Per un profondo cambiamento a Napoli ricreare la speranza, l’entusiasmo e il clima del 1993

La conseguenza a oggi più negativa del bassolinismo, come governo delle istituzioni, è la fine dell’entusiasmante sogno - potenziale realtà (creatosi alla fine degli anni ’80 e culminato nel 1993) di poter cambiare profondamente Napoli e la Campania. Affermando ciò, non si vuole ripetere un inutile rituale di critica all’ex sindaco di Napoli ed ex presidente della Regione, ma si intende riproporre una riflessione globale su come ricostruire quello stato generale di attesa del cambiamento che si respirò in quel periodo. Ciò è estremamente necessario sia per la condizione generale della città e della regione, sia per evitare alle prossime elezioni comunali della primavera 2011 una nuova catastrofe elettorale dell’area democratica, progressista ed ecologista.

Questa impostazione è anche necessaria per evitare una lettura profondamente distorta e deviante della critica relativa a quel periodo, una lettura secondo cui prima Napoli e la Campania fossero ben governate! Se si esclude la prima Giunta Valenzi, dal 1975 al 1980, possiamo affermare che sia i governi di destra (quelli del sacco della città del laurismo), sia quelli a guida democristiana o socialista, non solo non hanno segnato un percorso di rinascita della città e della regione, ma spesso ne hanno aggravato la condizione generale. Perciò unitamente all’evidenziazione della cultura di governo e degli interessi che hanno caratterizzato in maniera fondamentalmente omogenea, dal dopoguerra a oggi, la gestione politico-istituzionale della città, vi è la necessità di analizzare in maniera nuova, in profondità, le radici della stagnazione e della decadenza in atto.

Se appunto si esclude l’impulso di breve periodo dato dalla giunta Valenzi con il Piano delle Periferie[1], non vi è stata e non vi è tuttora nessuna risposta nuova, positiva né alla conclusione del significativo percorso del primo Novecento relativo alla perimetrazione produttiva della città a est e a ovest con le grandi aree industriali (imperniate sul ferro a ovest e sull’energia a est), né all’urbanizzazione selvaggia e senza regole verso i comuni confinanti, attivata dalla demagogica operazione del nascente fascismo denominata Grande Napoli, con l’annessione alla città di identità territoriali quali importanti comuni autonomi, decaduti ad appendici, periferie della Napoli storica.

Le conseguenze di questa inerzia degenerativa sono la condizione di oggi della città: una cementificazione informe, caotica, sempre più senza soluzione di continuità, che cancella luce e verde, e contestualmente l’abbandono del cuore storico della città, dei suoi valori e simboli, dei suoi quartieri. Periferia e degrado dell’espansione, periferia e degrado dell’abbandono sono conseguenze della stessa scelta, della stessa anticultura di città. Le due periferie, quella esterna e quella dei quartieri storici hanno la stessa genesi, così come hanno la stessa genesi la deriva improduttiva scelta per Napoli e quella dell’aggravamento della condizione sociale, fino alla metamorfosi nella malavita organizzata.

La presa del Maschio Angioino nella primavera del 1993 da parte del Movimento Mani Pulite scaturì sicuramente dalla questione della moralizzazione contro le ruberie di allora, ma rappresentava soprattutto una rivolta civile e democratica contro questa identità di città e contro il percorso che la portava sempre più alla decadenza, all’abbandono e al declino. Bassolino non partecipò direttamente alla presa del Maschio Angioino, ma costruì la sua ascesa sulla prospettiva dei contenuti di fondo del Movimento. Lo slogan sintesi della sua propaganda fu «neanche un solo sacco di cemento sulla città»: il che portò nell’immaginario della speranza collettiva un insieme di attese sul rinascimento di Napoli.

Con le prossime elezioni, se si vuole realmente cambiare, la svolta rispetto al passato non può perciò che nascere da una nuova visione generale della città, capace di cogliere le grandi questioni in atto e dare a esse una nuova sintesi alternativa alle gravi scelte che attualmente si pensano e in parte si stanno già attuando.

