Il valore della proporzionale pura per la rigenerazione democratica, progressista ed ecologista delle assemblee elettive

Lo sgretolamento dell’aggregazione elettorale denominata Popolo della Libertà (PdL)[1] e la conseguente profonda crisi istituzionale del Paese, al di là della soluzione che ne potrà risultare, attesta inequivocabilmente il fallimento e l’impraticabilità di un percorso di organizzazione della politica e della rappresentanza democratica, così come teorizzate e configuratesi con la controriforma attuata negli anni ’90 rispetto alla filosofia della rivoluzione costituzionale del 1948, fondata sui partiti politici, piccoli o grandi che fossero. Sono falliti i due postulati sui quali si era fondata la svolta: la questione morale e la governabilità, come attestano da una parte il succedersi delle ruberie, della corruzione e delle tangenti nel cuore e nei centri più sacri del Paese, e dall’altra la caduta prima del governo Prodi e oggi la crisi del governo Berlusconi. La discussione sulla riforma della politica ruota, anche a sinistra e in parte rilevante della società civile e progressista, attorno alla definizione di una nuova legge elettorale in maniera prevalentemente tecnica, senza invece connetterla all’essenza della crisi, e cioè alla sostanziale inesistenza nel Paese di una reale democrazia e di una partecipazione dei cittadini alle scelte nazionali e locali.

Non vi è dubbio che l’attuale legge elettorale (legge Calderoli, soprannominata Porcellum) sia un obbrobrio, quanto di peggio non si può. Lo è sicuramente perché gli eletti si succedono secondo l’ordine di presentazione della lista, per cui è il capo (o il boss che dir si voglia) a decidere chi far eleggere: questa è la critica comune che viene fatta, anche se spesso tale critica è solo di facciata perché la legge conviene moltissimo a chi è riuscito a prendere il potere. Ma l’attuale legge elettorale è politicamente, sul piano della rappresentanza democratica, un obbrobrio soprattutto per l’impostazione di fondo, e cioè quella della cancellazione forzata dal quadro politico-istituzionale di ogni nuova istanza, di minoranze che possono poi crescere e divenire maggioranza. E’ questo il punto dell’intesa istituzionale che vede l’accordo di tutte le forze politiche, anche di quelle dalla storia breve che non esisterebbero se nel passato non fosse stato presente un sistema elettorale diverso: appunto quello della Prima Repubblica. In questo errore fatale sono cadute anche forze politiche che avrebbero potuto rappresentare la novità e la contraddizione del sistema: Rifondazione Comunista, impegnata soprattutto a gestire univocamente il potere di uno spazio elettorale e perciò decisa a risolvere ogni propria contraddizione a sinistra con l’eliminazione (elettorale) di ogni area antagonista, e il Sole che ride(va), il cui potere era tutto fondato sull’appropriazione di un simbolo, patrimonio comune del movimento verde ed ecopacifista: movimento che è stato in impetuosa e dirompente crescita per un lungo decennio a partire dalla metà degli anni ’80 e che oggi, se non fosse stato svilito nella portata degli obiettivi, nella gestione del potere e nella lotta ad excludendum, sarebbe forza decisiva della politica nazionale.

