Rinascita, democrazia e partecipazione a Napoli dopo l’entusiasmante vittoria a Sindaco di Luigi de Magistris

La bella, appassionata e importante elezione di Luigi de Magistris a Sindaco di Napoli[1] ha aperto una fase nuova di fondamentale importanza per il futuro della città: profondamente sbagliato sarebbe addormentare la riflessione sul successo ottenuto e attendere ciò che accadrà, auspicando solo che sia positivo. Ciò vale soprattutto per una vasta area sociale, cui chi scrive appartiene, che in maniera convinta ha sostenuto con forte e diretto impegno, alla luce del sole, la candidatura del Sindaco: errore gravissimo sarebbe cioè far estinguere tale spinta propulsiva che è stata capace di sovvertire ogni previsione a pochi mesi dalle elezioni, sia nel confronto col sedicente centro-sinistra sia rispetto a una più che scontata - ancora nel febbraio scorso - vittoria del centro e del centro-destra.

Nella consapevolezza che le forze del vecchio sistema di potere sicuramente non aiuteranno l’opera innovatrice di Luigi de Magistris e che oggi sul piano generale occorre sostenere fino in fondo il nuovo Sindaco, se si dovessero ridurre a teorie del complotto e a interventi organici della camorra ogni difficoltà e limite della nuova Amministrazione comunale nell’affrontare gli immani problemi della città e nel dare a essi risposta, si depotenzierebbe proprio la forza innovativa, il sistema sociale, culturale e politico espressosi vittoriosamente nei mesi scorsi.

Chi riflette attentamente sulla storia amministrativa di Napoli a partire dal 1993, ha la piena consapevolezza di ciò che avvenne subito dopo la vittoria di Bassolino, con quella che sembrava essere un’inversione radicale rispetto a decenni di malgoverno della Democrazia Cristiana e del centro-sinistra a guida socialista. Da vincitore che detta le regole della storia, piccola o grande che sia, egli oscurò completamente ciò che era avvenuto nella primavera del ’93 (le elezioni si tennero a novembre): fu oscurato - sicché ben scarsa ne resta oggi la memoria - il grandioso movimento culturale, democratico, ecologista e moralizzatore, che portò all’occupazione per quasi due settimane del Maschio Angioino, la sede istituzionale del Comune di Napoli, liberata solo dopo le dimissioni dell’ultima Giunta a guida DC e lo scioglimento del Consiglio Comunale. Per scelta strategica del Sindaco, che intese liberarsi di ogni condizionamento e critica, e per i suoi intrinseci limiti, il movimento e le sue istanze scomparvero dopo la vittoria di Bassolino, e vi fu un vero crollo della democrazia e della partecipazione: chi osava criticare scelte che poi si sono dimostrate totalmente sbagliate e a volte persino disastrose (come quelle sui rifiuti) veniva isolato e apostrofato con i peggiori termini, con le conseguenze politiche che tutti sappiamo. A sinistra si postulava il teorema di Bertinotti: Napoli nuovo laboratorio della sinistra. I Verdi restavano completamente appiattiti sulle posizioni di Bassolino, cercando di occupare piccoli spazi di potere e di mantenere uno zoccolo che consentisse di sedersi ai tavoli partitici delle trattative.

Ma sicuramente ciò non vale per de Magistris. Dobbiamo perciò partire dall’esplosione positiva, nella scorsa primavera, di due momenti esaltanti della città, che si sono incontrati e sinergizzati: il nuovo governo di Napoli, dopo una storia infinita di malgoverno e decadenza che parte da molto prima del ’93 di Bassolino, e il manifestarsi con grande forza dell’esistenza di una Città Reale, democratica, ecologista, progressista, pacifista e solidale. Questi due momenti non possono fondersi, ma devono continuare a vivere e accrescersi in ricchezza di contenuti e qualità, se si vuole che la città cammini nella direzione della rinascita, della democrazia e della partecipazione.

Sicuramente di grandissima rilevanza è ogni iniziativa di ascolto da parte dell’Amministrazione delle diverse realtà associative, dei comitati e dei movimenti, soprattutto se a tale ascolto fanno seguito scelte coerenti, con rotture vere rispetto al passato, e il tutto non si riduce a confuso sfogatoio, mantenendo la sostanza di decisioni già prese indipendentemente dalle cose che si dicono. A oggi, a segnali molto positivi (l’impegno nel discorso inaugurale del Consiglio Comunale a sostenere la legge popolare sul solare e i suoi contenuti; l’attivazione di concrete iniziative contro la presenza di navi nucleari nel golfo di Napoli; l’annuncio di un percorso per la pedonalizzazione del centro storico; il No all’inceneritore nell’area orientale) ne fanno riscontro altri che creano sicuramente perplessità (le scelte relative alla nuova, con tanto di vecchio, amministrazione dell’ASIA, l’azienda per la gestione dei rifiuti; il Forum delle Culture 2013, un evento fortemente criticato in campagna elettorale per le finalità, per la gestione e per il rischio di pesanti interventi territoriali; il mantenimento del vecchio pacchetto di interventi sul centro storico, con la prevalente presenza delle associazioni dei costruttori).