La prima fondamentale questione è la scelta relativa a una grande cintura verde da realizzare attorno alla città, da Bagnoli (mare d’occidente) ai Parchi degli Astroni e delle Colline (a nord) fino agli ex insediamenti petroliferi (mare d’oriente). Questa murazione del 2000 di Napoli assume un valore strategico su tre fondamentali piani: il respiro verde contro l’asfissia dall’inquinamento, la fine del processo di cementificazione e di conurbazione senza soluzione di continuità, la salvaguardia e la restituzione di aree agricole e per attività produttive ecologiche. La questione oggi non è né astratta né teorica, ma di attualità estrema, e chiunque si candidi sia a livello personale che come aggregazione politica ha il dovere morale di dire in quale modo intenda operare.

Nella zona occidentale, a Bagnoli, si è resa disponibile tutta l’ex area industriale Italsider, Eternit e Cementir, un’area enorme (320 ettari), quasi tutta di proprietà pubblica, che non solo potrebbe dare respiro grandissimo al verde del quartiere, ma contribuire alla costruzione della murazione verde di Napoli. Oggi, con cinica spregiudicatezza rispetto alla condizione della città, si sta già procedendo alla vendita dei suoli - i più pregiati perché vicini al mare - per un’imponente, massiccia cementificazione, attivando un processo totalmente irreversibile per il recupero ambientale dell’area.

Dall’altro lato, a oriente, vi è un’area ancora più grande di quella occidentale, l’area prevalentemente ex-petrolifera: è l’area a ridosso di quello che fu il mitico fiume Sebeto, che ancora oggi rappresenta il sogno per il mondo ambientalista del recupero del parco omonimo. Anche per questa area, dal degrado profondo, non si prospettano recupero ambientale e verde, e cioè la chiusura a oriente della cintura verde - respiro per quartieri grandi come città di media dimensione - ma tanto, tanto nuovo cemento! Anche per questa area la sfida è di oggi.

Lungo tutto l’arco della potenziale murazione verde vi sono poi immense possibilità, grandi e piccole, da tutelare o recuperare, che invece vengono sfruttate nella direzione opposta, come insegna la gravissima decisione della Protezione Civile di trasformare le cave di Chiaiano - luogo dal magico potenziale per il Parco delle Colline - in una discarica, oggi già esaurita[2].

La periferia è la seconda grande questione da affrontare nello scontro per un nuovo governo della città. Rispetto alle altre grandi città italiane, come Milano e Roma, a Napoli tale questione ha una caratterizzazione del tutto peculiare, rappresentata dalle periferie del centro antico e del centro storico. Anche il più sprovveduto dei visitatori della nostra meravigliosa città coglie subito tale dato: basta allontanarsi un poco dal percorso turistico per notare l’abbandono, il degrado e la fatiscenza in cui continua a trovarsi il resto (ovvero la quasi totalità) del centro storico. Eppure al suo interno vivono anima, respiro e testimonianze immense di arte, di storia, di cultura, di lavoro e di vita.

Ma l’attuale grave condizione della città è conseguenza dell’incapacità di chi ha governato Napoli o è il risultato di un disegno politico-speculativo, perché il crescere del degrado costituisce la via maestra per l’abbattimento e il conseguente sacco di questa preziosissima parte della città? La risposta è complessa e sicuramente comprende l’una e l’altra verità. Possiamo certo dire che se da una parte chi mira(va) alla speculazione si è almeno espresso in un organico progetto che fu il cosiddetto Regno del Possibile[3], con l’ipotesi di deportazione incruenta del popolo e della sua identità dal centro storico, dall’altra completamente assente è stata l’iniziativa per un vero rinascimento del cuore della città. La periferizzazione nel centro storico la si può cogliere finanche nel momento più eclatante della sua valorizzazione, il Natale dei Pastori, che ha il suo cuore a San Gregorio Armeno: nulla, proprio nulla, che coinvolga il dedalo di vicoli e strade adiacenti. E in prospettiva nulla si vede all’orizzonte!

