Cancellata la volontà popolare espressa con il referendum del 1987: ricostruiamo un movimento antinucleare maggioritario

Con due semplici righe (lettere d e d-bis, comma 1, art. 7)[1] della legge 6 agosto 2008 n. 133 di conversione di un caotico decreto-legge di 85 articoli[2] il governo Berlusconi ha cancellato la volontà popolare che si era espressa in un referendum con oltre l’80% contro il nucleare in Italia. Un atto squallido, un violento, autoritario colpo di mano che esprime fino in fondo il rispetto che il Presidente del Consiglio e la sua maggioranza hanno della democrazia, della partecipazione popolare e della Costituzione con le sue norme fondanti.

Inserire il ritorno al nucleare del nostro Paese in un faraonico decreto onnicomprensivo mira a un evidente duplice scopo: avere un bassissimo impatto sull’opinione pubblica, più sensibile ai problemi contingenti (e importantissimi) di scuola, tasse e sicurezza, ed evitare una benché minima discussione in Parlamento.

Una legge sulla reintroduzione del nucleare in Italia avrebbe dovuto avere uno specifico dibattito, a partire dal significato politico ancora oggi valido del referendum del 1987. Ci si sarebbe dovuti confrontare, sulla base di dati concreti, su questioni di grande rilevanza: il surriscaldamento del pianeta; gli incidenti e i rischi di catastrofi anche dopo Chernobyl; gli investimenti (colossali) e i costi per kWh (altissimi); la proliferazione nucleare militare; la maggiore dipendenza dell’Italia per l’acquisizione del combustibile nucleare; l’enormità dei problemi connessi al combustibile irraggiato, al materiale contaminato e alle scorie; le bugie riguardo a una corsa al nucleare nel mondo; l’incompatibilità del nostro Paese con il nucleare, per un territorio ad alto rischio sismico e geologico, densamente e capillarmente popolato e ricco di beni naturali e storico-culturali; l’assoluta marginalità del nucleare nel bilancio energetico italiano, pur in presenza di mastodontici interventi.

Un confronto su tali questioni sarebbe risultato disastroso per il Governo e per le potentissime lobbies del nucleare: questa è sicuramente la ragione prima delle modalità scelte per reintrodurre il nucleare in Italia.

Nella legge approvata si parla di impianti di produzione di energia nucleare senza specificare né pacificaelettrica. Riteniamo che si tratti di fretta e sciatteria, ma con la legge approvata non si esclude comunque la movimentazione di combustibile idoneo per usi militari.

La preoccupazione cresce poi decisamente leggendo l’ultimo punto dell’articolo 7: «Dall’attuazione del presente articolo non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.» Ciò significa che si consegna ai privati un settore, il nucleare, delicatissimo sia nella tecnologia e nell’impiantistica che nella movimentazione del combustibile in tutte le sue fasi, dall’approvvigionamento al ritrattamento e alla gestione del materiale prodotto nei reattori, utilizzabile anche per usi militari e terroristici (come nel caso del plutonio e del famoso polonio), con gli incalcolabili e indefinibili pericoli e rischi anche sul piano della criminalità internazionale. La Francia, spesso richiamata ad esempio dal Governo e dai sostenitori del nucleare, gestisce con un ente di stato (l’EdF, Électricité de France) il nucleare.

In Parlamento non vi è stata un’opposizione forte al decreto e alle scelte del nucleare, che si sono fatte passare sotto silenzio. Dal ministro ombra del Partito Democratico, Ermete Realacci, già presidente di Legambiente, ci si sarebbero aspettati fuoco e fiamme e non blande dichiarazioni di circostanza, soprattutto dopo l’inaudita, incredibile presa di posizione dell’ex presidente, sempre di Legambiente, Chicco Testa[3].

La battaglia contro il nucleare ha necessità perciò di ritrovare nel movimento il suo riferimento, nella consapevolezza della gravità della scelta la sua identità e nella partecipazione popolare la sua forza: sarebbe un errore gravissimo pensare di vincere tale battaglia riportandola a un piccolo terreno di propaganda e di consenso elettorale. E’ naturalmente di grande importanza che forze e aggregazioni politiche - dai Verdi a Rifondazione Comunista, dai Comunisti Italiani a Sinistra Democratica - sostengano fino in fondo tale battaglia: ma chiaro deve essere l’obiettivo di un corpo organico al di là e sopra di essi, che renda l’antinuclearismo maggioritario nel Paese e che annulli la nefasta scelta di Berlusconi.

Con tale spirito nel giugno scorso si è costituito il Comitato del No al Nucleare. Il Comitato promuove la cultura e la scelta della rinnovabilità dell’energia e della materia quale fondamento di un progresso equo e solidale dell’umanità in armonia con la natura e l’insieme delle sue espressioni di vita. Con tale sua essenza fondante il Comitato perciò si armonizza e opera in sinergia con ogni realtà, associazione o gruppo che persegue obiettivi comuni.

Entro Natale - secondo il decreto-legge, ma per gli interessi in gioco pensiamo molto prima - il Governo indicherà il piano nucleare, con la specificazione degli impianti e dei siti: mistificazioni, bugie e falsificazioni accompagneranno certamente la campagna di rilancio del nucleare e ingenti risorse ne sosterranno la validità.

Il movimento antinucleare deve essere pronto per dare battaglia su almeno quattro fronti: la corretta informazione; la rivendicazione del rispetto del referendum del 1987 e, qualora esso fosse violato, l’attivazione di un nuovo referendum abrogrativo dei citati punti d) e d-bis) che reintroducono il nucleare; il sostegno operativo e scientifico alle popolazioni colpite dal cataclisma della scelta del loro territorio quale sito di centrale nucleare; la definizione del piano dell’energia rinnovabile e del risparmio.

Unendo, armonizzando, aggregando ed espandendo sensibilità e partecipazione, ce la possiamo fare!



[1] «d) Realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare. d-bis) Promozione della ricerca sul nucleare di quarta generazione o da fusione.»

[2] Decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria.

[3] «Chicco Testa, oggi, è favorevole al ritorno dell’Italia al nucleare. Non solo, alle sue tesi ha dedicato un libro nel 2008, diversi articoli di giornale e un blog che si chiama ‘newclear’. Un’autentica conversione. Di nucleare, si occupava già nel 1987. Solo che sosteneva il referendum abrogativo.» (dall’articolo Chicco Testa: ‘Cara sinistra, sostieni il nucleare. Come Obama’ di Luca Salvioli, dal sito www.ilsole24ore.com, 11 febbraio 2010)