L’insostenibilità dello sviluppo sostenibile

 

Il tema centrale, l’obiettivo aggregante di ogni programma elettorale di destra come di centro-sinistra, in Italia e in Europa, in Giappone come negli USA, nei paesi cioè a economia capitalistica, sia pure con contenuti, accenti, obiettivi e interessi profondamente diversi, è sempre lo stesso: rilanciare i consumi, più crescita, più sviluppo, riferendosi a una maggiore produzione di beni materiali. Contestualmente (anche se oggi molto meno pure rispetto a un recente passato) si promettono ecologia, tutela ambientale, interventi radicali contro i mutamenti climatici e il surriscaldamento del Pianeta, lotta alla povertà e alla fame nel mondo.

Nella realtà l’economia del potere mondiale ignora l’ecologia e si fonda totalmente sul mercato e su regole proprie autonomamente create e definite come verità assolute.

Il potere politico, se costretto a mediare tra economia ed ecologia, risolve la questione con la sostenibilità: una bella parola che piace a tutti. Centrale è perciò oggi la discussione sulla sostenibilità e, come vedremo, sulla complessità ma soprattutto sull’ambiguità e anche insignificanza di tale termine.

 

Sostenibilità e sviluppo sostenibile

Per rimanere ancora nel vago, possiamo intendere la sostenibilità quale capacità del Pianeta di consentire uno sviluppo sostenibile. Nei fatti si è partiti non dalla sostenibilità e dal ragionare - ma sarebbe estremamente complicato farlo - su che cosa è consentito, possibile fare, ma dallo sviluppo sostenibile. Da sempre, fino all’era industriale, lo sviluppo economico (nel senso dell’economia delle risorse) era difatti molto legato alla sostenibilità, intesa come potenzialità del territorio.

Lo sviluppo sostenibile è stato invece introdotto nel 1987 dalla Commissione Mondiale sull’Ambiente e lo Sviluppo (WCED), presieduta da Gro Harlem Brundtland, e la sua definizione viene indicata come quella del Rapporto Brundtland: «Lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri.»

Il Rapporto del Club di Roma del 1972[1] aveva introdotto per la prima volta i limiti, in assoluto, per lo sviluppo a causa della limitata disponibilità delle risorse. Lo sviluppo sostenibile, già nella definizione del Rapporto Brundtland, sembra invece voler introdurre un principio nuovo e di rilevanza universale, una eticità nell’esplicitazione della responsabilità dell’attuale generazione rispetto a quelle future. Dal rapporto non neutrale nel soddisfacimento dei bisogni dell’attuale generazione rispetto a quelle future vorrebbe farsi dedurre la conservazione delle risorse e l’equilibrio ambientale, sia pure in una finalità antropocentrica, cioè nell’interesse dell’uomo e non in generale dell’ecosistema e del pianeta Terra, nelle sue infinite espressioni e forme di vita. L’acquisizione della conservazione della biodiversità è in tal senso un ricco ampliamento della precedente definizione di sviluppo sostenibile.

Ma lo sviluppo sostenibile così definito è realmente sostenibile o è la formulazione pseudoecologista di continuità dell’attuale modello economico, produttivo, di sfruttamento della natura e dell’uomo, dominante nel mondo?

Partiamo da quello che io ritengo l’elemento centrale della riflessione: lo sviluppo sostenibile nella definizione data è estraneo alle categorie di spazio e tempo. Le condizioni del Pianeta ai tempi di Adamo ed Eva, prima della rivoluzione industriale e oggi sono completamente diverse, così come non sono confrontabili gli USA e il resto dei paesi la cui economia è basata sul consumismo con i paesi poveri.

Ci domandiamo: «Anche restando tal quale, sarebbe sostenibile l’attuale sistema economico e produttivo?»Non lo è minimamente nelle idee e nei programmi della politica della gran parte di quelli che realmente contano nel mondo. Ammesso però che da oggi tutto, dalle risorse consumate alla produzione dei rifiuti, rimanesse stabile, sussisterebbe sostenibilità del sistema nell’identità di sviluppo sostenibile come prima definito? E cioè, con le attuali condizioni iniziali e la dinamica delle forze politiche, economiche, culturali e sociali della realtà di oggi, l’evoluzione inerziale del Pianeta, del suo corpo inorganico, delle sue forme ed espressioni di vita, e dello stato dei diversi paesi, consentirebbe la realizzazione dei contenuti identificati come sviluppo sostenibile?

La realtà è molto più lontana dalla predetta ipotesi di stabilità del sistema produttivo e consumistico (né potrebbe essere differentemente secondo la logica insita nel modello economico), ma già la risposta a tale questione ha valenza primaria nella riflessione su quanto è già avvenuto e avviene con il modello economico dominante e per il futuro dell’umanità e del Pianeta.

Analizziamo ora la sostenibilità sotto i suoi due aspetti della disponibilità delle risorse (energia e materia) e della capacità ricettiva del Pianeta. Naturalmente disponibilità di risorse e capacità ricettiva sono in strettissima connessione.

 

L’insostenibilità per la disponibilità delle risorse

L’energia è l’essenza della vita: ogni momento di essa, anche il più infinitesimo, è legato a un flusso di energia. Ma anche un’energia infinita non significa necessariamente vita, almeno come noi la conosciamo. La storia della vita del pianeta Terra è la storia della vitalizzazione di energia solare, e cioè la sua trasformazione in forma nuova e l’acquisizione a materia con la composizione di complessi potenziali di conservazione, trasformazione e restituzione dell’energia. Dal brodo primordiale in cui si vitalizzò (chi potrà mai dire come e perché?) la prima energia solare, il pianeta Terra, perché illuminato dal Sole, ha generato la sua incommensurabile biodiversità, le luci e i colori del mondo animale e vegetale; e ha accumulato per intere ere geologiche, per centinaia di milioni di anni, forse miliardi di anni, energia, l’energia fossile. Tutto ciò è stato predestinato per soddisfare i consumi di quattro-cinque generazioni, le nostre, di una parte ristrettissima dell’umanità?

In maniera esponenzialmente crescente, da meno di un secolo e mezzo si è difatti consumata e si sta consumando tutta questa energia. Possono farsi tante ipotesi sul futuro energetico del mondo e dei singoli paesi, ma il dato di fondo, incancellabile, è la scala del confronto: ogni anno si consuma nel mondo una quantità di energia accumulata per via fossile in alcuni milioni di anni.

Il grande paradosso è che tutta questa immensa riserva viene consumata trascurando la disponibilità continua fornita dal sole. E il dato più devastante è che tale abnorme quantità di energia viene consumata da pochi paesi e da una piccolissima parte dell’umanità. Se ogni persona del mondo volesse consumare - e in questa logica di sviluppo come si potrebbe darle torto? - la stessa energia di un cittadino degli USA[2], l’energia consumata nel mondo diventerebbe circa cinque volte l’attuale!

E’ sostenibile tale consumo? Assolutamente no, né dal lato della disponibilità delle risorse né da quello della ricaduta ambientale.

Naturalmente le previsioni sulla disponibilità dei combustibili fossili variano a seconda degli specifici interessi, ma nessuno osa minimamente riproporre l’idea di risorsa illimitata. Secondo L’Energy Watch Group (stima del 2007), ai livelli attuali di produzione il petrolio si esaurirà tra 40 anni, il gas naturale fra 60 anni e il carbone tra 200 anni; per Ali Al-Naimi (chi è costui? il ministro del petrolio dell’Arabia Saudita) il petrolio durerà per altri 50 anni; per la BP (British Petroleum) sempre il petrolio e sempre all’attuale livello di produzione durerà per altri 40 anni. In generale in questi calcoli si introducono già i non convenienti economicamente, i difficili tecnicamente, i pericolosi per gli ecosistemi, gli scarti, ovvero le sabbie e gli scisti bituminosi. Va da sé che i tempi indicati per gas e carbone si riducono drasticamente quando, esaurendosi il petrolio, essi lo dovrebbero sostituire.

Alberto Di Fazio, nel suo saggio Le grandi crisi ambientali globali, la fine della crescita e l’agonia del sistema industriale di mercato (2008), aggiorna previsioni e costi attualizzando a un futuro molto più prossimo la curva di discesa della disponibilità di tali fonti energetiche e il successivo loro esaurirsi.

L’immensa risorsa, in origine, delle fonti fossili si impoverirà drasticamente fino al suo esaurirsi già fra due o tre generazioni. Chi parla di sviluppo sostenibile, anche solo secondo l’originaria definizione di Brundtland, dovrebbe quindi immediatamente porre il problema non dell’inversione del consumo - il che già non è nell’idea di alcun potente - ma della cessazione del consumo di energia fossile: siamo nell’universo delle chiacchiere, del parlare per demagogica propaganda.

