Napoli da amare: un’Assise nazionale per la rinascita di Napoli

L’immagine di Napoli e il suo essere attuale esprimono uno dei momenti più bassi e più tristi della storia della città, la nostra città, dagli incommensurabili valori. Nel meraviglioso obiettivo di una sua rinascita, non potrebbe esservi errore più grande che negare o mistificare tale realtà: la luce piena sul suo offuscamento, sul suo degrado, sulla sua decadenza, sulle cause, gli interessi e le responsabilità a essi legati, è invece la necessaria precondizione per tale rinascita. Occorre cioè seguire un percorso profondamente diverso da quello tracciato e seguito dalle amministrazioni dei sindaci Bassolino prima e poi Iervolino, in direzione di un’ulteriore decadenza e non credibilità: l’azione politico-istituzionale seguita è stata tutta di demagogiche enunciazioni, di astratta retorica, di pura immagine, priva perciò di una tensione ideale e culturale e di una progettualità di un percorso concreto verso l’utopia di una città che ribaltasse la sua ormai bisecolare decadenza.

Il presidente dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Gerardo Marotta, ha identificato nella chiusura-riapertura del portone del Palazzo Serra di Cassano[1] il simbolo della decadenza-rinascita di Napoli. Il portone fu chiuso nel 1799 in segno di lutto e di protesta a seguito dell’esecuzione del figlio del principe Serra di Cassano, Gennaro, evento che concluse definitivamente non solo la breve storia della Repubblica Napoletana[2] ma anche il grande percorso segnato dai Borboni per Napoli. E’ da questa duplice disfatta della Repubblica Partenopea e del valore dei Borbone che occorre forse partire per comprendere la decadenza della città e anche la strada nuova da percorrere, gli obiettivi da porsi e i contenuti da realizzare.

Con la fine della Repubblica e la violenta scomparsa dei suoi protagonisti, Napoli perde il ruolo centrale che aveva nella cultura europea; con la spedizione dei Mille e l’annessione al regno dei Savoia, poi Regno d’Italia, perde la dignità di capitale e diviene provincia; con la politica di forte repressione del nuovo stato unitario verso il Mezzogiorno si seminano i germi dell’opposizione antistatalista, clandestina, armata, socialmente funzionale, che ha una sua ulteriore degenerata riconversione nella camorra e nella mafia; con l’imposizione del sistema legislativo sabaudo al mezzogiorno e con le leggi antimeridionaliste sulle banche, sul riequilibrio del debito pubblico, sul dazio e sul prelievo fiscale, si danno durissimi colpi alla capacità di disponibilità di capitali e di crediti a Napoli e nel Mezzogiorno, si trasferiscono grandissime risorse al Nord, vengono disfatti il sistema e l’apparato produttivo della città, viene svilito il suo ruolo nel Mediterraneo, viene delineata una funzione di consumo e subalterna agli interessi di altre aree del Paese. L’abbandono totale di Napoli da parte dello stato centrale è immediatamente visibile negli effetti molto più devastanti che in altre aree del Paese dell’epidemia di colera del 1884[3].

Neppure con il Novecento si creano le condizioni per una rinascita vera di Napoli: non avviene con la legge speciale per Napoli del 1904; né con l’operazione fascista della Grande Napoli, che estendendo i confini amministrativi ai comuni limitrofi crea le condizioni per trasformare la città in un’immensa caotica conurbazione; né con la ricostruzione del dopoguerra, che ha il punto più emblematico nel sacco della città; né con il boom economico, che vede migliaia di napoletani costretti a emigrare al Nord; né con la Cassa del Mezzogiorno e con la ricostruzione post terremoto, che nella filosofia e nei fatti sono state operazioni volte a favorire le grandi imprese del centro-nord con il ricircolo di ingenti capitali verso tali aree del Paese; né con operazioni come l’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale) e la SME (Società Meridionale di Elettricità), che hanno portato alla cessazione di ulteriori importanti attività produttive; né certamente con l’ultimo ritrovato per la rinascita della città, sbandierato dai governi nazionale e regionale, ma anche da molta parte della classe imprenditoriale, il grande progetto cinese, e cioè quello di fare di Napoli l’epicentro del traffico import-export - a immenso rischio di ogni natura e ad altissimo consumo territoriale - dei prodotti dello sfruttamento umano e ambientale di quel paese.