Per gli incommensurabili valori che ha, non è certo un paradosso che il centro storico di Napoli - proprio la periferia di cui stiamo parlando - sia stato dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’umanità: il paradosso è che lo si tenga nell’abbandono più completo, o ancor di più che si voglia utilizzare tale riconoscimento per… distruggerlo! Un grande progetto per Napoli e un nuovo governo della città devono necessariamente attivare una radicale inversione rispetto a quanto avvenuto fino a oggi.

L’altra grande periferia della città la si può indicare, con notevole semplificazione e schematizzazione, nell’immensa area dei quartieri della nuova urbanizzazione, che delimita l’attuale territorio comunale: un’area distribuita su tutto l’arco comunale e allo stesso tempo maggiormente identificata in determinati quartieri; una periferia, anche in questo caso, complessa e totalmente abbandonata per quanto riguarda le funzioni urbane, la qualità della vita e i servizi. La cintura verde attorno alla città rappresenta, per significativa parte di tale periferia, scelta strategica di qualificazione.

L’abbattimento delle Vele a Scampia, propagandato a livello nazionale quale intervento simbolo di riqualificazione dell’area e di lotta alla malavita organizzata, è l’esempio più emblematico di una totale assenza di reale progettualità e capacità di intervento. Le Vele, inserite spesso tra le cose più brutte d’Italia, sono al contrario edifici di notevole pregio architettonico, ideate in un progetto urbano di grande respiro culturale[4]: sono state utilizzate in maniera assurda per sovraffollamento, per carenza di ogni manutenzione e servizio, destinandole, si può dire, alla rovina! Si è voluto far credere che fosse nell’identità di questi edifici la causa del degrado del quartiere e che, come per un miracolo, il loro abbattimento avrebbe eliminato il degrado, la miseria, l’assenza di ogni servizio, la concentrazione di illegalità e di malavita organizzata.

La questione delle periferie richiama invece la necessità di superare ogni gerarchizzazione della città, cancellando l’idea, la concezione stessa di periferia: non più periferie ma città nella città. Solo dando a questi territori servizi e valenza urbana è possibile attivare un percorso di qualificazione di essi. Nel programma elettorale dell’esperienza della Lista Arcobaleno nelle elezioni comunali del 1993, in alternativa all’abbattimento si proponevano per le sette Vele (assegnando naturalmente una civile abitazione ai residenti) sette grandi progetti, uno per ogni Vela rigenerata e riqualificata: Centro culturale, Centro sociale, Centro commerciale ed espositivo, Centro direzionale e di rappresentanza, Università e istituto superiore, Struttura ospedaliera e di sanità pubblica, Sede di aree produttive ad alta tecnologia. Se nei tanti anni trascorsi si fosse realizzato tutto ciò, o almeno se ne fosse attuata una significativa parte, avrebbe oggi senso parlare di camorra e malavita organizzata per Scampia e Secondigliano? Io penso proprio di no!

A Napoli la questione ambientale e della città vivibile, quotidianamente sostenibile per ogni aspetto, finanche quelli della mobilità e della socialità, assume una straordinarietà per acquisire l’ordinarietà. Innumerevoli sono i luoghi pubblici, anche di pregio, che chiedono solo di essere risanati, recuperati e valorizzati: e invece tutto risulta estremamente difficile per i cittadini, le associazioni e i comitati che chiedono luoghi per stare insieme e per vivere la democrazia.

Manca un’ordinaria programmata manutenzione delle facciate degli edifici, sicché tutto appare degradato e fatiscente; e ben poco si fa da parte della Pubblica Amministrazione per recuperare le coperture e i tetti - anche quelli degli edifici pubblici - che, oltre a rendere bella la vista della città (come accade in tanti altri luoghi molto meno affascinanti di Napoli), potrebbero contribuire a dare verde, ossigeno ed… energia. I giardini, le aiuole e le alberature delle strade, fatte poche eccezioni, sono abbandonati, lasciati all’incuria; manca un coordinato piano di recupero dell’immenso patrimonio storico-culturale, dai monumenti, dalle chiese e dai palazzi importanti alle piccole edicole votive e alle fontane. Manca ogni politica per la fruizione pedonale e ciclabile della città, e percorsi antichi, di eccezionale valore ambientale nonché storico-etnico, restano o diventano (laddove erano stati recuperati) impercorribili. Il sottosuolo, le cavità naturali e quelle create artificialmente, aspettano la periodica, piccola o grande, catastrofe per la consueta denuncia su cosa si sarebbe dovuto fare e non si è fatto, sempre con il consueto scarico di responsabilità.