Il pensiero positivista e scientista affronta la questione del tramonto delle fonti fossili dettando, in definitiva, un postulato sulla certezza che l’onnipotente uomo individuerà fonti capaci di sostenere e rafforzare l’attuale modello di sviluppo, dando anche risposta alle esigenze dei paesi più poveri. E addirittura prospetta benefici all’ambiente e traduce tale postulato nello sviluppo dell’energia nucleare.

In generale il grande imbroglio è nell’identificazione dell’energia consumata nel Paese con quella elettrica, che possiamo (con ampia stima) dire che è in generale dell’ordine del 20%. La copertura (assurda) del fabbisogno elettrico con il 50% da fonte nucleare appare perciò decisiva per la sostenibilità della disponibilità dell’energia: si falsifica così totalmente la realtà che anche in tale ipotesi si darebbe soluzione solo al 10% dell’attuale fabbisogno.

In Italia, per accreditare il nucleare civile e ovviamente gli immani interessi a esso connessi, vengono fatte mistificazioni colossali e diffusi dati totalmente falsi e devianti: dal costo del kWh (chilowattora) all’indipendenza e autonomia energetica del Paese, dall’assenza di inquinamento termico alla sicurezza da incidenti, dalla soluzione per le scorie allo scenario mondiale desideroso di nucleare, dalla gioia dei prescelti per il sito nucleare (vedi Francia) all’assenza di interconnessione con il nucleare a uso militare. Nella consapevolezza di essere totalmente perdenti, con l’arroganza del potere che si ha, si evita ogni confronto e si calpestano volontà popolari come l’esito del referendum del 1987.

Analizziamo adesso la questione - generalmente trascurata - della disponibilità della risorsa materia.

I cicli della natura si chiudono sempre compiutamente in simbiosi e sinergia tra di loro, generando nei loro percorsi le armonie delle vite naturali, vegetali e animali. Il solo bisogno per il ciclo della materia circolante è l’energia che gli viene dal sole. L’evoluzione e la mutazione, la moltiplicazione e la riduzione dei cicli vanno sempre nella direzione dell’equilibrio della circuitazione.

Lo sviluppo, i percorsi produttivi dell’uomo, così come progressivamente determinatisi, si dissociano profondamente da tale naturalità e vanno sempre più verso una conflittualità insanabile con essa. La circuitazione della materia dei cicli naturali viene sostituita, in un percorso senza fine, dall’estirpazione permanente di nuove risorse e dal contestuale abbandono del vissuto: in tal modo il volto stesso del Pianeta è profondamente sfigurato, abbruttito, sporcato.

In realtà la riflessione sulla movimentazione della materia è ferma allo stesso livello di come era quella dell’energia prima della crisi petrolifera del 1973 (conseguente alla guerra del Kippur), e cioè ancora oggi la materia è considerata risorsa illimitata. Anche nel mondo ecologista tale tema è, fatte poche eccezioni, totalmente ignorato quale fondamentale questione dei limiti dello sviluppo.

Giorgio Nebbia riporta, in diversi suoi articoli sull’argomento, il dato di «una massa di materia (escluse acqua e aria) che attraversa la tecnosfera pari a 25 miliardi di tonnellate all’anno».

In Italia l’Istat da anni presenta i principali indicatori relativi ai flussi di materia nell’economia italiana, calcolati secondo concetti e schemi fondamentali del SEC (Sistema Europeo dei Conti nazionali e regionali), nonché secondo le linee guida adottate dagli organismi internazionali per lo sviluppo di un sistema di contabilità integrata ambientale ed economica. L’Input Materiale Diretto (IMD) registra la materia che nel periodo contabile è entrata nel sistema economico nazionale, con riferimento alle quantità effettivamente utilizzate nella produzione e nel consumo nazionali. L’IMD in Italia negli ultimi anni è pari a circa 1.000 milioni di tonnellate all’anno: è molto? è poco? e cioè che significato ha tale numero? Se come unità di misura prendiamo, ad esempio, la massa dell’isola di Capri, possiamo dire che (all’incirca) ogni tre anni per la sola Italia si movimenta l’intera isola di Capri a partire dal livello del mare! Se consideriamo il dato mondiale riportato da Nebbia e prendiamo per unità di misura il complesso Vesuvio - Monte Somma, possiamo affermare che ogni anno all’incirca viene movimenta una massa a esso corrispondente! E’ sostenibile questo?

Per restare agli indicatori del nostro Paese, il dato disaggregato nelle due componenti estera e interna ci dice poi che l’IMD da importazione è estremamente rilevante e che è in fortissima crescita, passando dal 25,4% del 1980 al 37,7% del 2004. Leggiamo bene questo dato: sul piano ambientale significa il trasferimento di un’enorme quantità di materia da una parte all’altra del Pianeta, con la prevalente restituzione in discariche o in atmosfera. Dal punto di vista della ricchezza e della crescita economica, il dato ci dice che esse sono costruite su risorse non nostre, che, se vengono a mancare, portano al collasso il nostro Paese in rapporto a questo modello di sviluppo. Dal punto di vista politico ci indica quella che dovrebbe essere la vera chiave di lettura dell’immigrazione, in rapporto sia all’impoverimento delle popolazioni di molti paesi, deturpati e privati di fondamentali risorse, sia al debito morale verso di esse.

 

L’insostenibilità della capacità ricettiva

Le conseguenze della combustione delle fonti fossili sono il calore prodotto e le emissioni.

A ciclo finito tutta l’energia chimica potenziale degrada in calore, anche quella che passa attraverso forme nobili di energia, come quella elettrica e meccanica. All’equilibrio, nella sua complessa naturalità, dello scambio energia solare - restituzione per irraggiamento nello spazio si aggiunge perciò un’energia termica non insignificante che, come detto, per i valori attuali di consumo è pari ogni anno a quella accumulata dalla Terra in alcuni milioni di anni.

Nel Protocollo di Kyoto[3] manca completamente il dato della quantità in assoluto di energia consumata, con il conseguente aumento di temperatura del Pianeta per ristabilire l’equilibrio termico con lo spazio circostante, indipendentemente dalla variazione di ogni altra sua condizione. La questione dell’inquinamento termico assume valenza abnorme nelle isole di calore, costituite o dai luoghi di produzione quali le centrali termoelettriche (con forte crescita della temperatura di corsi d’acqua e di parti di mare) o dai luoghi di grande consumo quali le città e le intense conurbazioni (che costituiscono, anche come immagine, dei veri e propri forni). L’assenza nel protocollo di Kyoto della preoccupazione per la quantità in assoluto di sovraccarico termico da combustione resta funzionale alla produzione del nucleare civile.

La combustione produce emissioni che naturalmente derivano dalla composizione chimica del combustibile e dalla modalità della combustione stessa, e che sono direttamente proporzionali alla quantità bruciata. Ciò è vero per le leggi naturali della fisica e della chimica; non lo è purtroppo solo per gli ingegneri, i chimici e gli altri tecnici dello staff del presidente Berlusconi, che continuano a ingannare l’opinione pubblica sostenendo il contrario. Le sostanze emesse si spandono nell’atmosfera, modificandone la composizione (inquinamento dell’aria), oppure ricadono al suolo, tali e quali o sotto diversa composizione.

Cominciamo a considerare, per la sostenibilità della capacità ricettiva, la loro ricaduta come pioggia acida, conseguente, per semplificare, alle emissioni derivanti dallo zolfo presente nei combustibili.

Gli effetti delle piogge acide, come noto, possono essere catastrofici, oltre che per la salute delle persone, per la vegetazione (contribuendo alla deforestazione), per le acque e la vita in esse presente, per la cancellazione di storia e cultura (emblematico è il caso del Buddha gigante di Leshan in Cina). Negli anni ’80 vi è stato un allarme mondiale: l’inquinamento era identificato con le piogge acide. Oggi esso viene ignorato come se si trattasse di un problema risolto, con l’impiego delle nafte dette BTZ (Basso Tenore di Zolfo), fino al punto che un’équipe di scienziati, finanziati manco a dirlo dall’Unione Europea, afferma che «il colore sempre più marrone di molti dei nostri laghi e torrenti è dovuto a una diminuzione delle piogge acide» e che «il cambiamento di colore indicherebbe il ritorno a uno stato più naturale». La verità per il futuro è totalmente diversa e gli addetti ai lavori, o meglio agli affari, lo sanno bene, ma non ne parlano: l’esaurimento del petrolio richiama l’impiego di scisti bituminosi e di carbone, dove lo zolfo è presente in percentuali altissime e non eliminabili (se non con costi insopportabili e con la creazione di altre forme di inquinamento). La combustione di tali scisti produrrà emissioni generatrici di piogge acide come mai nel passato, con conseguenze inimmaginabili.

Diciamo adesso qualcosa in più sull’anidride carbonica (CO2), che costituisce il principale responsabile dell’alterazione del clima del Pianeta.

