Conferenza sul Clima di Copenhagen: la necessità di una svolta radicale

Dal 7 al 18 dicembre 2009 si terrà a Copenhagen la quindicesima Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima (COP 15, dove COP sta per Conferenza delle Parti[1]): i segnali che vengono dati non promettono certo niente di nuovo né di buono.

Siamo ormai a poche settimane dall’inizio della Conferenza e non vi è ancora un documento sul quale si possa politicamente discutere e confrontarsi in ciascun paese e sul quale miliardi di donne e uomini, interessati al futuro del Pianeta, possano esprimersi e lottare per il cambiamento. Tutto viene così rinviato agli addetti ai lavori, ai cosiddetti esperti, che spesso in realtà non sono tali, ma soggetti lautamente pagati, funzionali al sistema di potere politico, economico, culturale e sociale che ha portato la Terra sull’orlo della catastrofe.

In realtà anche sul fronte dell’ambientalismo - inteso nell’accezione complessiva politica e associativa, a livello nazionale e internazionale - non possiamo non riscontrare ed evidenziare gravi ritardi, sia sul piano del coinvolgimento dei cittadini che su quello dell’elaborazione di una piattaforma forte, alternativa e quanto più possibile unitaria, e dell’attivazione di una lotta vera, di massa per la sua concretizzazione.

Partiamo da un dato che forse è chiarificatore del generale vuoto di significato e di valore che hanno queste iniziative, e cioè del loro risultare mere e costosissime parate: sparsi in tutto l’anno, da gennaio a dicembre, in tutto il mondo, da Tokyo a Ginevra, da Nairobi a Istanbul, da Siracusa a New York, si sono svolti innumerevoli incontri e iniziative, chiamati - a seconda dei gusti dei promotori - giornata, forum, weekend, conferenza scientifica e tanto altro ancora, su temi che non possiamo che definire di grandissima rilevanza: biodiversità, acqua, zone umide, oceani, montagne, energia, desertificazione, siccità, ambiente e altro ancora. Tutti questi incontri non hanno avuto alcuna conseguenza politica, economica, culturale o sociale, e ogni volta che si è attivata una nuova iniziativa è stato come se tutte quelle che l’avevano preceduta non fossero esistite: e cioè come se acqua e zone umide, deforestazione e biodiversità, energia e ambiente non avessero alcunché in comune, per cui si riparte sempre da zero, dimenticando come ognuna delle singole questioni sia profondamente correlata a tutte le altre.

Ma quali nodi deve sciogliere Copenhagen?

Il primo, centrale, tutto politico - ben noto ai governanti e ai potenti del mondo - è quello del limite della ricchezza materiale totale producibile, compatibile con l’essere il Pianeta un sistema finito, e della distribuzione di tale ricchezza tra gli uomini di oggi in rapporto alle future generazioni e alle altre specie viventi. Lo sviluppo sostenibile (come definito dal Rapporto Brundtland[2]) non è sostenibile per la disponibilità delle risorse e per la capacità ricettiva del Pianeta, e se tutto continuasse come oggi, si andrebbe ineluttabilmente verso la catastrofe. Il punto centrale per un nuovo equilibrio del clima del Pianeta, ancora compatibile con il mantenimento della vita (nella sua accezione globale di specie e forme della biodiversità, di cui l’uomo è parte) è la consapevolezza della necessaria rinuncia, individuale e collettiva, da parte di chi ha troppo a vantaggio di chi ha poco o nulla: per restare in una terminologia tutta ecologista, e profondamente scientifica, chi ha un’impronta ecologica[3] incompatibile con le potenzialità del Pianeta deve andare drasticamente nella direzione opposta a quella finora percorsa, e cioè seguire il cammino della decrescita. Scienziati e tecnici possono elaborare e fornire dati, parametri e proiezioni, ma il futuro del clima sarà determinato dalle scelte politiche, e alto è il rischio che proprio queste mancheranno a Copenhagen.

Pur denominandosi Conferenza sul Clima, in realtà l’appuntamento di Copenhagen si muove, rispetto alle azioni dirette da perseguire operativamente, sulla stessa linea del Protocollo di Kyoto, che ha dato - come riconosciuto direttamente o indirettamente da tutti - insignificanti risultati: si prefigura cioè come conferenza sul contenimento delle emissioni dei gas serra, identificando sostanzialmente questa quale sola causa del surriscaldamento del Pianeta e conseguentemente dello sconvolgimento climatico. Rispetto alla comune opinione il Protocollo fa chiarezza che l’anidride carbonica non è il solo gas serra, per cui cambiando il tipo di combustibile i problemi non sono certo risolti. Parliamo perciò dell’anidride carbonica per esemplificazione, e perché è il più fortemente significativo inquinante dell’atmosfera.

