Camorra: come per tutte le calamità, da fenomeni naturali o da attività umane, il cuore della lotta sta nella prevenzione

Per l’influenza decisiva che ha sul degrado e sul saccheggio del territorio, come sullo sfruttamento delle risorse naturali e dei beni culturali - ma naturalmente non solo per questo - la questione camorra non può non essere al centro della riflessione e dell’impegno di ogni persona che, a livello soggettivo o entro un gruppo organizzato, sia impegnata per la tutela dell’ambiente e per una diversa natura e qualità della produzione e del lavoro.

Non è in realtà né una provocazione né una forzatura affermare sia che la questione camorra è divenuta l’alibi generalizzato per ogni problema, sia che essa risulta funzionale a moltissimi personaggi, anche intellettuali, totalmente esterni al circuito malavitoso del mero interesse economico-politico. Ciò contribuisce involontariamente a impedire che si faccia una lotta di fondo, una vera battaglia per estirpare le radici, le ragioni vere che fanno sì che la camorra esista e cresca.

Quasi un quarto di secolo fa, da allora presidente campano di Lega per l’Ambiente[1], introdussi, come definizione provocatoria, la parola ecomafia[2]. Non l’avessi mai fatto! Ecomafia è divenuta una miniera per finanziamenti di ricerca, per i rapporti annuali, generando - mi si permetta di dirlo - una paradossale enfasi di celata soddisfazione per la sua esistenza da parte di gruppi non solo campani, siculi o calabresi, ma anche di altre realtà interessate a stare nel circuito di finanziamenti, propaganda e pubblicità. Ma se - come certamente è - i dati provengono dalle istituzioni preposte alla lotta contro la criminalità organizzata (a partire naturalmente dalla Magistratura), appare molto più corretto ed estremamente più incisivo e coinvolgente che tali rapporti vengano redatti dalle istituzioni stesse, così da non creare potenti poteri paralleli di conoscenza e di informazione. Per il ruolo di sensibilizzazione e di presa di coscienza anche sul disastro ambientale causato dall’attività illegale delle mafie, di grandissima importanza è invece che le associazioni siano totalmente dentro alla lotta contro la malavita organizzata.

Fortune similari si generano anche per chi crea gli Osservatori sulla Camorra: qualcuno o qualcosa cioè che si mette a osservare i dati del mondo della Camorra, i clan, i boss, gli omicidi, le vendette, esplicitando anche il numero degli affiliati, che logica vorrebbe che, se noti, venissero arrestati.

Gomorra, il best seller di Roberto Saviano sulla camorra (come viene indicato nel circuito commerciale dell’editoria), è sicuramente una pubblicazione di eccezionale valenza per la capacità di rappresentazione e l’efficacia delle immagini (i fatti riportati). Se però si va a ragionare nel merito, esso non porta elementi di vera novità nella lotta alla camorra. Purtoppo ben noto da lungo tempo era, difatti, il traffico illecito di rifiuti tossici e nocivi, che aveva fatto della Campania la discarica dell’Italia e che sul piano istituzionale, dopo i processi dei primi anni ’90, aveva portato alla legge regionale n. 10 del 1993 sullo smaltimento dei rifiuti e sulle bonifiche: legge disattesa - questa è la vera questione! - dal centro-destra di Rastrelli e successivamente dal centro-sinistra di Bassolino. Ben nota era ed è l’occupazione cinese di vasta parte del Porto di Napoli e non solo, e il controllo del sistema containers, base per ogni attività illegale a livello nazionale e internazionale, compreso il traffico di armi. Ben noto era ed è il riciclaggio di denaro sporco, che oggi ha la sua attualità nell’operazione scudo fiscale[3].

Naturalmente è sempre bene ricordare queste cose a tutti, soprattutto a chi non vuole ascoltare, e in questo senso molto positivi sono l’azione e il ruolo di Gomorra.

