Associazioni, comitati e movimenti, fondamenti della democrazia partecipata

Questo contributo si propone di fornire alcuni spunti per una riflessione sul ruolo che hanno o che possono avere i comitati popolari, le associazioni dei cittadini, i movimenti e in generale tutto ciò che si muove oltre i partiti e le loro rappresentanze, relativamente alle decisioni e alle scelte istituzionali, sia locali che nazionali. La questione nella sua generalità riguarda l’intendere, la costruzione e l’essenza stessa della democrazia: per tutte le associazioni, i movimenti e le forme organizzate non partitiche, portatrici di interessi collettivi, essa assume rilevanza fondamentale per gli ideali di riferimento e per il valore e i risultati concreti dell’impegno e delle battaglie che vengono promosse e sostenute.

Naturalmente una comunità compiutamente democratica è quella in cui si opera per costruire scelte condivise dalla gran parte dei cittadini (intesi nell’appartenenza alla comunità stessa) e rappresentative della prevalenza degli interessi di essi: ciò significherebbe l’esistenza per tali comunità di forme organizzate istituzionalizzate per gli atti decisionali, delegando eventualmente a una loro rappresentanza solamente l’attuazione delle decisioni. A parte lo strumento referendario, peraltro estremamente difficile da far attuare, non vi sono nel nostro Paese possibilità in tale senso, ma solo tante proclamazioni retoriche riguardo alla partecipazione dei cittadini alle scelte, quali quelle presenti in diversi statuti comunali, provinciali e regionali.

Stando alle regole istituzionali, per la formazione delle scelte a ogni livello sia nazionale che locale, la sola funzione partecipativa dei cittadini sta nella possibilità di votare, restando poi soggetti totalmente passivi: tutta la democrazia si riduce a una mera delega.

Ma vediamo chi sono e che cosa rappresentano gli eletti, e di conseguenza l’effettiva corrispondenza delle rappresentanze istituzionali alle volontà popolari.

Nel passato quando esistevano realmente i partiti, con la vita delle sezioni e dei circoli, almeno tra gli iscritti e nelle pubbliche assemblee vi erano analisi, giudizi e critiche. Nei fatti oggi sempre di più gli eletti sono gruppi di autoconservazione, autoreferenziati, che ripropongono se stessi con regole elettorali concepite esclusivamente al fine della loro rielezione. Le maggioranze di governo raramente sfiorano l’effettiva rappresentanza del 50% dei cittadini e al loro interno hanno spesso posizioni fortemente differenziate rispetto a programmi e tematiche. Nei fatti tali maggioranze da una parte sempre di meno si rifanno a ideali, valori e prospettive generali della società e del mondo e dall’altra, per un insieme di vincoli o interessi, non colgono aspettative ed esigenze territoriali.

Tra cittadini e politica così intesa e attuata vi è un enorme vuoto. Per molti aspetti tale politica è categoria estranea rispetto alla sua naturale provenienza, cioè la cittadinanza. Questa estraneità è la forza della conservazione del potere politico, e i mass media generalmente costituiscono gli strumenti del mantenimento e del rafforzamento di questa estraneità. Articoli di giornale e programmi televisivi sono teatrini del potere politico dell’estraniazione, per nulla interessati e disponibili a colmare quel gran vuoto, a ridare forza e potere all’essenza vera della politica.

Nella società vivono invece valori veri, ideali e utopie relativi ai grandi problemi dell’umanità e al futuro del Pianeta, come pure esistono esigenze di affermare interessi collettivi di una determinata comunità e di opporsi a decisioni prese ignorando la sua stessa esistenza e contro di essa: la democrazia partecipata in senso globale e locale parte proprio da queste istanze.

I grandi temi della cultura della biodiversità, dello sviluppo solidale e compatibile, dell’ecopacifismo, dell’energia, dei pericoli del nucleare, dell’inquinamento dell’aria, dell’acqua e dell’etere, dell’agricoltura biologica, dei parchi e delle aree protette, della tutela dei beni culturali, dei centri storici, delle tradizioni e dei costumi, dei diritti del cittadino quale consumatore, probabilmente mai, o sicuramente in maniera del tutto marginale, sarebbero emersi senza l’esistenza di tanti comitati, associazioni e movimenti, con l’attivazione e la diretta partecipazione di una moltitudine di cittadini altrimenti esclusi dalla politica.

Parimenti tante scelte infelici, dettate da meri interessi economici o anche da affari malavitosi, sarebbero passate sulla testa, sulla salute e sui bisogni dei cittadini con il beneplacito di amministratori, politici, esperti e consulenti di parte, a tutto interessati tranne che al bene generale della collettività.

Come tutte le realtà sociali, naturalmente, le associazioni, i comitati, i movimenti e i loro leader non vanno santificati, e rischiano, come avvenuto in importanti situazioni, di venire cooptati dal sistema di potere e di assumere conseguentemente posizioni opposte a quelle proprie tradizionali, su problemi locali come su questioni generali fondamentali quali la pace e la guerra, lo sviluppo, la cultura e la solidarietà: ciò richiama perciò la critica costante, la verifica dei contenuti, l’analisi dello stato dell’oggi e, per le grandi esperienze passate, la coerenza con la propria storia.

Depurati costantemente di quanto di opportunistico e obsoleto in essi vi possa essere, i comitati, le associazioni, i movimenti costituiscono la freschezza della nostra democrazia, la sua rigenerazione permanente. Non per avere più voti, ma per tale essenza, a essi bisogna perciò guardare, contribuendo a farli crescere e moltiplicare.

Marzo 2007

(Scritto in collaborazione con Guido Pollice)