All’anticostituzionale controriforma del Governo contrapponiamo una grande riqualificazione ecologica della Costituzione

Con l’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri, in giugno, del disegno di legge costituzionale (Istituzione del Comitato parlamentare per le riforme costituzionali ed elettorali e disciplina del procedimento di revisione costituzionale)si è avviata o si tenta di avviare la più pesante e incerta operazione politica del Paese, da quando il 2 giugno del 1946 l’Italia, liberata dalla dittatura fascista, entusiasta e convinta, insieme alla scelta della Repubblica, elesse anche i componenti dell’Assemblea Costituente. Sin dalla partenza, densa di fosche nubi appare tale operazione nelle ragioni che la promuovono, nelle finalità e negli interessi reali che si intendono raggiungere e nelle modalità attivate per la sua realizzazione.

Partiamo proprio da questo terzo punto che ha un chiarissimo obiettivo: chiudere in fretta e furia la questione per portare a casa risultati irraggiungibili e sicuramente profondamente diversi da quelli che si otterrebbero con un corretto percorso di sovranità popolare (come recita proprio il primo articolo della nostra vigente Costituzione). Tutto il disegno di legge - con il cronoprogramma di diciotto mesi per il compimento del processo riformatore e le modalità previste per la presentazione e l’istruttoria delle proposte di modifica - è costruito difatti sulla cancellazione dell’articolo 138 della Costituzione[1].

Tale articolo, dettando la fortemente qualificata procedura per ogni cambiamento della Costituzione, ne costituisce la difesa immunitaria: la cancellazione dell’articolo 138 o anche la sua modifica costituisce pertanto un attacco frontale alla Costituzione stessa per devitalizzarla. E’ questo il tradimento di chi, in qualunque carica dello Stato o del Parlamento, ha giurato a essa fedeltà e invece la pugnala alle spalle. Un fatto gravissimo che dovrebbe far insorgere tutta quella parte politica che ha comunque radici nella storia di quei partiti che fondarono la nostra democrazia e la storia repubblicana del nostro Paese!

Con l’operazione in atto, chiari emergono sia il tentativo di colpo di mano dell’iniziativa governativa sia le relative profonde incongruenze.

La modifica costituzionale è atto del Parlamento e non dell’Esecutivo, proprio perché è il Parlamento l’espressione istituzionale della sovranità popolare: non ha perciò alcun senso l’intero disegno di legge proposto.

I Padri della Costituzione, proprio per evitare che essa fosse stravolta in fretta e furia e, al contrario, per far sì che eventuali modifiche venissero attuate a seguito di attentissima riflessione, stabilirono determinati tempi e procedure per il suo cambiamento, come appunto previsto nell’articolo 138: solo calpestando la Costituzione si può perciò pensare di modificarla con i tempi ridotti e le procedure semplificate previsti nel disegno di legge del Governo. Lo stesso disegno di legge, inoltre, poiché costituisce la modifica dell’articolo 138, non può che essere approvato secondo la procedura costituzionale prevista proprio dall’articolo 138, nel pieno rispetto dei suoi contenuti, ivi compresa l’eventuale indizione di un referendum confermativo.

Di sicuro è profondamente mistificante della reale volontà ciò che si cerca di far passare per riforma. Sull’onda dell’antipolitica che si è creata nella gran parte dei cittadini, si fa apparire la riforma come una lotta alla casta e come necessità di riforma elettorale. Nessuna delle due: la moralizzazione della politica non si fa con l’antipolitica né con la svalutazione della democrazia e delle sue regole e necessità, e la riforma elettorale non richiede nessuna riforma costituzionale. Quelle finora fatte - dai soliti noti che oggi ne denunciano la vergogna e l’assurdità - il Porcellum come il Mattarellum, con i catastrofici risultati che stanno sotto gli occhi di tutti, hanno già stravolto incostituzionalmente la Costituzione, che con chiarezza indica nella proporzionale pura il sistema elettorale da adottare.

