Rifondare l’Utopia

«In fumo i sacri ulivi olimpici - La Grecia brucia la sua storia» è il titolo di un articolo del 31 dicembre scorso pubblicato nel sito www.ilgiornale.it nella pagina degli esteri. «Bruciare il passato più sacro per sopravvivere oggi: anche questo sta succedendo nel freddo inverno greco. Nella piazzetta di Amari, paesino ai piedi del monte Psiloritis, nell’isola di Creta, gli anziani sono indignati: “Vengono di notte in gruppi organizzati e tagliano ulivi vecchi di 2.000 anni!” ha raccontato al giornale ateniese Kathimerini Aris Koutakis, fiero rappresentante di una Rete di Associazioni Culturali Cretesi. “Si approfittano del fatto che qui ad Amari siamo rimasti a vivere solo noi ottantenni.” Eppure quei ramoscelli avevano incoronato il vincitore della Maratona alle Olimpiadi di Atene 2004.»

Io con la mia amata moglie Ileana li ho visti, quando Creta e la Grecia, lontane dall’euro, con la loro dracma vivevano di epicurea felicità: una sacralità immensa, immagine dell’infinità e unitarietà del tempo e delle stagioni, diffusa dalla maestosità del loro meraviglioso corpo, dalle insenature e dalle sporgenze, dai ramoscelli di accoglimento e di gioia del nuovo sole, rinnovo di forza e vita. Tali meraviglie della natura, della cultura e della storia avevano resistito al tramonto di Atena, loro dea sacrale; i sacri ulivi erano stati rispettati e protetti durante invasioni, saccheggi, guerre e carestie. La crisi di oggi e l’aumento del prezzo del petrolio sono stati per loro più distruttivi di ogni altra precedente catastrofe.

Sempre nello stesso articolo vi è un’altra sconvolgente notizia sulla distruzione del patrimonio archelogico-storico-ambientale della Grecia, e stavolta riguarda... Apollo: «Ai primi di dicembre è stato venduto a un consorzio internazionale di emiri arabi e di imprenditori turchi uno dei più affascinanti golfi della costa attica, a meno di 50 chilometri da Atene, a Vouliagmeni. A picco sulla spiaggia sorge da 2.500 anni un tempio dedicato ad Apollo. [...] I nuovi proprietari musulmani, che hanno speso 400 milioni di euro per comprare il terreno, vogliono costruirvi due alberghi degni delle Mille e una notte più 20-25 ville private.»

A livello mondiale la catastrofe del land grabbing (furto di terra) non è nuova, con conseguenze drammatiche sulla biodiversità e sulle condizioni di vita delle popolazioni locali.

La novità, sempre più triste e drammatica, è che i nuovi grandi capitali, i nuovi padroni del mondo che si uniscono ai loro predecessori, agiscono sfruttando la crescente povertà per accaparrarsi senza alcuna resistenza aree di immenso pregio in paesi, come la Grecia (ma lo stesso accadrà sempre di più anche per l’Italia), abbastanza immuni fino a poco tempo fa. E ciò, in nome dello sviluppo, viene compiuto con un elevato grado di consenso politico e sociale: non si comprano soltanto l’Inter o il Paris Saint-Germain, ma anche la storia, la cultura e l’ambiente. Il silenzio e l’indifferenza che regnano su vicende come queste - che segnano irreversibilmente il destino di territori e popoli - sono altrettanto gravi dell’evento in sé.

Quanto avviene fuori e dentro il nostro Paese - le testimonianze della Grecia sopra riportate ne esprimono solo una minima testimonianza - dà una risposta immediata a quella che è la domanda centrale che l’umanità nella sua totalità, ma soprattutto il sistema di potere che la governa dovrebbero porsi: «E’ ipotizzabile un percorso di uscita dall’attuale crisi che si sviluppi in maniera indistinta rispetto ai possibili diversi orizzonti di natura e di biodiversità, di società, di cultura egemonica, di produzione e lavoro, di distribuzione delle risorse e, conseguentemente, di economia?» Come detto, osservando tutto quanto avviene e soprattutto si esprime sul piano politico e istituzionale, a livello nazionale come di gran parte degli stati, la risposta appare omogeneamente affermativa: il nuovo indicato e auspicato consiste solamente nello spostare all’anno successivo la ripresa e la crescita, e cioè il ritorno al sistema pre-crisi e il suo ripristino.

