Il disastro di Fukushima richiama la necessità della verità sulla produzione, il commercio e l’impiego del plutonio

Il plutonio non esiste in natura, tranne rarissime tracce presenti nelle miniere di uranio; eppure oggi costituisce il più grande rischio per la vita stessa sulla Terra: lo è se molecolarmente frantumato, lo è se massimamente concentrato. Un grammo di plutonio equamente distribuito può essere letale per migliaia e migliaia di persone; una sferetta di plutonio di 10 cm di diametro (grande cioè come una palla di bocce), del peso di 10 kg, costituisce una bomba nucleare di 200 kilotoni di potenza, almeno dieci volte superiore a quelle sganciate su Hiroshima e Nagasaki, ed è il detonatore della terribile bomba H, bomba senza limiti di possibile catastrofica esplosione.

Nel reattore 3 di Fukushima[1] è impiegata la micidiale miscela MOX[2] (miscela di uranio e plutonio); il plutonio è stato fornito alla TEPCO (Tokyo Electric Power Company, la compagnia che gestisce le centrali nucleari giapponesi) dalla francese AREVA, accorsa in Giappone quale esperta del combustibile appena verificatasi la fuoriuscita del plutonio dal reattore. Il plutonio, estremamente più pericoloso del suo genitore, l’uranio, è appunto il risultato dei cicli del bombardamento neutronico (il ciclo di produzione dell’energia) nel nucleo del reattore dell’uranio: i reattori con combustibile uranio costituiscono la miniera del plutonio, e i pericolosissimi impianti di riprocessamento costituiscono i cicli di estrazione del nuovo minerale, come detto inesistente in natura.

Questa è l’indiscutibile realtà!

Leggiamone attentamente il significato e le tragiche conseguenze.

Possiamo subito dire - senza il minimo timore di smentita - che tutti i reattori nucleari, oltre all’intrinseco immane rischio, generano sempre un pericolo enormemente superiore a quello di partenza, sia sul piano civile che su quello della proliferazione delle armi nucleari. Al contrario di ciò che avviene in natura per qualsiasi giacimento minerale, dove più si estrae minerale e minore diventa la sua disponibilità e più si va verso l’esaurimento del giacimento stesso, per le miniere del plutonio (i reattori) più tempo funziona l’impianto e più impianti funzionano, più cresce la quantità di plutonio: plutonio che occorre necessariamente con la massima celerità smaltire, nel senso di distribuire, perché è assolutamente impensabile che lo si possa conservare: dove mai lo si potrebbe fare, considerati i tempi di decadimento che sono dell’ordine di decine di migliaia fino anche a milioni di anni, secondo il tipo di isotopo?

Le strade dello smaltimento sono due, entrambe di un’incalcolabile gravità: l’impiego in bombe nucleari, appunto al plutonio o anche all’idrogeno, oppure riciclato in nuovi impianti nucleari con reattori che utilizzano il plutonio o una sua miscela con l’uranio (per attutire l’effetto del solo plutonio), come nel caso del reattore 3 di Fukushima.

Rispetto agli altri impianti nucleari (quelli di prima generazione a uranio), già a partire dalle scorie (quale eufemistica definizione!) il problema diventa estremamente più grave, giacché in esse sicuramente vi è plutonio. Tali scorie sono perciò estremamente più pericolose di quelle delle miniere di produzione dell’uranio o degli impianti di arricchimento della percentuale dell’isotopo fissile 235. Dove si trovano le scorie derivanti da tutte le barre che sono già state utilizzate nei reattori? Sì, anche quelle delle centrali del Garigliano, di Latina, di Trino Vercellese e di Caorso!

Utilizzare il plutonio come combustibile significa poi che un’eventuale fuoriuscita dal reattore non è più di uranio, ma appunto di plutonio, con un rapporto di rischio - se possiamo inventarci un tale termine - direttamente proporzionale a quello uranio-plutonio! Che cosa succede poi relativamente alle scorie delle barre al plutonio quando queste devono essere riprocessate è, in relazione a quanto finora detto, facile da immaginare!

E’ fin troppo evidente che più ci si immerge nel nucleare e più estremamente difficile diventa la fuoriuscita da esso, e, nell’oggettività più assoluta dei dati, sempre più esponenzialmente crescente è il rischio per l’intero Pianeta. Le multinazionali del nucleare hanno l’assoluta necessità della proliferazione del nucleare in ogni paese e, per l’enorme e appunto esponenzialmente crescente disponibilità di plutonio (non di uranio che diventa sempre più scarso), hanno necessità di mercati, sia di quelli vecchi (come la Francia e gli altri paesi nuclearizzati) che di altri nuovi (come quelli sognati e progettati da Berlusconi per l’Italia).

