Crisi della politica e governi locali: l’esperienza di Napoli

In una fase di profonda crisi della politica quale quella attuale, quando lo stesso Governo nazionale non ha alcuna rappresentanza popolare diretta (non uno solo, dal Presidente del Consiglio all’ultimo sottosegretario, è stato democraticamente eletto dal popolo[1]), è sicuramente di grande importanza seguire le esperienze, soprattutto quando originali, dei governi delle città e dei comuni in generale. Tali governi esprimono il mandato diretto e ravvicinato dei cittadini, e il consenso come la critica alle loro scelte sono comunque momenti politici reali. Buoni, anzi eccezionali governi delle città, quali quelli di Maurizio Valenzi a Napoli, di Giulio Carlo Argan a Roma e di Giuseppe Dozza a Bologna[2] (per citare tre grandissime figure di sindaci dal dopoguerra a oggi), hanno avvicinato molto i cittadini alla politica e alle istituzioni e hanno inciso significativamente sia sul piano locale che nazionale.

Per ciò che hanno significato il percorso di candidatura ed elezione a sindaco e, soprattutto, la società, i valori e le aspettative che hanno sostenuto tale percorso, l’esperienza di Luigi de Magistris a Napoli richiede una profonda analisi, non solo per gli interessi e per il futuro della città, ma anche per la ricaduta politica che ha e può avere sul piano nazionale.

Nell’ambito delle esperienze e delle iniziative da me vissute, più volte mi è stata chiesta una valutazione riguardo al nuovo corso politico in atto a Napoli, con de Magistris sindaco, segno dell’interesse nazionale verso questa esperienza soprattutto da parte di chi guarda a un cambiamento profondo nella direzione dell’ecologia, della cultura, della solidarietà, della pace, della democrazia e della partecipazione vera. Queste sono state infatti le grandi opzioni - e certo non solo per chi scrive - che hanno determinato l’impetuosa, crescente onda de Magistris, capace di sconvolgere ogni previsione elettorale e di dare un assetto totalmente nuovo sia al Consiglio che alla Giunta Comunale di Napoli.

Penso sia giusto rapportare ciò che è stato fatto e soprattutto ciò che è da fare a tali opzioni, nella consapevolezza che un fallimento di de Magistris sarebbe una cocente sconfitta per tanti di noi che hanno creduto in questo cambiamento e che occorrerebbe un tempo incalcolabile per ricreare in città il clima nuovo della speranza di cambiamento generatosi nel periodo precedente alle elezioni della primavera del 2011. La concretizzazione di queste scelte, o meglio l’attivazione di reali percorsi in tale direzione, darebbe un forte segnale a livello nazionale e indicherebbe un’importante direttrice da seguire.

Un primo dato positivo è certo: a differenza delle passate esperienze dei sindaci Bassolino e Iervolino - di parole vuote senza alcuna conseguenza, demagogiche e contraddittorie nel caso del primo e di totale stagnazione e rassegnazione nel caso del secondo - si è cominciata ad aprire a Napoli una fase nuova riguardo ad alcune fondamentali questioni relative all’ecologia, alla vivibilità, alla qualità urbana e alla democrazia partecipata.

De Magistris ha scelto la Civiltà del Sole quale orizzonte per Napoli, sia come fonte che come modello energetico, laddove per tutto il Novecento l’intera vastissima area posta a oriente adiacente alla città storica (interna ad antichi comuni quali San Giovanni a Teduccio, Barra e Ponticelli) era stata sede di raffinerie, di depositi petroliferi e di impianti di produzione di energia elettrica, derivata finanche dal carbone. Oggi vi è un No netto a un inceneritore (che tuttora si continua a chiamare termovalorizzatore) a Napoli, laddove la precedente giunta Iervolino ne aveva non solo approvato la realizzazione, ma anche deciso la localizzazione (in un primo momento addirittura nel cratere della Conca di Agnano a ridosso della riserva naturale degli Astroni e delle antiche terme romane e poi nel cuore della residuale zona agricola di Napoli, nella zona orientale a ridosso del più importante mercato ortofrutticolo, quello di Volla). Si inizia così ad attivare, certo con difficoltà e contraddizioni inevitabili, un percorso vero verso l’opzione rifiuti zero e il recupero e il riciclaggio della materia, anche con operazioni nuove e complesse di decentramento del compostaggio senza una gerarchia di valori tra le diverse parti della città[3].