Nell’assenza di un piano organico, che incentivi per qualità, efficienza e costo il trasporto pubblico, si lotta contro l’inquinamento con misure inutili e inique, attuate a danno dei poveri e dei lavoratori che non possono acquistare auto di euro superiore: come se poi, avendo tutti auto di euro superiore, scomparissero caos, ingorghi e lo stesso inquinamento[5].

Scelte fondamentali in un programma per la città sono quelle relative all’acqua e ai rifiuti: in che direzione si vuole andare? L’acqua come bene pubblico in alternativa alla privatizzazione, e la raccolta differenziata e il riciclo in alternativa a discariche e inceneritori, oppure no? Nella proposizione alla città di un programma di governo, tali scelte vanno chiarite fino in fondo, evitando di ingannare i cittadini con indicazioni piene di doppiezza e ambiguità, nel tentativo di raccogliere consensi in ogni area ma con la consapevolezza che poi si faranno le scelte a seconda di interessi di ogni natura.

Ancor più delle due amministrazioni di Bassolino, quelle con il sindaco Iervolino hanno fallito nell’attivare un percorso nuovo rispetto alla grande questione sociale che permea la condizione di ogni quartiere della città: la povertà, il degrado, l’abbandono, l’insufficienza dei servizi e l’assenza di vicini riferimenti istituzionali quando se ne ha necessità, sono aspetti di tale questione, ma il cuore di essa è costituito dallo stato globale della condizione di vita a Napoli, dal malessere profondamente diffuso e radicato, dall’assenza di speranza. Ogni problema lo si rimuove, scaricandolo sulla camorra, che naturalmente va profondamente combattuta: ma nessuno, tranne che nel mondo della solidarietà, si interroga correttamente sulla questione del perché essa si rigeneri senza alcun problema, anche quando subisce durissimi colpi da parte delle Forze dell’Ordine e della Magistratura.

Nessun bambino nasce già delinquente o camorrista: per ogni bambino che lo diventa la responsabilità fondamentale è della società e delle istituzioni, che non riescono a impedire ciò, o ci rinunciano, o persino favoriscono tale degradazione, perché funzionale al potere economico, sociale e culturale dominante. Si può sconfiggere la camorra solo con un impegno grandissimo innanzitutto nei confronti dei bambini e dei loro genitori, di qualunque condizione siano e qualunque sia l’ambiente che li circonda. Il Comune, con le sue articolazioni decentrate, ha un ruolo fondamentale da svolgere in tale direzione, e la scelta di impegnare a tal fine consistenti risorse è la strategia più importante che l’Amministrazione Comunale possa darsi. Molti appartenenti al mondo della solidarietà, se fossero sindaci, metterebbero al primo posto questa questione, e giorno per giorno direttamente la seguirebbero come il più grande degli obblighi morali, il cuore vero della questione morale.

Strettamente legata alla questione sociale, allo stesso tempo parte di essa e tra le sue cause generatrici, è la questione del lavoro. Naturalmente l’Amministrazione Comunale non può certo dare risposta diretta a essa (anche se almeno sul piano dello sfruttamento è assurdo che vi siano situazioni di precariato che durano da vent’anni!), ma essenziale può essere il suo ruolo se il governo della città si esprime come soggetto politico, determinato a ottenere anche con la lotta istituzionale risposte su ogni campo di ciò che costituisce il lavoro vero: scuola, sanità, solidarietà, servizi, tutela della biodiversità, ambiente, cultura, ricerca, riqualificazione urbana della città e strategie per una nuova produzione con il marchio del rinnovabile e del sostenibile (cioè di quella che molti di noi chiamano la Civiltà del Sole).