 Ma naturalmente siamo davanti a segnali, sia pure rilevanti nel positivo come nel negativo, e attendiamo le scelte di fondo, che siamo certi saranno coerenti con il programma sulla base del quale il Sindaco ha vinto le elezioni.

Questo però già ci dice come sia fondamentale, anche proprio nell’interesse della realizzazione di tale programma (oggi, «per la natura delle cose» direbbe Lucrezio, soggetto a spinte e interessi opposti, a mediazioni politiche e a compromissioni di diversa natura), mantenere alta l’autonomia, la presenza e l’iniziativa della predetta Città Reale. Ha certamente un significato di grande valenza e di innovazione politica la scelta del Sindaco e della sua maggioranza di sostenere, nella sua totale autonomia, la presenza e l’espansione di tale Città, sì da farla divenire sempre più maggioranza, forza trainante della rinascita.

Io vedo almeno tre linee di azione per conseguire tali finalità.

La prima è tutta politico-istituzionale: rimuovere il profondo, consolidato conservatorismo del potere della Giunta e del Consiglio Comunale, e trasferire funzioni decisive e grandi risorse finanziarie alle Municipalità, sì da farle divenire veri Municipi, città nella città. E’ impossibile infatti pensare di governare bene una città della dimensione di Napoli, con un milione di abitanti e con l’infinità di problemi che ha, esclusivamente da Palazzo San Giacomo; così come è impossibile pensare a una democrazia partecipata quando il riferimento è così generico e lontano: si può operare per occasioni, episodi e fatti simbolici, ma non certo in una continuità di rapporti, di confronti e di risposte. Dai rifiuti al verde, dalla mobilità (anche pedonale) alla manutenzione del territorio, dalla gestione del patrimonio (anche culturale) ai servizi sociali, tutto deve essere decentrato, cosicché l’interlocuzione con ogni realtà democratica di base, associazione o comitato territoriale sia diretta e immediata. Al Sindaco e alla Giunta resta meno potere di gestione, ma molto più spazio per le grandi azioni di coordinamento dell’insieme delle scelte territoriali, per i piani complessivi e settoriali, per attivare relazioni di grande respiro, per attrarre risorse e interessi coerenti con le scelte generali di programma. Ogni iniziativa, anche la più sincera e nobile, che si intende diretta verso la democrazia partecipata ha scarso valore e senso se non si attua a monte la grande rivoluzione del decentramento politico-istituzionale. Si possono, anzi sicuramente si devono tracciare percorsi temporali, per evitare pericolosi e controproducenti vuoti e carenze, e per consolidare il nuovo istituzionale e politico: ma è questa la prima necessità assoluta, e sul fronte dell’impegno per la democrazia in città deve costituire priorità per gli eletti delle Municipalità, dai presidenti ai consiglieri.

La seconda azione riguarda la creazione di spazi nei quali, quanto più capillarmente possibile, associazioni, comitati e gruppi possono incontrarsi, confrontarsi ed elaborare proposte. Occorre in tal senso superare la logica che finora ha regolato il tutto, quella cioè della conoscenza, dell’appartenenza, della creazione della clientela, e sempre alla luce del sole - pure l’agire in questa dimensione rappresenta una grande rivoluzione - rendere disponibili luoghi, anche di pregio artistico e culturale, oggi chiusi, abbandonati e degradati. Recuperare, e se necessario restaurare tali luoghi, renderli fonte di vita democratica e partecipata della città, concedendoli gratuitamente alle realtà associative e territoriali, è molto di più che un semplice segnale per superare la Napoli Negata.

La terza azione riguarda il pieno e facile accesso a ogni conoscenza e informazione relative ad atti, piani e progetti, sia pregressi che in itinere: tutto deve essere disponibile per tutti, sempre alla luce del sole, e nessun potere, piccolo o grande che sia, può essere costruito sul possesso della conoscenza. Una città democratica richiama la necessità di una città trasparente.