Occorre fare una considerazione preliminare: l’anidride carbonica non è stata, non è, né potrebbe essere annoverata tra le emissioni inquinanti a scala locale; solo l’ossido di carbonio lo è come effetto di una combustione incompleta. La CO2, o correttamente il suo incremento, è invece il principale inquinante a livello planetario, nel senso della rottura dell’equilibrio tra il pianeta Terra e lo spazio circostante, perché - come ben noto - accresce la quantità di calore trattenuta dalla stessa Terra e di conseguenza innalza la temperatura media necessaria per un suo nuovo equilibrio termico. Questo fin quando si resta entro la soglia critica di una configurazione ancora relativamente benigna (sebbene assai più problematica di quella attuale), oltre la quale si innesca un ciclo perverso che provoca l’effetto serra a valanga: il che significherebbe la probabile fine non solo dell’Homo sapiens ma della vita sul Pianeta. I dati di oggi rispetto al passato sono noti e incontrovertibili: dal 1860 la temperatura media terrestre è cresciuta di circa 1° (da 13,5° a 14,5°) e l’anidride carbonica di oltre il 30%. Le curve rappresentative sia della temperatura terrestre che dell’anidride carbonica hanno pendenza crescente (derivata prima e seconda maggiore di zero), ed è scientificamente ipotizzabile quali saranno, nel migliore dei casi, i valori di temperatura e di anidride carbonica già nel futuro prossimo, se si continua con i parametri dello sviluppo finora seguito.

Sulla CO2 deve essere fatta un’ulteriore fondamentale considerazione, che spesso invece viene dimenticata: per l’equilibrio nella composizione dell’aria, più viene emessa CO2 più dovrebbe crescere la capacità del Pianeta di ritrasformarla mediante la luce solare in composto organico e ossigeno; invece accade l’esatto opposto, e cioè sistematicamente e in maniera impressionante «il Pianeta perde verde». A causa della deforestazione la perdita annuale netta di area boschiva (e cioè la quantità persa, 13 milioni di ettari, meno quella recuperata, 5,7 milioni di ettari) è pari a 7,3 milioni di ettari: un’area equivalente alla dimensione di paesi come la Sierra Leone o Panama. Tale perdita netta si aggiunge a quella degli anni precedenti e si sommerà a quella degli anni successivi, e il verde totale delle foreste diminuirà conseguentemente di pari valore e progressivamente: perciò non la diminuzione della perdita totale annua di foreste è il risultato positivo, come dice la FAO[4], ma lo sarebbe l’inversione, e cioè l’afforestazione che pareggia (per l’equilibrio) e supera la deforestazione. Siamo anni luce lontani da questa possibilità, che costituirebbe davvero la sostenibilità.

Il percorso dello sconvolgimento radicale del Pianeta per l’aumento della CO2 è ben noto ed è possibile prefigurare il suo stato nei prossimi anni e decenni, sia nelle condizioni attuali di consumo dei combustibili e di deforestazione sia in un incremento di essi: le previsioni sui processi di scioglimento dei ghiacciai nelle calotte polari, sull’innalzamento del livello del mare, sulla desertificazione, sulle modificazioni climatiche delle aree geografiche sono già l’incombente realtà di oggi.

La CO2 è uno dei gas serra, e l’azione di sconvolgimento del Pianeta chiaramente cresce in sinergia con l’aumento degli altri gas serra: vapore acqueo, ossido di azoto, metano. L’impiego del metano, porta a CO2 e vapore acqueo, l’impiego dell’idrogeno fa crescere il vapore acqueo e soprattutto porta poi a un ulteriore, insostenibile aumento del buco nell’ozono. Nulla cambia dunque se cambia il combustibile: la soluzione di fondo, la sostenibilità, non può essere ricercata, come pure si vuol far credere, nel tipo di combustibile impiegato, ma piuttosto nell’entità dell’energia consumata.

La sostenibilità della capacità ricettiva del Pianeta crolla ulteriormente quando si analizza il che cosa viene emesso dai vari scarichi, e soprattutto la forte tendenza all’aumento degli inquinanti non solo per le emissioni del momento ma anche per l’integrazione con quelle precedenti, considerati i tempi di persistenza nell’atmosfera di tali inquinanti. Per l’avvelenamento dell’aria conta sia quello che in essa si sta scaricando sia quello che si è scaricato da molto tempo prima.

Tale dato, sempre sottovalutato, è di fondamentale importanza e interessa direttamente la definizione di sostenibilità. Per restare ai casi di prima, possiamo dire con certezza massima che i gas serra e quelli divoratori dell’ozono sono estremamente longevi: molti scienziati ritengono che una quantità compresa tra il 15% e il 30% della CO2 derivante da attività umana persiste ancora dopo 1.000 anni dalla sua produzione, e una quantità tra l’11% e il 14% addirittura dopo 10.000 anni. Una vita atmosferica similare hanno gli ODS (ozone depleting substances), causa del buco nell’ozono.

Occorre poi ricordare l’estrema pericolosità e dannosità per la salute dei cosiddetti inquinanti organici persistenti (POP, persistent organic pollutants): le diossine, i PCB (policlorobifenili), gli IPA (idrocarburi policlici aromatici), i metalli pesanti. Incrementandone ulteriormente le quantità immesse nell’ambiente si intraprende irreversibilmente la via della degenerazione genetica, soprattutto per i livelli più alti della catena alimentare, a partire dall’uomo. Lo sa chiunque si avvicini anche solo superficialmente alla conoscenza della magnificazione biologica[5]: ma sembrano ignorarlo i nostri governanti che continuano a proporre piani per nuovi inceneritori!

Il riferimento legislativo ai valori percentuali, o parti per milione (ppm), di sostanze inquinanti presenti nelle emissioni, nasconde la quantità reale dell’inquinante emesso. In tal modo il Presidente del Consiglio dei Ministri e i suoi tecnici - molto poco attenti alla scienza - possono dire scemenze chimico-fisiche come quella per cui dagli inceneritori fuoriescono sostanze inquinanti, a partire dalla diossina, prossime allo zero!

L’analisi della sostenibilità di ogni nuova scelta produttiva, che abbia produzione di emissioni, richiama invece la necessità del prioritario rilevamento, a livello sia territoriale che globale, dello stato di accumulo delle sostanze inquinanti precedentemente immesse nell’aria, sul suolo e nelle acque, per valutare la reale nuova condizione che viene a crearsi. Ciò naturalmente non avviene mai, e si ragiona eventualmente su determinate scelte quando le conseguenze si sono già rivelate drammatiche!

 

L’insostenibilità di «Crescete e moltiplicatevi»

Consideriamo adesso un’altra questione centrale per la sostenibilità, e cioè la crescita della popolazione umana. Può oggi valere ancora il biblico dogma: «Crescete e moltiplicatevi»?

L’insostenibilità di tale dogma agli attuali tassi di crescita appare dal calcolo puramente matematico di Ansley J. Coale[6], secondo cui la popolazione mondiale entro i prossimi tre secoli e mezzo diventerebbe 2.000 volte quella attuale, nei prossimi sette secoli 1 milione di volte; fra 1.200 anni il peso della popolazione umana sarebbe uguale a quello dell’intera Terra e, continuando nell’estrapolazione, fra 6.000 anni la popolazione mondiale costituirebbe una sfera attorno alla Terra il cui raggio crescerebbe con la velocità della luce!

Passando dall’algoritmo di Coale all’oggi e alle proiezioni per i prossimi anni, è parimenti del tutto evidente che, restando la struttura e le condizioni attuali del sistema di energia e massa, l’insostenibilità del sistema, già prima delineata con il valore della popolazione mondiale di oggi, cresce direttamente con la crescita della popolazione. Se da una parte non può che esservi opposizione fino in fondo alla soluzione del problema data da Malthus[7], dall’altra non può che essere pienamente accolta la sua impostazione sull’insostenibilità della crescita della popolazione in rapporto al soddisfacimento vitale, di base, dell’alimentazione: ragionare sulle diverse possibilità del Pianeta di soddisfare tali necessità comporta la scelta politica, economica, filosofica, culturale e sociale di indicare e definire le vite organiche residuali rispetto all’uomo, e cioè la biodiversità residua (in termini di quantità e di specie) che si intende mantenere sul Pianeta.

La crescita della massa organica dell’uomo è avvenuta e avverrà a spese delle altre specie viventi o anche in rapporto a esse: per i bisogni dell’uomo infatti alcune specie possono anche essere programmate per crescere in quantità. Il Pianeta non è ovviamente illimitato e la crescita della popolazione umana richiama per sé spazi crescenti, con la conseguente riduzione di quelli necessari alle altre specie viventi, sia animali che vegetali. Naturalmente, come detto, ciò viene amplificato in stretta connessione con la crescita del rapporto linearizzazione-circuitazione del processo produttivo: più crescono i rifiuti conferiti a discariche e inceneritori più crescono gli spazi da sottrarre ad altre forme di vita; più si ricicla materia, più si va nella direzione della possibile tutela della biodiversità.