Si identifica l’attuale crisi come la solita crisi della chiusura di un ciclo per riaprirne un altro costruito sui precedenti fondamenti, modello di sviluppo, mercato e capitale, sia pure nella necessità oggettiva di rapportarsi a uno scenario mondiale profondamente diverso, essendo in pochi decenni cambiata radicalmente la geografia del potere economico e produttivo e la condizione sociale dei diversi paesi. Anche se conservata per molti aspetti nello stesso linguaggio delle Nazioni Unite, è divenuta obsoleta, perché profondamente diversa dalla realtà, la stessa terminologia di Paesi industrializzati (una volta del G7, poi del G8 e oggi del G20), Paesi emergenti, Paesi in via di sviluppo, Terzo Mondo e Quarto Mondo: tutto ciò senza significare, come da tantissime voci espresso, né un profondo superamento della povertà e delle ingiustizie nel mondo né un reale cammino in tale direzione.

Il sistema nel suo insieme - fatte poche eccezioni, che tendono a ridursi sempre di più, come attestano alcune emblematiche scelte e percorsi dell’altra America - si compatta cioè nel rigettare la crisi quale crisi di rottura di un determinato cammino di progresso e benessere, economico, produttivo e sociale, dell’Homo sapiens sapiens: una crisi mai avvenuta nella storia dell’umanità, perché trova origine non dentro ai suoi meccanismi di evoluzione e crescita, ai suoi interessi e conflitti, ma nel sistema naturale, di spazio fisico e di disponibilità di risorse.

L’umanità, nel percorso della sua storia, materiale e immateriale, si trova davanti al limite insuperabile dell’essere la Terra entità finita: limite che rende insostenibili fino al rischio dell’apocalisse il modello e il sistema, economici e produttivi, divenuti oggi dominanti, fondati sul primato dell’economia rispetto all’ecologia, sul capitalismo, sul libero mercato e il consumismo.

La realtà è sempre più inconfutabilmente questa. Se l’attuale crisi in una certa qualmaniera dovesse essere superata, riproducendo la condizione pre-crisie attivando il residuo del sistema naturale ancora disponibile, la prossima crisi, per l’accentuarsi di tutte le condizioni che hanno portato a questa, sarebbe già vicina, e sempre più ci approssimeremmo a uno stato di crisi permanente, irriversibile e crescente per l’effetto valanga di tanti suoi fattori.

La realtà è che ci si rifiuta di immergersi nei possibili scenari post-crisi, rifugiandosi - basta un giorno che lo spread cali - in fantasiosi rilanci di fiducia dei mercati e dei consumi, in un’indefinita (sotto ogni aspetto) crescita.

La distinzione tra le diverse forze politiche, tra conservatori e progressisti, tra destra e sinistra, e la conseguente dialettica ideale, culturale, economica, sociale e politica dovrebbero perciò avere essenza centrale proprio nella risposta che si dà all’identità del percorso di uscita dalla crisi e alla conseguente utopia sottesa.

Il percorso della conservazione dell’attuale sistema è noto ed è quello che ci ha portati all’attuale crisi: noti sono gli immani interessi e i protagonisti, nazionali come internazionali. Non chiaro e definito è quello che può essere il percorso alternativo.

La gran parte del Pianeta è stata sottratta e viene tuttora costantemente sottratta alla vita naturale. Ma quel poco che resta si intende lasciarlo integro? o anch’esso (dalle calotte polari all’Amazzonia, dalle foreste tropicali del Congo alle aree verdi e verdibili ancora presenti nelle città grandi e piccole) lo si destina alla speculazione, al saccheggio e alla cementificazione? La condizione del Pianeta, come quella delle singole realtà territoriali, è tale che non sono più possibili l’una e l’altra soluzione, e occorre scegliere se accelerare il percorso verso un Pianeta a una sola dimensione, quella dell’uomo solo, grigia e monotona, oppure cambiare direzione per andare verso il Pianeta dell’infinita ricchezza e bellezza della biodiversità, cui l’uomo e i valori da esso creati appartengono. Scegliere questo orizzonte significa concretamente agire nella politica, nelle istituzioni, nell’economia, nell’urbanistica e nella produzione, con la consapevolezza che l’uomo deve cercare la soluzione a ogni sua esigenza e bisogno nell’attuale suo spazio vitale, non invadendo ma, al contrario, ampliando e tutelando ogni spazio e habitat di biodiversità e natura.