Togliatti, nella sua visione di grande lungimiranza politica, combatté strenuamente la legge truffa del 1953[2], non per il Partito Comunista, o almeno non prioritariamente per esso, ma per i danni irreversibili che essa avrebbe arrecato alla democrazia nel Paese. Nel celebre discorso dell’8 dicembre del 1952 l’allora segretario del PCI disse: «Il Parlamento deve essere lo specchio della nazione; e il sistema di rappresentanza proporzionale è quello che meglio risponde a un siffatto concetto ed è veramente il punto più alto che abbia raggiunto il regime rappresentativo.» Dov’è l’anacronismo rispetto a questa visione della democrazia e del ruolo del Parlamento? L’anacronismo vero è quello dell’oggi rispetto a quegli eventi, rispetto cioè allo scontro politico tra chi voleva (in primis la Democrazia Cristiana) in sostanza reintrodurre la legge che garantì il dominio senza opposizione del fascismo nel Parlamento (la legge Acerbo del 1923[3]) e chi a tale nefasta operazione si oppose in nome della democrazia, del Parlamento e della Costituzione: l’anacronismo sta nella scarsa consapevolezza che c’è oggi dell’importanza per il Paese della scelta del sistema elettorale rispetto alla grande coscienza che si manifestò allora, nel 1952-53. «Oggi sciopero generale di 24 ore a difesa del Parlamento e della Costituzione contro un inaudito colpo di forza DC»è il titolo dell’Unità del 30 marzo 1953, il giorno precedente a quello della votazione dell’articolo unico della legge n. 148/1953, la legge che introduceva il sistema maggioritario in Italia. Contro tale legge fu combattuta una delle più belle e importanti battaglie per la democrazia fin dalla nascita della Repubblica; una battaglia politica vera, del popolo, che con grande efficacia Pietro Nenni (PSI) così sintetizzò nel suo Diario: «La legge è votata, ma non è finita la nostra battaglia contro la legge, che si trasferisce dal Parlamento al Paese.» E il popolo sconfisse il disegno di restaurazione autoritaria con le elezioni del 7 giugno successivo all’approvazione della legge: la DC e i suoi alleati arretrarono fortemente rispetto alle precedenti elezioni, non raggiunsero il 50% e non ebbero il premio di maggioranza. La lotta per la democrazia e in difesa del Parlamento portarono a una grande avanzata delle forze democratiche e progressiste.

Va evidenziato, anche perché raramente lo si fa, che sia la legge fascista Acerbo del 1923 che la legge democristiana truffa del 1953 erano migliori dal punto di vista della rappresentanza della volontà popolare in Parlamento rispetto all’attuale legge elettorale. Entrambe infatti prevedevano che venisse raggiunto il 50% più uno dei voti validi, e le minoranze, qualunque esse fossero, entravano nel riparto della quota non assegnata alla forza o all’aggregazione vincente. Nell’attuale legge invece si ha il premio della maggioranza assoluta degli eletti indipendentemente dalla percentuale raggiunta, purché sia la più alta, e vi sono soglie di sbarramento che impediscono la presenza di forze politiche anche votate da un milione di elettori (come avvenuto ad esempio per la Sinistra Arcobaleno nel 2008[4]).

Se finalmente va via Berlusconi, per prolungare la legislatura da più parti si propone un governo tecnico per una nuova legge elettorale, senza però specificare quale esso possa essere. Se si vuole rispettare la Costituzione, un governo costituzionale avrebbe senso solo se si ponesse come obiettivo il ripristino della proporzionale pura, restituendo al Parlamento la centralità perduta e creando così le condizioni per un reale possibile cambiamento: una soluzione diversa accentuerebbe la palese contraddizione oggi esistente tra il dettato costituzionale, che assegna al Presidente della Repubblica il compito di verificare in Parlamento la fattibilità di un nuovo Governo, e la legge elettorale, che chiede di indicare nella scelta degli elettori il candidato a Presidente del Consiglio.

Naturalmente è inutile dire che i governi tecnici non esistono perché i governi fanno scelte politiche: che cosa farebbe un governo tecnico o un governo costituzionale (con la presenza del Partito Democratico e dell’Italia dei Valori) rispetto all’inaudita violenza perpetrata da Berlusconi con il ritorno al nucleare o con le scelte economiche, antisociali e antiecologiche del ministro Tremonti o con le missioni in Afghanistan o ancora con le politiche su scuola, sanità, immigrazione e diritti? Invertirebbe radicalmente rotta o legittimerebbe la nefasta politica dell’attuale Governo?