La pedonalizzazione del Lungomare Caracciolo - mi si consenta di dirlo, il più bello del mondo - fino all’estremo lembo del molo San Vincenzo e le ZTL (zone a traffico limitato) attivate in varie parti della città hanno aperto una discussione quale mai c’era stata finora, facendo emergere, unitamente a tanto convinto consenso, posizioni recondite, anche inaspettate, di difesa di un sistema fondato sull’auto, non solo per la mobilità ma anche come modello culturale. La raccolta di firme in atto per la riapertura al traffico automobilistico del Lungomare è la manifestazione esplicita di questa cultura: il non si torna indietro di Luigi de Magistris assume perciò grande significato, non solo per l’immenso valore intrinseco della scelta, ma anche perché sul piano politico-istituzionale dà il segnale forte di chi crede fermamente in determinate scelte ed è disposto a battersi per esse senza cedere a gruppi di pressione. Tutt’altra cosa è naturalmente chiedere di qualificare su ogni piano le scelte fatte, a partire ad esempio dall’estensione della meravigliosa storica Villa Comunale fino al mare, com’era nella prima realizzazione (con progetti quali quello dei VAS e di altre associazioni denominato Villammare), o dalla risistemazione e riqualificazione dell’immenso, bellissimo percorso con oasi di sosta, verde, attività espositive e di lavoro.

A Napoli in questo anno si è parlato molto di democrazia partecipata: indefinita espressione a cui si può dare concretezza e significato facendola nascere dall’esigenza di una riappropriazione da parte dei cittadini delle funzioni e dell’orgoglio dell’appartenenza a una comunità, del ruolo di principali artefici delle scelte e dello sviluppo della stessa. Il fatto stesso che si sia parlato di tale questione e che si sia cominciato a cercare di individuare un percorso teorico di strumenti e di regole per attuarla ha naturalmente significativa valenza positiva, soprattutto se ci si rapporta con quanto avvenuto nelle precedenti esperienze di governo a Napoli. Ma la domanda centrale è naturalmente questa: si è praticata davvero tale democrazia? Si è operato perché il percorso teorico divenisse anche percorso concreto per le scelte della città? La risposta, importante, non è semplice né univoca, perché accanto a segnali sicuramente di grande novità vi sono anche contraddizioni profonde.

La costituzione delle consulte, in particolare quella dei beni comuni, con le relative finalità istitutive programmate, quali ad esempio l’avvio di un percorso nuovo per la disponibilità di sedi nell’ambito del patrimonio comunale, soprattutto in strutture di valore storico-culturale, da assegnare ad associazioni, comitati, gruppi e per progetti sociali e culturali (sedi finora concesse esclusivamente per conoscenza e clientela, soprattutto nella logica del do ut des a meri fini elettorali), può significare un’inversione radicale rispetto a quanto fatto finora.

D’altra parte rilevanti sono i ritardi, con il rischio di un significato anche politico, nel decentramento reale di fondamentali funzioni e ruoli alle Municipalità, che costituiscono il cuore vero di una democrazia partecipata. Su questioni di estrema importanza poi (come ad esempio quelle relative alle pre-regate della Coppa America di vela) si è proceduto in forte contrasto con una rilevante parte della città, senza minimamente attivare momenti reali di discussione per scelte partecipate, sostanzialmente rapportandosi ai vecchi poteri forti della città, espressi soprattutto dall’Unione degli Industriali.

Il rapporto che si stabilisce con i vecchi poteri e conseguentemente con le vecchie scelte (soprattutto quelli del ventennio Bassolino-Iervolino) è il cuore del futuro per la giunta de Magistris e per Napoli. Bassolino, subito dopo l’elezione, istituì un patto, un’alleanza con i vecchi poteri economici, politici, culturali e sociali della città, e tutta la sua azione politico-istituzionale si sviluppò conseguentemente nella sfera e negli interessi di tale alleanza: la sua onda, all’inizio impetuosamente crescente, si spense progressivamente fino ad annullarsi e invertirsi con il venire meno, anzi con l’agire all’opposto rispetto agli impegni assunti e alle promesse fatte al momento della sua apparizione nel 1993. Naturalmente non intendo certo dire che de Magistris e la sua giunta non debbano rapportarsi anche - e mi preme sottolineare anche - con queste forze, ma ciò non può avvenire che partendo da valori, opzioni, programmi, scelte, forme di governo e di partecipazione che siano quelle definite nell’impetuoso percorso delle elezioni dell’anno scorso, e naturalmente nell’interesse vero di oggi e per il futuro della città.

