La Civiltà del Sole

La scoperta del sole come fonte energetica per l’umanità di oggi ha la stessa valenza di quella del fuoco per l’uomo della preistoria.

Naturalmente il fuoco esisteva ed era conosciuto e temuto nella preistoria dell’uomo: dove fu la vera rivoluzione? Nella capacità di produrlo autonomamente, di conservarlo e soprattutto di usarlo. La stessa cosa è oggi per il sole, la risorsa illimitata che ha generato la vita stessa del Pianeta, ma che paradossalmente viene ignorata quale fonte dell’energia che l’uomo (inteso nell’accezione della specie di Homo dominans) sceglie di utilizzare per la propria esistenza: ciò nonostante gli infiniti segnali qualitativi e quantitativi, di bellezza, di efficienza e di disponibilità che con massima generosità continuamente esso ci dà.

Anche nella preistoria, allora per un tempo lunghissimo, centinaia di migliaia di anni, vi fu ricerca ed evoluzione su come generare il fuoco e, semplificando al massimo, si affermarono due grandi teorie, che si concretizzarono nei sistemi a percussione (pietre focaie) e a frizione (legno). La nascita del focolare e la sua evoluzione - dal piccolo catino di pietre ammucchiate come custodia anche sacrale del fuoco acceso all’omerica fornace di Efesto nella quale erano venti i mantici che «per venti bocche ne venian soffiando»[1] - costituirono la profonda rivoluzione, tecnologica ma allo stesso tempo sociale e culturale, di cui la nascita del linguaggio fu il primo più significativo momento.

Oggi l’impiego dell’energia solare è all’inizio di una fase di profonda ricerca: tutto ciò che in conoscenza e tecnologia, dal fotovoltaico al termodinamico, già oggi ci consente di affermare con certezza le immense potenzialità della sua vastissima applicazione, fra un decennio sarà probabilmente superato, obsoleto, appunto preistoria del solare.

Agli attuali ritmi di consumo, in nessun ambiente, anche economico, si mette in dubbio che nel 2050 il petrolio, pure nelle sue similari forme peggiori, sarà risorsa residuale, e così, poco dopo, il gas naturale e il carbone. Il nucleare, peraltro insostenibile e irrealizzabile per ogni altra ipotizzabile ragione, ha disponibilità massimamente limitata: 30-40 anni, non di più. Tutto ciò per gran fortuna della Terra, come ci dicono, quale imperativo categorico, il surriscaldamento globale, l’effetto serra e i cambiamenti climatici.

La sostenibilità sta solo nel sole, e nel sole sta l’unica cura possibile per la disintossicazione termica, chimica e fisica del Pianeta. Prima si comincia, prima si attiva questo percorso verso la sostenibilità e poi verso la rigenerazione del Pianeta. Sono facili a calcolarsi le Tep (Tonnellate equivalenti di petrolio) o direttamente i barili di petrolio che sarebbero ancora come riserva fossile nelle viscere della Terra e che non si sarebbero mai trasformati in gas serra: migliaia, milioni, miliardi a seconda di quanto tempo fa avessimo iniziato questo percorso e di quanta intensità avessimo a esso dedicato; e migliaia, milioni e miliardi di Tep, di barili di petrolio, di CO2 e altri gas serra saranno in futuro a seconda delle scelte che si faranno.

E’ banalmente vero tutto ciò, ma detto così esso resta completamente dentro una filosofia limitata e superata che ci portiamo dietro quando affrontiamo la questione dell’energia solare: il pensare a essa come fonte sostitutiva dell’energia fossile. La rivoluzione dell’energia solare, allo stesso tempo a essa connaturale e da perseguire, sta invece nella radicale modificazione dell’attuale sistema produttivo, economico, sociale, culturale e politico. Data l’entità della popolazione umana, a livello locale come nazionale e mondiale, è sicuramente importante la quantità dell’energia, ma l’organizzazione della sua produzione e distribuzione e le conseguenze che ne derivano possono costituire il nuovo vero progresso dell’umanità.