La domanda, ovvero la questione centrale che bisogna porsi è: «La biodiversità va preservata perché essenza della vita sul Pianeta, e cioè la vita stessa del Pianeta, o perché essa fornisce servizi all’uomo?» La seconda risposta sta a significare che se tali servizi (ad esempio l’impiego nella farmacologia) possono essere diversamente soddisfatti, si può fare a meno di un Pianeta dalla vita biodiversa e continuare nel processo di esponenziale estinzione delle forme viventi: il tasso attuale, come noto, è di 100-200 volte superiore a quello precedente la comparsa dell’uomo.

Se invece la risposta è quella della preservazione della biodiversità perché essa è il contesto naturale, l’habitat della vita dell’uomo, allora è necessario arrestare, anzi invertire tutto ciò che sta portando alla perdita della biodiversità e affrontare in termini completamente nuovi il rapporto tra l’uomo e le altre forme di vita: ad esempio, portando a valori uguali o superiori a uno il rendimento delle trasformazioni territoriali nella direzione della costituzione-ricostituzione di ambienti ed ecosistemi naturali.

La perdita progressiva della biodiversità riguarda non solo la natura e le specie viventi, ma è interna alla stessa umanità. L’omologazione dei simboli, del linguaggio formale, del consumo e del mercato ha violentemente cancellato, come mai avvenuto nel passato tra vincitori e vinti, l’immensa biodiversità umana, accumulatasi in migliaia di anni e in maniera diffusa in tutto il Pianeta: biodiversità fatta di linguaggi, messaggi, tradizioni, culture, produzioni, lavori, immagini. Ermete Ferraro nel suo saggio Lingue liquidate e lingue soffocate in un passo di grande efficacia così descrive questa perdita: «Ebbene sì: anche se pochi lo sanno - e soprattutto ben pochi ne parlano - ogni due settimane scompare definitivamente una lingua, insieme con l’ultima persona in grado di parlarla. Si tratta di una strage silenziosa (e mai aggettivo fu più adatto…) le cui vittime non sono come si potrebbe credere stranissimi linguaggi di luoghi sperduti e disabitati [di cui è comunque immenso il valore], bensì interi repertori di civiltà, interi patrimoni culturali prima marginalizzati e poi spazzati via dalla globalizzazione galoppante. Ovviamente, le lingue più fragili sono quelle prive di qualsiasi documentazione scritta. [...] Basti pensare alle 231 lingue aborigene australiane o alle 131 della tradizione andina e amazzonica, la cui sopravvivenza è seriamente minacciata dall’inglese.» E naturalmente ciò che vale per le lingue vale per tutte le altre identità culturali dell’uomo.

Il consumo abnorme di risorse, con un degrado incalcolabile del Pianeta, non ha risolto, ma ha accentuato la povertà, ha accresciuto a dismisura gli squilibri tra i vari paesi e, all’interno degli stessi, tra ricchi e poveri. Il dato di fondo anzi è sempre lo stesso: la miseria, il sottosviluppo e la disoccupazione restano necessari e funzionali a un determinato modello economico, per la produzione e il consumo. Ho inizialmente citato il dato del consumo energetico pro capite tra i diversi paesi, estremamente significativo riguardo al modo di consumare le risorse. Ancora più emblematico è però un altro indicatore che, pur con i limiti della sua impostazione (che comunque va nella direzione di attenuare nettamente la dimensione del problema), esprime l’impatto ambientale dello stile di vita: l’impronta ecologica[8].

Rispetto a una biocapacità media del Pianeta di 1,78 ettari pro capite[9], e a un’impronta ecologica media di 1,9 ettari pro capite, l’impronta ecologica media degli USA (ovviamente nettamente la più alta del mondo) è pari a 9,6 ettari pro capite, con un surplus rispetto alla media di 7,8 ettari pro capite. Se anche si utilizza, per il ragionamento di sostenibilità, la biocapacità media degli USA, pari a 4,4 ettari pro capite, resta un deficit di 5,2 ettari pro capite. E’ in questo dato che sta la chiave di lettura vera dell’economia e della politica USA: anche sfruttando al massimo le risorse del proprio paese, un cittadino USA non potrebbe mai mantenere l’attuale stile di vita; per sostenerlo ha bisogno di occupare 5,2 ettari di terra fuori dal suo paese, che naturalmente non gli appartengono e che vengono sottratti a uomini di altre comunità.

L’entità di questa occupazione appare chiara quando si moltiplicano 5,2 ettari pro capite per 300 milioni di abitanti. Quando si dice che lo stile di vita non si cambia, si dice perciò che non si rinuncia a questa occupazione e si utilizza ogni mezzo per mantenerla: dalla mistificazione della finanza e dei suoi strumenti e meccanismi quale ricchezza vera alle guerre, dalla distruzione di immensi patrimoni naturali alla crescita e proliferazione del debito dei paesi occupati per la fornitura di risorse naturali, dall’esportazione del consumismo all’imposizione del modello culturale ed etico. Il paese che non ci sta è il nemico da sconfiggere: da Cuba ai paesi del Centro e Sud America a molti altri stati del resto del mondo. Nella realtà la declamata politica USA di gendarme mondiale della democrazia e della libertà è la politica della protezione dell’insostenibile stile di vita dei propri cittadini.

Quanto detto per gli USA vale naturalmente a livelli diversi per gli altri paesi della società consumistica. Per restare nell’ambito dell’indicatore impronta ecologica abbiamo, ad esempio, che per la Germania essa è pari a 4,2 ettari pro capite rispetto a una biocapacità di 1,9; per la Gran Bretagna è di 5,3 contro una biocapacità di 1,6. Per l’Italia l’impronta ecologica è pari a 4,8 contro una biocapacità di 1,2: anche l’Italia ha un deficit di 3,6 ettari pro capite e quindi un pesantissimo impatto ambientale, insostenibile con le sue capacità naturali, ed è dunque fortemente debitrice verso il resto del mondo in termini di risorse naturali. Le ricchezze dei poveri sono acquisite, sequestrate per sostenere lo sviluppo dei ricchi, con danni spesso incalcolabili alla biodiversità e alla natura più complessivamente.

L’operazione Corea del Sud - Daewoo - Madagascar è la materializzazione dell’occupazione di suolo di un altro paese per sostenere l’insostenibile impronta ecologica del proprio paese; operazione che ha una denominazione semplice: neocolonialismo. Con l’accordo con il governo del Madagascar, la Daewoo acquisisce a titolo gratuito per novantanove anni l’utilizzazione di un milione e trecentomila ettari di terreno che viene sottratta ai contadini del paese. Qual è il vantaggio per il Madagascar? Lo chiarisce il manager della Daewoo, mister Hong: «Si tratta di terra totalmente non sviluppata, incontaminata [sono difatti foreste vergini]; la renderemo coltivabile e questo è buono per il Madagascar.» Si dà in cambio alle comunità locali lavoro per distruggere totalmente gli habitat esistenti, umani e naturali, e cioè lavoro per decretare la loro stessa morte. I prodotti (sia quelli della distruzione delle foreste, sia quelli agricoli) sono naturalmente della Daewoo e costituiscono l’immane utile del capitale investito. Se cambia il potere, che oggi non può che essere profondamente corrotto, e la popolazione si ribella, siamo davanti a terroristi che si oppongono ad accordi internazionali?

In Messico il TLCAN (Tratado de Libre Comercio de América del Norte), per far prosperare i grandi capitali internazionali delle monoculture del mais e del fagiolo, ha annientato la milpa, antichissima policultura, tutrice massima dell’ecosistema rispetto all’uso dei fertilizzanti, e ha segnato il destino finale di contadini e comunità trasformandoli in eserciti di emigranti non autorizzati verso gli USA.

La produzione di biocombustibili dà un colpo mortale alle agricolture tradizionali e al mondo a esse legato di innumerevoli paesi, al fine di mantenere l’attuale modello di sviluppo energetico.

 

Valori e limiti del pensiero della Società della Decrescita

Tutto quanto finora detto sull’insostenibilità ha una sua sintesi genetica: il modo di produzione capitalistico. La questione è chiaramente filosofica, politica, economica, sociale, ed è centrale rispetto all’altra impostazione ecologista che parte dai consumi, propria non solo della scuola della decrescita, che vedremo successivamente, ma anche di ecologisti come Morin e Bateson.

