Costruire un Manifesto universale per il Clima

Dall’11 al 22 novembre si terrà a Varsavia la diciannovesima(!) Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima (COP 19). La Conferenza, istituita nel 1994, avrebbe dovuto attivare un concreto percorso mondiale per salvare il Pianeta dai catastrofici cambiamenti climatici, non più solo potenziali, ma in atto[1].

Quale insignificante valore, a livello mondiale come europeo e nazionale, rivesta la Conferenza, appare evidente dal come a essa si stanno rapportando quelli che dovrebbero essere i suoi maggiori riferimenti e dai pochi documenti preparatori di essa: la linea evidente che sempre più esplicitamente viene espressa è quella di un… rinvio di qualsiasi importante impegno alle prossime Conferenze: quella di Lima nel 2014 e di Parigi nel 2015.

Dopo ben diciotto Conferenze, con i risultati ottenuti e quelli purtroppo attesi e già dichiarati della prossima, non si può che concludere che le Conferenze sul Clima, così come sono oggi, costituiscono un rituale, utile per un bel business per gli alberghi e le attività commerciali delle città che le ospitano - e non è un caso la lotta per ottenerle - e per autentiche scampagnate per le rappresentanze dei diversi paesi partecipanti, ma del tutto inutili anzi fortemente controproducenti per il clima, perché profondamente mistificatorie su impegni e azioni dei diversi paesi, che invece risultano del tutto assenti.

E purtroppo conseguentemente assumono sempre più la valenza di meri rituali - non certo per chi le ricerca e le espone - le drammatiche denunce da parte della scienza, della cultura, di tante associazioni e movimenti su quanto di catastrofico è già in atto e su ciò che accadrà in un futuro ormai prossimo, intendendo per prossimo già i primi decenni di questo secolo. Notizie da assorbire e da metabolizzare nell’arco breve di qualche giorno, al più di qualche settimana sono così: il raggiungimento di un valore della CO2 nell’atmosfera pari a quello di almeno tre milioni di anni fa (è notizia del maggio scorso, chi ne parla più?); il ritmo della perdita della biodiversità del Pianeta pari anche a mille volte quello naturale; la crescente desertificazione che ormai interessa la quasi totalità dei paesi del mondo; la drastica riduzione dei ghiacciai, con le catastrofiche irreversibili conseguenze dell’effetto valanga di un ulteriore surriscaldamento del Pianeta e dell’innalzamento del livello del mare valutato già per il 2050 fino a 7-8 metri; la fuoriuscita del metano (gas serra trenta volte più efficace della CO2 nel produrre effetto serra) dal permafrost, il suolo ghiacciato delle terre più a nord del pianeta (Siberia, Alaska, Canada), conseguenza sempre del riscaldamento globale (catastrofe annunciata in uno studio pubblicato da scienziati russi per l’Università dell’Alaska-Fairbanks); i mutamenti dei cicli, della durata e dell’intensità delle stagioni, delle piogge, dei venti, delle perturbazioni atmosferiche, dei cicloni e degli uragani (di forza e frequenza nettamente superiori ai limiti storicamente riscontrabili).

Ogni stagione che ritorna, ogni spazio del Pianeta, ogni essenza della sua vita ci esprimono l’accelerazione in atto verso la catastrofe: l’accelerazione ha un significato fondamentale, e cioè che la velocità dell’incidenza delle cause del degrado e della distruzione di oggi è superiore a quella di ieri, che a sua volta è superiore a quella del tempo precedente, fino alla constatazione dell’abnorme, insostenibile valore dell’alterazione di oggi del Pianeta rispetto alla sua condizione di naturalità. La salvezza del Pianeta, dell’umanità come della sua biodiversità, richiama l’urgenza di una radicale inversione: il solo arresto dell’accelerazione non è ormai più sufficiente.

E’ con tale universale consapevolezza dell’umanità che bisogna costruire un Manifesto per il Clima con cui l’Assise mondiale dei governanti e dei potenti sia costretta a confrontarsi.

Il clima, una volta, era determinato dall’inclinazione (donde la sua etimologia[2]) dei raggi solari sulla superficie della Terra al variare della latitudine e delle stagioni, dall’insieme dell’habitat del Pianeta e dalla natura chimico-fisica dell’atmosfera, risultati della sua stessa vita naturale a partire dalle origini.