Vi è sempre stata nella storia dell’uomo, appunto dalla rivoluzione della scoperta del fuoco fino a oggi, una correlazione stretta tra l’idea dello sviluppo e quella della necessità di crescente disponibilità di fonti energetiche. Prima dell’era industriale, cioè fino a due secoli fa, l’energia derivava sostanzialmente tutta da fonti rinnovabili (acqua, vento, legno, biomassa), ma la filosofia dello sviluppo era comunque nell’acquisizione di sempre maggiori quantità di energia, nel percorso peculiare, strettamente legato alla produzione capitalistica, della sempre maggiore concentrazione delle potenze, che poi ha caratterizzato il Novecento.

Se si fa una ricerca, non nella zona industriale di Milano ma a sorpresa nella zona orientale di Napoli (Porto - San Giovanni a Teduccio), tale processo di concentrazione diventa emblematico: nel primo decennio del Novecento, la centrale ancora oggi ricordata della Bufala di quasi 1.000 kW (!) per l’elettrificazione della linea ferroviaria Napoli-Castellammare; tra il secondo e il terzo decennio del secolo (inaugurazione nel 1925), i tre più grandi gruppi di potenza termoelettrica in Europa (ciascuno di 15mila kW) della Centrale Maurizio Capuano, orgoglio della SME (Società Meridionale di Elettricità). Sembrano potenze gigantesche, ma diventano piccola cosa di fronte ai due impianti, realizzati nella ricostruzione del dopoguerra col piano Marshall, della centrale di Vigliena (inaugurazione nel 1953), 33mila e 66mila KW; a loro volta piccola cosa rispetto ai tre gruppi della Centrale di Napoli Levante, dell’ENEL nazionalizzata, ciascuno della potenza di 150mila kW degli anni ’60; a loro volta insignificanti e obsoleti già rispetto al megaimpianto di Brindisi degli anni ’80-’90, quattro gruppi da 660mila kW, per un totale di oltre 2 milioni e mezzo di kW.

Naturalmente estremamente riduttiva e semplicistica sarebbe un’analisi che evidenziasse solo i catastrofici danni alla salute e all’ambiente e lo sperpero di risorse naturali conseguenti a questa escalation di potenza - ovviamente il caso di Napoli è solo un esempio - senza una più complessiva critica dei processi politici, economici, sociali, di conoscenza tecnologica e scientifica, di evoluzione materiale e spirituale, legati a tale modello energetico. Il dato certo però è che esso oggi arriva alla naturale insostenibilità per la disponibilità delle risorse, per la capacità ricettiva del pianeta e per la qualità della vita e dello sviluppo connessa.

Tuttavia anche quando ragioniamo di potenza ed energia solare, direttamente o nelle altre sue espressioni del rinnovabile, lo facciamo sempre secondo questa visione: come cioè continuare a sostenere questo, insostenibile, modello energetico.

Il sole richiama invece una fondamentale rottura, un’inversione radicale rispetto al percorso energetico passato dell’umanità, che ha avuto il suo apice nel Novecento: passare dalla concentrazione di potenza alla diffusione capillare dei centri di produzione. La rivoluzione necessaria sta nella filosofia che lo spazio, la superficie del Pianeta è la fonte fondamentale dell’energia per l’umanità. Se per la sua casa, per la sua mobilità, per il suo sostentamento, per le sue funzioni produttive, sociali e collettive, per ogni sua attività l’uomo si serve dello spazio, perché non deve servirsene (lo fa solo nella logica delle grandi concentrazioni) anche per la risorsa prima, essenziale per tutte le altre attività: l’energia? Qui sta la questione vera, di fondo, la sfida dell’umanità per il suo futuro e per quello del Pianeta. La domanda centrale che ci si potrebbe porre, ovvero il grande dubbio sulla credibilità e percorribilità di tale percorso, è tutta relativa all’ordine di grandezza dello spazio utilizzato per l’energia rispetto alle altre funzioni.

