Le leggi e i decreti del governo Berlusconi non possono cambiare le leggi della natura

Rispetto a tutti i precedenti atti legislativi, l’incostituzionale decreto legislativo sul nucleare (n. 31 del 15 febbraio 2010[1]), pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale l’8 marzo scorso, si caratterizza per un fatto completamente nuovo ed estremamente significativo: quello di voler imporre per legge agli italiani (contrari per l’80% secondo il referendum popolare del 1987) la convinzione della bontà e della validità del nucleare. E’ incredibile, ma è proprio così: il decreto, che per sua natura non dovrebbe farlo, ha al centro una sfrenata, irrazionale e antiscientifica propaganda del nucleare, che supera ogni immaginazione.

Tale propaganda trova il suo apice nell’articolo 3 (Strategia del Governo in materia nucleare) quando si affermano i benefici del nucleare rispetto all’effetto serra[2], ignorando che nell’ambiente esterno viene scaricata una quantità di calore pari al doppio dell’energia effettivamente utilizzata, addirittura di gran lunga superiore rispetto a quella delle centrali termoelettriche tradizionali. Chiunque abbia studiato un poco di fisica e di termodinamica sa che ciò avviene per legge di natura, i principi e i cicli di Carnot, che, guarda caso, applicati al nucleare (per un minimo della cosiddetta sicurezza) risultano molto più severi, ovvero consentono un rendimento molto più basso. Ma come e dove viene scaricata questa immane quantità di calore? Ciò avviene facendo evaporare nelle torri di raffreddamento una quantità proporzionalmente abnorme di acqua, sì da ottenere la sorgente fredda richiesta sempre dal buon Carnot. E questo continuamente, ininterrottamente per tutto il tempo di funzionamento dell’impianto. Senza scomodare libri complicati di fisica, riportiamo a beneficio di Berlusconi e di Scaiola da Wikipedia la seguente definizione: «Sono chiamati gas serra quei gas presenti in atmosfera, che sono trasparenti alla radiazione solare in entrata sulla Terra, ma riescono a trattenere, in maniera consistente, la radiazione infrarossa emessa dalla superficie terrestre, dall’atmosfera e dalle nuvole. I gas serra possono essere di origine sia naturale che antropica, e assorbono ed emettono a specifiche lunghezze d’onda nello spettro della radiazione infrarossa. Questa loro proprietà causa il fenomeno noto come effetto serra. Il vapore acqueo (H2O), il biossido di carbonio (CO2), l’ossido di diazoto (N2O), il metano (CH4) e l’ozono (O3) sono i gas serra principali nell’atmosfera terrestre.» Enormi sono perciò le conseguenze del vapore acqueo prodotto nelle torri, sia su scala generale che, in modo molto più grave e percepibile, su quella locale.

Lo confessiamo: grande è la nostra preoccupazione nel dire ciò, perché temiamo un nuovo decreto di Berlusconi che metta fuori legge lo studio della termodinamica e dichiari illegittime tutte le leggi della natura!

Ma torniamo al decreto legislativo, ponendo ancora una volta, anche al presidente Napolitano che l’ha promulgato, la domanda di fondo: «Gli impianti nucleari che si vogliono costruire, dovrebbero servire per produrre energia elettrica?» La risposta di Berlusconi e Scajola sarà verosimilmente affermativa: altrimenti in quale maniera si potrebbe camuffare il grandissimo business del nucleare? E dunque perché, nel lungo elenco dei visti posti prima di promulga, si ignora, come se non esistesse, l’articolo 117 della Costituzione, che in modo esplicito regola il rapporto Stato-Regioni relativamente alla produzione, al trasporto e alla distribuzione dell’energia elettrica, definendoli quali «materie di legislazione concorrente» e attribuendo pertanto «alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato»? Strumentalmente si cita invece l’articolo 120 relativo ai poteri sostitutivi centrali, che obiettivamente non ha nulla a che vedere con la questione dell’energia: dal subconscio di chi ha scritto il decreto è fuoriuscita forse la volontà di dire finalmente la verità, e cioè che si tratta di tutt’altra faccenda che non la produzione di energia?

Sempre nei visti preliminari alla promulgazione del testo di legge, vi è la presa d’atto che la seduta della Conferenza unificata Stato-Regioni non si è tenuta. Ciò è avvenuto senza dubbio per il semplice fatto che la quasi totalità delle Regioni si è espressa contro il nucleare, almeno nel proprio territorio, e che molte di esse hanno fatto ricorso alla Corte Costituzionale. Non è incomprensibile e allo stesso tempo estremamente grave la forzatura di accelerare ogni atto prima del pronunciamento della suprema Corte? L’indecoroso gioco è chiaro: fino alle elezioni non indicare i siti e accelerare frattanto le procedure possibili, così da far trovare in seguito la Corte Costituzionale davanti a scelte già fatte.