L’azione dell’uomo non ha potuto incidere (almeno finora) sul primo dei tre fattori del clima, ma è stata determinante rispetto agli altri due: la natura dell’atmosfera e l’habitat del pianeta. Un Manifesto per il Clima così come una vera Conferenza sul Clima non possono che riferirsi unitariamente a tali fattori.

L’aumento della CO2 come degli altri gas serra nell’atmosfera è la conseguenza sia dell’abnorme quantità di emissioni dovute alla combustione delle fonti fossili e ad altre attività antropiche, sia della planetaria riduzione del verde, nell’accezione globale di capacità di attivare il meraviglioso cammino della vita rappresentato dai processi clorofilliani della trasformazione dell’inerte CO2 in organismo vegetale vivente.

Ed è già questo il primo assurdo della Conferenza sul Clima: si ignora completamente l’esponenziale crescita della cancellazione e della perdita del verde dal Pianeta. Chiaramente lo si fa non certo per ignoranza o inconsapevolezza della fondamentale valenza di tale fenomeno sull’incremento della CO2, sul surriscaldamento del Pianeta e sui cambiamenti climatici, ma naturalmente per gli immani, incalcolabili affari che verrebbero a essere messi in discussione, legati alla distruzione delle foreste (quelle tropicali, immense e ancora integre, come quelle dei boschi locali), ai land grabbing (furti di terra), alle immani perdite di suoli agricoli e alle cementificazioni di innumerevoli luoghi là dove era il verde. Far divenire la Conferenza sul Clima una cosa seria significherebbe fortemente anche questo, aprire un conflitto con i potentissimi soggetti, economici e politici, legati a tali affari.

Appare chiaro perciò che una Conferenza sul Clima vera dovrebbe indicare il quadro mondiale della perdita di verde e dettare linee inderogabili sul suo controllo, sul suo arresto e sulla sua inversione. Già allo stato attuale della condizione della CO2 non vi è altra cura possibile per la salute del Pianeta se non il recupero della sua bellezza, costituta dall’infinita sua biodiversità. La Conferenza sul Clima potrebbe in tal senso chiamarsi Conferenza sulla tutela e la rigenerazione della bellezza del Pianeta, giacché per il Pianeta etica ed estetica sono coincidenti.

Ma naturalmente tale cura ha efficacia solo se si arresta la causa prima del male: le emissioni di CO2 e degli altri gas serra e tossici. Che cosa realmente si è fatto da Rio nel ’92, e poi da Kyoto nel ’97? Sostanzialmente poco o nulla: un’infinità di chiacchiere, di falsi o interessati conflitti, e in sostanza nessuna vera decisione realmente vincolante nell’interesse generale della tutela del clima e del Pianeta, per cui ciascun paese o singolo operatore, soprattutto se forte e potente, continua a fare quello che ha sempre fatto. Se osserviamo attentamente, l’unica vera decisione presa è stata quella relativa allo scambio-commercializzazione di emissioni di gas serra, che, com’era da prevedere, porta a un’ulteriore forte crescita delle emissioni, giacché ogni eventuale risparmio per scelta o necessità, rispetto invero a un inesistente fabbisogno, viene venduto nel libero mercato del soffocamento del Pianeta, portando così alla sommatoria dei massimi autorizzati al singolo paese o operatore. Immane è il business legato a tale decisione: nel solo 2008, ultimo dato disponibile (nessuno ne rende noti altri, giacché meno si sa meglio è), sono stati impegnati nella compravendita di quote di emissioni di CO2 ben 126 miliardi di euro che «sembrano destinati a crescere considerevolmente».

