La sconfitta di Copenhagen richiama a un nuovo internazionalismo per la salvezza del Pianeta

Avevamo manifestato la grande preoccupazione che la Conferenza di Copenhagen sui cambiamenti climatici (COP 15) potesse risultare ancora un fallimento, come tutte le quattordici che l’avevano preceduta; ma contestualmente nutrivamo una grande speranza per l’attesa che si era creata attorno a essa, quasi si dovesse trattare di un evento completamento nuovo.

A Copenhagen invece non si è fatto alcun passo in avanti, misurabile in termini di impegni sottoscritti e controllabili, su nessuna delle grandi questioni che stanno sconvolgendo il clima e il Pianeta: le emissioni di CO2 e degli altri gas serra, l’abnorme quantità di energia consumata nel mondo e l’estrema iniquità della sua distribuzione, la deforestazione e lo sviluppo di un’agricoltura aggressiva ed energivora, l’alterazione profonda dello stesso volto della superficie terrestre. Purtroppo siamo dunque davanti alla delusione più profonda per le conclusioni della Conferenza, e dobbiamo riconoscere che i Grandi della Terra, sono tutti rispetto alla Terra stessa potentissime cellule cancerogene della distruzione della sua identità e della sua stessa vita. No, non dobbiamo avere timore di essere accusati di catastrofismo, perché siamo davanti alla tragica realtà che cento anni diventano, rispetto ai mutamenti del clima e conseguentemente della Terra, un’era geologica, che normalmente ha la durata di milioni di anni: solo la cecità verso il futuro, gli egoismi irrefrenabili e soprattutto gli immani interessi di potere ed economici possono negare, nascondere o minimizzare quanto sta accadendo.

Causa generatrice comune a tutti i fattori della possibile catastrofe è l’irrinunciabilità da parte dei paesi ricchi alla disponibilità di un’altissima quantità di energia, prevalentemente di origine fossile: petrolio, gas naturale, carbone. Riflettiamo attentamente e, nel nostro piccolo, rilanciamo la questione su un dato totalmente assente nelle discussioni ufficiali, ma che chiaramente ha alimentato ogni decisione a Copenhagen: quanto durerà ai ritmi attuali di consumo la disponibilità di queste risorse? Possiamo dire che fra cinquant’anni, già ai ritmi attuali di consumo, non vi sarà né petrolio né gas naturale[1]. Cinquant’anni è poco meno del tempo che ci separa dalla seconda guerra mondiale, e poco più del doppio di quello che ci separa dalla caduta del Muro di Berlino, eventi totalmente vicini a noi; cinquant’anni è il tempo in cui il bambino della realtà consumistica di oggi diventa nonno di un bimbo di un mondo senza risorse. Si può pensare di passare da un giorno all’altro da una società costruita sulla disponibilità di risorse senza limiti a una caratterizzata dalla mancanza praticamente totale di tali risorse? E se già oggi la gran parte dei conflitti ha la sua ragione prima nell’accaparramento delle fonti energetiche, che succederà quando i paesi che fondano la loro economia, il loro sviluppo e la loro ricchezza sull’importazione di energia, si troveranno nell’impossibilità di continuare a farlo?

Per tante ragioni non è ipotizzabile uno spostamento fortemente rilevante sul carbone; e il nucleare è improponibile come alternativa per innumerevoli motivi, già in altre occasioni ampiamente illustrati[2]. Se il Pianeta resiste, fra cinquant’anni un modello di società globale diversamente energetica diverrà necessità assoluta, in una condizione di disponibilità di risorse decisamente inferiore all’epoca preindustriale, anche se - e non è certo piccola cosa - con un molto più elevato patrimonio di conoscenze tecniche e scientifiche. La transizione più è temporalmente ristretta, più ha conseguenze sconvolgenti, incontrollabili, violente in ogni direzione: purtroppo, in una sola parola, catastrofiche. Ogni giorno che passa nella direzione finora seguita accelera e accentua perciò questo processo. Al contrario una saggia gestione delle residue risorse energetiche, fatta nell’interesse dell’intera umanità e della vita stessa della Terra, allungherebbe la fase di transizione e consentirebbe un percorso fatto di scelte maggiormente condivise e pacifiche.

Se, come per molti aspetti legittimamente chiedono, i paesi poveri accedono a livelli più elevati di consumo energetico da fonti fossili, i previsti 50 anni diventano 40 anni o anche meno, e conseguentemente si accorcia il tempo della predetta fase di transizione e cresce l’accelerazione della crisi. Proviamo a leggere per un momento il fallimento dei vertici sul clima - di tutti i vertici, non solo quello di Copenhagen - secondo questo punto di vista: il rifiuto dei paesi ricchi ad accettare una crescita sia pure minimale dei paesi poveri nei consumi energetici di origine fossile nasconde in realtà l’interesse a conservare il residuo delle riserve energetiche per i propri bisogni, e cioè attività produttiva e consumismo.

Questo è il significato di fondo dell’acquisto di quote di emissioni in cambio di moneta o anche di beni di consumo, consistenti spesso in scarti industriali, materiali obsoleti e armi necessarie ad attivare una moltitudine di conflitti: il risultato è sostanzialmente bloccare l’autonoma crescita dei singoli paesi. In tal senso il paradosso, o meglio la grande falsità di molti paesi industrializzati - a partire in Italia dal becero leghismo - emerge quando si parla di immigrazione e si afferma che bisogna promuovere sviluppo e lavoro sul territorio stesso di origine dei migranti. E’ evidente che altra cosa è l’attivazione anche nei paesi poveri di ingenti investimenti e tecnologie nel rinnovabile, capaci realmente di produrre qualità alta della vita per l’intera popolazione e salvaguardia del territorio, in un percorso decisamente alternativo a quello seguito da un secolo e mezzo dai paesi industrializzati e destinato, come detto, necessariamente al collasso, se non avviene un radicale cambiamento.