La domanda da porsi è il perché di questa incredibile accelerazione, di questo stravolgimento delle regole, di questo svilimento del ruolo del Parlamento e delle forze culturali e sociali, relativamente a un cambiamento di tale profondità per il Paese, quasi che si trattasse invece - parole di un rappresentante del Governo, Emma Bonino - del regolamento di un condominio? La risposta è di estrema semplicità: solo in questa maniera, utilizzando cioè la gravissima crisi del Paese, si può portare nella Costituzione, e perciò nell’identità dello Stato, il profondo processo involutivo che accompagna ormai da decenni una certa parte del Paese.

Che cosa difatti si vuole cambiare? Tutta la Costituzione, escludendo per ora - poi in seguito si vedrà - solo i Principi fondamentali e la parte relativa alla Magistratura!

Nell’attuale Costituzione vi è una filosofia di profondo protagonismo, e contestuale garantismo, istituzionale, democratico e partecipativo, sia nella formazione delle leggi che nel controllo del potere dell’esecutivo e nell’equilibrio dei diversi poteri dell’Ordinamento dello Stato. La composizione del Parlamento in Camera dei Deputati e Senato della Repubblica e il ruolo del Presidente della Repubblica sono stati finalizzati dalla Costituente a tale filosofia: così anche nei momenti più difficili del lungo percorso della democrazia del nostro Paese la Costituzione ci ha tutelati da degenerazioni autoritarie e violente. Naturalmente il sistema ha funzionato bene quando la qualità politica dei protagonisti, collettivi (i partiti politici) e individuali (i parlamentari), era alta, frutto essa stessa di alta qualità di organizzazione e capacità democratica nelle scelte: il sistema tuttavia ha retto ancora nel lungo percorso di degrado che stiamo attraversando. Di Sandro Pertini ne abbiamo avuto uno solo, di Ciampi e De Nicola pochi, e non sappiamo se sarebbero stati eletti con un diverso sistema: ognuno può invece immaginare quali Presidenti avremmo avuto con un plebiscito e soprattutto con quali poteri!

E’ perciò profondamente irresponsabile già il solo mettere in discussione gli attuali sistemi di elezione del Presidente della Repubblica nonché la sua funzione: egli deve restare il massimo garante del Paese, della sua Costituzione e dello stesso Parlamento, ma senza nessun ruolo nel Governo. Non si può assolutamente scambiare il passaggio del Paese a un’oscura e rischiosa Repubblica presidenziale[2] con l’appoggio al Governo. Sarebbe da parte del Partito Democratico e delle altre forze che dovessero votare a favore di tale atto un tradimento di tutta la loro storia.

Riflessioni similari valgono riguardo alla modifica dell’attuale bicameralismo, che certo non può avvenire a scapito di una diminuzione della democrazia, ma al contrario attivandone la crescita e incrementando la diretta partecipazione dei cittadini: è perciò assolutamente necessario passare attraverso un lungo, complesso e partecipato, percorso del Paese.

A parte l’incognita su che cosa si intenda fare riguardo alla Pubblica Amministrazione - non è neanche detto che la si voglia mantenere come pubblica e non renderla piuttosto a servizio del privato - il disegno di legge del Governo prevede la modifica del Titolo V della Parte Seconda della Costituzione. Si mette in discussione da una parte l’intera organizzazione territoriale del Paese, la democrazia reale, ravvicinata e partecipata, rappresentata dai Comuni, dalle Province e dalle Regioni, e dall’altra il rapporto reale dei poteri tra Stato Centrale e Autonomie Locali.

Gli articoli dal 114 al 133 del Titolo V hanno conseguenza su ogni aspetto della vita sociale, collettiva e del territorio, dalle funzioni, dai poteri, dal reperimento delle risorse per gli Enti Locali all’ambiente, alla tutela e alla gestione dei beni naturali e storico-culturali, dalla sanità alla scuola, dalla mobilità alla «autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà»[3].

Leggendo tali articoli con la massima attenzione, si può senza ombra di dubbio affermare che nessun articolo è oggi obsoleto, superato come pensiero e necessità nell’interesse generale del Paese e della collettività. Pensiamo che chi, politicamente, pone il problema del cambiamento dovrebbe innanzitutto dire al Paese perché vuole cambiare, quali sono gli elementi di questa parte della Costituzione che costituiscono la pesante palla al piede che impedisce l’inversione rispetto alla profonda decadenza in atto.