Grandezza e decadenza, valori e degrado, speranza e rassegnazione segnano profondamente Napoli in ogni sua identità e particolarità. Non può esserci davvero la rinascita senza il coinvolgimento - ed è questo il compito-obbligo di chi governa democraticamente la città - ma soprattutto senza la diretta occupazione degli spazi di analisi e di proposta, senza l’attivazione delle idee, della progettualità, del sapere e delle aspettative di tutta questa complessa realtà: è questo un processo nuovo e difficile - da esplorare anche sul piano della ricerca - necessario per costruire la democrazia oggi, alla luce non solo di un mutamento radicale dell’identità delle forze politiche e di ciò che genericamente e confusamente si chiama crisi della politica, ma anche della crescita impetuosa della diffusione dell’informazione, della conoscenza e del sapere.

Naturalmente non vi è una strada unica e definita per operare in tale direzione, ma ognuno, a livello sia individuale che collettivo, può contribuire a trovarla. Io penso che a Napoli, per l’immensa ricchezza di presenze associative, di gruppi territoriali e di comitati, sarebbe realizzabile quella che una volta nel mondo della produzione e del lavoro si chiamava conferenza operaia: un collettivo di lavoratori analizzava in ogni specifica realtà produttiva le condizioni di lavoro, i problemi e le prospettive, ed era attivo protagonista delle scelte, almeno di parte, per poi pervenire a una sintesi globale di sinergia, di proposta, di piattaforma e di lotta, quando necessaria.

Penso che similmente - per iniziativa di tanta parte di quella Città Reale che ha portato alla vittoria di Luigi de Magistris, ma anche oltre essa - ciò possa avvenire per tanti campi e settori e in numerosissimi luoghi della città, con la realizzazione di piccole o grandi assemblee sulla condizione cittadina: dal bene culturale al giardino del luogo, dalla mobilità ai servizi, dagli spazi di socialità e di solidarietà allo stato degli edifici, delle piazze, delle strade e dei vicoli. La città, intesa come partecipazione popolare, scrive il suo grande libro bianco su se stessa, in base al quale costruire il percorso della soluzione dei problemi, della riqualificazione e della rinascita. E’ la filosofia opposta a quanto finora avvenuto a Napoli, e cioè all’intervento a pioggia, calato dall’alto, non contestualizzato in un complessivo disegno locale, programmatico e condiviso, destinato alla riproduzione dell’abbandono, del degrado e della fatiscenza, con il conseguente sperpero di preziose risorse pubbliche, attuato con operazioni spesso di dubbia trasparenza e correttezza. Il censimento degli interventi a pioggia fatti in città nei decenni scorsi, con l’indicazione delle risorse spese, e la verifica dello stato dei luoghi su cui si è intervenuti farebbero emergere in maniera esplosiva lo sperpero e l’inutilità di tali interventi e l’assoluta necessità, nella metodologia come nel merito, di una radicale inversione nella direzione di quanto ho prima proposto.

E’ evidente che senza una nuova democratizzazione istituzionale della città, i capitoli di tale libro bianco restano astratte proposizioni, aspettative irrealizzabili, generatori di ulteriore distacco tra i cittadini da una parte e le istituzioni e la politica dall’altra.

De Magistris, la sua giunta e le forze democratiche che lo sostengono vinceranno la sfida sui rifiuti e renderanno Napoli città pulita e differenziata; daranno verde, qualità nuova all’ambiente e ai servizi; segneranno una fondamentale svolta in materia di urbanistica, soprattutto per Bagnoli e l’area orientale; faranno rivivere, anche per la cultura, il lavoro e il turismo, gli incommensurabili valori del centro storico, con i suoi duemila e cinquecento anni di storia; attiveranno il grandioso cammino di Napoli, Città del Sole e della Biodiversità. La certezza di tutto ciò nasce proprio dalla certezza della loro piena condivisione e del loro forte sostegno al processo di democrazia reale e partecipata, che è la condizione fondamentale per attivare e concretizzare tutti gli obiettivi della rinascita.

Luglio 2011



[1] Nelle elezioni comunali del maggio 2011 Luigi de Magistris (candidato sindaco di Italia dei Valori e di una coalizione di sinistra) ha ottenuto al primo turno il 27,52% delle preferenze, rispetto al 38,52% di Gianni Lettieri (candidato del Popolo della Libertà e del centro-destra) e al 19,15% di Mario Morcone (candidato del Partito Democratico e di Sinistra Ecologia Libertà); al ballottaggio de Magistris ha superato Lettieri con la percentuale del 65,37%.