatistico, fino all’aggressivo sfruttamento, finalizzato al profitto e alla crescita del capitale. La natura di fondo di tale rapporto non è affatto cambiata oggi e tocca beni essenziali, patrimonio inalienabile della collettività, quali il mare e i litorali, l’acqua e finanche lo spazio fisico in cui ci si muove, cioè l’etere! «Thomas Müntzer[6] dichiara insopportabile che tutte le creature siano diventate proprietà, i pesci nell’acqua, gli uccelli nell’aria, le piante sulla terra: anche la creatura dovrebbe diventare libera.»[7]

Il dato di riferimento della crescita dei singoli paesi per l’economia mondiale è il PIL (prodotto interno lordo). Nella concezione dell’economia capitalistica tutto fa crescita, anche la produzione di armi e di sostanze tossiche e nocive, e le morti e le stragi conseguenti, a spese di qualsivoglia consumo di natura e risorse. La rivoluzione anche per il sistema capitalistico sarebbe quella per cui i principali indicatori della crescita di un paese divenissero la qualità della vita di tutti i cittadini e la tutela e il recupero dei beni ambientali, storici e culturali[8].

Un dato è certo: l’attuale ordine economico mondiale non può dare soluzione alle grandi questioni della possibile catastrofe prima indicate[9].

Nel 1844 il Pianeta, il suo ambiente, i suoi immensi valori e le sue risorse erano ancora sostanzialmente integri e in gran parte ancora sconosciuti, e non esisteva certo né crisi né questione ecologica (almeno in confronto a oggi), e solo una grandissima intuizione delle conseguenze che il processo industriale avviato avrebbe potuto avere e un profondo amore per l’umanità e la natura potevano far scrivere al giovane Marx (nei Manoscritti Economico-Filosofici) che «la società [comunista] è l’unità essenziale, giunta al proprio compimento, dell’uomo con la natura, la vera resurrezione della natura, il naturalismo compiuto dell’uomo e l’umanismo compiuto della natura»: ovvero il fondamento e la definizione del programma politico di una vera sinistra ecologista alternativa oggi.

Il pensiero ecologista di Marx è sintetizzato, sempre nei Manoscritti, nel celebre passo sulla natura, corpo inorganico dell’uomo: «Le piante, gli animali, le pietre, l’aria, la luce [...] costituiscono una parte della vita e dell’attività umana. [...] La natura è il corpo inorganico dell’uomo, precisamente la natura in quanto non è essa stessa corpo umano. Che l’uomo viva della natura vuol dire che la natura è il suo corpo, con cui deve stare in costante rapporto per non morire. Che la vita fisica e spirituale dell’uomo sia congiunta con la natura, non significa altro che la natura è congiunta con se stessa, perché l’uomo è una parte della natura.» Inaccettabili e prive di senso sono le critiche che spesso vengono portate al marxismo ecologista dei Manoscritti, in quanto si tratterebbe ancora di una fase idealista ed hegeliana del pensiero di Marx e non sostanza del materialismo storico che ha determinato la successiva storia. A tutti noi, all’umanità, non possono che interessare i contenuti del suo messaggio e non astruse, astratte disquisizioni formali.

Marx, d’altra parte, sviluppa ulteriormente tale impostazione ecologista, coniugando in maniera indissolubile il parallelismo, se non proprio l’identità, della categoria dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo (in un sistema capitalistico) sulla natura, predicendo, unitamente a Engels, questioni (spesso però mere enunciazioni) della massima attualità. Il diritto delle generazioni future, tanto conclamato oggi (sempre a parole), è espresso in maniera emblematica nell’altro celebre passo del Capitale: «Dal punto di vista di una più elevata formazione economica della società, la proprietà privata del globo terrestre da parte di singoli individui apparirà così assurda come la proprietà privata di un uomo da parte di un altro uomo. Anche un’intera società, una nazione, e anche tutte le società di una stessa epoca prese complessivamente non sono proprietarie della Terra. Sono soltanto i possessori, i suoi usufruttuari e hanno il dovere di tramandarla migliorata come boni patres familias, alle generazioni successive.»[10]

Il concetto di miglioramento si coniuga perfettamente con l’idea di lavoro in una società comunista, non più sfruttamento, estraniazione, alienazione, ma compiuta realizzazione della persona umana nella crescita dei valori della stessa umanità e della natura.

