Il vocabolario della natura quale fondamento del nuovo sistema elettorale italiano

Molto si discute in questi giorni sulla necessità di modificare il sistema elettorale italiano. Purtroppo anche nelle proposte più autorevoli, in nome della cosiddetta governabilità, si continuano a indicare sbarramenti che impediscono l’emergere di nuove idee e nuovi contenuti nella politica, con uno strutturale accordo di fondo tra le forze politiche esistenti riguardo alla propria conservazione e alla difesa dei relativi interessi nella logica della loro alternanza al potere. Con gli sbarramenti la dialettica tra vecchio e nuovo viene cancellata, per cui il divenire del Paese è obbligato a scorrere lungo alvei delineati da un sistema di potere spesso profondamente lontano dalle attese dei cittadini. Le nuove istanze politico-istituzionali, a meno che non siano sostenute da pesanti interessi e poteri economici, quando nascono - come tutte le piante, anche quelle che diventano poi enormi e secolari - sono piccole, deboli, fragili e facilmente cancellabili mediante meccanismi elettorali. Ben diversamente ci parla il vocabolario della natura: per la natura «il piccolo e il grande non sono che termini comparativi, essa non conosce nulla di minimo o di insignificante»[1].

D’altra parte, quando per l’eccezionale valenza storica del momento e dei protagonisti i valori superarono gli interessi di parte, la democrazia in Italia dopo la dittatura fascista fu fondata dai Padri della Costituzione proprio su questo principio della proporzionale rappresentanza nel Parlamento delle diverse volontà popolari. La storia parlamentare del nostro Paese, se attentamente letta, ci dice poi quanto positivo contributo abbiano portato queste espressioni minori sia per quanto riguarda le aggregazioni elettorali che le singole personalità: dal PDUP (Partito di Unità Proletaria) a Democrazia Proletaria, dai Liberali ai Repubblicani, da Magri a Capanna e a Pollice, da De Nicola ed Einaudi a Spadolini.

Purtroppo la controriforma degli anni ’90, utilizzando degenerative devianze politiche, cancellò lo spirito reale della nostra Costituzione e introdusse perversi meccanismi ad excludendum, impositivi di forzate e contradditore alleanze elettorali.

La discussione sulla riforma elettorale non può essere riservata agli addetti ai lavori, o meglio ai diretti interessati, e cioè i Parlamentari, ma deve riguardare tutti i cittadini.

Io penso che la vera grande innovazione da fare sia cancellare la controriforma degli anni ’90 e ritornare al sistema elettorale previsto dalla Costituzione, direi secondo natura, e cioè quello proporzionale puro senza sbarramento alcuno, che è peraltro il sistema attualmente utilizzato per le elezioni del Parlamento Europeo.

Naturalmente il sistema proporzionale diretto non è la democrazia compiuta e partecipata che tutti dovremmo auspicare e per la quale tutti dovremmo operare, ma è certo un significativo passo in tale direzione.

Gennaio 2007



[1] George Perkins Marsh, L’Uomo e la Natura (1863).