Credo sia insignificante e astratta una discussione sul primato tra democrazia della produzione e democrazia dei consumi, quale spesso sterilmente si pone tra ecologisti rossi ed ecologisti puri. Credo invece che le due questioni siano strutturalmente, conseguenzialmente legate: la prima è la condizione necessaria ma non sufficiente, giacché un modello non capitalistico di produzione non comporta necessariamente un modello di produzione ecosolidale con l’uomo e la natura, come attestano esperienze di socialismo reale; la seconda, che fa riferimento a nuovi modelli ecologisti, è pura astrazione se non si è avviato un percorso netto nella soluzione della contraddizione (marxiana) capitale-lavoro. Si possono fare, anzi si sono fatte e si fanno a seconda delle circostanze e della specificità della crisi, innumerevoli teorie e pratiche di politica economica e si costruiscono teoremi e dogmi, ma la sostanza di fondo è l’analisi di Marx sull’alienazione del lavoro e sulla costruzione del plusvalore[10]: le scelte relative alla produzione, in qualità e quantità, sono fatte unicamente in funzione dell’accrescimento del capitale iniziale.

Non è assolutamente vero quanto dice Ludwig von Mises[11] nell’esaltazione estrema del Capitalismo: «Ognuno agisce per proprio conto; ma le azioni di ognuno tendono tanto al soddisfacimento dei bisogni degli altri che dei propri. Agendo ognuno serve i suoi concittadini. D’altra parte, ognuno è servito dai suoi concittadini. Ognuno è, in se stesso, mezzo e fine; fine ultimo per se stesso e mezzo per gli altri nei loro tentativi di raggiungere i propri fini.» Se il plusvalore della merce è superiore acquisendo le materie prime e l’energia, sfruttando natura e paesi, perché ci si dovrebbe preoccupare dell’IMD (Input Materiale Diretto) o di chiudere il cerchio dell’equilibro del ciclo produttivo? Perché cioè il ciclo dovrebbe guardare alle future generazioni o alla tutela della biodiversità o a un mondo equo e giusto? Se il suo plusvalore è senza limiti, in nome di quale etica dovrebbe fermarsi il mercato delle armi, semplici o di distruzione di massa?

D’altra parte di fronte alla capacità crescente della produzione delle macchine, che riduce il plusvalore della singola merce, qual è l’unica risposta possibile se non una merce in complesso enormemente più grande (realizzata se possibile con salari bassissimi), anche se essa è totalmente insostenibile per la disponibilità delle risorse e la capacità ricettiva dal Pianeta?

Debolissime in ogni loro punto sono le teorie che vorrebbero vedere il Consumismo e il Capitalismo come sistemi tra loro estranei: il Consumismo, sotto la mistificazione di libera facoltà di scegliere, è la violenta imposizione di bisogni per il modo di produzione capitalistico. Il condizionamento dei bisogni umani dalla proprietà privata, che oggi potremmo dire la genesi etica del consumismo, è anticipato compiutamente nell’analisi-denuncia fatta da Marx nei Manoscritti economico-filosofici del 1844: «Ogni uomo si ingegna di procurare all’altro uomo un nuovo bisogno, per costringerlo a un nuovo sacrificio, per ridurlo a una nuova dipendenza e spingerlo a un nuovo modo di godimento e quindi di rovina economica. [...] Con la massa degli oggetti cresce quindi la sfera degli esseri estranei ai quali l’uomo è soggiogato e ogni nuovo prodotto è un nuovo potenziamento del reciproco inganno e delle reciproche spoliazioni. [...] Il bisogno del denaro è il vero bisogno prodotto dall’economia politica, il solo bisogno che essa produce. [...] Così si presenta la cosa anche dal punto di vista soggettivo: in parte l’estensione dei prodotti e dei bisogni si fa schiava, ingegnosa e sempre calcolatrice, di appetiti disumani, raffinati, innaturali e immaginari. [...] Il produttore, al fine di carpire qualche po’ di denaro e di cavare gli zecchini dalle tasche del prossimo cristianamente amato, si adatta ai più abietti capricci dei propri simili, fa la parte del mezzano tra i propri simili e i loro bisogni, eccita in loro appetiti morbosi, spia ogni loro debolezza per esigere poi il prezzo dei suoi buoni uffici.»

E in antitesi a questo processo di induzione dei bisogni e conseguente produzione di merci, Marx indica con la realizzazione del socialismo una diversa ricchezza dei bisogni umani e quindi «tanto un nuovo modo di produzione quanto anche un nuovo oggetto di produzione», ciò che a sinistra e nel mondo ambientalista diciamo, in maniera spesso confusa e indefinita, un nuovo modello di sviluppo.

Insostenibilità dello sviluppo attuale e profondissima ingiustizia mondiale sono questioni indissolubilmente connesse, e nelle scelte per il futuro anche prossimo dell’umanità e del Pianeta non possono che essere affrontate in maniera organica, sistemica e unitaria. Ciò è centrale anche rispetto ad alcuni nuovi pensieri emergenti, di grandissima valenza scientifica e profondamente accattivanti, quali la Bioeconomia[12] e la Decrescita[13].

Il Quarto principio della termodinamica, come definito da Nicholas Georgescu-Roegen, ovvero l’entropia (il degrado) crescente della materia nei processi economici e la sua più bassa possibilità di essere usata in future attività economiche, dovrebbe essere per tutti un vero postulato, un dogma nella scelta dei processi di produzione, che dovrebbero essere sempre circolarmente chiusi con zero rifiuti e reimpiego dell’intera materia, onde entropizzare (degradare) sempre meno le risorse naturali. La visione dell’economia quale branca dell’ecologia e, per molti aspetti, il ritorno (enunciato sempre da Georgescu-Roegen) dopo due secoli al modello fisiocratico[14], che si ispira alla biologia, sono certamente parte dell’essenza fondante di un nuovo percorso teorico e programmatico dell’economia.

D’altra parte, se non si vuole arrivare alla catastrofe, all’infarto del Pianeta, non vi è dubbio alcuno che bisogna drasticamente e rapidamente consumare in assoluto molto meno risorse in termini di energia e materia, attivare una loro qualità nuova e andare verso l’azzeramento dell’impatto ambientale. Il pensiero di Serge Latouche sulla transizione e sulla costruzione della Società della Decrescita, con l’esposizione dei contenuti della quotidianità deformata del consumismo, della pubblicità e del mercato e dell’inutilità della gran parte degli oggetti usati e rottamati, è ineludibile riferimento di analisi, di confronto e di progetto per chi ha coscienza dell’insostenibilità dello sviluppo attuale.

Ma è possibile far avvenire ciò, in modo neutro e omogeneo, mantenendo il sistema-modello economico e produttivo mondiale oggi esistente? Cioè il pensiero di Georgescu-Roegen, di Latouche, in Italia di Bonaiuti e Pallante, e delle scuole e dei movimenti che a essi si ispirano, possono costruire il percorso di soluzione sia della possibile catastrofe del Pianeta sia della profonda ingiustizia nella società dell’uomo?

Per tentare di dare una risposta a tale domanda partiamo dalla riflessione di tali pensieri nei documenti più politici, ad esempio nel Manifesto della Rete italiana per la Decrescita, conseguente alla Dichiarazione seguita alla Conferenza sulla Decrescita Economica per la Sostenibilità Ecologica e l’Equità Sociale, tenutasi a Parigi il 18 e 19 aprile 2008. Tale Manifesto è indubbiamente di grande interesse per i moltissimi positivi messaggi che dà sia nell’analisi del mondo di oggi che nel disegno di un nuovo futuro. L’utopia concreta proposta è principalmente nella consapevolezza individuale e collettiva della necessità di cambiare verso una «decrescita condivisa, sostenibile e responsabile che […] può dischiudere grandi opportunità per la democrazia e l’autogoverno delle società».

Nello stesso tempo il Manifesto introduce però rilevanti e devianti ambiguità e non disegna un vero percorso politico per il cambiamento. Esso si apre con l’affermazione dell’esistenza «di un sottofondo comune delle ideologie politiche moderne sia di destra che di sinistra: il mito della crescita». Tale affermazione ha - per restare nella terminologia proposta - un sottofondo fortemente qualunquista nella generica omologazione tra ideologie di destra e di sinistra, ed è densa di conseguenze: da una parte risulta profondamente schematica sul piano della ricostruzione del pensiero teorico e dell’azione politica soprattutto in Marx (come abbiamo visto) ed Engels; dall’altra non contribuisce a individuare l’essenza, gli interessi e il percorso che hanno determinato l’attuale stato del mondo e dei singoli paesi. Per restare nell’ambito di un confronto, il Manifesto per la Decrescita parte da una critica (profondamente giusta) di un sistema di pensiero che si fonda e al tempo stesso riproduce una rappresentazione dell’essere umano come Homo economicus, per riavvitarsi però alla fine in una sfera ancora tutta economica (la decrescita), laddove in Marx vi è la piena esaltazione della natura.