Nel 1863 George Perkins Marsh pubblicava L’Uomo e la Natura: ossia la superficie terrestre modificata per opera dell’uomo[11]. Nella prefazione all’edizione originale egli scrive: «Lo scopo del presente libro è quello di indicare la natura e, approssimativamente, l’estensione dei cambiamenti indotti dall’azione dell’uomo nelle condizioni fisiche del globo che abitiamo; mostrare i pericoli che può produrre l’imprudenza e la necessità di precauzione in tutte quelle opere che in grandi proporzioni s’interpongono nelle disposizioni spontanee del mondo organico e inorganico: suggerire la possibilità e l’importanza del ristabilimento delle armonie perdute, e il miglioramento materiale di regioni rovinate ed esaurite; e illustrare incidentalmente il principio che l’uomo è tanto nel genere quanto nel grado, una potenza di un ordine più elevato che non sia qualunque altra forma di vita animata che al pari di lui si nutre della generosa natura.» Un concetto di immensa profondità che è il fondamento proprio del lavoro di Engels in Dialettica della Natura - Parte avuta dal lavoro nel processo di umanizzazione della scimmia: «L’animale si limita a usufruire della natura esterna e apporta a essa modificazioni solo con la sua presenza, l’uomo la rende utilizzabile per i suoi scopi modificandola: la domina. Questa è l’ultima essenziale differenza tra l’uomo e gli altri animali ed è ancora una volta il lavoro che opera questa differenza. Non aduliamoci troppo tuttavia per la nostra vittoria umana sulla natura. La natura si vendica di ogni nostra vittoria. Ogni vittoria ha infatti in prima istanza le conseguenze sulle quali avevamo fatto assegnamento; ma in seconda e in terza istanza ha effetti del tutto diversi, imprevisti, che troppo spesso annullano a loro volta le prime conseguenze.» E continua così con una serie di esempi[12].

 

Riferimenti storici. Attualità e prospettive

La storia delle esperienze dei partiti e degli stati comunisti ha però seguito l’impostazione ecologista di Marx ed Engels? La risposta globale non può che essere chiaramente no! Né si può negare che tali partiti e stati abbiano contribuito in maniera decisiva all’attuale disastro ecologico, a volte superando il modello capitalistico. Vi è stato un costante allontanamento, un divario sempre più crescente tra le scelte concrete delle esperienze del cosiddetto Comunismo reale e l’essenza ecologista del pensiero di Marx e di Engels.

Certo ancora nella fase di fondazione dello Stato Sovietico, la natura, sia pure nella riduzione consumistica di bene popolare da preservare e moltiplicare (termine sicuramente molto più ambiguo di migliorare), è ben presente. Lenin stesso, che pure fece alcuni pesantissimi interventi per attivare il processo accelerato di elettrificazione, elaborò di persona i principi fondamentali sull’utilizzazione delle risorse naturali e firmò 94 decreti e deliberazioni riguardanti la difesa della natura e la sua utilizzazione. Su sua iniziativa furono approvate la legge fondamentale Sulle foreste, quella Sulla protezione dei pesci e degli animali del Mare Glaciale Artico e del Mare Bianco, quella Sulla protezione dei monumenti naturali dei parchi e dei giardini, e furono istituiti sei parchi nazionali. Dopo Lenin la politica di tutela ambientale dell’URSS, sia prima della guerra che dopo, è stata decisamente inesistente, espressa forse in maniera emblematica dalla spettrale figura di Breznev. La giustificazione politica è la totale, necessaria competitività con il modello occidentale: il voler dimostrare di non essere inferiori in ogni campo, dalla tecnologia agli armamenti.

