Il Decalogo delle ragioni del No al Nucleare

Non sfugge a nessuno il dato di fondo che sta caratterizzando la gigantesca e multiforme operazione di legittimazione istituzionale del nucleare in Italia, cioè il susseguirsi di veri e propri colpi di mano: due righe di 6 e 7 parole in un comma di un articolo (il n. 7) di una caotica, confusionaria e omnicomprensiva legge di 85 articoli (la n. 133 del 6 agosto 2008) per annullare il valore politico di una volontà popolare espressasi nettamente contraria al nucleare; l’annuncio, come un vero, grande evento storico, il 24 febbraio scorso dell’accordo sul nucleare tra Berlusconi e Sarkozy, addirittura con la definizione del numero, della potenza e del tipo di reattore delle future centrali, nonché la creazione di strumenti tecnici ed economici, joint-venture, per l’attuazione del loro programma. Tali colpi di mano sono stati preceduti da una pesante, incontenibile campagna dei mass media, con la duplice determinazione di far apparire da una parte il popolo italiano profondamente cambiato rispetto ai referendum del 1987 e dall’altra di attestare la giustezza per il Paese della scelta del nucleare. Il Governo e le forze interessate all’immane business nucleare sanno bene di essere totalmente perdenti su ogni aspetto in un confronto di merito, e cercano perciò di accelerare al massimo le decisioni, eliminando ogni impedimento politico e istituzionale che potrebbero incontrare sul loro percorso. Ciò, in realtà, si prefigura già come una vera frana e fa emergere i primi insormontabili ostacoli.

Partiamo dall’accordo Berlusconi-Sarkozy. Berlusconi non poteva siglare nessun accordo per il semplice fatto che non ne ha l’autorità. L’articolo 117 del Titolo V della Costituzione dice chiaramente che «sono materie di legislazione concorrente (Stato - Regione) quelle relative a [...] produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia.» L’intesa firmata è perciò nulla, senza alcun valore istituzionale, ed espone solo il nostro Paese a sicure figuracce internazionali per impegni che non verranno mai mantenuti.

Con il quadro costituzionale attuale, sempre secondo l’articolo 117 del Titolo V, «nelle materie di legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato». Appare chiaro che la legge nazionale può indicare alcuni principi generali anche in materia di impiego dell’energia nucleare, ma la decisione di installare una centrale nucleare e la determinazione del sito, del tipo e della potenza sono di competenza regionale, e non della Giunta ma del Consiglio, dovendo essere approvate con legge regionale. In sostanza il piano energetico regionale, approvato con legge, dovrebbe prevedere l’installazione di una centrale nucleare. Questo articolo della Costituzione è di fondamentale importanza per due motivi:

- Non permette il consueto doppio gioco di molte forze politiche, che centralmente decidono la violenza contro le comunità locali mentre poi nel territorio si pongono alla testa della protesta, fingendo di essere dalla parte dei cittadini (come avvenuto in innumerevoli circostanze, dalla TAV agli inceneritori). Ogni forza politica deve invece misurarsi direttamente con la realtà territoriale, senza poter barare.

- Il dover decidere non a livello centrale ma territoriale porta necessariamente a un confronto di merito sulla scelta. Non è cioè possibile deformare la verità sull’assurdità della scelta del nucleare con una campagna mediatica fatta di bugie e dati falsi: la democrazia e la partecipazione diventano terreni primari nel processo decisionale.

Lo scivolone di Berlusconi e le insormontabili difficoltà nel poter far passare il nucleare con il predetto processo decisionale sono ben chiari alla lobby nuclearista, a partire da Confindustria, che con il suo vice presidente Antonio Costato, responsabile del settore energia e mercato, sostiene che il Governo dovrebbe garantire l’investitore dai possibili rischi rappresentati da burocrazia e comitati:«Non possiamo più permetterci le esitazioni e i costi aggiuntivi dettati dalle incertezze: lo Stato deve usare la sua forza nell’interesse dei cittadini e per farlo Confindustria sostiene la necessità di modificare il Titolo V della Costituzione.» Da tale dichiarazione emerge chiaramente la piena consapevolezza che il disegno di legge per lo sviluppo e il ritorno dell’Italia al nucleare, in fase di approvazione in Parlamento, è palesemente incostituzionale: altrimenti si sarebbe chiesta la semplice accelerazione dell’approvazione della legge stessa! Tra i molti altri elementi di incostituzionalità spicca, ad esempio, l’esercizio del potere sostitutivo del Governo nella individuazione dei siti. La battaglia nei prossimi mesi si svilupperà perciò principalmente sull’operazione istituzionale della modifica dell’articolo 117 del Titolo V della Costituzione, come appunto chiesto da Confindustria: la lobby nucleare sa che questa è la sola via possibile per imporre militarmente il nucleare in Italia, e in questi giorni, pur senza fare esplicitamente riferimento all’articolo 117, il Ministro della giustizia ha già preannunciato l’iniziativa della modifica costituzionale che sarà tentata anche per altri obiettivi.