Naturalmente la riduzione delle emissioni è obiettivo di grandissima rilevanza per il clima, ma profondamente errato e funzionale a determinati, immani interessi speculativi sarebbe il vuoto o la marginalità della discussione e delle azioni conseguenti in rapporto almeno a tre fondamentali questioni: il verde del Pianeta, il consumo totale di energia su di esso e le modificazioni profonde del suo volto.

La distruzione di foreste e boschi (quelli di estensione continentale come quelli regionali) ha contribuito in maniera decisiva all’aumento del valore dell’anidride carbonica nell’atmosfera, perché ha ridotto la capacità di trasformazione di essa in materia organica mediante il meraviglioso processo della vita costituito dalla sintesi clorofilliana: il verde è la medicina contro l’eccesso di anidride carbonica. L’inversione di quanto finora avvenuto - e cioè saccheggi, devastazioni e incendi del patrimonio verde - costituisce la via maestra, la cura necessaria che la natura ci dà per contenere l’aumento della CO2 nell’atmosfera: dobbiamo sempre parlare purtroppo di contenimento dell’aumento, perché i gas serra (e in particolare l’anidride carbonica) hanno vita lunga, e quanto immesso nei decenni trascorsi per secoli si sommerà al nuovo.

La tutela dei grandi polmoni di verde è necessità e perciò interesse dell’intera umanità e della vita stessa del Pianeta. In tal senso tre aspetti dovrebbero emergere con la massima chiarezza a Copenhagen:

- l’impegno forte e convinto delle popolazioni e dei governanti cui queste aree appartengono ad arrestare la distruzione e anzi a recuperare spazi ancora possibili per il loro restauro ambientale naturale;

- il farsi carico da parte della comunità internazionale del costo economico e di sviluppo produttivo sopportato da queste popolazioni per la suddetta tutela;

- l’attuazione di strumenti operativi internazionali contro le bande di malaffare che attuano progetti distruttivi in tali aree e la condanna di governi e lobbies economiche che operano in tale nefasta direzione.

Nella Conferenza si prefigura poi il paradosso più grande: il tema centrale è il surriscaldamento del Pianeta, ma in esso sembra non entrare, o entrarvi in maniera del tutto marginale, la questione dell’energia consumata nel Pianeta. Naturalmente è invece proprio tale energia consumata la fonte del surriscaldamento, perché insostenibilmente abnorme (pari in un anno a quella che la Terra ha accumulato per via fossile in milioni di anni e, sommata negli ultimi cinquant’anni, superiore a tutta quella consumata nell’intera storia dell’uomo). La ragione dell’assenza nel vertice di un confronto su questo argomento è ancora una volta politica, economica, sociale e culturale. Se infatti tale questione venisse posta, emergerebbero i grandi problemi di fondo del Pianeta: l’insostenibilità di uno stile di vita consumistico, la profonda ingiustizia nella distribuzione delle risorse, la consapevolezza dell’inevitabile accelerazione della catastrofe globale, se tutte le persone e tutti i paesi del mondo avessero lo stesso livello di vita del cittadino medio americano o anche di quello dell’occidente europeo.

Le fonti rinnovabili sono una scelta di fondamentale rilevanza per il futuro dell’umanità, ma proprio perché non possono riprodurre gli attuali livelli di consumo, richiamano - e a Copenhagen bisognerebbe sottolinearlo con grande evidenza - la necessità assoluta di un nuovo modello produttivo, di una nuova ridistribuzione della ricchezza, in un nuovo ordine mondiale. Oltre che profondamente mistificatorio, folle e disperato - anche in un’ottica di praticabilità reale - è il tentativo di sostituire alle fonti fossili il nucleare. Tra le molteplici ragioni del no vi è la risposta proprio in rapporto al surriscaldamento del Pianeta: le centrali nucleari disperdono nell’ambiente circostante il doppio del calore di una centrale termoelettrica di pari potenza. E’ bene avere piena consapevolezza di ciò e sottolinearlo con grande forza, perché nella prossima Conferenza sul Clima sicuramente si tenterà di affermare che il nucleare è… ecologico e non porta surriscaldamento del Pianeta!