La strada per fare del Parlamento l’espressione vera della volontà popolare non può essere certo quella delle cosiddette primarie: bisogna dare a esse il giusto valore e significato. Se all’interno di un’identità politica si fanno scelte rappresentative delle volontà degli appartenenti a tale identità, sicuramente si ha un momento vero di democrazia e i prescelti sono realmente i più rappresentativi di quell’identità politica: ma le primarie portate all’esterno sono un’evidente mistificazione della democrazia reale. A esse può partecipare come votante addirittura chi la pensa in maniera opposta rispetto ai valori dell’identità politica stessa e le scelte possono essere pilotate secondo tali interessi, soprattutto da chi ha più potere e mezzi finanziari. Solo apparentemente in linea teorica, ad esempio, per il potere economico che ha Berlusconi potrebbe portare un suo candidato a essere... il suo avversario! D’altra parte che senso ha fare le primarie per il candidato a Primo Ministro di un’aggregazione di forze politiche che, se sono diverse, pure qualcosa di diverso devono avere? O altrimenti esse sono tutte identiche e il gioco o meglio la lotta è solo di potere?

La vera novità perciò è… il ritorno al proporzionale puro, come nello spirito della nostra Costituzione. D’altra parte un’elezione che non preveda l’indicazione del Primo Ministro è l’unica che legittimamente consente di affrontare crisi come quella attuale, con la ricerca di una diversa intesa fra le forze politiche su un determinato programma in Parlamento. Al contrario di quanto si è voluto far credere, più democrazia può significare anche più governabilità, anche se è bene sempre sottolineare, in ogni caso, il primato assoluto della democrazia rispetto alla governabilità e all’autoritarismo.

Una novità vera, di eccezionale e dirompente valenza nel programma elettorale delle forze democratiche, progressiste ed ecologiste, sarebbe perciò quella della scelta del sistema elettorale del proporzionale puro in alternativa a quello dell’alternanza, che impone come divino dogma il mantenimento al governo dell’una o dell’altra realtà, anche se entrambe dovessero essere indigeste al volere dei cittadini. In tal senso, dal basso e in maniera trasversale nell’area democratica, di grandissima rilevanza sarebbe perciò un Movimento per la proporzionale pura, capace di capovolgere l’intesa di fondo, profondamente conservatrice e violentemente reazionaria (perché respinge ogni istanza diversa dal sistema di potere) delle forze dell’alternanza, unite spesso nella mistificazione dell’interesse generale del Paese.

Ma naturalmente la restituzione della rappresentanza democratica al Parlamento e più complessivamente alle istituzioni elettive territoriali non è il solo aspetto - per quanto di grandissima rilevanza - della necessità di una vera rinascita a ogni livello della politica, della partecipazione e del potere decisionale diretto dei cittadini nelle scelte nazionali e locali. Pur con tantissimi limiti, l’organizzazione e la costruzione stessa della politica con i partiti politici del secolo scorso (eccezion fatta naturalmente per il ventennio fascista) riuscivano a coinvolgere una massa imponente di persone, di ogni ceto, estrazione sociale e livello di istruzione, nelle sezioni, nelle cellule, nei circoli, nei caseggiati. I partiti politici erano nel loro corpo portatori e, allo stesso tempo, generatori di ideali e di valori, di teorie e prospettive produttive, economiche, sociali, culturali, di visione dello Stato e della sua articolazione. Soprattutto a sinistra, la discussione sulle scelte politiche così come sui gruppi dirigenti aveva una consistenza decisionale fortemente significativa: sì, la politica era molto più nobile, e raramente si arrivava agli attuali livelli di degrado.