In meno di due secoli - soprattutto negli ultimi cinquant’anni - l’umanità ha consumato l’energia che la Terra aveva accumulato in intere ere geologiche, ovvero in centinaia di milioni di anni. A tale quantità e qualità di energia consumata si è associato il modello economico, produttivo e di consumo oggi dominante, divinità mostruosa, insaziabile divoratrice di materia e bellezza e generatrice di mortali, venefici escrementi: un sistema contro natura che, per gli interessi sottesi, non ha dato né poteva dare nessuna risposta alla domanda di giustizia e di pace nel mondo, di equa distribuzione delle risorse e di benessere globale; un sistema la cui continuità richiama, per l’esponenziale esaurirsi delle fonti primarie, sempre più la costituzione di potentissime oligarchie di potere, lo scatenarsi di devastanti conflitti, la perdita di democrazia e di autonomia dei paesi.

Tale modello, con l’immane forza dell’immagine propagandata dall’esterno e con la ricerca interna della sua attuazione, ha contribuito significativamente a cancellare o annientare l’incommensurabile utopia concreta del Comunismo[1], a distruggere culture ed economie esistenti anche da migliaia di anni, a creare i flussi della disperazione di milioni di persone, impoverite sempre più fino a essere ridotte alla fame e spinte a cercare fortuna proprio in quella parte del mondo che ha saccheggiato i loro paesi. Pur senza tenere conto dell’ormai prossimo esaurisi delle risorse fossili, è minimamente sostenibile questo modello?

Il sistema di potere del capitalismo, del libero mercato, del consumismo e delle multinazionali non ha morale, non si pone questione alcuna riguardo al futuro dell’umanità e del Pianeta: mira solo a rafforzarsi ulteriormente rispetto al passato, per agire sempre più senza condizionamenti e vincoli. L’accordo di Partenariato trans-atlantico per il commercio e gli investimenti (TTIP), negoziato a partire dal luglio 2013 tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea, «prevede che le legislazioni in vigore sulle due coste dell’Atlantico si pieghino alle regole del libero scambio stabilite da e per le grandi aziende europee e statunitensi, sotto pena di sanzioni commerciali per il paese trasgressore, o di una riparazione di diversi milioni di euro a favore dei querelanti. Il TTIP unisce aggravandoli gli elementi più nefasti degli accordi conclusi in passato. Se dovesse entrare in vigore, i privilegi delle multinazionali avrebbero forza di legge e legherebbero completamente le mani dei governanti. Impermeabile alle alternanze politiche e alle mobilitazioni popolari, esso si applicherebbe per amore o per forza poiché le sue disposizioni potrebbero essere emendate solo con il consenso unanime di tutti i paesi firmatari»[2]. Sicurezza degli alimenti, norme sulla tossicità, assicurazione sanitaria, prezzo dei medicinali, libertà della rete, protezione della privacy, energia, cultura, diritti d’autore, risorse naturali, formazione professionale, strutture pubbliche, immigrazione, organismi geneticamente modificati, clima: non ci sarebbe una sfera di interesse generale che non passerebbe sotto le forche caudine del libero scambio istituzionalizzato.

Non è certo immaginabile un imbroglio mondiale politico-istituzionale più grande di questo, che, almeno per come appare, è sostenuto e coperto da tanta parte di quelle forze politiche che sono state elette (negli USA come nell’Unione Europea) quali democratiche e progressiste, a partire proprio dallo stesso presidente Obama! Per il pianeta e per l’umanità diventerebbe l’apocalisse finale: il richiamo all’Europa fatto oggi per motivare tante scelte diventerebbe rispetto a tale trattato il battito d’ali di una farfalla rispetto a un uragano di categoria 5.

In questo, come in altri omogenei trattati già in atto, c’è il tutto dello sfruttamento della natura e della biodiversità e dell’uomo sull’uomo: dal diritto al risarcimento alle multinazionali e ai paesi acquirenti per il mancato rispetto dei furti di terra all’indennizzo alle società investitrici per l’aumento dei salari minimi; dal diritto di non inserire informazioni nelle etichette di prodotti alimentari OGM al risarcimento per la rinuncia all’energia nucleare; dalla soppressione di ogni controllo pubblico sul volume, la natura e l’origine dei prodotti finanziari messi sul mercato al diritto di limitare le emissioni. Il mondo a tal punto è anche formalmente, sul piano istituzionale, governato dalle multinazionali e dai grandi gruppi di pressione degli specifici settori. Il pubblico, l’interesse collettivo, le volontà popolari e le democrazie non hanno più non solo valore e peso, ma ragione alcuna di esistere: sempre più ogni persona umana tende a divenire robot funzionale all’esistenza e all’espandersi di questa immane, aliena mostruosità.

