Nucleare: le ragioni del No

 

 

«Ingiusto è ciò che è contrario alla natura.»

«Il sole, sorgendo, ridesta con la sua luce le opere e i pensieri di tutti…»

Democrito

 

Fine inverno, inizio primavera del 1986: l’Unità, organo ufficiale del PCI, a sorpresa, considerata la posizione ufficiale del Partito, aprendo un nuovo percorso di analisi e di riflessione, pubblicò una serie di interventi sul nucleare. Alla critica da me posta, nell’intervento iniziale del dibattito, sulla scelta nuclearista del Paese e del PCI, critica poi sostenuta dalla nascente Lega per l’Ambiente, il più autorevole esponente a favore del nucleare, il professore Felice Ippolito[1], tacciando me e tutti quelli contrari al nucleare di arretratezza culturale e ignoranza, rispose, ex cathedra, dicendoci che esso ci liberava dalla dipendenza energetica straniera, che non vi era nesso tra civile e militare, che le scorie radioattive non costituivano un grosso problema, che le nuove tecnologie potevano far considerare il nucleare sicuro. Poiché, a parte una moltitudine di altri incidenti e avarie di minore entità, vi era stato negli USA nel 1979 un gravissimo incidente nucleare nell’impianto di Three Mile Island in Pennsylvania, si portavano come esempio di totale sicurezza e di nuova tecnologia gli impianti nucleari dell’Unione Sovietica.

Non giunse neanche l’estate per la clamorosa e tragica smentita: la notte del 26 aprile del 1986 esplose il reattore n. 4 della centrale di Chernobyl, con le purtroppo ben note catastrofiche conseguenze sia nell’immediato che per gli anni successivi.

Con i referendum abrogativi del novembre 1987 l’Italia espresse un No netto al nucleare[2]: il referendum dovrebbe valere più di qualsiasi altra legge dello stato, e perciò tale No sembrò dovesse essere una scelta definitiva e irreversibile. Invece oggi l’ENEL e la SOGIN[3] stanno agendo in profondo contrasto con la decisione popolare relativa al terzo quesito referendario sul nucleare[4], con operazioni e accordi internazionali (ivi compresa la costruzione di centrali nucleari) quali quelli definiti con la Slovenské Elektrárne (Repubblica Slovacca), con la Rosatom (Russia) e con la EDF (Francia): in base all’accordo Prodi-Sarkozy, l’Enel parteciperà allo sviluppo del programma nucleare francese di nuova generazione e, con una quota del 12,5%, parteciperà alla realizzazione del primo degli impianti nucleari EPR (European Pressurized Reactor). Un fatto di estrema gravità, su cui purtroppo tacciono gran parte delle voci che dovrebbero farsi sentire in Parlamento!

Ma più in generale la questione dello sviluppo del nucleare viene oggi riproposta con estrema determinazione da più aree politiche, non solo di centro-destra, ma anche da autorevoli esponenti del nuovo Partito Democratico, e la sostanza delle cose che si dicono non è dissimile rispetto a quelle che si dicevano nel tempo antecedente il disastro di Chernobyl. Ma naturalmente non vi è motivo alcuno, neanche minimo, per ritenere che tali dichiarazioni siano state suggerite da un contesto di fortissimi interessi legati al nucleare, e dobbiamo certamente credere fino in fondo che esse siano state espresse con la massima lealtà e onestà intellettuale e nella presunzione dell’interesse del Paese. Perciò, per evitare ogni accusa di oscurantismo, è necessario confrontarsi nel merito.

Partiamo dall’ultima affermazione fatta, secondo la quale le centrali nucleari non contribuirebbero all’aumento della temperatura del pianeta. Nulla di più sbagliato! A parità di potenza installata e di energia elettrica prodotta, la quantità di calore disperso nell’ambiente esterno (nell’atmosfera, con le torri di raffreddamento, o nel mare o nei fiumi) da un impianto nucleare è circa il doppio rispetto a quella dispersa da un moderno impianto termoelettrico a ciclo combinato: a 1.000 MWh[5] immessi in rete corrispondono più di 2.000 MWh dispersi come calore all’esterno. Per rendere l’idea dell’entità dell’inquinamento termico di questa energia, si può dire che essa supera tutta l’energia consumata mediamente in un’ora da Napoli e Roma messe insieme, ed è quattro volte quella che viene consumata in queste due città sempre in un’ora per gli usi domestici! Naturalmente la produzione di energia da fonti rinnovabili dà immissione di calore nell’ambiente esterno pari a… zero e costituisce la sola strada per combattere il surriscaldamento del Pianeta.

