L’estetica e la città: la sfida di Bagnoli

A metà del Settecento, a Napoli verso nord-ovest, al di là della collina di Pizzofalcone, sito dell’antica Palepoli, amplissima era l’area della piana di Chiaia, adiacente al mare, ancora libera. Incomparabile era la sua bellezza che spaziava dalla collina tutta verdeggiante di Posillipo a Castel dell’Ovo, sull’isolotto di Megaride, con lo scenario di fondo di Capri e del Vesuvio: immani erano gli interessi per una sua valorizzazione edilizia con l’urbanizzazione della città che si andava sviluppando in tale nuova direzione.

Ferdinando IV di Borbone, Re di Napoli e di Sicilia (siamo nella fase riformista del Regno, prima della Rivoluzione del ’99), scelse la bellezza per la sua città e vi realizzò la Villa Reale (la Tugliera), divenuta poi la Villa Nazionale dell’Unità d’Italia, e quindi il gioiello culturale, paesaggistico, ambientale e sociale della Napoli di oggi: la Villa Comunale. Se Ferdinando IV avesse fatto la scelta di una bella speculazione edilizia, questo gioiello, divenuto (non lo era al momento della sua inaugurazione nel 1780) bene comune della collettività e della città, oggi non esisterebbe.

Dalla fine del secolo scorso, ancora verso nord-ovest, ma stavolta al di là della collina di Posillipo, amplissima è l’area della piana di Bagnoli, adiacente al mare, resasi libera[1] e di proprietà pubblica. Incomparabile è la sua bellezza con un meraviglioso scenario naturale (oggi, non sappiamo domani) che spazia dal Capo del mitico Miseno all’antica Puteoli, per affacciarsi sul romantico capo di Posillipo e sull’isola (cratere vulcanico a mare) di Nisida, per chiudersi ancora su Capri e il Vesuvio: naturalmente immani oltre ogni limite sono gli interessi per la sua valorizzazione edilizia, ovvero per il suo grande saccheggio.

Due scenari assolutamente simili per l’immensa ricaduta sulla bellezza, sulla qualità e sul valore sociale, economico, di produzione di ricchezza e di beni comuni per la città, che però sembrano avere percorsi opposti.

Pur essendoci anche al suo tempo notai e avvocati, Ferdinando IV chiamò due massimi geni della cultura urbanistica, architettonica e paesaggistica del tempo, l’architetto Carlo Vanvitelli e il botanico Felice Abbate, giardiniere reale, perché attuassero al più alto livello possibile la sua scelta politica: in due anni, dal 1778 al 1780, l’opera fu realizzata.

Per Bagnoli si sta invece operando nella direzione di una società appositamente costruita per la trasformazione urbana e per la vendita dei suoli, la Bagnoli Futura, con direzione… legale e notarile per le scelte e la progettualità che riguardano il futuro di quella meravigliosa area.

Solo vivendola, conoscendola e visitandola si può difatti capire quanto anche la più suggestiva delle possibili descrizioni sia lontana dalla potenziale realtà di bellezza e di fascino di essa.

Il dato politico di fondo, che purtroppo anche le ricche presenze culturali ed ecologiste di Napoli non riescono a fare emergere e affermare, è proprio questo: l’area resasi libera a Bagnoli può divenire una delle meraviglie della città, creatrice e portatrice di eccezionali significati culturali, sociali, ambientali e produttivi: ciò in virtù dell’ineguagliabile posizione, della grandissima estensione e del fatto di essere già patrimonio pubblico.

E’ evidente che una scelta in tal senso richiama come premessa fondamentale due condizioni: la cancellazione degli elementi deturpanti e di degrado (dall’enorme colmata a mare ai pontili, con la contestuale bonifica dall’inquinamento del suolo e del mare) e la conservazione dell’identità unitaria dell’area. Ciò significa da una parte, sul mare, il ripristino della naturalità della linea di costa, in una continuità di bellezza e di valori dall’isola di Nisida fino alle prime scogliere puteolane, e dall’altra la protezione integrale da ogni aggressione di cemento dell’intera area compresa tra la linea di costa stessa e il limite dell’attuale abitato. Nessuno scatolone di cemento, pubblico o privato, può trovare spazio dentro a tale area, ma quanto viene introdotto, anche di edificato, deve richiamare la coerenza, l’essere in simbiosi con l’identità estetica del luogo: un’identità cioè che si affaccia sulla bellezza infinita della natura e che allo stesso tempo l’esalta perché è essa stessa scena di bellezza; un’identità che è perciò tutta bene comune, dal recupero della spiaggia e della libera balneazione alla tutela dell’archeologia industriale, dal termalismo alle emergenze vulcaniche, dal nuovo moderno da introdurre al disegno e alla realizzazione di una molteplicità di spazi delle luci e dei colori della biodiversità del Mediterraneo, così da pensare di denominare questa identità estetica il Giardino del Mediterraneo.