Lo si desume dalla (apparente) estrema debolezza dell’azione svolta: anche alle forze di opposizione non è ancora del tutto chiara la catastrofica gravità dell’iniziativa del Governo sul nucleare, che trova ormai nell’ultimo decreto la sua completa configurazione. Vi è un abisso tra l’impostazione di oggi e quella, già densa di gravissime conseguenze, del 1962: la legge n. 1860 del 31 dicembre di quell’anno (Impiego pacifico dell’energia nucleare) aveva come referente fondamentale l’Enel, controllabile e controllato dallo Stato perché suo ente. Certo potevano esserci e ci sono state devianze, omissioni e informazioni false, anche gravissime, ma pubblico era comunque il controllo sull’acquisto e la movimentazione del combustibile nucleare, sulle scorie, sul materiale contaminato e sulle fughe radioattive. Nelle scelte di oggi addirittura soggetti privati (gli operatori di cui agli articoli 5 e 6 del decreto legislativo), nazionali e non, sulla base di una parvenza di autorizzazione decidono dove realizzare gli impianti, con un potere superiore a ogni comunità locale, persino alle Regioni: ovvero tali soggetti contano più di una popolazione di milioni di persone! Con il decreto sostitutivo d’intesa, essi operano (comma 7 dell’articolo 11) «anche in deroga ai piani energetico-ambientali» approvati dalle Regioni: questo è il rispetto delle autonomie e il federalismo di cui parla la Lega Nord!

Ma se la forza della volontà popolare fosse proprio così grande da porre ostacoli ai suddetti operatori nella realizzazione degli impianti nucleari, come potrebbero essi condurre comunque in porto i loro affari? Nessun problema: il Governo ha pensato anche a questo! Nel decreto è stato inserito a bella posta l’articolo 17 (Strumenti di copertura finanziaria e assicurativa) il quale prevede che: «Entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, con decreto del Ministro dello sviluppo economico di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze sono individuati gli strumenti di copertura finanziaria e assicurativa contro il rischio di ritardi nei tempi di costruzione e messa in esercizio degli impianti per motivi indipendenti dal titolare dell’autorizzazione unica.» I soldi sono naturalmente quelli di tutti noi: non ce ne sono per sanità, scuola, ambiente e lavoro, ma subito saltano fuori per il business del nucleare!

L’impianto nucleare da civile, come era nella passata legislazione, diventa di prevalente interesse nazionale, e cioè per natura e per protezione sostanzialmente militare: nessuno si potrà avvicinare alle centrali o potrà verificare ciò che realmente accade in esse. Il controllo ambientale della sfortunata area idonea - questa la denominazione presente nel decreto - sarà completamente alienato alle popolazioni locali che, costrette a vendere il loro diritto alla salute per tanti più euro quanto più alto è il rischio connesso alla potenza installata e all’energia prodotta, potranno solo denunciare i cancri, le leucemie, le malformazioni e le mutazioni genetiche.

Gli operatori privati gestiranno il combustibile nucleare per quantità e qualità a loro piacimento: e se dovessero trovare il Bin Laden di turno, o dei paesi che non disdegnano anche il nucleare militare e che offrono loro un qualche ottimo affare, perché non darglielo? Se per le Grandi Opere è stata ancora possibile l’azione della Magistratura, con la nuova strutturazione del sistema nucleare essa non potrà mai attivarsi in nessuna fase, dalla costruzione all’esercizio.

Scandalosa è nel decreto legislativo l’effettiva insussistenza della vincolistica. Ogni logica attuata nell’interesse della collettività vorrebbe che a monte di ogni ipotesi di programma o strategia nucleare del Governo o del Parlamento ci fosse la verifica dell’esistenza o meno di siti idonei. Sì, perché essi potrebbero, come è nella realtà del nostro Paese, anche non esistere! Invece si fa esattamente il contrario. Si stabilisce che deve a ogni costo partire il programma nucleare e poi si opera per cambiare finanche la natura e l’identità del territorio, ovvero per adeguare le caratteristiche delle aree alle centrali nucleari, come avviene con i caotici, assurdi e incomprensibili articoli 7, 8 e 9 del decreto[3]. La confusione è tale che non si capisce né il peso che ciascuno dei parametri indicati può avere nella fase decisionale né addirittura se alcuni di essi sono da considerare come elementi a favore o contro l’idoneità del sito.

La follia del decreto e la sua estrema pericolosità appaiono ulteriormente evidenti nella proposizione degli impianti di fabbricazione del combustibile nucleare, affidati totalmente alla libera iniziativa del privato, che può procedere come per gli impianti di produzione di energia. Emergono subito diversi aspetti sconvolgenti: nel decreto è assente la destinazione del combustibile prodotto per uso civile o pacifico (che dir si voglia); non è indicato il limite massimo di arricchimento né le tecnologie consentite; non è specificata la destinazione alle eventuali centrali italiane, con le conseguenti indicazioni della qualità e della quantità massime producibili; non si fa minimamente cenno a vincoli e regolamentazioni del commercio del combustibile arricchito, né di quello, anch’esso ben noto, impoverito. Sconvolgenti domande ne derivano conseguentemente. L’Italia, come è noto, è priva di significative miniere di minerali di uranio: per cui non si tratta né di autonomia energetica nazionale, né di valorizzare (si fa sempre per dire) risorse nazionali, dovendo approvvigionarsi e conseguentemente dipendere per il minerale di base sempre da altri paesi. E allora perché? Chi ha spinto per coinvolgere l’Italia nel mercato internazionale dell’uranio, rischiosissimo non solo nella fase della produzione ma, drammaticamente sotto ogni aspetto, anche in quella della movimentazione? Oscuri poteri nazionali, potenze internazionali militari, affaristi senza scrupoli che vogliono vendere il combustibile arricchito ad altri paesi, soprattutto quelli dell’Europa Orientale? Se malauguratamente si dovesse procedere col programma nucleare, una parte della verità la sapremo certo quando si faranno avanti gli operatori per proporsi per tale nefasta operazione (ammesso poi che questi non siano di copertura per altri).