Il rendimento delle centrali nucleari è necessariamente molto basso (intorno al 30%), né può in futuro crescere per motivi tecnici legati al rischio di contaminazione. La centrale Superphénix francese, con rendimento del 40%, è un esperimento sostanzialmente fallito sempre per motivi di sicurezza. Il rendimento indicato del 30% si riferisce al combustibile già arricchito (uranio-235): rispetto al minerale base il rendimento è dello 0,7-0,8%!

Passiamo ora alla favola che con il nucleare diminuirebbe la dipendenza energetica del nostro Paese dall’estero.

L’Italia, come tutti sanno, non ha significativi giacimenti di minerali di uranio: quello di Novazza (Bergamo), se sfruttato al massimo, potrebbe fornire circa 1.300 tonnellate di ossido di uranio, quantità neanche sufficiente per la vita di una sola centrale.

L’Italia dovrebbe perciò approvvigionarsi all’estero. Da chi? Dai produttori mondiali del minerale grezzo (quasi il 90% dei minerali contenenti uranio è concentrato in soli 10 paesi[6]) o dai paesi produttori dell’uranio arricchito? Nel primo caso ci si dovrebbe dotare di impianti di arricchimento: a parte l’estrema pericolosità degli stessi (quale comune li accetterebbe?), chi gestirebbe tali impianti? Come noto in essi si produce uranio-235 (235U), utile sia per le centrali nucleari sia per le bombe atomiche. L’Italia vuole forse la bomba atomica? Pensiamo di no! Chi dunque controllerebbe la produzione e il mercato dell’uranio-235? Ai paesi amici dotati di nucleare militare un poco di uranio arricchito per integrare gli arsenali potrebbe non dispiacere, e a qualche politico potrebbe non dispiacere farsi amico qualche potente alleato. Negli impianti di arricchimento resta poi la parte povera, il tristemente noto uranio impoverito, che costituisce la gran parte del minerale base, e cioè il 97%. Che ne farebbe l’Italia dell’uranio impoverito? Bombe? Fusoliere di aerei militari e civili? Venderebbe o regalerebbe anche questo ai paesi militarmente amici? Qualcuno dei politici o degli ambientalisti pentiti ci sa dire qualcosa riguardo alla possibile fine di questo uranio e ai conseguenti disastri?

Ovviamente la risposta a quanto sopra detto è che verrebbe acquistato uranio già arricchito e che la stessa Italia potrebbe partecipare alle holding dell’arricchimento: i problemi prima posti si spostano, in tal caso, integralmente su queste holding.

Ma quali sono i principali paesi (ovviamente non esclusivi se si considerano stati come Cina, Iran e altri non controllati dall’AIEA, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) e quali le potenti holding dell’arricchimento dell’uranio, ovvero i veri padroni del nucleare? Gli USA con la USEC (United States Enrichment Corporation), la Russia con la Minatom-Tenex, la Francia con l’Areva, la Gran Bretagna, sia pure in compartecipazione con Germania e Olanda, con la Ureco: cioè i paesi che in base al Trattato di non Proliferazione hanno il diritto di avere bombe nucleari e che perciò posseggono potenti armamenti nucleari[7]. E’ facile dunque per queste holding scaricare l’uranio impoverito ed è ovvio dove esso vada a finire! Con il nucleare l’Italia dipenderebbe da queste potenti holding[8] e dal potere militare nucleare di questi paesi. L’industria militare nucleare ha enorme bisogno di scaricare su altri campi un’importante parte dei costi, e il cosiddetto nucleare civile è il terreno naturale per tali operazioni.

La dipendenza dall’estero, inoltre, non si esaurisce con l’acquisto del combustibile, ma dura per un tempo indefinito, ben oltre la cessazione dell’attività dell’impianto di produzione di energia elettrica: le fasi più significative di questa dipendenza sono il cosiddetto riprocessamento[9] del combustibile nucleare irraggiato nel reattore e lo smaltimento di tutto quanto è stato a livelli diversi contaminato.

Il combustibile irraggiato è di una pericolosità estrema perché contiene plutonio, l’elemento oggi più usato nelle bombe nucleari a fissione[10]. Il plutonio è di estrema tossicità chimica e richiede siti di smaltimento sicuri per milioni di anni. La Francia, come la Gran Bretagna, la Russia, gli Stati Uniti, la Cina e gli altri paesi che hanno armamenti nucleari o vogliono dotarsene, sono fortemente interessati al riprocessamento, perché esso consente di avere disponibili forti quantità di questo elemento, e potrebbero compiere tale processo anche gratis o addirittura pagando.