Naturalmente queste sono le linee dominanti del percorso della città, perché nel corso di due secoli la sua straordinaria forza interna, la sua cultura e la sua genialità hanno mantenuto e prodotto un’immensa ricchezza sociale, scientifica, intellettuale, produttiva e solidale, e altissimi nuovi valori, che fanno di Napoli il contrario di una città obsoleta, morta, da dimenticare. Certo per chi in essa vive tutto diventa estremamente difficile, perché troppo forti sono gli effetti di una corruzione metabolica delle forze e dei gruppi di potere, che, anche se diversi come provenienza e genesi da quelli che li hanno preceduti, ne assorbono le modalità e si trasformano sino a una loro totale identificazione con una cultura di governo e una prassi di gestione del potere politico, economico e istituzionale che riproduce e consolida metodologia, ispirazione, obiettivi e interessi preesistenti, ponendosi come massimo obiettivo la mera sostituzione di denominazione e di persone a ciò che vi era prima: vi è cioè un drammatico continuismo tra baronismo postunitario, laurismo, pomicinismo, bassolinismo e iervolinismo.

E’ questo continuismo che occorre interrompere e invertire per la rinascita della città.

Nel 1993, sull’onda della questione morale, vi fu un forte sommovimento culturale e civile contro questo continuismo, e sembrò che Napoli potesse cambiare: dalla Società Civile - Assise di Palazzo Marigliano, Verdiarcobaleno, Comitato Mani Pulite - fu occupato e presidiato il simbolo del vecchio potere democristiano, e poi del centro-sinistra, la Sala dei Baroni del Maschio Angioino, fino alle dimissioni del Sindaco e della Giunta e all’indizione di nuove elezioni. Di questa Società Civile non faceva parte nessuno degli attuali uomini di potere di Napoli e della Campania, che però si colorarono di essa, per assumere, con la forza e l’organizzazione di potenti e sperimentati apparati partitici, economici e associativi, l’egemonia e il governo prima di Napoli e poi della Campania, prospettando e delineando in maniera assoluta, per acquisire in credibilità, le istanze e i contenuti profondamente innovativi rispetto al passato di questa peculiare breve primavera della città.

Tali contenuti potevano essere il Manifesto del possibile Rinascimento di Napoli. Il grandissimo successo di immagine e i sondaggi plebiscitari che per anni hanno accompagnato Bassolino sindaco, il politico sicuramente più abile nell’appropriarsi dei valori della stagione del ’93, esprimono quanto grandi fossero le attese della città e le enormi potenzialità createsi, principalmente nell’area della sinistra, dell’ecopacifismo e del solidarismo internazionale. Mentre il G8 e iniziative similari creano in Italia e nel mondo enormi contestazioni e conflittualità, fortissime tensioni e gravissimi disordini, a Napoli la sinistra e l’ambientalismo, anche nella sua parte più critica, si accontentarono nel 1994 di uno spazio marginale agli estremi confini della provincia, e il G7 divenne così un’occasione eccezionale di pubblicità per Napoli - come se tutti i problemi fossero risolti - e di propaganda per il nuovo governo della città.

Non è invece assolutamente esagerato affermare che dal 1993 a oggi non si è data una svolta a nessuno dei gravi problemi della città e che, proprio per tale ragione, essi si sono ulteriormente, pesantemente aggravati, a volte incancreniti.

La cosiddetta emergenza rifiuti, le immagini vere, non inventate da una stampa nemica o ostile, che hanno umiliato a livello internazionale Napoli, sono la conseguenza di scelte e inettitudini regionali e cittadine. Sono assurde, e sono allo stesso tempo testimonianza di assoluta incompetenza, le affermazioni del sindaco Iervolino secondo le quali non vi è responsabilità alcuna dell’Amministrazione Comunale: parlano in modo eloquente il dato della raccolta differenziata, praticamente vicino allo zero, e la sua organizzazione, nei fatti inesistente. Il dato è ancora più grave se si evidenzia che l’Assessorato con delega ai rifiuti è stato retto per un’intera consiliatura dal presidente regionale di Legambiente, che - è da presumere - deve avere più volte sottolineato il percorso della raccolta differenziata, del riuso, del riciclaggio e del compostaggio come necessità assoluta per la soluzione della questione rifiuti. Politicamente è inconcepibile ed estremamente irresponsabile avere addossato le responsabilità di quanto avvenuto ad altre comunità locali e ad alcune associazioni ambientali e comitati rifiuti zero, per non avere accettato che i loro territori divenissero discariche o ospitassero impianti inceneritori per i rifiuti del capoluogo.