La storia naturalmente non è reversibile, e non è certo immaginabile un semplice ritorno a quella che fu l’essenza politica di allora. Sono invece immaginabili, anzi necessarie e urgenti, la riflessione e la ricerca su come affrontare l’attuale crisi e la relativa grave degenerazione e su come costruire nuovi contenuti, espressioni e forme di politica, democrazia e protagonismo. Profondamente sbagliato sarebbe credere che ciò possa essere pensato e attivato dai potenti della politica, almeno dalla gran parte di essi, anche nella sinistra. In realtà, difatti, molti di essi si sono messi in proprio con proprie organizzazioni, spesso denominate fondazioni, ricche e potenti, dove fanno le loro mediazioni politiche[5]. Quante centinaia di milioni di euro circolino tramite questi circuiti, quanti accordi e compromessi, quanto lavoro condizionato e in tal senso clientelare, quanti condizionamenti passino attraverso queste organizzazioni è una ricerca che non siamo certo in grado di effettuare, ma che sicuramente appare di grandissimo, forse fondamentale interesse per la comprensione del fare politica oggi e del perché sia pura formalità parlare della crisi della politica, in quanto essa è scelta dell’attuale sistema, del tutto funzionale a garantire determinati e chiari interessi e modalità di gestione del potere: più le masse restano lontane dalla politica, più il sistema di potere, nel suo insieme e nel suo omogeneo essere almeno sotto l’aspetto della sua conservazione, risulta garantito.

Naturalmente non è proprio tutto così, in una realtà massimamente complessa, con tante contraddizioni, negli stessi partiti del centro-sinistra come nella società: la mobilitazione, la partecipazione e il milione e mezzo di firme raccolte per l’acqua pubblica (valore simbolo della comunione delle risorse naturali), il sorgere e il moltiplicarsi dei Comitati contro il Nucleare e per la Civiltà del Sole, il moltiplicarsi dei GAS (Gruppi di Acquisto Solidale) e il grande successo delle piazze ecosolidali, le innumerevoli manifestazione contro ogni forma di razzismo e di discriminazione di sesso, religione e cultura, la mobilitazione per i lavoratori della FIAT di Pomigliano, le iniziative di associazioni grandi e piccole - dai VAS (Verdi Ambiente e Società) alla Legambiente e al WWF, dalla LIPU a Italia Nostra - a difesa della natura, della biodiversità, della storia e della cultura, sono un piccolo pezzo di una grandissima realtà, capillarmente diffusa nel Paese, interessata a partecipare attivamente e intensamente, e perciò politicamente, per costruire una nuova società, un nuovo mondo.

Tutto ciò che ho indicato è naturalmente solo una piccola parte di un universo molto più grande di aree, esperienze e lotte, politiche, sindacali e di movimento, portatrici di valori, idee e bisogni, che nel mondo della sinistra e dell’ecopacifismo non possono essere cancellate.

Su almeno tre grandi direttrici si dovrebbero svolgere una ricerca e un’azione comuni di questo universo, quasi come in un patto per l’alternativa (totalmente diversa da alternanza):

- la grande riforma elettorale per la proporzionale pura, essenziale come detto per rigenerare radicalmente le assemblee elettive e il governo delle istituzioni;

- l’istituzionalizzazione di strumenti nuovi di decisione dal basso per le scelte territoriali, economiche, sociali e produttive, locali e nazionali, con un ruolo prevalentemente istruttorio del Parlamento e dei Consigli delle assemblee, ed esecutivo del Governo e delle Amministrazioni locali, quale momento il più alto possibile della democrazia e della partecipazione popolare;

- l’orizzonte della solidarietà e dell’ecologia per una nuova economia, un nuovo sviluppo e un nuovo rapportarsi dell’umanità alla biodiversità.

Se riflettiamo bene, in tutto l’universo delle realtà alternative del Paese è presente almeno un poco e spesso molto di quanto ho indicato in queste tre direttrici, e probabilmente ognuna di quelle realtà direbbe di non essere a esse contraria e anzi di perseguirle: se è così, è proprio impossibile attivare una ricerca per una strada condivisa per un grande comune impegno?