Ma il problema centrale di una siffatta impostazione è che la responsabilità del percorso verso la catastrofe viene a configurarsi come casuale e imputabile a un indistinto uomo, come soggetto universale, e non a quel determinato sistema economico e produttivo la cui esistenza, continuità e sviluppo richiede lo sfruttamento della forza lavoro e della natura. Questa ricostruzione indistinta non è occasionale, ma assume il carattere di metodologia sistematica quando non si intende affrontare la questione politica del necessario cambiamento: ciò riguarda sia i partiti verdi (oggi esiste con queste peculiarità anche il partito della decrescita), sia molte associazioni e lobbies ambientaliste (a partire dalla più forte oggi in Italia, la Legambiente), sia la stessa Chiesa, che critica fortemente il consumismo (ponendolo in indissolubile relazione con l’edonismo, che è ovviamente tutt’altra cosa), ma non individua nel modello capitalistico lo sfruttamento dell’uomo e della natura.

Naturalmente operare per far cambiare sensibilità e acquisire coscienza ambientale è essenziale, e profondamente errato sarebbe il non cogliere ciò da parte di forze e ideologie alternative al modello capitalistico. Allo stesso tempo, strutturalmente, ineludibilmente centrale per il cambiamento è quanto affermano Rita Martufi e Luciano Vasapollo nel loro scritto Riferimenti Teorici contro la Pratica della Globalizzazione Snaturata: «Finché il modo di produzione e di scambio capitalista resterà il modello dominante, le condizioni dell’uomo, quelle della natura e la stessa vivibilità dell’umanità non avranno miglioramenti significativi. A poco valgono le battaglie dei movimenti ambientalisti se non assumono la centralità della questione politica ed economica del modo di produzione capitalistico, quindi la centralità del conflitto capitale-lavoro. E a poco valgono le teorie ecologiche più o meno imbellettate se non sono interne a quelle teorie alternative al Capitalismo che dialogano in un continuo interscambio con quei partiti politici, le associazioni e le organizzazioni sindacali di classe e di base e i movimenti di lotta che assumono la prospettiva della costruzione di un sistema socialista internazionale.»

Nella realtà la decrescita economica e produttiva, almeno come contingenza temporale, è difatti in atto, anche se è chiamata recessione o diminuzione del PIL. A gestirla è il Capitalismo, che sta determinando le politiche, il percorso e gli interventi per il futuro. Ma una decrescita così disegnata sta generando quanto auspicato da Georgescu-Roegen, Latouche, Bonaiuti e Pallante? Assolutamente no!

Consideriamo ciò che sta accadendo in Italia: da una parte vi è un ulteriore gravissimo arretramento rispetto alla tutela della natura (dal mancato rispetto degli impegni sul Protocollo di Kyoto per il clima al rilancio economico basato su aggressivi interventi di opere pubbliche, ipotizzati con la cancellazione delle più elementari forme di controllo democratico e di valutazione di impatto ambientale) e dall’altra vi sono sfruttamento e degrado della persona umana, della sua dignità e del suo lavoro. Che cosa è nella sostanza il paradosso, rispetto alla minore produzione di merci, della detassazione dello straordinario se non un ritorno a un drastico aumento dell’orario di lavoro, con la cancellazione di secoli di battaglie operaie per un salario degno con recupero di disponibilità del proprio tempo e della propria vita? La detassazione è contestualmente creazione di conflittualità tra i lavoratori (quelli meritevoli e i… contestatori di sinistra), riduzione dell’occupazione e disponibilità di manodopera a più basso costo, secondo i canoni classici del mercato del lavoro. Contestualmente si decrescono funzioni fondamentali per la qualità della vita, in gran parte immateriali: la tutela della salute, la cultura, la solidarietà e la ricerca.

Che succede a livello mondiale se la decrescita segue un percorso similare? Ovvero può il Capitalismo gestire questo nuovo obbligato percorso dell’umanità o occorre una nuova prospettiva di società, di valori e di economia? Il vero grande limite del pensiero della decrescita sta proprio nell’identificazione di un percorso economico e produttivo, appunto quello della decrescita, quale prospettiva ideale, culturale e politica, e conseguentemente economica, per un nuovo mondo dell’uomo e della natura.

 

Il Comunismo Ecologico o l’Ecologismo Comunista

Se da una parte in molti partiti e aggregazioni politiche che si richiamano al Comunismo o anche al Socialismo persistono vecchi schemi e blocchi programmatici economicisti e produttivisti subalterni al Capitalismo e al mercato (in realtà lontani dalla concezione marxiana del Comunismo), dall’altra parte, per intellettuali di grandissimo valore così come per movimenti, la sconfitta delle esperienze storiche del Socialismo reale del Novecento costituisce profonda preoccupazione, se non proprio rinuncia a riferirsi all’utopia concreta del Comunismo, a nuovi suoi contenuti e al percorso per la sua attuazione. Senza questo progetto dell’umanità, chiaramente alternativo al Capitalismo, sono impensabili scuotimenti dal profondo di coscienze di massa, movimenti forti, vitalizzazione di nuove esperienze di società umana. Si resta cioè globalmente nel sistema, leggendone e - perché no? - soffrendone la profondissima crisi e insostenibilità, ma non sapendo concretamente indicare la via per uscirne.

L’utopia concreta del Comunismo è bene oggi definirla Comunismo Ecologico o Ecologia Comunista, per la chiarificazione ed esternazione del pensiero della sua identità. Ma essa può ben essere definita nella sola espressione di Comunismo o anche di Ecologia (o Mondo della Natura), quando di essi sono specificate le categorie fondanti dell’essere: Comunismo ed Ecologia vanno a immedesimarsi, a divenire e a conformarsi in identità.

Nel libro Capitale, Natura e Lavoro - L’esperienza di Nuestra América[15] si ritrova la necessaria categoria di partenza dell’immanenza del Mondo della Natura nella costruzione del Comunismo: la biodiversità delle esperienze dei paesi, delle culture e dei popoli. L’esperienza di Nuestra América nelle sue diverse espressioni, dal comunismo naturalistico indio al socialismo bolivariano, indica allo stesso tempo la non unicità di modelli e di società e intrinsecamente il dissolvimento del pensiero egemonico occidentale riguardo al Comunismo. Unificante per tutte le esperienze e per l’esplicazione di ogni nuovo percorso è la liberazione dal saccheggio, dallo sfruttamento e dal condizionamento del Capitalismo e del Consumismo: l’appartenenza totale e reciproca tra natura e popolazione locale è la base per la costruzione della nuova società.

Immediatamente conseguente alla biodiversità è una nuova visione dell’economia. Partiamo da ciò che essa non deve essere, cioè dal contrario di quanto affermato nel lontano 1828 da Jean-Baptiste Say[16] nel Corso di Economia Politica: «Le ricchezze naturali sono inesauribili, altrimenti non le otterremmo gratuitamente. Non potendo essere moltiplicate o esaurite, esse non sono soggetto delle scienze economiche.» Tali affermazioni hanno caratterizzato la teoria economica almeno fino ai limiti dello sviluppo del già citato Club di Roma e continuano a essere il pilastro della reale politica economica. Ma è tempo anche di una radicale inversione di rotta rispetto alla teoria di Wilfred Beckerman[17], fatta politica non solo dal becero bushismo ma pure sostanzialmente dai presidenti democratici: teoria secondo la quale la questione ambientale è semplicemente riconducibile «alla correzione di un leggero difetto di allocazione delle risorse per mezzo di tasse sull’inquinamento». In una certa qual maniera questa teoria è ripresa dallo stesso Latouche (che a sua volta richiama le misure riformiste di Arthur Cecil Pigou[18]): «Tutte le disfunzioni ecologiche e sociali dovrebbero essere a carico delle aziende che ne sono responsabili. [...] Le imprese fedeli alla logica capitalista sarebbero ampiamente scoraggiate.»[19] La teoria è in realtà estremamente debole, direi ingenua, relativamente al punto centrale della questione: a dettare le leggi e le regole restano i soggetti responsabili, che scaricano i carichi pendenti nel proprio interesse e cioè secondo la logica capitalistica del profitto in ogni circostanza.

L’esempio più emblematico in Italia è quanto si fa nelle grandi città allorché vengono superate le soglie di inquinamento atmosferico: anziché attuare un divieto di circolazione generalizzato per tutte le auto nell’interesse comune della tutela della salute (provvedimento uguale per tutti i cittadini), e in subordine ricorrere alla circolazione a targhe alterne, si impone il divieto a tutte le auto escluse quelle più nuove, scaricando così il costo dell’inquinamento non sui capitalisti dell’auto ma sui cittadini meno abbienti, e stimolando o costringendo ad acquistare nuove auto, che poi in breve diventano di categoria inquinante. L’inquinamento diviene elemento fondamentale per lo sviluppo del mercato dell’auto, e certo non è interesse delle grandi aziende automobilistiche produrre per tempi lunghi auto durevoli e sostenibili sul piano dell’inquinamento. Nessun ragionamento ambientalista d’altra parte viene fatto riguardo ai consumi di materia ed energia per la produzione. E gli stessi incentivi per gli elettrodomestici e per ogni altra apparecchiatura similare, indicati con la finalità di ridurre l’inquinamento, poiché comportano la sottrazione di risorse economiche ad altri settori, che cosa sono se non maggiore tassazione degli stessi?