Non sono, invece, condivisibili le affermazioni che spesso si fanno sulla conclusione del libro, sull’ultimo capitolo che viene indicato come una sfida non solo alla camorra, ma anche e soprattutto all’omertà dei campani. A mio parere costituiscono infatti un pericoloso arretramento nell’analisi della lotta alla camorra espressioni quali: «Sono nato in terra di camorra, nel luogo con più morti ammazzati d’Europa, nel territorio dove la ferocia è annodata agli affari, dove niente ha valore se non genera potere. [...] In terra di camorra, combattere i clan non è lotta di classe, affermazione del diritto, riappropriazione della cittadinanza.» In fondo anche in Saviano c’è il senso edonistico di un’autoesaltazione eroica dell’io intellettuale, educatore-sferzatore, buono e onesto.

Io credo che bisogna piuttosto partire - perché è questa la fonte della verità - proprio dall’opposto di tali affermazioni: Napoli e la Campania non sono terra di camorra. Noi napoletani e campani non siamo camorristi, e la camorra è invece frutto del sistema di potere politico ed economico: il cuore della questione della camorra è la drammatica condizione sociale e del lavoro nella città di Napoli e nel suo hinterland, inteso come immane conurbazione, dai Comuni del Casertano (purtroppo tristemente noti) a quelli dell’Agro Nocerino Sarnese, portati al più profondo degrado ambientale e di vivibilità.

Non è certo facile, ma se riusciamo a spostare la questione camorra su tale piano, introduciamo l’aspetto centrale, sempre invece più marginale se non proprio totalmente assente nella discussione e nella reale lotta a essa: la prevenzione. Per tutte le calamità naturali o conseguenti ad attività umana vale un principio: se si vuole evitarle o ridurne drasticamente le conseguenze, bisogna eliminare quanto più possibile le cause che le determinano. Questo vale anche per la camorra, le cui cause, appunto, non sono né legate a un’incomprensibile natura geografica, né a una cultura originaria (oggi certo indotta e anche significativamente presente), che si fonda su violenza, prevaricazione, imposizioni e rispetto dei boss, ma anche sul paradossale mantenimento di una mutualità assistenziale e solidaristica, che, in senso opposto a quella camorristica, è peculiarità storica del popolo napoletano.

Ragioniamo per un momento su questo dato dell’induzione della cultura camorristica in particolari contesti urbani, quartieri della città che negli ultimi decenni hanno avuto cambiamenti radicali in senso totalmente peggiorativo: esso ci dice fino in fondo che cosa è successo ma anche che cosa bisogna fare. I quartieri dove c’erano la fabbrica, il lavoro e la produzione, sia quelli orientali della Cirio (per indicare un riferimento tra i tanti) di San Giovanni a Teduccio, Barra e Ponticelli, sia quelli occidentali dell’Italsider di Bagnoli, erano lontani anni luce dalla camorra, come organizzazione e come cultura, e contestualmente qualificati erano la condizione urbana, la vita sociale, i luoghi di aggregazione, il ruolo democratico e partecipativo degli stessi partiti politici. La disgregazione produttiva senza alternativa e lo sfascio urbano hanno generato la realtà di oggi. Ciò vale per l’intera città e il suo hinterland, dal rione Sanità (dove solo fino ad alcuni decenni orsono dall’alba al tramonto non veniva mai chiusa la porta di casa) a interi rioni di una periferia che è gran parte della città, ghettizzata, senza produzione, senza lavoro, senza significato alcuno di vita civile. Ciò vale anche per le vastissime aree di quella che era la fertile pianura produttiva della Campania Felix, violentata e saccheggiata da immani masse di colate di cemento, che hanno annullato, insieme al lavoro, ogni valore, identità, appartenenza e sacralità dei luoghi.