Siamo poi alla follia pura quando addirittura si cerca di camuffare il mantenimento delle fonti fossili, immaginando immani discariche nel sottosuolo per la CO2 e gli altri gas serra e tossici: il cosiddetto meccanismo del CCS (carbon capture and storage, cattura e stoccaggio geologico del carbonio). Si continuerebbero a costruire centrali termoelettriche, come prima più di prima, finché vi sono combustibili fossili a partire dal carbone, con una… grande novità: i camini capovolti, dal suolo verso stoccaggi geologici! La Terra con le sue regole del sottosuolo, i suoi equilibri e tremoti, con le sue falde, starebbe proprio a guardare? E chi potrebbe vivere con un minimo di tranquillità nell’area dell’impianto e in quella circostante per centinaia di chilometri quadrati? Non siamo alla fantascienza - o meglio per molti di noi al fantaterrorismo - perché questa è strategia primaria del Piano UE 20-20-20[3]: l’attuale contenzioso con la Polonia, che intende costruire due nuove unità a carbone ciascuna da 900 MW nella centrale di Opole nella Slesia, riguarda esclusivamente l’attuazione della strategia del CCS[4]!

Le Conferenze sul Clima hanno eluso e continuano a eludere le vere questioni fondamentali sulla realtà delle emissioni e il conseguente controllo mondiale. La prima è quella della totale assenza di limitazioni e vincoli relativi alla quantità complessiva a livello mondiale e per ciascun paese dell’estrazione e produzione di ciascuna fonte fossile. E’ evidente che tutto quanto estratto viene commercializzato e consumato, e mistificatoria è di conseguenza ogni affermazione e impegno sulla riduzione delle emissioni, perché la loro entità è stechiometricamente definita e potrebbe calcolarla senza alcun problema un qualsiasi studente di chimica di un istituto superiore.

Il libero mercato, senza vincoli, dell’estrazione e della commercializzazione delle fonti fossili è la causa prima dell’aumento della CO2. Le multinazionali (molte di più delle Sette Sorelle dei tempi di Mattei) e i paesi che ne hanno il controllo non rinunceranno certo ai loro immani interessi, e solo fortissimi vincoli e obblighi potrebbero avere importanti risultati: a questo dovrebbero servire il potere dell’ONU e le Conferenze sul Clima.

Non ha nessun senso fare una Conferenza sul Clima se non si pongono vincoli e limiti sui luoghi dove fare ricerca ed estrarre petrolio, metano, carbone e scisti bituminosi sempre più sporchi e inquinanti, per cui è consentito massacrare, nella piena legalità e con il totale sostegno di governi e istituzioni, il volto stesso della Terra, dalle calotte polari al fondo degli abissi marini, dall’incontaminata Amazzonia alle nostre terre e ai nostri mari.

Non ha nessun senso fare una Conferenza sul Clima se non si affronta la questione della realizzazione delle grandi reti di trasferimento delle fonti fossili dai luoghi di estrazione a quelli del consumo, distanti migliaia e migliaia di chilometri, come i grandi oleodotti e metanodotti, in attività e soprattutto in fase di realizzazione o progettazione (White Stream, Nord Stream, South Stream, Nabucco, Galsi, Trans-Adriatic Pipeline): centinaia di migliaia di chilometri interessati, milioni di miliardi di euro investiti, tutti i paesi del mondo coinvolti! Enormi sono le implicazioni per la pace, gli equilibri internazionali e i costi, in primo luogo ambientali. Si possono minimamente immaginare scelte sull’energia, e conseguentemente sul clima, che siano estranee a tale sistema, a tali interessi e poteri, immani al di là di ogni immaginazione, se essi non vengono radicalmente messi in discussione?

Non ha nessun senso una Conferenza sul Clima che non affronta la questione dell’incenerimento dei rifiuti, come se la CO2 e gli altri gas serra e velenosi emessi finissero in un’atmosfera diversa da quella dove finiscono tutte le altre emissioni e non si sommassero a queste.

Non ha nessun senso una Conferenza sul Clima che tace riguardo ai catastrofici incendi di foreste e boschi, che hanno la duplice valenza negativa di produrre gas serra e di diminuire la capacità di assorbimento della CO2.