Napoli nel cuore del Mediterraneo è la condizione finora totalmente inespressa, non solo per un ruolo di città di pace, denuclearizzata civilmente e militarmente, ma anche per la promozione di interessi produttivi di grande e nuova qualità di lavoro: il programma di una nuova Amministrazione democratica, progressista ed ecopacifista deve sfidare il Governo centrale, Berlusconi e la Lega, sostituendo alle espulsioni la cooperazione e l’accoglienza. In un programma elettorale la questione non può certo essere... dimenticata.

L’immensa città di Napoli viene ancora sostanzialmente governata tutta centralmente da Palazzo San Giacomo, perché il Sindaco e gli assessori non hanno voluto cedere poteri con il decentramento e perché le Municipalità e gli eletti in esse, fatte poche eccezioni di singoli e validi Consiglieri, non hanno espresso nessuna iniziativa o lotta per la costruzione di una reale democrazia istituzionale dal basso: per la gran parte di essi l’essere nelle Municipalità ha la semplice funzione di attivare il percorso della carriera istituzionale.

Per la convergenza di immensi problemi derivanti dalla conurbazione senza soluzione di continuità, Napoli, i Comuni limitrofi, la Provincia e la stessa Regione avrebbero dovuto essere in permanente relazione tra loro per ottimizzare soluzioni nell’interesse globale della collettività: Napoli, come capoluogo, avrebbe in particolare dovuto essere il soggetto principale di tali scambi. Invece ogni istituzione si è chiusa dentro se stessa, come se ciò che avveniva al di là del cartello di limite comunale non interessasse per nulla il Comune stesso e come se ciò che decidevano le altre istituzioni, sul proprio territorio, risultasse indifferente rispetto alle proprie scelte: il raccordo, quando avvenuto, è stato totalmente delegato al Prefetto, che nei fatti poi ha spesso agito annullando il ruolo della singola istituzione.

Quelle che ho indicato sono ovviamente solo alcune delle grandi questioni che dovrebbero animare la battaglia per il futuro di Napoli: certamente ce ne sono altre ugualmente importanti. La realtà è però che tali questioni risultano totalmente estranee alla discussione in atto nella città da parte delle forze politiche dominanti, di centro-destra come di centro-sinistra: le prime impegnate a capitalizzare la disastrosa situazione della città e la fallimentare esperienza delle ultime amministrazioni, senza peraltro neanche accennare a un’autocritica - che invece dovrebbe essere estremamente profonda - su un consociativismo di fondo per la gestione della città e sull’inesistenza di ogni opposizione o progettualità alternativa; le seconde, quelle del centro-sinistra istituzionalizzato, impegnate in una lotta interna di investitura, addirittura con la riproposizione di persone totalmente coinvolte nel fallimento delle Giunte comunali e regionali, attuando di fatto una metodologia che riproduce totalmente le vecchie e logore esperienze che hanno portato all’attuale situazione.

Oggi, per un’area politica democratica, progressista, ecosolidale e pacifista, la lotta vera, assolutamente prioritaria, per le elezioni a Napoli della prossima primavera è perciò quella volta ad affermare un confronto concreto e decisivo sulle scelte che si intendono fare per la città, sconfiggendo i potentati che anche nelle primarie farebbero prevalere la forza del potere che hanno avuto e che ovviamente hanno ancora. Dalle scelte sui contenuti e dalle battaglie sostenute in questi anni emergeranno le grandi forze sociali, culturali e di movimento, le donne e gli uomini nuovi (ovviamente non solo quelli giovani di età) che potranno esprimere il profondo cambiamento necessario per la città: una battaglia vera, profondamente diffusa e partecipata in tale direzione può essere la sola strada per rinnovare la politica, per dare un futuro alla città, per ricreare l’entusiasmo e la speranza del 1993.