Ma la gestione dei rifiuti costituisce purtroppo solo un aspetto della condizione generale di degrado della città. I beni culturali sono nel più completo abbandono, in totale fatiscenza in se stessi e per le aree limitrofe, negati generalmente alla visita e alla corretta fruizione. In questo senso dobbiamo purtroppo riparlare nuovamente di Napoli Negata, che fu la sfida della cultura napoletana degli anni ’80, la genesi di Napoli Monumenti Porte Aperte, di Adotta un Monumento e poi di Maggio dei Monumenti, ormai al declino totale. Iniziative di eccezionale valenza e potenzialità internazionale, condivise e sostenute dal mondo universitario, della ricerca, della storia, della musica, dell’arte e delle tradizioni, come la Festa della Biodiversità[4], non solo non sono state aiutate, incentivate e sostenute, ma sono state duramente ostacolate e combattute, perché non funzionali a interessi specifici del potere politico dell’Amministrazione comunale e regionale, operando per la loro scomparsa.

La fatiscenza e l’abbandono permeano i parchi urbani, a partire da quello collinare, le aree verdi e la quasi totalità degli edifici pubblici e privati, nelle facciate esterne come nei cortili interni, per l’assenza di un quadro generale di manutenzione e di decoro: ancora restano ponteggi e interventi di emergenza post terremoto dell’80, se non del dopoguerra!

Non vi è una - e sottolineiamo una - strada della città, in qualunque sua parte, da Posillipo alla zona orientale, dal Vomero a Secondigliano, da San Lorenzo Vicaria a Montecalvario - Avvocata - Porto che sia facile, gradevole e sicura da percorrere e non sia invece arrepezzata, sconnessa, piena di buche, espressione e testimonianza della logica che governa i permanenti cantieri nella città per i continui, improvvisati e ripetitivi interventi di manutenzione.

Napoli è la città in Italia dove più alte sono le imposte, e - si badi bene - uguali per tutti i redditi anche quelli più bassi, a fronte della peggiore qualità dei servizi, dal trasporto pubblico all’assistenza, all’informazione, alla trasparenza, all’anagrafe, nonostante naturalmente l’impegno di tanti addetti.

L’artigianato, quello ordinario come quello artistico, vanto storico della città, fonte di attrazione e di lavoro, non trova riferimento, sostegno o aiuto alcuno nell’Amministrazione Comunale e sopravvive, anche in altissime espressioni, solo per la determinazione e la volontà degli operatori. Lo stesso vale per il commercio.

Non vi è risposta credibile, che vada cioè alle radici vere, per questioni storiche come la carenza di lavoro, l’illegalità diffusa, la microcriminalità, e domina una doppiezza di fondo su questioni di forte pregnanza sociale e collettiva, quali la gestione e l’uso di beni pubblici: l’acqua, le spiagge, il patrimonio edilizio comunale.

Le grandi promesse bassoliniane su Bagnoli e la zona orientale stanno mostrando la loro reale essenza, fatta di inconsistenza progettuale, di demagogia, di sperpero di denaro pubblico, di gravissimo rischio per la rinaturalizzazione del territorio e il recupero ambientale. Assenti sono ogni disegno e politica per il recupero delle due periferie della città: i quartieri esterni al centro storico e l’insieme di vie, vicoli, piazze, palazzi e monumenti limitrofi ai piccoli nuclei salvati e valorizzati dello stesso centro storico. Il decentramento amministrativo e funzionale della città è del tutto inattuato e l’istituzione delle Municipalità è divenuta solo uno spreco enorme di risorse pubbliche.

A Napoli, però, mentre dominano degrado e decadenza, appaiono sempre più crescenti e irrobustiti i germi della rinascita: la perdita di credibilità della demagogia che permea la politica della città; la consapevolezza diffusa della necessità di esserci per cambiare; la nascita di originali protagonismi collettivi e di esperienze di nuova progettualità; l’immensa solidarietà verso la città, i suoi problemi e i suoi drammi, contrapposti alla grettezza e all’oscurantismo, spesso espressi dalla Lega Nord.

Napoli è patrimonio incommensurabile della cultura e della storia dell’umanità e per i suoi valori appartiene a tutti i cittadini del mondo.

Napoli richiama amore, e amore richiama impegno, disponibilità, idealità e progettualità, passione per la sua rinascita.

Perciò la necessità primaria per tutti quelli che amano Napoli è l’individuazione e la concretizzazione di una forma di adesione e partecipazione, senza schemi e vincoli, che sia la più ampia e libera possibile, capace di sviluppare comunicazioni, confronto, proposte e iniziative sia di merito, sia di definizione di un percorso per un cambiamento profondo della direzione politica e del governo della città: tale forma organizzativa può ritrovarsi in un’Assise nazionale per la rinascita di Napoli.