Rinuncerebbe qualcuno alle strade? Sicuramente no: e allora misuriamo il consumo di spazio per l’energia in relazione a quello occupato da esse, facendo riferimento all’Italia. La rete stradale italiana extraurbana ha un’estensione di circa 180mila chilometri[2]; per una larghezza media impegnata per la sede stradale di 10 metri, si ha una superficie impegnata di 1.800 kmq. Consideriamo il dato di 50 MegaWatt di potenza per chilometro quadrato di ricettore solare[3]: la potenza equivalente del sistema strade risulta essere di 90.000 MW, ossia circa il doppio sia in potenza che in energia elettrica del fabbisogno italiano[4]. Discorsi similari possono naturalmente farsi ad esempio per tutti gli altri campi di uso del territorio, dalla rete ferroviaria ai metanodotti. Si può immaginare, a livello internazionale, quanto consumo di suolo, ovvero quanta energia solare equivalente si avrebbe per il metanodotto che porta il gas dalla Siberia all’Italia?

Ma il dato più sorprendente - tanto sorprendente da richiedere la verifica della verifica per essere certi di non sbagliare - è relativo proprio al sistema di produzione dei megaimpianti, alle isole di potenza come vengono definite in gergo tecnico. Le isole di potenza richiedono necessariamente le grandi linee elettriche di trasmissione ad altissima e alta tensione: 380 kV e 220 kV. La lunghezza della rete elettrica italiana (dati TERNA) a 380 kV è di circa 10.000 km, quella a 220 kV è di circa 12.000 km. Mantenendo il dato di sicurezza generalmente accettato di 0.2 microtesla, si ha una distanza di sicurezza dalla linea di 150 metri per la linea a 380 kV e di 100 metri per la linea a 220 kV, corrispondenti in totale (a destra e sinistra della linea) rispettivamente ad almeno 300 e 200 metri. Questo significa che la superficie del suolo italiano compromessa, cioè non utilizzabile se non con gravissimi e riconosciuti rischi, è pari ad almeno 5.000 kmq, che in termini di potenzialità solare è pari a 250.000 MW, ossia cinque volte l’intera potenza oggi richiesta dalla rete elettrica e un’energia producibile pari a tutta l’energia consumata in Italia da ogni fonte! Poiché in un sistema di tipo solare non sono ipotizzabili isole di potenza, il sistema delle grandi linee di trasmissione non avrebbe più ragione di esistere: con l’equivalente della superficie compromessa dalle sole grandi linee di trasmissione si produrrebbe, con un sistema solare, tutta l’energia necessaria all’Italia di oggi! Questo dato indica da una parte il pessimo e rischioso uso del territorio che è stato attuato e dall’altra quanto facile e percorribile potrebbe essere l’impiego del solare.

Appare del tutto chiaro che l’inerzia del sistema materiale ma anche immateriale del pensare comune oggi esistente richiama comunque anche la ricerca di soluzioni capaci di rispondere quali alternative credibili al sistema energivoro e accentratore di oggi. Di qui la necessità di attivarsi lungo tutte le prospettive del solare, da intendersi sempre nell’accezione globale anche delle espressioni naturali del rinnovabile. E cioè piccoli, medi e grandi impianti: la realizzazione di grandi potenze solari, ad esempio intorno ai 50 MW, con il sistema termodinamico[5] di Carlo Rubbia, va decisamente nella direzione della radicale inversione del modello rispetto alla fonte energetica e all’entità ed è allo stesso tempo la manifestazione della concretezza della realizzazione.

Con il solare, l’energia consumata oggi non ha alcuna conseguenza su quella disponibile domani: è la differenza di fondo tra le fonti rinnovabili e quelle non rinnovabili. E sul piano della quantità disponibile essa è illimitata. Ma, per la diretta e ineludibile correlazione che li lega, ha il suo limite nella limitatezza dello spazio fisico del territorio, locale o globale, e nella necessità che tale spazio fisico abbia la migliore funzione possibile, per l’uomo come per la biodiversità. La coscienza della preziosità dell’energia e la conseguente razionalizzazione e ottimizzazione della sua produzione e del suo uso costituiscono perciò un percorso fondamentale dell’umanità e permeano l’identità di una nuova civiltà: la Civiltà del Sole.