Il decreto, sempre nella sua drammaticità, diventa ridicolo quando vuole far passare per parco tecnologico e occasione di lavoro e di sviluppo il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi. Il territorio interessato, di ben più vasta portata dei 20 km attorno a esso (ambito indicato nel decreto quale area di obbligo di vendita del diritto alla salute), sarà a permanente rischio di gravissima contaminazione per l’ambiente e per le popolazioni, attuali e future, per centinaia di migliaia di anni: una disgrazia superiore a ogni forma di cataclisma naturale, che comunque esaurisce i suoi effetti in pochi anni.

Ma ancora più ridicolo resta il già citato articolo 3 del decreto legislativo, soprattutto se si ripercorrono le tappe e i violenti, autoritari colpi di mano che si sono fatti e si continuano a fare, a partire dalla cancellazione della volontà referendaria contraria al nucleare attuata con la caotica legge n. 133 del 6 agosto 2008. Nella consapevolezza di una débâcle totale, nel Parlamento e nel Paese si è artatamente evitata un’approfondita discussione, ecologica, scientifica, economica e sociale, e il Governo e le lobbies nucleari hanno cercato l’acquisizione del consenso esclusivamente mediante una campagna di totale disinformazione sul piano sia dei rischi che di inesistenti benefici. Ma che prevede nello specifico l’articolo 3 del decreto? L’adozione di un «documento programmatico, con il quale sono delineati gli obiettivi strategici in materia nucleare, tra i quali [è scritto proprio così!] in via prioritaria la protezione dalle radiazioni ionizzanti e la sicurezza nucleare». Il documento, che avrebbe dovuto avviare il confronto parlamentare e dal quale si sarebbero dovute far scaturire le decisioni, viene tra l’altro non proposto per il confronto, ma adottato a scelte già fatte!

E naturalmente, dopo l’imposizione violenta della scelta, bisogna operare per presentarla come democratica e partecipata: di qui la sceneggiata del Comitato di confronto e trasparenza di cui all’articolo 22, che opera con i fondi e sui dati forniti dall’operatore, cioè dal titolare dell’impianto nucleare. Vale a dire: «Acquaiuolo, l’acqua è fresca?», con la risposta: «Nemmeno la neve lo è così!»

Nel Comitato è indicata (comma 4, lettera o) la partecipazione anche di un rappresentante delle associazioni ambientaliste. Bisogna assolutamente non entrare neanche minimamente nella logica di essere coinvolti in tale operazione mistificatoria. Sarebbe importante perciò che da subito tutte le associazioni ambientaliste dicessero che non faranno mai parte di tale Comitato, come forte segnale di totale dissenso rispetto alle imposizioni e alle scelte in atto.

Berlusconi, Scaiola e gli altri firmatari della legge vogliono veramente il coinvolgimento delle associazioni ambientaliste? Bene! Affidino a noi le campagne di informazione previste nel decreto: daremo informazioni incontestabilmente obiettive e corrette. E naturalmente da esse non potrà che scaturire la piena consapevolezza da parte della stragrande maggioranza dei cittadini italiani di un No netto al nucleare civile e militare!

 Marzo 2010

(Scritto in collaborazione con Guido Pollice e Riccardo Consales)



[1] Disciplina della localizzazione, della realizzazione e dell’esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare, di impianti di fabbricazione del combustibile nucleare, dei sistemi di stoccaggio del combustibile irraggiato e dei rifiuti radioattivi, nonché misure compensative e campagne informative al pubblico, a norma dell’articolo 25 della legge 23 luglio 2009, n. 99.

[2] «La Strategia nucleare indica [...] il contributo che si intende apportare, attraverso il ricorso all’energia nucleare, in quanto tecnologia a basso tenore di carbonio, al raggiungimento degli obiettivi ambientali assunti in sede europea nell’ambito del pacchetto clima energia nonché alla riduzione degli inquinanti chimico-fisici.» (Comma 3 lettera d)

[3] Art. 7 Disposizioni per la verifica tecnica dei requisiti degli impianti nucleari; art. 8 Definizione delle caratteristiche delle aree idonee alla localizzazione degli impianti nucleari; art. 9 Valutazione Ambientale Strategica ed integrazione della Strategia nucleare.