Nella sfrenata riproposizione del nucleare, escluso il combustibile irraggiato, artatamente si tende a identificare con il termine di scorie tutto il resto della centrale nucleare. Le scorie, per definizione, sono materiali residuali di piccola entità derivanti delle lavorazioni meccaniche e delle saldature, facilmente eliminabili: un piccolo fastidio! All’opinione pubblica si vuole dunque far intendere che, superando (anche con una forte monetizzazione) alcune ingiustificate opposizioni delle popolazioni locali, basterebbe scavare un buco profondo mille metri, possibilmente in un’area geologicamente stabile, e il problema sarebbe facilmente risolto.

La realtà è naturalmente estremamente diversa: in un impianto nucleare migliaia di tonnellate di materiale sono continuamente contaminate, anche nella migliore condizione di esercizio. A livello altissimo sono contaminati i depositi del combustibile da irraggiare e irraggiato, la caldaia nucleare (molto più del nocciolo) ovvero tutto ciò che contiene la reazione nucleare con cui si produce energia (la massa che si trasforma in energia), la strumentazione connessa e i circuiti a essa afferenti, compresi i fluidi che arrivano al generatore di energia elettrica (turbine e alternatore); a livello alto sono contaminati tutti i circuiti secondari connessi con quelli principali; in caso di perdita, poi, risulta contaminata ogni parte dell’impianto e dell’area connessa.

A parte il decommissioning[11] finale, ovviamente in ogni intervento di manutenzione o bonifica le parti sostituite vanno o nascoste sottoterra o smaltite: ma come e dove? Un problema centrale che accompagna tutta la vita di un impianto.

Veniamo al tema della sicurezza. Dopo i disastri avvenuti dall’installazione dei primi impianti a oggi, qualcuno ha ancora il coraggio di affermare che «il nucleare è la fonte di energia più sicura e rispettosa dell’ambiente»? Ogni fase dell’attività connessa all’impianto è invece ad altissimo rischio: lo è il trasporto del combustibile da irraggiare o da riprocessare, il deposito provvisorio all’interno o all’esterno dell’impianto e, naturalmente, l’esercizio stesso dell’impianto per incidenti o sabotaggi.

Dobbiamo tutti prendere consapevolezza che gli incidenti vengono tenuti nascosti fino a quando è possibile, e cioè fino a quando la situazione non precipita a livelli drammatici o di catastrofe: quelli di Chernobyl e di Three Mile Island sono stati riconosciuti con ritardi enormi, quando cioè era ormai impossibile negarli. Gli innumerevoli incidenti delle nostre centrali non sono stati mai annunciati o resi noti, e solo spiate ci hanno informato di molti di essi: le piene del fiume Garigliano, che hanno allagato più volte parti dell’impianto, causando altissima contaminazione, sono solo un piccolo esempio, che ci dice però quale sia il pericolo ancora oggi esistente per le campagne circostanti la centrale.

Ma nonostante questi colpevoli silenzi, grandissimo è l’elenco degli incidenti certi anche dopo Chernobyl, dovuti a cause tecniche o a errore umano, alcuni dei quali avrebbero potuto essere della stessa intensità di quello di Three Miles Island o di Chernobyl[12].

Per quanto altissima possa essere la tecnologia impiegata e super qualificati e specializzati gli operatori degli impianti non è mai ipotizzabile il rischio zero. A differenza di altre attività, tuttavia, il danno da incidente nucleare può assumere la dimensione di immane catastrofe non solo al momento del suo verificarsi, ma anche per lunghissimo tempo dopo. Si continua ad affermare che i nuovi impianti sono totalmente sicuri, implicitamente ammettendo che i precedenti non lo erano. E’ famosa in tal senso la gaffe fatta dal Ministro francese dell’industria, Nicole Fontaine, il 21 ottobre 2004 in occasione della decisione dell’installazione del reattore nucleare di terza generazione EPR (European pressurised water reactor). «L’EPR,» dichiarò Fontaine, «è dieci volte più sicuro delle centrali nucleari attuali»: se cioè l’EPR fosse sicuro al 100% le attuali centrali nucleari francesi lo sarebbero al 10%!