Nei paesi del Comunismo reale il modello di sviluppo resta identico a quello occidentale, anzi lo insegue e diviene di conseguenza subalterno e perdente. Nella gara fra i due blocchi da una parte vi è la naturale teoria economica di riferimento, la dinamicità del Capitalismo, il mercato, dall’altra l’incompatibilità teorica del modello economico e produttivo, il formalismo, la rigidità, il grigiore dell’apparato e del funzionariato, la necessità dell’apparire e della propaganda rispetto all’essere. Indubbiamente anche nel pensiero di Marx ed Engels è presente il grande limite di non aver posto esplicitamente per la rivoluzione comunista un modello di sviluppo alternativo o anche diverso rispetto a quello capitalista: la lotta tra Capitalismo e Comunismo è nel dominio delle forze produttive e nel valore di uso delle merci.

Nel pensiero di Marx, tuttavia, il valore di uso delle merci costituisce la precondizione, la naturale premessa per un diverso modello produttivo, giacché l’uso delle merci, dovendo essere funzionale all’uomo e non allo scambio e al capitale, ha insita la necessità di migliorare globalmente la qualità della vita e il diritto delle generazioni future. Marx nella Critica del Programma di Gotha (1875) evidenzia poi che la natura è la fonte del valore d’uso. Il limite del pensiero di Marx ed Engels relativo all’assenza della diversità dei modelli di sviluppo tra società capitalista e comunista è, potremmo dire, un dato storicamente determinato, giacché le risorse del Pianeta al loro tempo erano praticamente intatte, e l’aggressione alla natura era comunque limitata, localizzata e reversibile.

Quanto sopra detto, ovviamente, non sta minimamente a significare una denigrazione, rispetto al modello USA (per schematizzare i due blocchi), dell’ex URSS (Unione Sovietica), a cui tanti di noi per molti anni hanno fatto riferimento ideale, ma intende evidenziare i limiti di una via politica che non poteva portare a una Società Comunista e doveva risultare perdente rispetto al Capitalismo.

L’assenza dell’idea di un modello di sviluppo diverso dal Capitalismo ha oggi conseguenze tragiche in Cina, dove lo sfruttamento dell’uomo (il grande apparato del Partito) sull’uomo e dell’uomo sulla natura raggiunge livelli inimmaginabili anche nel mondo occidentale: la persona umana non vale niente, la natura e l’ambiente sono sottoposti al saccheggio e al degrado più sfrenato. L’internazionalizzazione di questo sfruttamento, grandemente apprezzata e sostenuta dal Capitalismo, dall’economia e dalla politica, costituisce nuova linfa vitale per lo sfruttamento del lavoro in Occidente.

In Italia il Partito Comunista ha seguito la cultura e il modello sovietici dello sviluppo. Il pensiero e le grandi lotte di emancipazione e di liberazione del Comunismo Italiano, da Gramsci a Togliatti fino allo stesso Berlinguer, non sono stati sostanzialmente coniugati con quelli per la tutela della natura, delle risorse, contro l’inquinamento. Il termine sostanzialmente sta a significare una forte semplificazione e riduzione per il ragionamento complessivo sulla realtà storica: l’inserimento nella Costituzione Italiana, alla cui realizzazione in maniera decisiva contribuirono i comunisti, della tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico (articolo 9) è, ad esempio, significativamente rilevante, così come molte battaglie urbanistiche, quale ad esempio quella contro il sacco della città di Napoli ai tempi del laurismo.