La modifica della Costituzione è, per fortuna, un’operazione estremamente complessa, realizzabile solo se tutte le forze di maggioranza concordano e l’opposizione è consenziente. Ma, visto che la modifica dell’articolo 117 è l’antitesi del federalismo, come farà la Lega a sostenerla? E il Partito Democratico e l’Italia dei Valori saranno reale opposizione? Il pericolo è che il pasticcio, o meglio l’imbroglio, l’accordo bipartisan, sia compiuto nel silenzio e che ci si venga a trovare di fronte al fatto compiuto: di qui la necessità di una vigilanza attenta sulle mosse che verranno fatte.

Gli interessi sono ben evidenti. La società francese del nucleare, l’Areva (in grave difficoltà a piazzare nel mondo i suoi obsoleti reattori e le tecnologie connesse) avrà - avrebbe perché il Paese non glielo consentirà! - a disposizione l’Italia: ciò in cambio di qualche commessina a qualche industriale italiano e della fornitura di un pizzico di energia elettrica all’Italia, quando superflua per i bisogni della EdF (Électricité de France). Con stratosferico entusiasmo guardano ovviamente all’accordo sia l’Enel sia l’Edison (controllata dalla EdF), che sotterrano l’arma della concorrenza riabbracciandosi nel colossale business. Tutto questo avviene con uno spostamento di risorse dell’ordine di grandezza dell’intero bilancio dello Stato italiano.

Sappiamo che:

  1. il mastodontico piano nucleare ha ben poco a che vedere con il fabbisogno energetico nazionale, coprendolo solo per un massimo del 3%;
  2. il costo del kWh aumenterà ulteriormente (ne è esempio il fatto che ancora oggi, a trent’anni dalla chiusura dei vecchi impianti, nella bolletta elettrica è presente un onere nucleare per il loro decommissionamento e per mantenere la Sogin[1]);
  3. crescerà la dipendenza energetica del nostro Paese, non avendo l’Italia né significativi giacimenti di minerali di uranio, né impianti di arricchimento e riprocessamento;
  4. sarà un disastro, insostenibile, il surriscaldamento di laghi e fiumi (dal grande Po con Caorso al piccolo Garigliano), derivante dal calore smaltito per il raffreddamento delle centrali;
  5. verranno a crearsi immani problemi per centinaia di anni per lo smaltimento dell’enorme quantità di materiale radioattivato (moltissimo di più di quanto vuole farsi intendere come residuali scorie);
  6. conseguenze gravi si avranno sull’economia e sulla vivibilità di vaste comunità;
  7. non si accresce il Paese né in scienza né in tecnologia;
  8. si produce nuovo materiale utilizzabile per gli armamenti nucleari (come il plutonio) e ad altissima tossicità (come il polonio);
  9. si sottraggono enormi risorse a settori fondamentali ad altissimo tasso di occupazione;
  10. si espongono non solo le comunità punite dall’installazione nucleare ma l’intero Paese a incalcolabili rischi di incidenti nucleari, dai più semplici (come perdite radioattive) a quelli catastrofici (come la fusione del nocciolo).

Naturalmente questo Decalogo delle ragioni del No al Nucleare non verrà affatto comunicato, ma nell’opinione pubblica si cercherà di inculcare (in ogni modo possibile e a qualunque costo, dati gli interessi in gioco) che per il bene dell’Italia è indispensabile modificare la Costituzione e delegare il Governo per le scelte dei siti e la realizzazione delle centrali, perché il nucleare è scelta fondamentale per il Paese. In definitiva si tenterà di farci trovare davanti a scelte definite, isolando le comunità dei siti e restringendo a esse l’opposizione e la lotta, perché si pensa che il resto del Paese, fino al verificarsi di incidenti gravi e perciò coinvolgenti, resterà indifferente, potendosi ritenere estraneo a problemi e rischi. E’ assolutamente necessario capovolgere questa strategia e attivare un percorso di sensibilizzazione e di corretta informazione per l’intero Paese, facendo emergere come la scelta del nucleare sia profondamente sbagliata per gli interessi dell’intera collettività nazionale e smascherando in maniera inconfutabile ogni bugia e mistificazione dette a sostegno di tale scelta.

Marzo 2009

(Scritto in collaborazione con Guido Pollice)



[1] La SOGIN (Società Gestione Impianti Nucleari) è stata costituita il 1° novembre 1999 in ottemperanza al decreto legislativo 16 marzo 1999, n. 79 (il cosiddetto decreto Bersani di liberalizzazione del settore elettrico italiano), con il compito di controllare, smantellare, decontaminare e gestire i rifiuti radioattivi (attività riassumibili con il termine inglese di decommissioning) degli impianti nucleari italiani spenti dopo i referendum abrogativi del 1987.