Agosto 2010



[1] Tra luglio e agosto 2010 si verifica la scissione dal PdL di un gruppo di parlamentari con a capo Gianfranco Fini (cofondatore del partito), con la costituzione di un nuovo gruppo parlamentare denominato Futuro e Libertà per l’Italia. Per il PdL si tratta di una fase critica, caratterizzata da diverse defezioni. 

[2] La legge elettorale del 1953, meglio nota come legge truffa dall’appellativo datole dai suoi oppositori, fu un correttivo della legge proporzionale vigente dal 1946. Essa introduceva un premio di maggioranza consistente nell’assegnazione del 65% dei seggi della Camera dei deputati alla lista o al gruppo di liste collegate che avesse superato la metà dei voti validi. La legge, promulgata il 31 marzo 1953 (n. 148) e in vigore per le elezioni politiche del 3 giugno di quello stesso anno sia pure senza che desse effetti, venne abrogata con la legge 615 del 31 luglio 1954. Voluta dal governo di Alcide De Gasperi, venne proposta al Parlamento dal Ministro dell’interno Mario Scelba e fu approvata con i voti della sola maggioranza, nonostante i forti dissensi manifestati dalle altre formazioni politiche di destra e di sinistra.

[3] La legge 18 novembre 1923, n. 2444 (nota come legge Acerbo, dal nome del deputato Giacomo Acerbo che redasse il testo) fu la legge elettorale adottata dal Regno d’Italia nelle elezioni politiche italiane del 1924. Fu voluta da Benito Mussolini per assicurare al Partito Nazionale Fascista una solida maggioranza parlamentare. La legge Acerbo prevedeva l’adozione di un sistema proporzionale con premio di maggioranza, all’interno di un collegio unico nazionale, suddiviso in 16 circoscrizioni elettorali. Oltre al voto di lista era ammesso il voto di preferenza.

[4] Nelle elezioni politiche dell’aprile 2008 la formazione politica denominata La Sinistra l’Arcobaleno, guidata da Fausto Bertinotti, ottenne alla Camera il 3,12% dei voti (con 1.124.298 preferenze) e nessun seggio in parlamento. 

[5] Lasciamo perdere le fondazioni legate alla destra, che ci interessano poco (come Fare Futuro di Gianfranco Fini o le altre innumerevoli di ispirazione berlusconiana), e guardiamo appunto a sinistra e nel mondo ecologista. Massimo D’Alema si è costruito Italianieuropei: tra i soci benemeriti di ieri e di oggi della fondazione figurano esponenti del mondo imprenditoriale come Guidalberto Guidi, Gianni Agnelli, Francesco Micheli, Vittorio Merloni, Claudio Cavazza, Carlo De Benedetti, Gianfranco Dioguardi e Paolo Marzotto, insieme ad aziende quali Pirelli, Gruppo Marchini, Philip Morris, Glaxo Wellcome, Pharmacia & UpJohn, Lega delle Cooperative, ABB ed Ericcson. Ermete Realacci è invece il presidente della fondazione Symbola, «un movimento culturale la cui originalità sta nel mettere in rete soggetti diversi fra loro: personalità del mondo economico e imprenditoriale, della cittadinanza attiva, delle realtà territoriali e istituzionali, del mondo della cultura». Nel comitato promotore di Symbola, oltre ancora a Carlo De Benedetti, ci sono Diego Della Valle, Alessandro Profumo, Carlo Puri Negri, Alberto Piantoni, Sandro Polci; insieme a Bertolaso, tra gli altri nel Comitato Scientifico c’è la Marcegaglia, forse per convincere sulla scelta nucleare. Walter Veltroni ha la sua Fondazione Democratica e Pier Luigi Bersani l’associazione NENS (Nuova Economia, Nuova Società), e così continuando, praticamente per tutti quelli che hanno il potere di permetterselo. E naturalmente vi sono anche fondazioni e similari politicamente trasversali.