La questione fondamentale è invece che al centro del modello di sviluppo non può esservi il libero mercato, ignorante ed estraneo ai vincoli e alle leggi dell’ecologia. L’economia non solo non può essere estranea all’ecologia, ma deve ritornare a essere una branca di essa: occorre cioè una nuova economia al servizio non del capitale e degli interessi di pochi, ricchi, potenti e sfruttatori, ma dell’umanità e della biodiversità, in sostanza della vita di oggi e del futuro del Pianeta.

L’abbandono della cultura USA e getta, la circuitazione della materia nei cicli produttivi con rifiuti zero, il risparmio e l’equa distribuzione delle risorse, il rispetto, l’amore, la tutela della naturalità e della vita oltre l’uomo, l’identificazione della ricchezza e del bene dello Stato nella cultura, nella creazione dell’arte, nell’educazione, nella ricerca, nella solidarietà e nel lavoro quale realizzazione piena della persona umana, costituiscono i fondamenti del nuovo percorso che l’insostenibilità del modello capitalistico-consumistico impone, nella via del Comunismo Ecologico.

Nell’oggi è quello che Luciano Vasapollo chiama «il contenuto pratico dell’economia socio-ecologica politica basata sulla centralità dell’uomo e della natura, quindi per i percorsi della transizione socialista». Nella finalità dell’identificazione e costruzione di tali nuovi percorsi per la piena realizzazione dell’uomo in un Mondo Comunista, Marx e il Marxismo, come anche l’utopia di Prouhdon e Saint-Simon[20], le lotte del movimento operaio e tutto quanto è stato per l’umanità liberazione ed emancipazione, le nuove esperienze di socialismo derivanti da culture diverse dal classicismo occidentale, costituiscono non contraddizione o negazione ma le fondamenta incancellabili e incommensurabili.

Il Comunismo Ecologico e l’Ecologia Comunista costituiscono l’analisi dell’oggi e il percorso futuro per il nostro Paese opposti all’identità del berlusconismo e della nuova destra, fatta teoria - è da ritenere da Tremonti e Quagliariello - nello Statuto e nella Carta dei Valori approvati dal Congresso costitutivo del Popolo della Libertà. Vi è una sottovalutazione profonda da parte della sinistra e più in generale del movimento laico, democratico e progressista, relativamente all’esistenza di un pensare sotteso al berlusconismo che si sta consolidando non solo come maggioranza elettorale, con la conseguente appropriazione delle istituzioni, ma anche - ed è forse il fatto più preoccupante - come egemonia culturale, soprattutto tra i giovani, quale aspirazione a un certo stile di vita e a un certo modello di società.

Leggendo i due documenti del Popolo della Libertà emergono certamente chiare contraddizioni globali, strutturali delle enunciazioni, diciture opposte: sono la riproposizione teorica del populismo e della demagogia berlusconiana. L’Illuminismo, come l’Umanesimo e la cultura classica, sono in profonda contraddizione con una visione teocratica dello Stato: come si può perciò affermare nei documenti fondativi che «le radici giudaico-cristiane dell’Europa e la sua comune eredità culturale classica e umanistica, insieme con la parte migliore dell’Illuminismo, sono le fondamenta della nostra visione della società»? Eppure lo si fa, sapendo che in realtà il messaggio vero, dominante, è quello richiesto dalla parte più retriva, dogmatica e assolutista della Chiesa, che si è vista sconfitta per anni nel tentativo di imporre questa enunciazione nella Costituzione del Parlamento Europeo, per la quale ha prevalso l’impostazione della ricchezza della biodiversità storica e culturale che per millenni ha caratterizzato l’Europa. E’ la negazione della laicità dello Stato, la negazione della libertà: eppure lo si fa chiamandosi Popolo della Libertà.

L’anticomunismo è l’asse portante dei due documenti. Si afferma in essi: «La nostra concezione della persona ripudia tanto ogni forma di collettivismo, quanto l’individualismo egoistico.» Tale ultima considerazione viene successivamente negata nella formulazione «le persone e le comunità devono avere il diritto di realizzare ciò che possono grazie alla loro iniziativa»: formulazione che viene esplicitata fino in fondo addirittura nell’articolo 1 dello Statuto, dove si afferma che «il Popolo della Libertà [...] esalta il riconoscimento del merito». Si prefigura perciò una società tutta competitiva, dove in ogni momento, azione e scelta occorre attestare l’essere superiori, più bravi, più capaci degli altri.

La cultura cristiana nell’interpretazione giudaica (profondamente diversa da quella ad esempio di San Francesco nel Cantico delle Creature o di Papa Giovanni XXIII), quella cioè del primato del mondo occidentale e del dominio dell’uomo su tutto il creato, appare chiara da una parte nel relazionarsi all’immigrazione («noi pensiamo che si debba aggiungere alla libertà un altro valore, a essa complementare: la sicurezza della nostra identità davanti all’immigrazione») e dall’altra nel rapporto con la natura e con gli altri esseri viventi: non una parola sulla biodiversità naturale, sul rischio della catastrofe dell’intero pianeta, sulla limitatezza delle risorse nel mondo e sulla loro profondamente iniqua distribuzione, sull’insostenibilità dello sviluppo attuale. Il Comunismo Ecologico è perciò il cammino attuale e l’orizzonte futuro della contraddizione fondamentale, economica, politica, ideale, culturale e sociale, presente in tale Carta dei Valori: «Noi pensiamo che le generazioni future debbano essere poste nelle condizioni di vivere in armonia con l’ambiente naturale.»

 

Una conclusione: «La storia delle idee dimostra che la produzione spirituale si trasforma insieme con quella materiale.» (Marx - Engels)

La recessione mondiale in atto è molto più di un segnale della crisi del Capitalismo, nella sua identità di pensiero, di stile di vita, di modello economico e di società dell’uomo. Il dato nuovo, oggi storicamente determinato in maniera chiaramente più esplicita e forte rispetto all’analisi di Marx, del Marxismo e del pensiero comunista, è che a portare alla sua crisi, o almeno a contribuire a questo in maniera decisiva, è l’insostenibilità per disponibilità di risorse e per capacità ricettiva del Pianeta. La crisi del Capitalismo emerge nella radicale connotazione di crisi di rigetto da parte della Terra: sfigurata, sfregiata, sfruttata, depredata dal Capitalismo e dal suo modo di produzione, la Terra attua la sua nemesi ed esprime verso di esso l’incompatibilità del suo essere.

Naturalmente questa crisi, riattivando e consolidando grandi speranze e attese dell’umanità, ritenute definitivamente cancellate dal potere economico e politico costruito sullo sfruttamento dell’uomo e della natura dopo la crisi del Socialismo reale del Novecento, richiama una nuova, forse meglio dire più alta e attenta riflessione teorica, politica e programmatica, che abbia una forte centralità proprio nelle ragioni attuali della crisi del Capitalismo e determini una ricomposizione e una riaggregazione di soggetti e forze sociali per il cambiamento nella direzione di quello che ho chiamato Comunismo Ecologico. Ed è questo il senso vero del presente contributo, orientato nella direzione di un’incentivazione della discussione e della creazione di una concreta politica.

Sono «idee che rivoluzionano tutta una società»? Sicuramente no! «Con ciò si esprime soltanto il fatto che in seno alla vecchia società si sono formati gli elementi di una società nuova, che con la dissoluzione dei vecchi rapporti di esistenza procede di pari passo il dissolversi delle vecchie idee.»[21]

Febbraio 2009



[1] Il Club di Roma fu fondato nell’aprile del 1968 dall’imprenditore italiano Aurelio Peccei e dallo scienziato scozzese Alexander King, insieme a premi Nobel e leader politici e intellettuali. Il suo Rapporto sui limiti dello sviluppo, pubblicato nel 1972, prediceva che la crescita economica non potesse continuare indefinitamente a causa della limitata disponibilità di risorse naturali, specialmente petrolio, e della limitata capacità di assorbimento degli inquinanti da parte del pianeta.

[2] Il consumo medio di energia di un cittadino USA è pari a quasi 10 Tep (Tonnellate equivalenti di petrolio), quello dei 48 paesi più poveri pari a 0,3 Tep; un cittadino USA consuma energia pari a 3 volte quella consumata da uno Svizzero, quattro volte quella di un Italiano, 150 volte quella di Tanzaniano, 1.000 volte quella di un Ruandese. E naturalmente parliamo della solita media fatta tra gli Statunitensi che consumano 100 e più e quelli (e sono milioni) che consumano… qualche insignificante briciola!