Settembre 2010



[1] «Il Piano delle Periferie fu approvato dal Consiglio Comunale di Napoli pochi mesi prima del terremoto, un complesso e intelligente progetto di riqualificazione urbana, formato da interventi coordinati di nuova edificazione e di recupero. Riguardava le parti più critiche e mortificate della periferia napoletana e cioè gli ex Comuni autonomi - San Giovanni a Teduccio, Barra, Ponticelli, San Pietro a Patierno, Secondigliano e gli altri - che alla fine del XIX secolo e durante il fascismo erano stati aggregati per formare la Grande Napoli. Da allora quei luoghi avevano incominciato la discesa verso l’inferno. I centri storici delle periferie - che nessuno aveva riconosciuto essere tali - erano stati sventrati e annientati dalla speculazione del dopoguerra peggio del centro storico del capoluogo, senza servizi, senza spazi pubblici, senza rispetto per gli sventurati residenti. Nel programma di ricostruzione, al piano delle periferie furono aggiunti il completamento dei due grandi quartieri di edilizia pubblica di Ponticelli e Secondigliano e circa 50 interventi puntuali di recupero, disseminati nelle aree centrali, volti all’eliminazione di situazioni di accentuato degrado, con caratteri dichiaratamente sperimentali, anche al fine di verificare metodologie da utilizzare in seguito per il centro storico. Il progetto era completato da una gran mole di attrezzature e di servizi, in particolare spazi verdi per circa 100 ettari, fra i quali tre parchi - a San Giovanni a Teduccio, a Ponticelli, a Scampia - grandi come la villa comunale. L’intento ambizioso era di promuovere il riscatto delle più grandi e sfortunate periferie della città anche innestando in esse uno degli elementi più prestigiosi della città borghese.» (Da Nella città dolente di Vezio De Lucia)

[2] La discarica di Chiaiano, situata in località Cava del Poligono - Cupa del Cane, è circondata da un bacino di popolazione di circa 250.000 abitanti tra il quartiere e le zone limitrofe, ed è distante in linea d’aria un centinaio di metri dalla zona ospedaliera. Si trova interamente entro i confini del Parco Metropolitano delle Colline di Napoli, istituito nel 2002 da parte della Regione Campania. L’apertura è avvenuta il 18 febbraio 2009. 

[3] «Il Regno del Possibile è una proposta presentata nel dicembre 1986 dalla Società Studi Centro Storico di Napoli che, guidata da un costruttore-vicepresidente di Confindustria e da un vice accademico nonché presidente della società Mededil, raggruppa in forma consortile istituti finanziari, società e consorzi di imprese manifatturiere (molte cresciute con le agevolazioni del post terremoto) e costruttrici (che vedono riunire i maggiori costruttori napoletani), singole imprese edili (locali e nazionali) e quelle a partecipazione statale. La proposta riguarda studi sull’area metropolitana e ipotesi progettuali e gestionali di interventi nel Centro Storico di Napoli, vecchia posta in gioco dei costruttori napoletani.» (Ilaria Vitellio, Regimi urbani e grandi eventi. Napoli una città sospesa - Edizioni Franco Angeli, 2009)

[4] Progettate dall’architetto Franz Di Salvo, le Vele furono costruite tra il 1962 e il 1975. L’idea del progetto prevedeva grandi unità abitative dove centinaia di famiglie avrebbero dovuto integrarsi e creare una comunità, ampie vie di scorrimento e aree verdi interposte tra gli edifici: una vera e propria città modello (un esempio architettonico simile lo si trova nel complesso di Marina Baie des Anges a Villeneuve Loubet in Francia). Varie cause hanno poi portato al noto stato di enorme degrado e disagio sociale. Tra il 1997 e il 2003 sono state abbattute 3 delle 7 strutture realizzate. 

[5] Ho usato il termine auto di euro superiore senza indicarne il numero, perché chiaramente, quando tutte le auto fossero almeno di euro 4 o 5, ci si inventerebbe che occorre l’euro 6 entro un determinato termine di tempo, e poi l’euro 7 o l’euro 6 super.