Ma il dato della distanza del Comunismo italiano dall’ecologia e dai problemi ambientali è ineludibilmente vero. Il piano energetico della fine degli anni ’70 - inizio anni ’80, con un imponente sviluppo del nucleare, non solo ebbe il consenso del PCI ma fu da esso fortemente richiesto, e chi si opponeva era «un piccolo borghese con la pancia piena» che non si comprendeva perché stesse o volesse stare nel PCI. Analogamente erano bollate, o considerate almeno fastidiose, le posizioni contro l’inquinamento dell’industria e dell’agricoltura e contro impianti e installazioni che portavano a profonde alterazioni della natura. La stessa questione dell’amianto veniva fortemente sottovalutata, e venivano considerate quali incompatibili eresie posizioni culturali che ponevano criticità sulla scienza e sulla tecnologia e sulla loro neutralità, o ancora posizioni animaliste e antivivisezioniste: per i puristi e i teorici tali posizioni risultavano in contrasto con il pensiero di Engels.

Ma già prima il movimento del ’68, con la critica globale al modello di sviluppo dell’Est come dell’Ovest, poi il Rapporto sui Limiti dello Sviluppo del Club di Roma nel 1972, la materializzazione di esso con la crisi petrolifera seguita alla guerra del Kippur nel 1973, le piogge acide, le tragedie di Chernobyl e di Seveso, le morti per amianto, il drammatico stato dei mari e dei fiumi, il surriscaldamento del Pianeta e tutto quanto in precedenza ho richiamato, pongono in profonda crisi la divaricazione profonda e insanabile realizzatasi in un secolo e mezzo tra Comunismo reale e Società Comunista, così come ad esempio definita da Marx nei Manoscritti.

 

Comunismo ecologico ed ecologia comunista

Altro che fine del Comunismo, come il sistema economicista e capitalista annuncia e vorrebbe! La salvezza del mondo dalla possibile catastrofe richiama la necessità proprio di un nuovo ordine mondiale costruito sull’idea e sui valori di una Società Comunista. Dopo la crisi o, secondo un’interpretazione diversa, dopo l’esaurimento della spinta propulsiva del Comunismo reale, la questione centrale teorica e del programma politico è la ridefinizione dell’essere reale, possibile, di questa Società Comunista.

Herbert Marcuse[13], nel famoso incontro organizzato dal Comitato studentesco della libera Università di Berlino Ovest nei giorni dal 10 al 13 luglio del 1967, parlò di fine dell’utopia, fine cioè intesa come concretezza storica della realizzazione, e perciò compimento della stessa utopia di una nuova società umana, delineata sostanzialmente ed efficacemente come «idea di una nuova antropologia concepita non solo come teoria ma anche come modo di vita, il sorgere e lo svilupparsi di vitali bisogni di libertà, dei bisogni vitali di una libertà non più fondata sulla (né limitata dalla) scarsità dei mezzi e sulla necessità del lavoro estraniato, ma capace di esprimere lo sviluppo dei bisogni umani qualitativamente nuovi»: superamento del regno della necessità, radicato oggi nel mondo ancor più che nel ’68 nonostante le tecnologie avanzate e il consumo enorme di risorse, e attuazione del regno della libertà sono invece la necessaria utopia di una nuova umanità.

La critica centrale al ’68 sta probabilmente proprio nell’utopia di essere arrivati al traguardo e di non avere più necessità della stessa utopia.

La società comunista da realizzare deve costituire l’utopia per l’umanità, nel senso generale dell’orizzonte delle idealità, dei valori e del conseguente concreto cammino da seguire, cioè il programma politico. Io penso che dopo la crisi del vecchio Comunismo, con la caduta del Muro di Berlino, si sia generato il grande vuoto proprio nella direzione di questa prefigurazione del grande Orizzonte. Sulla crisi ecologica e sulla crisi del Comunismo si sono sviluppate solo esperienze politiche di piccolo potere, sostanzialmente ininfluenti, subalterne e inadeguate, per forza e programma, a condizionare le fondamentali scelte del Paese. Ciò vale sia per l’area verde (il Sole che ride), contingentemente per l’estrema pochezza dei contenuti e strutturalmente per l’indifferenza rispetto alla natura del sistema economico e politico generatore della crisi ecologica, sia per l’area rossa (Rifondazione Comunista e Partito dei Comunisti Italiani), assente rispetto alla costruzione di un progetto e di un programma ecologista e comunista alternativo al modello oggi dominante e rispetto all’attuazione di una possibile mediazione e governabilità sulla base di esso. La Sinistra Arcobaleno[14] è nata e continua a essere una mera necessaria aggregazione elettorale, pur avendo apparentemente in essa sia la componente rossa sia quella ecologista. La questione difatti non è quella di avere componenti rossa e verde, ma la piena, totale acquisizione storica dell’identità, per causa ed effetto, dello sfruttamento della natura e dell’uomo, e conseguentemente dell’intrinseca identità tra Ecologia e Società Comunista.