Ma se continuare in questa direzione è la catastrofe annunciata per l’economia, per la ricchezza, per lo sviluppo e per lo stile di vita degli stessi paesi ricchi, per il Pianeta lo è in maniera immensamente più grave. Si è molto parlato del 2050 quale anno di riferimento. Al ritmo di consumo attuale non vi è bisogno di accordo - che sembra non potervi mai essere - tra i Grandi sul dimezzamento a tale anno delle emissioni rispetto al 1992: le emissioni si ridurranno drasticamente per il semplice fatto che non vi saranno più né petrolio né gas da consumare. Ma come l’umanità e il Pianeta arriveranno a tale scadenza? Ai negazionisti della catastrofe oltre ogni immaginazione, come brillantemente vengono definiti da Giorgio Nebbia, noi vogliamo sottoporre un dato che ormai da decenni fa parte della nostra impostazione di fondo: se si continua in questa maniera, nel 2050 (più o meno, ovviamente) tutta l’energia fossile del petrolio e del gas naturale accumulata dalla Terra in un’intera era geologica (quella del massimo sviluppo della vita e del verde, durata centinaia di milioni di anni) sarà stata consumata; in poco più di un secolo viene immessa in un sistema finito qual è la Terra con la sua atmosfera la quantità di energia e il carbonio ritrasformato in anidride carbonica di cento milioni di anni. Come si può minimamente controbattere a questo dato e alle sue incalcolabili conseguenze sulla trasformazione della Terra in una surriscaldata serra? Pensiamo solo per un momento a quali tempi occorrerebbero perché la Terra attraverso il processo clorofilliano potesse recuperare questa energia e ritrasformare l’anidride carbonica in composti organici del carbonio.

Nessuno sa che cosa purtroppo realmente succederà già nel 2020, e poi nel 2050, se effettivamente si continuerà a bruciare combustile nella stessa quantità di oggi o addirittura in maniera fortemente crescente, nella direzione di quanto avvenuto negli anni che sono seguiti al Summit della Terra di Rio del 1992, che lanciò drammaticamente l’allarme clima e le relative Conferenze sulle variazioni climatiche. Molti scienziati e molti studi effettuati concordano nell’evidenziare come risulti riduttivo calcolare l’entità degli effetti catastrofici estendendo semplicemente al futuro il modello delle variazioni finora avvenute, calcolando cioè in tal modo sia l’incremento della CO2 e degli altri gas serra sia l’aumento della temperatura media del Pianeta. Non è purtroppo fantascienza il rischio di effetto serra a valanga, cioè irreversibile e impetuosamente crescente e inarrestabile da parte dell’uomo, a partire da un certo valore di gas serra nell’atmosfera, soglia dell’effetto valanga. Esempio di effetto valanga già irreversibile è la drastica riduzione dei ghiacciai (l’acqua e il terreno riflettono molto meno la luce e l’energia solare). Anche se ancora controllabili da parte dell’uomo, cioè ancora reversibili, espressioni di effetto valanga sono gli incendi boschivi per autocombustione. Ancora più emblematico risulta essere l’impatto dei sistemi frigoriferi e di condizionamento degli ambienti: paradossalmente più cresce la temperatura dell’ambiente esterno più si butta nell’atmosfera nuovo calore derivante dall’energia consumata per tali servizi.

Come detto più volte, la via verso la catastrofe viene spianata ulteriormente dalla perdita crescente del verde (l’unica, sia pure insufficiente, cura contro la crescita della CO2) e dall’alterazione profonda della superficie terrestre con la movimentazione di immani quantità di materia. Ma anche su questo non vi è stata nessuna scelta a Copenhagen.

Il Pianeta e il suo destino non appartengono ai Grandi della Terra, ai capi di stato che hanno concordato e proposto il vuoto e inutile documento finale: il Pianeta è delle sue creature di oggi e del futuro, delle infinite vite della biodiversità, della bellezza delle sue forme, delle sue espressioni, delle sue luci e dei suoi colori. Sicuramente il Pianeta si salverebbe se tutte queste vite si organizzassero e imponessero la fine al suo violento e profondamente ingiusto sfruttamento, rivendicando innanzitutto il loro diritto a esistere, ad accedere alle sue risorse, a salvare il proprio habitat. Ciò non può avvenire, ma sicuramente è invece possibile che la gran parte dell’umanità, integra e piena di valori, si ribelli e si opponga alla triste fine del nostro Pianeta nell’interesse generale di tutte le forme di vita e delle generazioni future: un nuovo internazionalismo che unisca tutte queste volontà di cambiamento è la via maestra per non subire più sconfitte come quella di Copenhagen, e tutti noi dobbiamo operare in tale direzione con la forza e la consapevolezza di un’epocale guerra, pacifista e non violenta, per un nuovo ordine mondiale politico, economico, culturale, sociale e di stile di vita individuale e collettivo.

Dicembre 2009

(Scritto in collaborazione con Guido Pollice)



[1] Si veda nello scritto L’insostenibilità dello sviluppo sostenibile il paragrafo L’insostenibilità per la disponibilità delle risorse.

[2] Si vedano gli scritti nella sezione Nucleare: le ragioni del No.