Non trascurabile questione è infine quella della modificazione del volto del Pianeta. Se tutta l’energia dei raggi del sole che arrivano sulla Terra venisse rinviata nello spazio, la gelida Terra non avrebbe vita; non avrebbe parimenti vita la surriscaldata Terra se al contrario l’intera energia venisse assorbita. L’equilibrio tra assorbimento e riflessione è dato, stanti le altre condizioni, dalla natura e dalla forma della superficie terrestre. George Perkins Marsh ce lo insegna già nell’Ottocento nella sua opera L’Uomo e la Natura: ogni modificazione della superficie altera tale equilibrio. La riduzione dei ghiacciai, i corpi neri dell’asfalto, le sconfinate conurbazioni, l’asportazione di materia dal suolo, l’inquinamento dei mari e degli oceani, le grandi opere, tutto ciò ha perciò incidenza significativa sul clima e non può essere assolutamente ignorato a Copenhagen.

Quanto detto delinea ed evidenzia, dunque, un intreccio profondo di immense questioni di ogni natura, che richiede una forte e diffusa sensibilizzazione di massa e un impegno eccezionale a livello individuale e collettivo, per cercare di fare della Conferenza di Copenhagen non la consueta sceneggiata dei potenti della Terra, ma un importante, storico appuntamento per dare il via alla salvezza del Pianeta.

Ottobre 2009

(Scritto in collaborazione con Guido Pollice)



[1] Ricordiamo brevemente l’origine della Conferenza delle Parti in ambito ONU. A Rio de Janeiro, dal 3 al 14 giugno 1992, si svolse la prima Conferenza mondiale dei capi di stato sull’ambiente, il cosiddetto Summit della Terra, noto anche come Conferenza di Rio. Fu un evento senza precedenti, anche in termini di impatto mediatico: vi parteciparono 172 governi e 108 capi di stato o di governo. Un importante risultato della Conferenza fu un accordo sulla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (United Nations Framework Convention on Climate Change, UNFCCC), che a sua volta portò, alcuni anni dopo, alla stesura del Protocollo di Kyoto (divenuto poi molto più noto che la stessa UNFCCC). La Convenzione Quadro punta alla riduzione delle emissioni dei gas serra per contrastare il surriscaldamento globale e i mutamenti climatici: suo obiettivo dichiarato è «raggiungere la stabilizzazione delle concentrazioni dei gas serra in atmosfera a un livello abbastanza basso per prevenire interferenze antropogeniche dannose per il sistema climatico». Il trattato fu aperto alle ratifiche il 9 maggio 1992 ed entrò in vigore il 21 marzo 1994. Da quel momento, le parti si sono incontrate annualmente nella Conferenza delle Parti (COP) per analizzare i progressi nell’affrontare i cambiamenti climatici. Il primo incontro della Conferenza delle Parti dell’UNFCCC si è svolto a Berlino nella primavera del 1995 (COP 1). 

[2] Il Rapporto Brundtland (conosciuto anche come Our Common Future), redatto nel 1987 dalla Commissione Mondiale sull’Ambiente e lo Sviluppo (World Commission on Environment and Development), introduce per la prima volta il concetto di sviluppo sostenibile: «Uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri.»

[3] L’indicatore impronta ecologica è utilizzato per valutare il consumo umano di risorse naturali rispetto alla capacità della Terra di rigenerarle. Essa misura l’area biologicamente produttiva di mare e di terra necessaria a rigenerare le risorse consumate da una popolazione umana e ad assorbire i rifiuti prodotti. Per calcolare l’impronta ecologica si mette in relazione la quantità di ogni bene consumato (ad esempio cereali, carni, frutta, verdura, legumi, ecc.) con una costante di rendimento espressa in kg/ha (chilogrammi per ettaro). Il risultato è una superficie espressa quantitativamente in ettari. Il concetto di impronta ecologica è stato introdotto da Mathis Wackernagel e William Rees nel loro libro Our Ecological Footprint: Reducing Human Impact on the Earth, pubblicato nel 1996. A partire dal 1999 il WWF aggiorna periodicamente il calcolo dell’impronta ecologica nel suo Living Planet Report.