L’orizzonte di un Comunismo Ecologico e di un’Ecologia Comunista è l’intrinseco, eccelso motore di idealità, finalità e programmi per la fine di ogni forma di imperialismo, sopraffazione e violenza, per il disarmo nucleare e batteriologico generalizzato, per una filosofia epicurea[15] dei consumi, per l’impiego di risorse locali e rinnovabili e per il loro totale riciclo, per il lavoro quale processo di arricchimento dell’umanità, per la territorialità dei modelli di produzione e lavoro, per istituzioni decisionali che siano espressione compiuta della partecipazione dei cittadini[16], per la piena tutela della biodiversità, sia quella naturale sia quella dei valori creati dall’uomo nel percorso della sua storia: il Comunismo Ecologico e l’Ecologia Comunista costituiscono essenza fondamentale e necessaria per un pensare nuovo dell’umanità.

Mi piace chiudere questo contributo con la Considerazione di un giovane sulla scelta del proprio avvenire (1835):

«La guida che ci deve soccorrere nella scelta d’una condizione è il bene dell’umanità, la nostra propria perfezione. Non si obietti che i due interessi potrebbero contrapporsi l’un l’altro [...] la natura dell’uomo è tale che egli può raggiungere la propria perfezione individuale solo agendo per il perfezionamento e il bene dell’umanità.»

Questo giovane era Karl Marx.

Febbraio 2008



[1] Si veda lo scritto Nucleare: le ragioni del NO.

[2] Giorgio Nebbia, Ma davvero non avevano capito niente? (1995) 

[3] Si vedano, per un maggiore approfondimento degli argomenti sopra esposti, lo scritto Per un mondo di pace: il contributo di un volontario dell’ecopacifismo e lo scritto L’insostenibilità dello sviluppo sostenibile con particolare riferimento ai paragrafi L’insostenibilità per la disponibilità delle risorse e L’insostenibilità di «Crescete e moltiplicatevi».

[4] Il percorso scolastico, anche semplicistico, della mia riflessione è essenziale per la conclusione del mio ragionamento sul Comunismo oggi necessario, conclusione diversa da altri riferimenti di ispirazione marxista-leninista.

[5] L’analisi approfondita del rapporto tra sviluppo capitalistico, forme nuove dell’imperialismo, mercato e crisi ecologica è essenziale per capire i contenuti e i caratteri della crisi stessa e soprattutto l’impossibilità da parte dell’attuale sistema dominante di dare a essa risposta organica e globale. La scelta da me fatta è quella di proporre postulati necessari per il completamento del pensiero.

[6] Thomas Müntzer (1489-1525), pastore tedesco della Riforma, comunista cristiano o cristiano comunista (mia definizione), fu uno dei capi della rivolta contadina in Germania nel 1525, decapitato. In un passo della sua opera Confutazione ben fondata del 1524 scrisse: «Guarda, i signori e i principi sono l’origine di ogni usura, d’ogni ladrocinio e rapina, essi si appropriano di tutte le creature: dei pesci dell’acqua, degli uccelli dell’aria, degli alberi della terra (Isaia 5,8). E poi fanno divulgare tra i poveri il comandamento di Dio: “Non rubare”. Ma questo non vale per loro. Riducono in miseria tutti gli uomini, pelano e scorticano contadini e artigiani e ogni essere vivente (Michea 3,2-4); ma per costoro alla più piccola mancanza c’è la forca.»