Consideriamo ora l’aspetto economico, riportato spesso in maniera trionfale. Riferiamoci all’unico paese occidentale che sta attualmente costruendo una centrale nucleare: la Finlandia, a Olkiluoto. La TVO, la compagnia che ha commissionato l’impianto, aveva stimato che un reattore da 1.600 MW sarebbe costato 2,5 miliardi di euro e sarebbe stato realizzato in pochi (tre-quattro) anni. Al momento i costi superano i 4 miliardi di euro e vi è un ritardo di almeno sei anni.

I ritardi accrescono chiaramente i costi per la mancata entrata in produzione. I costi preventivati degli impianti nucleari in generale aumentano del 300%, come attestano anche molti impianti statunitensi.

l costi dell’impianto di Olkiluoto sono simili a quelli previsti per la centrale di Belene[13] in Bulgaria, di costruzione russa: possiamo perciò fare riferimento a un’installazione della potenza di 2.000 MW per una spesa di 5 miliardi di euro.

La potenza lorda elettrica installata in Italia al 1° gennaio 2005 (dato ENEL) è pari a circa 84.000 MW: 2.000 MW sono un quarantesimo! Per l’estrema delicatezza degli impianti nucleari, la realizzazione di essi non potrebbe che essere pubblica (non è un caso che la francese EDF sia rimasta pubblica), per cui, per coprire una quota minimale del fabbisogno di potenza elettrica, si spenderebbe una cifra abnorme del bilancio dello Stato. Naturalmente se follemente qualcuno dicesse (come dice!) di voler coprire, ad esempio, il 25% del fabbisogno elettrico italiano (10 centrali nucleari da 2.000 MegaWatt, 13 volte i quattro vecchi impianti nucleari[14]), la cifra che lo Stato dovrebbe investire sarebbe di 50 miliardi di euro. Ammettendo di scaglionare questo investimento in dieci anni, ogni anno circa metà dell’intera manovra finanziaria per il 2008 sarebbe destinata alla realizzazione degli impianti nucleari: ciò per ottenere solo un quarto del fabbisogno di potenza elettrica! Affermare che il nucleare risolverebbe il problema energetico italiano è la più colossale bugia o, se in buona fede, sciocchezza che si possa dire.

Questa bugia poi appare ancora più netta se si fa il ragionamento sul totale del fabbisogno e del consumo energetico: il consumo interno lordo di energia in Italia[15] è pari a 198,46 Mtep (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio); il consumo elettrico è pari a 59,29 Mtep e cioè il 29,8%. Il nucleare, nel caso follemente irrealizzabile di 10 centrali da 2.000 MW, coprirebbe, anche tenendo conto di una più alta utilizzazione rispetto ad altre fonti, meno di un decimo del fabbisogno reale energetico e meno di un terzo della dispersione e delle perdite prima del consumo (pari al 26% dell’intero consumo energetico).

Andiamo ora al costo del chilowattora (kWh). Se aleatorio, con valutazioni profondamente diverse, è il costo del combustibile nucleare oggi e in previsione da qui a dieci-quindici anni, con certezza assoluta possiamo dire che anche fra quindici e cento anni il costo del combustibile dell’energia rinnovabile resterà pari a zero! Ancora con certezza assoluta possiamo poi affermare che i costi del KWh nucleare imputabili all’investimento (pari oggi al 57% del totale) e all’esercizio e alla manutenzione (pari oggi al 23% del totale) sono enormemente superiori rispetto a qualunque altra fonte di produzione di energia.

Artatamente al costo del kWh nucleare non si addebitano le spese per il decommissionamento dell’impianto (chiusura definitiva e bonifica del suolo), per il riprocessamento del combustibile irraggiato, per lo stoccaggio e lo smaltimento dei materiali contaminati e delle scorie. Spese d’altra parte difficilmente valutabili e che si protraggono per tempi lunghissimi: ancora oggi le quattro centrali nucleari italiane dismesse (Garigliano, Trino Vercellese, Caorso e Latina) comportano enormi spese che paga la collettività e che certo non furono imputate ai pochi MWh da esse prodotti.