Le Città Metropolitane possono essere realizzate a norma di Costituzione[4]. Le Province - conservando l’identità storico-culturale che sarebbe profondamente sbagliato demagogicamente cancellare - possono essere riviste e riorganizzate nella direzione della qualità e delle funzioni da svolgere. I Comuni rappresentano il cuore della democrazia e della partecipazione, e solo - come oggi previsto dalla Costituzione - con la sovrana volontà popolare dei cittadini che vi risiedono possono essere cancellati o accorpati. Al contrario non è spreco di danaro pubblico, ma altissima qualità della spesa pubblica il decentramento reale alle Municipalità dei grandi Comuni e delle Aree Metropolitane.

Sarebbe bene invece che si riflettesse sull’incidenza che ha avuto sulla generazione dell’attuale crisi proprio la mancata compiuta attuazione della Costituzione.

Naturalmente vi sono sicuramente articoli che possono essere migliorati. Il miglioramento però può avere direzione anche opposta, non solo a seconda del pensare e dell’identità dei diversi partiti e soggetti politici, ma anche, all’interno delle stesse forze politiche, a seconda degli interessi e dei bisogni delle comunità locali e delle istanze delle forze sociali, ambientaliste, culturali, produttive ed economiche. A parte il predetto perché farlo, come si può pensare di modificare tutti i citati articoli senza associare il Paese reale a un progetto per una sintesi vera di ulteriore, più elevata qualificazione della nostra Costituzione?

La verità è che le forze reazionarie e conservatrici e i grandi potentati economici vedono nella Costituzione un pesantissimo ostacolo all’affermazione del dominio assoluto del loro agire. Occorre essere ben chiari: l’equilibrio delle potestà tra lo Stato centrale e gli altri Enti territoriali (Regioni, Province e Comuni) non sempre è riuscito a bloccare immani catastrofiche opere di interesse nazionale e ancora meno la diffusione territoriale di tanto saccheggio del nostro Paese. Ma tale equilibrio, sempre più con il crescere del degrado e della relativa presa di coscienza, ha costituito e costituisce tuttora un forte ostacolo, un fondamentale riferimento anche per le forze sane del Paese, ecologiste, culturali e sociali, per promuovere opposizione e attivare legittima resistenza.

La modifica dell’articolo 117 e, di conseguenza, dei successivi articoli relativi ai poteri dei Comuni e delle Regioni, nella direzione richiesta da Confindustria e dalle potentissime lobbies nazionali e internazionali dell’energia, delle comunicazioni, dei trasporti, del cemento e dell’edilizia, sarebbe una catastrofe di dimensioni inimmaginabili, per le conseguenze che avrebbe su tutto il territorio nazionale: una deregulation completa - anche in nome di una mistificata semplificazione burocratica, senza alcuna verifica e confronto con il territorio e le popolazioni locali - dalle perforazioni a terra e a mare agli inceneritori, dai devastanti campi eolici alle centrali termiche, a biomassa e idroelettriche oggi, poi in futuro nucleari, dalle grandi linee di trasmissione all’ultimo sacco del litorale con porti e dighe foranee, da tante piccole e grandi nuove TAV[5] a superstrade triploni di già inutili doppioni, dall’inquinamento dell’etere a quello dei laghi, dei fiumi e dei mari, dalle produzioni OGM alla mancata tutela della salute e della sicurezza sul lavoro.

Quale abissale involuzione del Paese rispetto al tempo e alla politica di Enrico Berlinguer, nella stagione della democrazia e della partecipazione dei decreti delegati del 1975[6] per la piena attuazione degli articoli 117, 118 e 119 della Costituzione! Quale abissale involuzione di valori, di ideali, di attese, di contenuti, di passioni! Dai cambiamenti annunciati e poi attuati dal Parlamento e dallo Stato sgorgava purissima linfa vitale per le istituzioni e per i cittadini e non putride croste di vecchi e cancellati regimi.