E’ passato un anno dall’elezione di Luigi de Magistris e della sua nuova maggioranza: un anno non certo di fallimento - come invece qualcuno interessatamente cerca di far credere nel mondo della politica e del sociale - ma significativo per atti e fatti che nella loro complessità preservano tutte le aspettative e le potenzialità per un profondo positivo cambiamento e una reale rinascita della città.

De Magistris, la sua Giunta e la sua maggioranza, in gran parte nuova all’esperienza di Consiglio, devono immettere nuovamente nell’azione di governo l’entusiasmo e la capacità propositiva che li hanno portati alla vittoria.

E’ necessario accelerare gli impegni finora inattuati, primi fra tutti, per la parte di competenza politica e istituzionale del Comune, la denuclearizzazione del Golfo di Napoli con il divieto di transito e sosta per i natanti a propulsione nucleare (un rischio, estremamente sottovalutato da tutti, di immane catastrofe per la città e la stessa regione) e la chiusura dell’aeroporto e della base militare di Capodichino.

Occorre, riguardo ai bisogni sociali e collettivi, coniugare il tema irrinunciabile della legalità con una capacità nuova di far vivere e valorizzare l’identità di Napoli nella sua ricchezza di movimenti e di lotte per il lavoro e per l’ambiente e nel suo immenso tessuto, un quadro espositivo multicolore e multietnico, che per semplicità mi piace chiamare delle bancarelle.

Napoli Città Verde: oggi non lo è, almeno non come potrebbe ancora esserlo. Debole è stata finora l’azione anche della nuova Amministrazione Comunale nell’ordinaria cura e manutenzione dei tanti giardini, giardinetti, aiuole e alberature stradali, sicché in città, al centro come in periferia, non si nota nessuna rilevante novità rispetto al passato. Un esempio per tutti (anche perché spesso fotografato a livello internazionale!), le fioriere poste nella piazzetta del Duomo: o si decide di tenerle come meri contenitori di terra, oppure se - come naturalmente dovrebbe essere - si mettono a dimora piantine, erbe aromatiche e fiori, questi vanno adeguatamente innaffiati e curati e non abbandonati in attesa che secchino per essere sostituiti, come avviene sempre, in vista di un nuovo avvenimento nel Duomo. Naturalmente lo stato dei giardini e degli spazi verdi, oltre a essere di vitale importanza per i cittadini, è anche significativa parte dell’immagine che la città offre ai visitatori. Occorre perciò fare da subito un vero salto di qualità, riorganizzando e qualificando completamente l’apposito servizio comunale.

Napoli Città Verde è anche un’idea-progetto di qualificazione con fiori e piante dei tantissimi terrazzi, oggi spesso desolate superfici, così da rendere bella la vista ed ecologica la città, con l’attenuazione dell’isola di calore, con l’incremento dell’assorbimento della CO2, con la produzione di ossigeno e con il richiamo per tanti uccelli a vivere in città (questo insieme a una valorizzazione per la produzione di energia solare): dalla nuova Amministrazione ci aspettiamo perciò novità forti oltre che di sensibilizzazione anche di incentivazione per i tetti destinati a verde e a solare.

Ma Napoli Città Verde trova la sua più compiuta realizzazione nel progetto della grande cintura verde attorno a essa, senza soluzione di continuità dal mare di Bagnoli a quello della zona orientale di San Giovanni a Teduccio, passando per le meravigliose colline e intersecandosi con i possibili segmenti (corridoi ecologici che a me piace chiamare raggi verdi) da recuperare dove e quanto più possibile, anche per frammenti e per residui minimi e marginali, per il collegamento con le aree ambientali interne alla città: è la grande ambizione, allo stesso tempo urbanistica e culturale, politica e istituzionale, di riportare la biodiversità alla città o, con altra formulazione, la città alla biodiversità[4]. De Magistris, la sua Giunta, la sua maggioranza e l’intero Consiglio Comunale possono segnare in tal modo una grande, vera, positiva rivoluzione nella storia di Napoli.