Un’altra favola è che oggi tutti corrono verso il nucleare. L’IAEA (International Atomic Energy Agency) prevede invece un netto calo del peso dell’energia nucleare entro il 2020. Nell’Europa occidentale vi è un’assenza totale di investimenti nella costruzione di nuove centrali nucleari (fatta eccezione appunto per la Finlandia, con il predetto impianto di Olkiluoto, rispetto al quale comunque si manifestano fortissime opposizioni). In Svezia, Germania, Olanda e Belgio le attuali centrali continueranno a funzionare fino alla fine del ciclo produttivo, al termine del quale non saranno sostituite con altre di nuova costruzione. In particolare in Svezia nel 2006 quattro delle dieci centrali nucleari esistenti sono state chiuse dopo un’inchiesta sui sistemi di sicurezza, in seguito a un incidente verificatosi nel reattore di Forsmark: nell’ambito di tale inchiesta si è giunti infatti alla conclusione che non si potrebbe prevenire la fusione del nocciolo se venisse improvvisamente interrotta l’alimentazione. Analoghi problemi valgono per molti dei reattori presenti in Europa: in Belgio il reattore di Tihange ha registrato un incidente simile. Per quanto riguarda il resto del mondo, in Giappone si sono svolti numerosi referendum sul nucleare e la maggioranza degli elettori ha votato contro la realizzazione di nuovi impianti, ma il governo non ha tenuto in nessun conto tale indicazione.

Dove è previsto dunque il pericolosissimo boom di nuove centrali? Nell’Europa Orientale, in Cina, India, Corea del Sud, Taiwan, dove la vita umana e la tutela dell’ambiente valgono ben poco rispetto al cosiddetto sviluppo o dove ci sono o si vogliono realizzare armamenti nucleari!

Ma torniamo all’Italia. Chi propone il nucleare, al di là di tutto quanto finora detto, ha una minima idea della realtà del nostro Paese? Un Paese ad alto rischio per terremoti, alluvioni e dissesti idrogeologici, abitato senza soluzione di continuità (fatta eccezione per i parchi e le riserve naturali), con beni naturalistici, culturali, archeologici e religiosi distribuiti ovunque, con un’agricoltura e un turismo capillarmente diffusi, ricchezze primarie della collettività, e con una consolidata cultura e storia ambientalista, di primato della salute rispetto a ogni monetizzazione, di difesa dei diritti, di capacità di movimento e autorganizzazione contro i pasticci degli accordi politici e istituzionali.

Chi intende imporre il nucleare pensa forse di inserire nelle future leggi finanziarie voci per un esercito speciale che occupi i siti da destinare a sede delle centrali nucleari?

Novembre 2007



[1] Felice Ippolito (1915-1997), geologo e ingegnere italiano, fu uno dei principali promotori dello sviluppo dell’industria nucleare negli anni ’60. Nel 1952 divenne Segretario generale del Comitato Nazionale per le Ricerche Nucleari, divenuto poi nel 1960 Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare (CNEN). Con tale ruolo Ippolito promosse l’attuazione di diversi progetti di sviluppo del settore nucleare, tra cui le centrali di Latina, del Garigliano e di Trino Vercellese.

[2] Nei referendum del novembre 1987 tra i cinque quesiti proposti tre erano diretti ad abolire le norme relative a: realizzazione e gestione delle centrali nucleari; contributi a Comuni e Regioni sedi di centrali nucleari; procedure di localizzazione delle centrali nucleari. Il quorum fu raggiunto con una percentuale di circa il 65% di votanti. Il risultato fu una netta affermazione dei all’abrogazione, che di media raggiunsero circa l’80% delle preferenze. 

[3] La SOGIN (Società Gestione Impianti Nucleari) è stata costituita il 1° novembre 1999 in ottemperanza al decreto legislativo 16 marzo 1999, n. 79 (il cosiddetto decreto Bersani di liberalizzazione del settore elettrico italiano), con il compito di controllare, smantellare, decontaminare e gestire i rifiuti radioattivi (attività riassumibili con il termine inglese di decommissioning) degli impianti nucleari italiani spenti dopo i referendum abrogativi del 1987. 

[4] «Volete che venga abrogata la norma che consente all’ENEL di partecipare ad accordi internazionali per la costruzione e la gestione di centrali nucleari all’estero?» 

[5] Corrispondenti all’energia elettrica prodotta in un’ora da un impianto nucleare da 1.000.000 kW. 

[6] Australia, Kazakistan, Canada, USA, Sudafrica, Namibia, Brasile, Niger, Russia, Uzbekistan.

[7] Si veda lo scritto Per un mondo di pace: il contributo di un volontario dell’ecopacifismo. 

[8] Sarebbe di estremo interesse verificare chi sono gli azionisti di tali potentati economici, anche per capire chi oggi spinge per il nucleare. 