[3] Il Protocollo di Kyoto fu redatto l’11 dicembre 1997 da più di 180 paesi in occasione della terza Conferenza delle Parti (COP3) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC). Il trattato prevede l’obbligo di ridurre nel periodo 2008-2012 le emissioni di 6 gas a effetto serra (biossido di carbonio, metano, ossido di azoto, idrofluorocarburi, perfluorocarburi ed esafluoro di zolfo) in media del 6%-8% rispetto al totale delle emissioni registrate nel 1990, preso come anno di riferimento. Il Protocollo è entrato in vigore il 16 febbraio 2005, dopo la ratifica anche da parte della Russia. Tra i paesi che non hanno ratificato il trattato figurano gli Stati Uniti, tra i principali responsabili dell’inquinamento atmosferico.

[4] Food and Agriculture Organization of the United Nations. 

[5] La biomagnificazione è il processo di bioaccumulo di sostanze tossiche e nocive negli esseri viventi, con un aumento di concentrazione di queste sostanze all’interno degli organismi dal basso verso l’alto della piramide alimentare; consiste quindi nell’amplificazione di un contaminante andando verso i livelli più alti di una catena trofica.

[6] The History of Human Population, Scientific American Magazine, settembre 1974. 

[7] Thomas Robert Malthus (1766-1834) afferma che mentre la crescita della popolazione è geometrica, quella dei mezzi di sussistenza è solo aritmetica. Una tale diversa progressione condurrebbe a uno squilibrio tra risorse disponibili, in particolar modo quelle alimentari, e capacità di soddisfare una sempre maggiore crescita demografica. La produzione delle risorse non potrà sostenere la crescita della popolazione: una sempre maggiore presenza di esseri umani produrrà, proporzionalmente, una sempre minore disponibilità di risorse sufficienti a sfamarli. Per prevenire il conseguente progressivo immiserimento della popolazione possono essere efficaci freni preventivi che pongano impedimenti morali alla riproduzione (come il posticipo dell’età matrimoniale e la castità prematrimoniale), ovvero freni repressivi (come le guerre, le carestie e le epidemie).

[8] L’indicatore impronta ecologica è utilizzato per valutare il consumo umano di risorse naturali rispetto alla capacità della Terra di rigenerarle. Essa misura l’area biologicamente produttiva di mare e di terra necessaria a rigenerare le risorse consumate da una popolazione umana e ad assorbire i rifiuti prodotti. Per calcolare l’impronta ecologica si mette in relazione la quantità di ogni bene consumato (ad esempio cereali, carni, frutta, verdura, legumi, ecc.) con una costante di rendimento espressa in kg/ha (chilogrammi per ettaro). Il risultato è una superficie espressa quantitativamente in ettari. Il concetto di impronta ecologica è stato introdotto da Mathis Wackernagel e William Rees nel loro libro Our Ecological Footprint: Reducing Human Impact on the Earth, pubblicato nel 1996. A partire dal 1999 il WWF aggiorna periodicamente il calcolo dell’impronta ecologica nel suo Living Planet Report. 

[9] Dal Living Planet Report del WWF, anno 2006.

[10] Nella terminologia marxista, il plusvalore è la differenza tra il valore del prodotto del lavoro e la remunerazione sufficiente al mantenimento della forza-lavoro, differenza di cui in un regime capitalistico si appropriano gli imprenditori-capitalisti. 

[11] Ludwig von Mises (1881-1973), economista tra i più influenti della scuola austriaca, è considerato uno dei padri spirituali del moderno libertarismo.

[12] Con il termine Bioeconomia si indica una teoria economica proposta da Nicholas Georgescu-Roegen (1906-1994) per un’economia ecologicamente e socialmente sostenibile. Egli riteneva che qualsiasi processo economico che produce merci materiali diminuisce la disponibilità di energia nel futuro e quindi la possibilità futura di produrre altre merci e cose materiali. Inoltre, nel processo economico anche la materia si degrada («matter matters, too»), ovvero diminuisce tendenzialmente la sua possibilità di essere usata in future attività economiche: una volta disperse nell’ambiente le materie prime precedentemente concentrate in giacimenti nel sottosuolo, queste possono essere reimpiegate nel ciclo economico solo in misura molto minore e a prezzo di un alto dispendio di energia. Tale principio è stato definito provocatoriamente dal suo autore Quarto principio della termodinamica. Materia ed energia, quindi, entrano nel processo economico con un grado di entropia relativamente bassa e ne escono con un’entropia più alta. Da ciò deriva la necessità di ripensare radicalmente la scienza economica, rendendola capace di incorporare il principio dell’entropia e in generale i vincoli ecologici.

[13] La Decrescita è una corrente di pensiero politico, economico e sociale favorevole alla riduzione controllata, selettiva e volontaria della produzione economica e dei consumi, con l’obiettivo di stabilire relazioni di equilibrio ecologico fra l’uomo e la natura, nonché di equità fra gli esseri umani stessi. Come ha affermato Serge Latouche, uno dei principali fautori della decrescita, essa è innanzitutto uno slogan per indicare la necessità e l’urgenza di un cambio di paradigma, di un’inversione di tendenza rispetto al modello dominante della crescita basato sulla produzione esorbitante di merci e sul loro rapido consumo. Se si ritiene che la spina dorsale della civiltà occidentale risieda nella produzione materiale di beni e nella massimizzazione del profitto secondo il modello di economia di mercato, parlare di decrescita significa immaginare non solo un nuovo tipo di economia, ma anche un nuovo tipo di società. Essa invita, dunque, a una messa in discussione delle principali istituzioni socio-economiche, al fine di renderle compatibili con la sostenibilità ecologica, con un rapporto armonico uomo-natura, con la giustizia sociale e l’autogoverno dei territori, restituendo una possibilità di futuro a una civiltà che, secondo i teorici della decrescita, tenderebbe all’autodistruzione.

[14] La Fisiocrazia è una dottrina economica che si affermò in Francia verso la metà del XVIII secolo in chiara opposizione al mercantilismo. La dottrina fisiocratica si basava sulle opere del medico ed economista François Quesnay (1694-1774); il suo Tableau économique (1758) costituì la base della dottrina. Secondo il pensiero di Quesnay l’agricoltura è la vera base di ogni altra attività economica: solo l’agricoltura è infatti in grado di produrre beni, mentre l’industria si limita a trasformare e il commercio a distribuire. La fisiocrazia assume quindi il momento della produzione dei beni e non il momento dello scambio come situazione in cui viene creata ricchezza. Tutto il ciclo economico della fisiocrazia ha come fine ultimo quello di creare un surplus (o prodotto netto), che poi verrà investito nuovamente nell’agricoltura (per aumentare la produttività di un terreno, avere a disposizione più manodopera, compiere ricerche nel campo delle macchine agricole), attraverso una condizione di libero mercato. Le classi sociali vanno anch’esse viste in rapporto alla funzione che svolgono all’interno del ciclo produttivo: chi investe il capitale iniziale e vive del prodotto netto fa parte della classe proprietaria o oziosa; i contadini, la classe che coltiva la terra e crea attivamente ricchezza, costituiscono la classe produttiva; chi trasforma i beni in prodotti finiti o si limita a consumarli fa parte infine della classe sterile.

[15] A cura di Luciano Vasapollo, editore Jaca Book. 

[16] Jean-Baptiste Say (1767-1832) principale economista classico francese, noto per aver elaborato la Legge di Say (o Legge degli sbocchi) e, più globalmente, per le sue posizioni liberiste.

[17] In Economists, Scientists and Environmental Catastrophe (1972). 

[18] Arthur Cecil Pigou (1877-1959) economista inglese, conosciuto per il suo impegno nell’economia del benessere, di cui è considerato uno dei maggiori esponenti. 

[19] Serge Latouche, Ecofascismo o Ecodemocrazia (2005).

[20] Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865), filosofo, sociologo, economista e anarchico francese, fu il primo ad attribuire un significato positivo alla parola anarchia, che prima era utilizzata soltanto in senso dispregiativo, cioè nel senso di caos, disordine. Scrisse: «Bisogna collaborare con ogni mezzo per scoprire le leggi della società, i modi in cui si realizzano queste leggi e i processi tramite cui siamo capaci di scoprirle; ma, per il buon Dio!, quando avremo demolito tutti i dogmi aprioristici, non pensiamo di indottrinare a nostra volta il popolo.»

Claude-Henri de Rouvroy conte di Saint-Simon (1760-1825), filosofo considerato il fondatore del socialismo francese. Alla sua morte si sviluppò un movimento politico-religioso, basato sulle sue idee, chiamato Sansimonismo, incluso da Karl Marx tra i socialismi utopici nel Manifesto del Partito Comunista (1848).

[21] Karl Marx e Friedrich Engels, Manifesto del Partito Comunista (1848).