Scelte di fondo sulla città vanno perciò profondamente riviste: da quelle relative a Bagnoli (annullando definitivamente la vendita di suoli in atto da parte della società Bagnoli Futura, funzionale alla speculazione e al saccheggio dell’incomparabile sito, e attivando invece la realizzazione del Grande Giardino del Mediterraneo, inizio della green belt) a quelle riguardanti l’immensa area orientale, dismessa dagli impianti petroliferi e dalle altre industrie e attività inquinanti, con la sua riqualificazione ambientale (per alcuni aspetti rinaturalizzazione) intesa sia come ripristino del parco del mitico fiume Sebeto e di immense aree verdi sia come attivazione di funzioni a servizio dell’intera città.

A metà degli anni ’80 a Napoli vi fu un’esperienza associativa bellissima che travolse con entusiasmo e partecipazione la città: la Lega per la Conoscenza, Protezione e Valorizzazione del Centro Antico di Napoli, che poi si impegnò in realtà per l’intero centro storico e per l’intera città. In collaborazione con l’Università Orientale e con la Soprintendenza Archeologica furono attivate idee-progetto di eccezionale valenza, archeologica, culturale e urbanistica, a partire dalla realizzazione del Parco Archeologico dell’Acropoli di Neapolis fino a interessare l’insieme della Napoli Negata, costituita dall’immenso patrimonio di beni culturali, non fruibile e ad altissimo rischio di degrado, di abbandono e di saccheggio (come poi purtroppo verificatosi). Utopie che, pur recuperate alcune (come il Parco Archeologico) nella Variante del PRG del 1998, furono nei fatti seppellite dai successivi avvenimenti politici e istituzionali: non potrebbero oggi diventare ambizione e concreto progetto di Luigi de Magistris sindaco?

Certo vi è il problema dellerisorse. In una società costruita tutta sulla centralità del mercato, sugli interessi privati a scapito di quelli pubblici e collettivi, dove biodiversità, natura, storia, cultura, arte, solidarietà e tutela delle generazioni future hanno insignificante, del tutto marginale valore, vi è sempre il problema delle risorse. La politica di Monti, come mai avvenuto finora in Italia da lunghissimo tempo, sta portando sempre più alle estreme conseguenze questa realtà del nostro Paese, riducendo drasticamente le potenzialità per ambizioni istituzionali quali quelle prima indicate. Ciò però non deve significare la rinuncia a tali ambizioni: anzi la concretezza del programma è di fondamentale importanza sia per esprimere esplicitamente l’identità del governo della città, sia per aprire le sfide concrete di forti vertenze. Naturalmente tali sfide diventano sempre più forti e vincenti se appartengono, nell’elaborazione e nella forza d’urto che le sostiene, non solo al Sindaco e alla sua amministrazione, ma all’intera città, alle sue forze sociali, culturali e di movimento, alle sue municipalità e ai suoi comitati e assemblee di base: se cioè tali vertenze sono beni comuni della città.

Democrazia partecipata e rinascita della città, in ogni suo contenuto ed espressione, non possono costituire cammini separati, ma un unico, unitario, fondamentale percorso: a esso, con grande tensione ideale e immenso amore per Napoli, deve essere rivolta da oggi la seconda fase del buon governo di Luigi de Magistris, della sua Giunta e di tanta parte del ricco (di idee) e qualificato Consiglio Comunale di Napoli.

La crisi della politica ha sicuramente in tali percorsi di democrazia e di partecipazione un’altissima, positiva risposta.

Giugno 2012



[1] Il riferimento è al governo di Mario Monti, in carica dal 16 novembre 2011 al 28 aprile 2013, definito un governo tecnico d’emergenza nato nell’ambito della crisi economica che ha interessato l’Italia e gli altri paesi dell’Eurozona. 

[2] Maurizio Valenzi è stato sindaco di Napoli dal 1975 al 1983, Giulio Carlo Argan sindaco di Roma dal 1976 al 1979, Giuseppe Dozza sindaco di Bologna dal 1945 al 1966.

[3] Va letta anche in tal senso l’ipotesi di realizzare un impianto di compostaggio nella preziosissima area dismessa di Bagnoli.

[4] Naturalmente, per l’enorme speculazione e saccheggio subiti da Napoli, tale prospettiva non può purtroppo più avere la dimensione e la valenza del grande Piano Regolatore redatto da Piccinato nel 1939.