[9] Con il termine di riprocessamento si definiscono i processi chimici che consentono la separazione del combustibile nucleare nelle sue principali componenti: uranio, plutonio e attinidi minori con i prodotti di fissione. Questo processo permette di recuperare nuovo combustibile fissile e quindi ottenere una resa energetica maggiore dalla stessa quantità di uranio naturale estratto originariamente dalla miniera. 

[10] La massa critica per il plutonio, cioè la quantità sufficiente per attivare una reazione a catena e cioè per realizzare una potentissima bomba nucleare, è di 16 kg, riducibili con opportuni accorgimenti a 10 kg. In volume corrisponde a una sfera di dieci centimetri di diametro. Essa possiede un’energia distruttiva di 200 kilotoni! La bomba sganciata su Hiroshima aveva una potenza di circa 15 kilotoni; quella su Nagasaki di 25 kilotoni.

[11] Con il termine di nuclear decommissioning si identificano tutte le azioni da intraprendere nei tempi successivi alla cessazione del servizio degli impianti elettronucleari. La principale differenza tra lo smantellamento di una centrale di potenza convenzionale e quello di una centrale elettronucleare, è data dalla presenza di materiale radioattivo fissile, il che comporta precauzioni specifiche, quali la decontaminazione del personale e delle attrezzature, con procedure di trasporto e stoccaggio molto costose (ad esempio il gas di metallo prodotto durante il taglio delle tubazioni diventa radioattivo, come anche la polvere del cemento risultato delle demolizioni). In genere, le centrali nucleari della I e II generazione vennero progettate per una vita utile di circa 30 anni, ma in realtà la media è stata di 22 anni.

[12] Riporto una lista (sicuramente incompleta!) degli incidenti nucleari di cui si ha notizia. Francia: Superphénix, 1987; Cruas-Meysse, 1999; Tricastin, 1999; Superphénix, 1999; Blayais, 2000; Dampierre, 2007. Germania: Krümmel, 1990; Würgassen, 1991; Brunsbüttel, 1992; Krümmel, 1997 (deragliamento di treno con trasporto di liquido nucleare); Brunsbüttel, 2001. Gran Bretagna: Sellafield, 1957. Scozia: Torness, 1999. Bulgaria: Kozloduy, 1992. Lituania: Ignalina, 1992. Finlandia: Olkiluoto, 1989; Olkiluoto, 1991. Russia: Sosnovy Bor, 1992; Belojarsk, 1992; Kursk, 1992; Seversk, 1999. Ucraina: Chernobyl, 1993; Zaporizhia, 1993; Chernobyl, 1995; Zaporizhia, 1999; Chernobyl, 1999; Khmelitskaya, 1999. Giappone: Mihama, 1991; Mihama, 1994; Tokaimura, 1997; Tsuruga, 1999; Tokaimura, 1999 (reazione a catena incontrollata); Rokkasho, 1999; Mihama, 2004; Tokaimura, 2004; Shimane, 2004. Corea del Sud: Wolsong, 1999. Cina: troppo difficile sapere qualcosa su quanto avvenuto. USA: «I bambini statunitensi residenti vicino alle centrali nucleari di New York, New Jersey e Florida hanno nei denti un radioisotopo (lo stronzio 90) che li espone a un rischio tumore molto alto.» (Ernest Sternglass, professore di radiologia all’università di Pittsburgh, 1999) Reattore Indian Point 2, fuga di vapore radioattivo, 2000. «La più grande centrale nucleare degli Stati Uniti (Palo Verde) che si trova in Arizona è stata chiusa dopo che nell’auto di una delle guardie di sicurezza è stato rinvenuto un piccolo ordigno.» (Da notizia Interfree, ultima ora, 2007). Tre episodi di un quadro top secret.

[13] Dopo un lungo travaglio finanziario e istituzionale, il progetto della centrale atomica di Belene è stato abbandonato e l’ormai trentennale cantiere è stato chiuso definitivamente nel marzo 2012. Questo progetto faraonico, oltre a illudere per trent’anni la popolazione locale («ci sarà lavoro per 10.000 persone e prosperità per tutti»), ha deturpato con le sue squallide strutture il territorio del Parco Naturale di Persina, in cui sorge, costellandolo con una linea ferroviaria, una stazione e altri edifici e infrastrutture abbandonati. 

[14] Gli impianti nucleari dismessi in Italia avevano queste potenze elettriche: Caorso, 860 MW; Trino Vercellese, 260 MW; Latina, 220 MW; Garigliano, 160 MW. Il totale della potenza nucleare elettrica era di 1.500 MW.

[15] Fonte: Ministero Attività Produttive, anno di riferimento 2004.