A parte la pesantissima forzatura che fu fatta introducendo quella che chiamammo la teoria dello scorporo[2], la Variante urbanistica per la zona occidentale degli anni ’90, quella attualmente vigente, fu concettualmente e culturalmente estranea a questa visione di identità estetica di incommensurabile bellezza da restaurare e tutelare come bene comune. Gli ultimi giorni della giunta del sindaco Iervolino hanno portato poi un’ulteriore pesante aggressione all’unitarietà e spazialità di tale ambito, sotto consiglio e pressione della società di trasformazione Bagnoli Futura, al fine di superare ogni ostacolo per svendere i suoli a palazzinari e risanare l’immane debito accumulato, 339 milioni di euro, che se spesi bene avrebbero portato già oggi a una significativa attuazione del Giardino del Mediterraneo.

La Fortuna, profondamente innamorata della bellezza del sito, ha finora attentamente vigilato, fecondando l’incapacità di fondo delle amministrazioni di Bassolino e della Iervolino nel far sì che si realizzasse la grande aggressione del cemento e la stessa vendita dei primi lotti di suoli: ma anche gli dei e le dee hanno bisogno di riposo, e non possiamo sempre avvalerci del loro potere magico. Oggi il Sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, ha dalla sua parte l’efficienza e il decisionismo, e sicuramente scelte decisive avverranno per Bagnoli.

In una società economicista, consumatrice di natura, di significati e di valori, l’estetica della città risulta essere un pensiero alieno. All’estetica si guarda come se fosse estranea, quasi in contrasto con gli interessi e i bisogni della gente comune, dei cittadini: nel migliore dei casi si concede un pizzico di verde, un giardinetto dove essere un poco fuori dal traffico e dai rumori. I palazzinari, i distruttori anche ideologici del bello esistente o potenziale, tutti coloro che intendono saccheggiare per soldi luoghi come Bagnoli, il loro bello lo hanno a disposizione altrove quando lo vogliono: ma per i cittadini comuni il bello è quello della propria città. Per la nostra società l’estetica della città è tutta nel passato, che spesso è solo remoto e difficilmente si riscontra in storia recente: ed è già, naturalmente, di immensa importanza salvare questi valori.

L’arricchimento del bello, la creazione della città estetica costituisce contestualmente creazione di lavoro - quello vero, positivo per la società e non per gruppi di affari - e di ricchezza comune per l’oggi e per il futuro. Pericle, il circondato dalla gloria, ha in eterno tale nome per la democrazia che costruì ma anche per gli immensi valori di bellezza che diede alla sua città, Atene. Pericle non era un elitario ma un populista (nel senso più positivo del termine), e la sua scelta di Atene, città estetica, era condivisa, amata e richiesta dal popolo. E naturalmente ciò vale per tutte quelle esperienze di governo che hanno agito per fare della propria città, oltre che un luogo di solidarietà, di democrazia e di partecipazione, un luogo di bellezza e di cultura.

Occorre in generale recuperare nel dibattito, non solo ovviamente urbanistico, il valore della città estetica e della sua realizzazione: ciò naturalmente nell’ispirazione della modernità e dell’attualità ecologica, culturale, sociale e produttiva dell’oggi (non possiamo certo pensare all’Acropoli o alle forme dei contenuti medicei di Firenze), ma basandosi sull’idea universale dell’estetica che ha fatto belle e in tal senso sempre contemporanee tante città.

Per Napoli, Bagnoli è l’ultima irripetibile occasione di realizzare sulla costa, vicino al mare, una realtà di tale eccezionale valenza estetica: perderla sarebbe una sciagura senza limiti.

Ottobre 2011



[1] L’area ha ospitato fin dagli inizi del Novecento l’enorme complesso industriale dell’ILVA, poi Italsider, la cui chiusura definitiva è avvenuta nel 1992. Erano presenti inoltre stabilimenti dell’Eternit (chiuso nel 1985) e della Cementir.

[2] Nella Variante per la zona occidentale, per rendere ambientalisti i parametri urbanistici per il calcolo del verde e dei servizi si esclusero, cioè si scorporarono dal già costruito tutti gli abnormi insediamenti della zona occidentale di Napoli (Bagnoli, Fuorigrotta, Soccavo e Pianura, cioè circa mezzo milione di abitanti).