Nella Civiltà del Sole la città respira come da natura e cresce la bellezza della sua immagine: scompaiono gli orrendi, rischiosi e malsani scenari di raffinerie, depositi di combustibile e megalitici impianti, e i tetti da semplici e spesso orride coperture diventano luoghi verdi, rigeneratori di ossigeno, fonti energetiche. La campagna e l’agricoltura ritrovano l’identità perduta, generatrice e non distruttrice di risorse. Cambiano urbanistica e architettura del nuovo: case, fabbriche e luoghi sociali sono progettati e costruiti per essere energeticamente autosufficienti. Contro gli sprechi cambiano i materiali e le tecnologie impiegate. Cambiano la mobilità e il trasporto, privato e pubblico, riformulati sul solare e sulle sue derivazioni. Crescono, con la specifica tecnologia, la capacità rigenerativa di materia, il ricircolo, la sinergia e la simbiosi anche funzionali con la depurazione delle acque. Un’identità nuova del lavoro e della sua funzione sociale e collettiva trova nella rivoluzione del solare una grande centralità, un fondamentale riferimento per un immanentismo filosofico, ideale, progettuale anche di nuova formulazione economica. L’intera economia si libera dai vincoli del ricatto e della dipendenza dal mercato del combustibile e delle fonti energetiche, e lo scambio internazionale si attiva non sui vincoli della bilancia commerciale e sulla speculazione monetaria ma sull’interesse reciproco e solidale.

Le comunità locali, anche in identità semplici e familiari, diventano i fattori delle scelte, con la capacità di acquisire quella giusta energia sufficiente per le proprie necessità, di scambiarsela a bassa tensione per non restarne mai prive con le altre comunità vicine in una rete di comune, reciproco interesse. A regime, ai cittadini, alle famiglie, alle aggregazioni sociali e collettive, alle scuole, agli ospedali, ai luoghi di produzione e di lavoro, arrivano bollette dell’energia nelle quali il costo del combustibile è sempre zero, perché è la natura che lo dona a tutti, e sono da recuperare le sole spese di esercizio e manutenzione.

Nella Civiltà del Sole non hanno più ragione d’essere né le lobbies nucleari, né le grandi guerre, militari, politiche ed economiche per l’oro nero e il gas naturale, né i potenti magnati che le gestiscono: immani sono gli interessi a essi legati e immane è conseguentemente il sistema di ricatto, di corruzione e di persuasione sull’insostituibilità dell’attuale sistema produttivo ed energetico. Questa è la ragione universale che impedisce la transizione e l’affermazione della Civiltà del Sole.

Maggio 2010



[1] Iliade di Omero nella traduzione di Vincenzo Monti, Libro XVIII.

[2] Ho considerato per questo calcolo teorico: le autostrade (km. 6.588); le strade statali (km. 19.921); le strade regionali (km. 37.771); le strade provinciali (km. 118.892). I dati sono riferiti all’anno 2007. 

[3] Si fa riferimento agli impianti in fase di realizzazione in Spagna. Andasol 1, la prima centrale a energia solare prodotta da specchi parabolici, realizzata vicino a Guadix nella provincia di Granada (Spagna), è stata inaugurata nel dicembre 2008. La seconda centrale Andasol 2 è entrata in funzione nel 2009, la terza Andasol 3 nel 2011. Gli impianti hanno ciascuno una potenza di 50 MW, per una potenza complessiva di 150 MW.

[4] L’Italia ha bisogno mediamente di circa 39.100 MW di potenza elettrica lorda istantanea (37.500 MW di potenza elettrica netta istantanea). (Dati Terna del 2012) 

[5] Un impianto solare termodinamico (anche noto come centrale solare a concentrazione o centrale solare termoelettrica) è una centrale elettrica che sfrutta come fonte energetica la radiazione solare, accumulandola sotto forma di calore per mezzo di tecniche di concentrazione solare. Deve il suo nome al fatto che, alla fase di captazione dell’energia solare incidente, già presente nei comuni impianti solari termici, aggiunge un ciclo termodinamico per la trasformazione dell’energia termica raccolta in energia elettrica, tramite un gruppo turbina a vapore più alternatore, come avviene nelle comuni centrali termoelettriche. La grande rivoluzione rispetto all’altra tecnologia solare di generazione elettrica (fotovoltaico) è la possibilità di produzione di elettricità anche in periodi di assenza della fonte energetica primaria, durante la notte o con cielo coperto da nuvolosità, grazie alla possibilità di accumulo del calore in appositi serbatoi.