Ma, naturalmente, dalla crisi si può uscire anche diversamente, e cioè nella direzione opposta dell’umanità e della biodiversità, della solidarietà e dell’amore verso la Terra, della democrazia e della continuità della vita.

Se uscire dalla crisi è consueta, inflazionata e ripetitiva promessa, il richiamo, lo slogan da enunciare in ogni luogo, occasione e programma, totalmente opposta è la riflessione sul come uscirne, e dunque proprio sul diversamente.

La grande sfida dopo la caduta del Muro di Berlino deve essere proprio questa: una nuova utopia che, partendo da una globale constatazione di quanto è avvenuto e avviene, assurga a pensiero, idealità, filosofia politica trainante del tutto.

Non può esservi progresso e crescita culturale e sociale, economica e produttiva che non abbia al centro l’ecologia nell’accezione più ampia, e contestualmente non è pensabile una tutela della natura, della biodiversità, della storia, della cultura e dei suoi valori che non sia strettamente legata alla realizzazione di un mondo di equa distribuzione delle risorse, di pace, di solidarietà, di rispetto e di amore delle diversità, di un mondo, la Civiltà del Sole e della Biodiversità, che senza problema o preoccupazione può essere chiamato Comunismo: un Comunismo nuovo, il Comunismo Ecologico, tanto presente anche nella voce del Papa[3], che è il superamento radicale, ma non la negazione, di un pensiero e di un modello che hanno inseguito il sistema capitalistico, mercantile e consumistico, uscendone alla fine completamente sconfitti.

Tutto ciò non è mera, astratta elucubrazione, ma l’esatto opposto, ovvero l’orizzonte per un concreto, urgente programma politico, di governo, di movimento, di iniziativa e di lotta, che:

- al ricatto dello spread e del debito pubblico e monetario della Banca Centrale sostituisca il diritto dello Stato e dell’Unione Europea a emettere moneta, quanta necessaria per la tutela della natura e della biodiversità e per un fattibile e sostenibile percorso di progresso e di benessere;

- ponga la centralità e il primato del pubblico rispetto al privato;

- affermi coerentemente come valori la scuola e l’educazione, l’università e la ricerca, la sanità e la solidarietà sociale, la cultura e la storia, l’energia del sole, la rinnovabilità e il riciclo della materia;

- sostituisca all’usa e getta la qualità e la positività delle merci, alla produzione delle armi, al loro mercato, alla guerra e alle distruzioni, la saggezza della pace e della cooperazione, alla meritocrazia e alla cultura dell’homo hominis lupus il diritto al lavoro per tutti e alla realizzazione di ciascuna persona nel perseguimento del benessere collettivo e della tutela della natura.

Occorre forse avere solo la volontà di rifondare l’Utopia.

Gennaio 2014



[1] Ieri nell’Unione Sovietica, oggi, ancora di più per i valori totalmente negativi che esprimono, nella Cina e negli altri paesi cosiddetti comunisti del sud-est asiatico. 

[2] Dall’articolo Le traité transatlantique, un typhon qui menace les Européens di Lori Wallach, da Le Monde Diplomatique, novembre 2013.

[3] Papa Francesco è stato il solo nel suo messaggio di fine anno (2013) a parlare di natura, di risorse e di ambiente. L’ha fatto con un passaggio complesso, introdotto forse per la prima volta nei vari suoi interventi sulla natura: «La visione cristiana della creazione comporta un giudizio positivo sulla liceità degli interventi sulla natura per trarne beneficio, a patto di agire responsabilmente, cioè riconoscendone quella grammatica che è in essa inscritta e usando saggiamente le risorse a vantaggio di tutti, rispettando la bellezza, la finalità e l’utilità dei singoli esseri viventi e la loro funzione nell’ecosistema. Insomma, la natura è a nostra disposizione, e noi siamo chiamati ad amministrarla responsabilmente. Invece, siamo spesso guidati dall’avidità, dalla superbia del dominare, del possedere, del manipolare, dello sfruttare; non custodiamo la natura, non la rispettiamo, non la consideriamo come un dono gratuito di cui avere cura e da mettere a servizio dei fratelli, comprese le generazioni future.» Se dunque il Papa lascia ancora incerti e indefiniti il fin dove e il fin quanto della liceità dell’intervento sulla natura, esplicita chiaramente condizioni e finalità di esso.