Naturalmente è fondamentale avere la consapevolezza che il sistema nel suo insieme e ciascuno dei suoi fattori che agiscono sul clima hanno un volano e, conseguentemente, un’inerzia di smisurata entità, accumulatisi nel corso di tantissimo tempo, e sicuramente per capire i mutamenti climatici di oggi è di fondamentale importanza capire la formazione di tale inerzia sotto ogni aspetto, culturale come materiale. Ovviamente non rientra nei limiti di questo contributo tale ricerca, ma un dato è immediatamente certo, e cioè che pur nella consapevolezza dell’estrema gravità della condizione del Pianeta, il cambiamento non è ipotizzabile ad horas, ma richiama - questo sì ad horas - un importantissimo percorso di transizione. La salvezza dell’umanità, della biodiversità e del Pianeta sta dentro a questo percorso di transizione, che implica chiaramente da una parte la necessità della definizione-qualificazione della direzione della transizione e dall’altra le tappe concrete per tale transizione. Questo percorso e i predetti suoi fondamenti dovrebbero essere l’essenza delle Conferenze sul Clima: invece essi sono stati e sono sempre più, rispetto alle prime edizioni, nella sostanza indefiniti se non proprio del tutto assenti.

Un Manifesto universale per il Clima e le tappe per la sua attuazione - che certo possono, anzi devono essere le Conferenze ONU, cioè di tutti i paesi e i popoli della Terra - devono chiaramente esplicitare la verità scientifica, culturale, economica e sociale che la salvezza del Pianeta sta nella progressiva creazione della Civiltà del Sole e della Biodiversità, costruita sulla fonte, rinnovabile per un tempo senza fine, dell’energia del sole e sulla conservazione e la tutela della bellezza, della materia e della vita del Pianeta: il che implica amore, rispetto e solidarietà nell’umanità di oggi, verso le future generazioni e verso l’intera biodiversità. Ogni allontanamento da tale orizzonte è necessariamente crisi profonda del clima e del Pianeta.

Novembre 2013



[1] Ricordiamo brevemente l’origine della Conferenza delle Parti in ambito ONU. A Rio de Janeiro, dal 3 al 14 giugno 1992, si svolse la prima Conferenza mondiale dei capi di stato sull’ambiente, il cosiddetto Summit della Terra, noto anche come Conferenza di Rio. Fu un evento senza precedenti, anche in termini di impatto mediatico: vi parteciparono 172 governi e 108 capi di stato o di governo. Un importante risultato della Conferenza fu un accordo sulla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (United Nations Framework Convention on Climate Change, UNFCCC), che a sua volta portò, alcuni anni dopo, alla stesura del Protocollo di Kyoto (divenuto poi molto più noto che la stessa UNFCCC). La Convenzione Quadro punta alla riduzione delle emissioni dei gas serra per contrastare il surriscaldamento globale e i mutamenti climatici: suo obiettivo dichiarato è «raggiungere la stabilizzazione delle concentrazioni dei gas serra in atmosfera a un livello abbastanza basso per prevenire interferenze antropogeniche dannose per il sistema climatico». Il trattato fu aperto alle ratifiche il 9 maggio 1992 ed entrò in vigore il 21 marzo 1994. Da quel momento, le parti si sono incontrate annualmente nella Conferenza delle Parti (COP) per analizzare i progressi nell’affrontare i cambiamenti climatici. Il primo incontro della Conferenza delle Parti dell’UNFCCC si è svolto a Berlino nella primavera del 1995 (COP 1).

[2] La parola clima deriva dal greco κλιμα (klima) che vuol dire inclinato.

[3] Si tratta dell’insieme delle misure pensate dall’Unione Europea per il periodo successivo al termine del Protocollo di Kyoto (fine anno 2012). Il Piano 20-20-20, contenuto nella direttiva 2009/29/CE, è entrato in vigore nel giugno 2009 e sarà valido dal gennaio 2013 fino al 2020. Gli obiettivi dichiarati sono: ridurre le emissioni di gas serra del 20%, alzare al 20% la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili e portare al 20% il risparmio energetico. 

[4] Per avere un’idea di cosa stiamo parlando, faccio riferimento allo studio (del tutto scientifico) della Polish Climate Coalition (l’importante organizzazione ecologista polacca), che ha calcolato la quantità di CO2 emessa in 55 anni di attività della centrale (evidentemente il tempo presunto di funzionamento dell’impianto) in 1,5 miliardi di tonnellate. Tale quantità riportata in volume significa, a pressione atmosferica e temperatura ambiente, oltre 800 km cubi, ovvero un serbatoio sotterraneo lungo da Napoli a Roma, largo 2 km e alto 2 km! Naturalmente si può innalzare la pressione per ridurre, si fa sempre per dire, il volume, ma creando le condizioni per un epocale catastrofico botto!