Altro che concorrenzialità tra le multinazionali del nucleare! La commercializzazione del plutonio tra l’AREVA e la TEPCO è la manifestazione esplicita dell’unitarietà degli interessi immani delle lobbies nucleari mondiali e dell’incalcolabile capitale finanziario internazionale a tali interessi legato che non si ferma davanti a nulla. Oggi, nel momento del disastro, chi ricorda più l’opposizione popolare che vi fu anche in Giappone quando nel 2001-2002 la TEPCO, falsificando dati relativi alla sicurezza, introdusse il plutonio nei suoi reattori e concluse l’affare con l’AREVA?

Ma l’accordo dell’AREVA fu solo con la TEPCO o anche con il governo giapponese, con i suoi servizi segreti e i suoi potentati militari, per altri fini? E cioè il plutonio arrivato dalla Francia in Giappone è stato davvero utilizzato solo nelle centrali nucleari, limitando l’enormità del rischio esclusivamente a tale campo? Molti di noi non ci credono e pensano che il Giappone possa avere le sue bombe atomiche al plutonio e all’idrogeno, al di là di ogni ovvia dichiarazione contraria.

Vi è in tutto ciò una tragica (oltre ogni immaginazione) evidenza di fondo, che non può non far tremare l’intera umanità: un potenziale di morte e di distruzione del Pianeta per innumerevoli volte è in mano a pochi potentissimi uomini, gli azionisti delle società del nucleare civile e militare, che sulla base dei loro affari decidono cosa fare del micidiale minerale, il plutonio, prodotto nei reattori (ma anche di altri minerali prodotti in minore quantità, si pensi al ben noto polonio). Questi azionisti hanno in mano il nostro destino, quello delle future generazioni, della vita del Pianeta. Nessuna conoscenza democratica sa quanto plutonio e quanti altri elementi transuranici siano stati prodotti, in quali impianti di riprocessamento siano stati generati, in quali mortali misture siano stati assemblati, che movimentazione abbiano avuto e dove si trovino oggi, se in armi atomiche o in impianti civili.

Eppure è il nostro destino, quello delle future generazioni, della vita del Pianeta!

Partendo dal referendum per il Sì contro il Nucleare in Italia e collegandosi strettamente a tutti i movimenti e alle innumerevoli sensibilità presenti in ogni parte del mondo contro il nucleare, occorre con la massima urgenza - nessuno oggi può davvero sapere se non sia già troppo tardi! - attivare un grande processo internazionale sia per bloccare ogni produzione nucleare (non è assolutamente solo questione del paese in cui si trova l’impianto) sia perché, paese per paese, progressivamente sia nota alla popolazione la condizione nucleare del paese stesso, in ogni suo aspetto. La guerra, democratica e pacifista, per la conoscenza della condizione nucleare nel mondo è fondamentale per la presa di coscienza del più difficile compito che oggi l’umanità ha: la fuoriuscita del Pianeta dal nucleare. Politica, democrazia e partecipazione, scienza ed economia, solidarietà e internazionalismo devono tracciare questa nuova via per la salvezza della nostra Terra.

Aprile 2011

(Scritto in collaborazione con Guido Pollice e Riccardo Consales)



[1] Il disastro della centrale nucleare di Fukushima Dai-ichi si è verificato a seguito del terremoto e maremoto del Tōhoku dell’11 marzo 2011. Nei giorni immediatamente seguenti al maremoto è avvenuta la fusione dei noccioli dei reattori 1, 2 e 3, con un accumulo del materiale fuso alla base dei vessel (recipienti in pressione). La maggior parte della contaminazione è di natura sotterranea: per prevenire il surriscaldamento di noccioli e piscine di stoccaggio, è necessaria una continua immissione di acqua di raffreddamento che si disperde nel sottosuolo, attraverso le crepe aperte dal terremoto. È ancora incerto quale tipo di percorso possa seguire la massa d’acqua radioattiva attraverso le falde freatiche della regione: di certo in gran parte si riversa continuamente in mare, mentre una parte si diffonde nell’entroterra. La contaminazione durerà ancora per un imprecisato numero di anni. L’incidente è stato classificato dall’Agenzia per la sicurezza nucleare e industriale del Giappone al grado 7, il massimo grado della scala, finora raggiunto solo dal disastro di Chernobyl. La gestione dell’incidente da parte della TEPCO è stata caratterizzata da reticenza, menzogne e abbandono della popolazione locale al suo destino; anche il Ministero dell’Energia giapponese è stato accusato di aver nascosto molti dati. 

[2] Mixed oxide fuel (combustibile ossido misto).