Napoli è al centro del Mediterraneo: ridiventa capitale se a esso primariamente si guarda, e se si pensa a Napoli quale città della biodiversità, solidale ed ecopacifista. «Una politica del Mezzogiorno [diciamo di Napoli], che faccia perno sul Mediterraneo, non ferirebbe gli interessi dell’alta Italia, non potrebbe darci un fallace indirizzo in politica estera?» Io penso proprio di no, e penso al contrario che nell’interesse globale del Paese «una politica del Mediterraneo può coesistere con una politica del centro e dell’oriente europeo.»[5]

Guardando a un orizzonte più lontano, la stessa gravissima attuale emergenza di ordine pubblico, frutto di politiche sbagliate e che richiede oggi sicuramente adeguati interventi, ha la soluzione in questo respiro progettuale per la città, nuovo e forte come non mai per il passato.

Inutilmente consegnati all’Amministrazione Iervolino, i Dieci Punti della proposta VAS per Napoli città della biodiversità, solidale e pacifica[6] possono costituire una prima, sicuramente ancora limitata, traccia del lavoro dell’Assise:

  1. Un nuovo orizzonte di valori: la cultura della biodiversità;
  2. Napoli città verde;
  3. Napoli città delle culture;
  4. Non più periferie: le città nella città;
  5. Napoli città di pace e denuclearizzata;
  6. Acque azzurre, acque libere;
  7. Napoli libera da inquinamenti e sprechi energetici;
  8. Una qualità nuova dell’ordinarietà: rifiuti, strade, sottosuolo;
  9. Napoli che lavora;
  10. Napoli città sociale e dei bambini.

Ottobre 2009



[1] Il Palazzo Serra di Cassano, situato sulla collina di Pizzofalcone nel quartiere San Ferdinando, fu eretto nella prima metà del XVIII secolo da Ferdinando Sanfelice. L’ingresso storico, chiuso nel 1799, si affacciava sulla via Egiziaca a Pizzofalcone; l’attuale ingresso è quello secondario di via Monte di Dio. 

[2] La Repubblica Napoletana fu proclamata il 23 gennaio 1799, nel contesto della campagna napoleonica in Italia e dell’entusiasmo che essa generò negli ambienti democratici della penisola, che portò alle repubbliche giacobine costituitesi tra il 1797 e il 1799. A capo della giunta rivoluzionaria c’era la componente più scelta dell’intellighenzia meridionale. Il governo repubblicano promosse importanti innovazioni, soprattutto per sancire la fine della feudalità, gravosa per le popolazioni rurali e per l’ordinamento giudiziario. Di valore europeo fu il contributo intellettuale fornito dal ceto liberale meridionale, testimoniato dal giornale Monitore Napoletano, diretto da Eleonora Pimentel Fonseca (1752-99), straordinaria figura di donna impegnata nella battaglia democratica fino al supremo sacrificio. Ma la Repubblica Napoletana non ebbe lunga vita, travolta dalla reazione europea e incapace di garantirsi l’adesione dei ceti popolari e delle province non occupate dall’esercito francese. Il 13 giugno 1799 l’armata sanfedista, comandata dal cardinale Fabrizio Ruffo, si impossessò nuovamente di Napoli, mettendo fine al governo repubblicano. La repressione fu durissima: tra le vittime la stessa Eleonora Pimentel Fonseca.

[3] Durante l’epidemia del 1884-87 le provincie italiane colpite furono 44. Solo in tre di queste si trattò di una vera e propria epidemia: Cuneo con 1.655 morti, Genova con 1.438 morti e Napoli che invece contò 7.994 morti.

[4] La Festa Nazionale VAS della Biodiversità si è svolta a Napoli per cinque edizioni, dal 2001 al 2005.

[5] Entrambe le citazioni sono di Don Luigi Sturzo.

[6] L’associazione VAS (Verdi Ambiente e Società), nata nel 1991 e riconosciuta dal Ministero dell’Ambiente con D.M. del 29 marzo 1994, è iscritta all’Anagrafe Nazionale delle Ricerche del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. È una associazione apartitica e senza fini di lucro che si propone di portare avanti progetti e iniziative di solidarietà sociale, di tutela e valorizzazione della natura e dei beni storico-culturali. I suoi principali valori di riferimento sono ecopacifismo, biodiversità e beni comuni.

Il testo della proposta VAS per Napoli è riportato in appendice.