Grandissime dovrebbero essere l’attenzione e la preoccupazione per quanto si sta mettendo in moto con l’operazione riforme, ma ciò non è, e progressivamente si sta attuando la strategia dell’agire in silenzio per far trovare poi tutti davanti ai fatti e agli accordi compiuti: il che, con la grancassa di tanti imbonitori dell’informazione, si fa divenire cosa buona e santa per il Paese e per i cittadini.

Altissimo è cioè il rischio che si ripeta la devastante esperienza del passato Parlamento e del governo Monti quando, con modifica della norma costituzionale, si è introdotto nel silenzio di tutti - anche di quelli che sapevano, come sanno oggi - il pareggio di bilancio, come richiesto dalla cancelliera tedesca Merkel e dai grandi potentati dell’economia e della finanza nazionale e internazionale.

Per il futuro dell’Italia occorre perciò far partire l’allarme rosso, anche come prevenzione primaria, su tutta la fondamentale questione delle modifiche alla Costituzione, prima che sia troppo tardi.

Ma in questi anni - in profondo conflitto ideale, culturale, sociale, molto meno politico, con il processo involutivo prima rappresentato - si sono sviluppati nel mondo, e fortemente anche nel nostro Paese, un pensare e un sentire di eccezionale valenza e portata riguardo a tre incommensurabili valori universali: i beni comuni, l’ambiente e la biodiversità. Sono valori che non trovano la diretta formulazione nella nostra Costituzione - anche se l’intero suo spirito li anima in tante sue parti - perché quando essa fu scritta non emergevano quali dirompenti, sovrastanti a ogni altra urgenza e necessità per l’umanità e per il Pianeta, come invece accade oggi, in conseguenza di un percorso lungo più di 50 anni di saccheggio delle risorse e degli habitat naturali.

I principi della democrazia, del lavoro, della solidarietà, dell’uguaglianza e della libertà portano nella nostra Costituzione l’incomparabile aspirazione, l’immensa utopia della società verso cui ogni scelta del Paese deve volgere: l’inserimento, nella Costituzione, dei valori e dell’identità dei beni comuni, dell’ambiente e della biodiversità coniuga in un’indissolubile, radicale, necessaria e vitale armonia e simbiosi tale società con quelle che verranno e con la bellezza e la vita nelle infinite espressioni presenti nel nostro Paese.

L’immenso consenso espresso dai cittadini nei referendum sull’Acqua Bene Comune e sul No al Nucleare, l’impetuoso crescente processo della Costituente dei Beni Comuni, la capillare presenza di associazioni, movimenti, comitati ecologisti e pacifisti, il numero e la qualità sempre più elevati dei protocolli e delle convenzioni internazionali a difesa delle risorse e degli habitat naturali e della biodiversità, il significativo cammino (già avviato in precedenti legislature, esclusa l’ultima) di proposte che hanno ottenuto vasto e trasversale consenso fino al voto favorevole nelle Commissioni e nei due rami del Parlamento, costituiscono condizioni di grande forza per conseguire tale epocale obiettivo: la mobilitazione generale e la scrittura di un testo unificante, che racchiuda il consenso e l’aspirazione di tutti, sono, mai come oggi, necessari e improcrastinabili.

Giugno 2013



[1] Art. 138: «Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni a intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione. Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi. Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.»

[2] E’ stato questo obiettivo fondamentale di pericolosissime, segrete forze eversive e logge massoniche (come la P2), nonché della destra e del centro-destra sin dalla nascita costituzionale del nostro Stato nel 1948, e dalla fine degli anni ’90 obiettivo dichiarato di Silvio Berlusconi.

[3] Articolo 118 del Titolo V della Seconda Parte della Costituzione. 

[4] Presso la Regione Campania vi sono già dai primi anni ’90 un amplissimo dibattito e una costosa ricerca relativi all’istituzione della Città Metropolitana di Napoli, nonché una mia organica proposta di legge di impostazione naturalistico-storico-urbanistica. Si veda a tal proposito lo scritto La proposta Verdarcobaleno di Ecopolis del 1991 e l’istituenda Città Metropolitana di Napoli.

[5] Treno Alta Velocità. 

[6] Legge 22 luglio 1975, n. 382, Norme sull’ordinamento regionale e sulla organizzazione della pubblica amministrazione.