E’ naturalmente estremamente importante la lotta che la Magistratura e le Forze dell’Ordine conducono nel combattere sia i clan che l’attività malavitosa, dovunque essa si annidi, fino ai sancta sanctorum del potere di ogni tipo, senza guardare in faccia a nessuno. Ma perché non dirlo? Ritardi in processi estremamente gravi, con l’elevata possibilità di strette connessioni con l’attività camorristica per affari di miliardi di euro come quello dei rifiuti in Campania, non aiutano certo a rafforzare nell’opinione pubblica la convinzione che tale lotta possa risultare efficace, e inducono invece a pensare che vi siano, riguardo ai potenti, limiti invalicabili oltre i quali non è possibile andare.

Il rapporto fatto di strettissimi interessi tra camorra e potere politico è un consolidato percorso storico, che, per la sua funzione noumenica, giustifica perché poi la camorra non sia mai stata combattuta fino in fondo. Significativo, anche per la svolta storica del potere che la camorra assume, è il caso - siamo nel 1860, al tempo della luogotenenza garibaldina dell’ex Regno delle Due Sicilie - del prefetto Liborio Romano, ex rivoluzionario dei moti del 1820-21, ex ministro borbonico, futuro ministro sabaudo, in sostanza trasformista e traditore: ricevuto dal governo provvisorio unitario l’incarico di mantenere l’ordine pubblico, Liborio Romano affidò alla camorra l’organizzazione della guardia cittadina, per allontanare dalla città il pericolo di rivolte popolari. Facendo questo Don Liborio riconobbe alla camorra quella dignità e autorità istituzionale che ancora le mancava durante il regno borbonico[4].

E’ dunque fondamentale far emergere ogni connessione tra politica e camorra, perché solo una politica sana e rigenerata può avviare il cambiamento. Ma le cellule cancerogene della camorra, che hanno aggredito la politica, operano per la loro moltiplicazione e l’estensione dell’aggressione, per rendere cioè l’intero sistema economico e istituzionale a esse funzionale. Le scelte politiche, che diventano poi tecniche o di gestione a seconda delle opportunità, vanno perciò in tale direzione: alla gestione pubblica dei rifiuti (dalla raccolta allo smaltimento da parte dei comuni o dei loro consorzi) si sostituisce la concessione in appalto; al sistema di raccolta differenziata e di riuso della risorsa (per sua natura attuato capillarmente e con circuiti facilmente controllabili) si sostituisce la scelta dei grandi impianti, gli inceneritori. E non è un caso che si preferisca far restare, contro la volontà della quasi totalità degli interessati, migliaia di lavoratori praticamente inattivi, per attestare gli altissimi costi del riciclo e la sua impraticabilità, e per arrivare quindi agli inceneritori con il business dell’acquisto dei suoli, del grande trasporto e della gestione.

I Piani di spiaggia non si fanno perché la camorra istituzionalizzata consente all’altra camorra, quella operativa, di appropriarsi di un bene che per sua natura non potrebbe che appartenere alla collettività. Provi chiunque a recarsi anche d’inverno sul litorale domizio per una libera passeggiata e ad attraversare anche solo la battigia di aree date in concessione: si renderà conto di che cosa significa quanto prima detto. La privatizzazione dell’acqua, che con Berlusconi si sta attuando a livello nazionale e che con Bassolino è già stata attuata in Campania, che cos’è se non un nuovo immenso campo regalato all’attività della camorra, della mafia e della ’ndrangheta, e nel resto del Paese a potentissime lobbies economiche, che sul piano degli interessi a danno della collettività sono del tutto equivalenti?

Le cellule cancerogene camorristiche, che hanno invaso la politica e le istituzioni in Italia, hanno individuato nella gestione delle risorse naturali il più grande dei business possibili, l’affare del ventunesimo secolo, molto più consistente rispetto anche ai consolidati campi della loro attività (spaccio della droga, sfruttamento della prostituzione, racket, falsificazione di merci e marchi), e operano con la massima spregiudicatezza e aggressività politica per attuare i loro propositi.

Rispetto a tale quadro che significa dunque prevenzione?