[7] Karl Marx, Sulla questione ebraica (1844).

[8] Si veda lo scritto La necessità di nuovi indicatori di un’economia che nasce dall’ecologia. 

[9] Il Capitalismo, nella fase attuale del suo sviluppo, in molti paesi ha piena consapevolezza del rischio ambientale che minaccia la sua stessa esistenza e cerca perciò di dare soluzioni tecnologiche, che spesso o vanno nella direzione di un diverso modello produttivo o comunque diminuiscono o rallentano i danni ambientali. La concretezza di un programma comunista-ecologista ha interesse a confrontarsi con tali soluzioni anche nella proposizione di esse.

[10] Non è stata ancora sviluppata - e sembra quasi un tabù farlo - una riflessione sull’omogeneità tra questo passo del Capitale e l’interpretazione biblica della Genesi relativa alla custodia anziché al dominio della Terra da parte dell’uomo, interpretazione che costituisce la genesi stessa del pensiero ecologista cristiano, con riferimento principale a San Francesco. Sarebbe invece di massimo interesse, anche teorico, approfondire tale questione.

[11] Il libro Man and Nature è un’opera di grandissimo interesse per l’ecologia e per la tutela della biodiversità. In esso Marsh, illustrando le trasformazioni operate dall’uomo sull’ambiente naturale, giunse a presagire - e fu uno dei primi a farlo - che l’uomo può mettere a repentaglio la sua stessa sopravvivenza su questo pianeta.

[12] Una critica condivisibile che viene rivolta a Engels riguarda alcuni aspetti della dichiarata inconciliabilità del socialismo scientifico con la cultura e la sensibilità animalista, e quindi la quasi ridicolizzazione degli antivivisezionisti, dei vegetariani, dei medici naturisti, ecc. Tale posizione ha creato per un lungo percorso storico una barriera insormontabile tra il Comunismo e una significativa parte del mondo ecologista. Riguardo a Engels un altro aspetto di analisi critica è l’assunzione quasi fideistica della positività della scienza.

[13] Il pensiero di Herbert Marcuse (1898-1979), intrinsecamente anti-autoritario, rispecchiava la volontà di cambiamento radicale che animava la protesta dei giovani in tutto il mondo occidentale; il suo rifiuto di ogni forma di repressione, il suo secco no alla civiltà tecnologica (in entrambe le declinazioni liberal-capitalistica e comunista-sovietica), lo resero il filosofo del grande rifiuto verso ogni forma di repressione.

[14] La Sinistra l’Arcobaleno (detta comunemente Sinistra Arcobaleno) fu una lista formatasi per le elezioni politiche del 2008 dall’accordo tra quattro partiti: il Partito della Rifondazione Comunista (PRC), il Partito dei Comunisti Italiani (PdCI), la Federazione dei Verdi e Sinistra Democratica (SD). La lista, nata nel dicembre 2007, si poneva come obiettivo l’unificazione in un’unica formazione politica dei partiti a sinistra del neonato Partito Democratico (PD). Alle elezioni politiche del 2008 la Sinistra Arcobaleno, al di sotto di ogni previsione, si attestò attorno al 3% dei voti, non superando le soglie di sbarramento e non eleggendo dunque nessun rappresentante né alla Camera né al Senato.

[15] Sul pensiero di Marx grandissima influenza ha il materialismo di Epicuro: la sua tesi di laurea ha per tema la Differenza fra la filosofia della natura di Democrito e quella di Epicuro. La felicità contrapposta allo sfrenato consumismo è una parte essenziale del pensiero di Epicuro.

[16] In questa fase storica di forte arretramento della rappresentatività democratica istituzionale, andrebbe condotta una grande battaglia politica e culturale. Ho cercato di dare un contributo sull’importante questione con lo scritto Il vocabolario della natura quale fondamento del nuovo sistema elettorale italiano.