Prevenzione significa creare le condizioni perché progressivamente vengano eliminate le cause che storicamente hanno determinato e determinano l’essere stesso della camorra. Ciò può avvenire se e solo se si attiva un grande Piano per la rinascita di Napoli, del suo hinterland e più complessivamente della Campania, capace di dare contestualmente risposta alla drammatica condizione sia sociale (a partire in primo luogo dal lavoro) che ambientale. La prevenzione contro la camorra è un piano di rinascita quale da secoli Napoli e la Campania non hanno avuto: una radicale inversione rispetto al fallimento delle istituzioni nazionali e locali di questi anni.

Non più periferie, ma città nella città; un centro storico capillarmente rigenerato nei valori e nella qualità della vita; le aree industriali dismesse quale volano di riqualificazione urbana e di qualificate attività produttive; la grande cintura verde, nuova murazione di Napoli nel ventunesimo secolo; la restituzione di identità storica, civile, ambientale e produttiva alla mostruosa conurbazione dell’hinterland di Napoli; la tutela della natura e la corretta pubblica sua fruizione, coniugate alla valorizzazione delle sue risorse; una qualità nuova dei servizi; la diffusione di democrazia, partecipazione, cultura della pace e della non violenza, della solidarietà, del rispetto e dell’amore per la biodiversità: tutto ciò costituisce l’essenza della prevenzione contro la camorra.

La realtà è incontestabile: si possono annientare migliaia di camorristi, boss o gregari, e lo si è fatto spesso con grande impegno, onore, eroismo e con eccezionali risultati; ma se per Napoli e la Campania tutto resta come oggi, dopo un mese o un anno il sistema si riproduce e si ripresenta con nomi diversi, ma con gli stessi appetiti, anzi paradossalmente, necessariamente crescenti, perché cresce il disagio sociale legato al precedente annientamento.

Nessun bimbo nasce camorrista, e tutti i bimbi sono parimenti belli, dolci e da amare. Vedere il bimbo che diventa l’adolescente della microcriminalità che sogna di diventare boss, e poi il giovane affiliato, e poi il camorrista senza pietà e senza scrupoli è la sconfitta e l’umiliazione della nostra società. Piaccia o meno, in ogni processo, anche in quelli per i reati più tristi e gravi, c’è una responsabilità dell’intera società: molto più grande probabilmente proprio per quella parte della società che è ricca e perbene.

Novembre 2009



[1] Denominazione del tempo; dal 1992 Legambiente. 

[2] Il termine ecomafia sta a indicare le attività illegali delle organizzazioni criminali, generalmente di tipo mafioso, che arrecano danni all’ambiente. In particolare sono definite ecomafie le associazioni criminali dedite al traffico di rifiuti e allo smaltimento illegale degli stessi.

[3] Lo scudo fiscale è una tipologia di regolarizzazione in materia tributaria e penale simile a un condono perché inibisce l’azione penale e di accertamento tributario. Esso sana comportamenti illeciti relativi alla detenzione di capitali all’estero derivanti da redditi non denunciati e dall’acquisto di immobili con i suddetti capitali, tramite il pagamento di un’imposta forfettaria, una tantum, di valore inferiore alle normali aliquote tributarie. Il governo Berlusconi IV con il decreto-legge 194/2009, cosiddetto Mille proroghe, riaprì i termini per poter usufruire dello scudo fiscale.

[4] Così scriveva nel 1868 lo storico Giacinto De Sivo: «La rivoltura del ’60 si dirà de’ Camorristi, perché da questi goduta. [...] Il Comitato d’Ordine comandò s’abbattessero i Commissariati di polizia; e die’ anzi prescritte le ore da durare il disordine. Camorristi e baldracche con coltelli, stochi, pistole e fucili correan le vie gridando Italia, Vittorio e Garibaldi […]. Seguitavanli monelli e paltonieri, per buscar qualcosa, gridando: Mora la polizia! Assalgono i Commissariati.» (Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861)