Il territorio, limitato e prezioso, e la Civiltà del Sole

Se per le risorse, soprattutto l’energia e in parte la materia, pur in assenza di una radicale svolta, da anni si sta sviluppando un significativo dibattito, locale come mondiale, decisamente basso è il livello di riflessione riguardo alla limitatezza del territorio e alla conflittualità dei diversi suoi usi e consumi generata da tale limitatezza. L’approccio a esso, culturale, politico, istituzionale e produttivo, è ancora oggi generalmente quello di considerarlo una superficie illimitata sulla quale scaricare bisogni e interventi: lo è nella filosofia delle discariche per i rifiuti, lo è per la mobilità, lo è per il più nobile Piano Casa, lo è per le stesse attività sociali, culturali e produttive; potrebbe divenirlo addirittura per l’unica soluzione energetica sostenibile per il Pianeta, cioè quella solare, sulla quale necessariamente dovrò tornare nel seguito del presente contributo.

In tale logica, con espedienti vari, si muove spesso anche l’urbanistica più avanzata. Le recenti varianti al Piano Urbanistico di Napoli, generale e per la zona occidentale, sono esempi emblematici: scorporando il costruito dal libero si sottrae nuovo territorio alla complessiva disponibilità, avvicinando sempre più la realtà territoriale alla saturazione, al limite fisico, e realizzando tale processo con la parvenza di indici edificatori ambientalisti. Lo stesso indicatore dell’impronta ecologica[1], esprimendo l’impatto ambientale in termini equivalenti di «area biologicamente produttiva di mare e di terra necessaria per rigenerare le risorse consumate da una popolazione umana», dà significativamente il senso dell’insostenibilità del modello di sviluppo e dello stile di vita, ma non entra nel merito proprio del territorio, della sua identità, del suo uso e consumo e dell’evoluzione di essi. Eppure tali dati sono essenziali per ogni scelta, abitativa, produttiva e culturale.

Solo negli ultimi tempi si sono attivati sia una nuova discussione sia un significativo e qualificato movimento quale la rete dei comitati Stop al Consumo di Territorio, con un proprio manifesto.

Alla visione di una base materiale su cui scaricare qualsiasi intervento o interesse bisogna contrapporre un’identità del territorio, e cioè il suo essere oggi quale risultato dei processi naturali e dei rapporti dell’uomo con esso e delle azioni su di esso svolte. Se mi si consente di chiamare culturali i processi naturali, potrei definire un determinato territorio come l’esito culturale dell’azione natura-uomo avente a oggetto quel determinato spazio fisico della Terra. Ciò implica una visione complessiva e complessa, ricca e articolata, un sistema di armonie e disarmonie, vincoli e potenzialità per ogni interpretazione e scelta che al territorio si intende applicare. Esso non è cioè un aspetto di una questione, un settore, ma è l’insieme a cui riferire ogni idea e attività materiale, di conservazione, di modifica o di radicale trasformazione.

La sostenibilità dello sviluppo, la biodiversità, la tutela dei significati e dei valori della storia dell’uomo hanno conseguentemente la verifica proprio ed esclusivamente nel come si pensa al territorio e nel come si interviene su di esso.

Risultano così evidenti le contraddizioni tra le enunciazioni e i proclami da una parte e dall’altra la realtà degli interventi e gli interessi veri portati avanti. Si sta per concludere il 2010, dichiarato dall’ONU Anno Mondiale della Biodiversità: innumerevoli sono stati a livello mondiale, europeo, nazionale e regionale, gli incontri e i convegni per la sua salvaguardia. Ma il bilancio delle aree protette, delle foreste, dei boschi, e cioè del territorio riservato alla biodiversità è forse aumentato in questo anno? Non vi sono dati ufficiali del 2010, ma tutti i segnali, le linee di tendenza, nazionali come mondiali, vanno nella direzione opposta. Continua la deforestazione per quantità impressionanti, ma ci si consola introducendo la diminuzione del tasso di deforestazione, il che non significa aumento o stabilizzazione del territorio forestale, ma semplicemente una riduzione relativa minore rispetto all’anno precedente: ovvio, potremmo dire, perché più si riduce l’area forestale meno ce n’è per la deforestazione!

Nell’approccio al territorio non si può perciò che partire da questa consapevolezza: ogni scelta e ogni intervento hanno influenza su tutto il resto del sistema territorio, in rapporto alla spazialità di riferimento. In questo senso non si può non condividere pienamente quanto indicato nella premessa del manifesto Stop al consumo di territorio: «Un cancro che avanza ogni giorno, al ritmo di quasi 250mila ettari all’anno. Dal 1950 a oggi, un’area grande quanto tutto il Nord Italia è stata seppellita sotto il cemento. Il limite di non ritorno, superato il quale l’ecosistema Italia non è più in grado di autoriprodursi, è sempre più vicino. Ma nessuno se ne cura. Fertili pianure agricole, romantiche coste marine, affascinanti pendenze montane e armoniose curve collinari, sono quotidianamente sottoposte alla minaccia, all’attacco e all’invasione di betoniere, trivelle, ruspe e mostri di asfalto.» Riflessioni importanti vanno invece fatte rispetto sia all’impostazione generale che al rischio di alcune pericolose derive.

Io credo che sia riduttiva l’impostazione relativa alla sola difesa del territorio non cementificato. Il territorio non può che essere visto nell’accezione complessiva di una pianificazione globale delle scelte e delle destinazioni d’uso, in cui - è bene ribadirlo per evitare interpretazioni distorte - lo stop al suo consumo cementificatorio deve essere fondamentale, ma in cui è possibile e assolutamente necessario compiere una grande battaglia per ampliare la qualità globale dell’intero territorio, agendo sia dentro al costruito che all’esterno di esso.

Naturalmente la realtà è diversa per ogni territorio, e questa è un’altra caratteristica da tenere fortemente presente nella riflessione: ciò che si dice riguardo a un territorio non necessariamente vale per un altro. Un esempio: all’esterno di conurbazioni per molte direttrici senza soluzioni di continuità - come quella di Napoli-Caserta - vi sono grandissime aree di mal costruito, di abusivo e soprattutto di discariche legali e illegali di rifiuti tossici e nocivi: possono tali ambiti porsi come stop all’intervento o devono invece acquistare una valenza centrale per la globale riqualificazione? La risposta è ovvia, ma va data con estrema chiarezza. Come con estrema chiarezza va posta la questione del recupero ambientale di territori interni al costruito generati, ad esempio, dalla dismissione delle grandi aree industriali.[2]

Connessa poi a una significativa parte del citato manifesto Stop al consumo di territorio vi è una deriva, a mio parere molto ambigua, per certi aspetti rischiosa: un’opposizione (che in taluni casi appare quasi ideologica) al solare e più in generale alle fonti rinnovabili, che finiscono per essere considerate quali la causa prima dell’aggressione al suolo agricolo. La questione è sicuramente molto complessa e ha in sé elementi oggettivi che richiedono attenta riflessione: tale posizione tuttavia appare quasi dettata dalle lobbies dei combustibili fossili e del nucleare, e risulta comunque funzionale a esse, se non chiarita fino in fondo.

E’ evidente il grande valore culturale della presa di posizione dei Francescani di Assisi contro il parco fotovoltaico di Piandarca di Cannara (PG), nei pressi cioè del luogo dove, secondo la tradizione, San Francesco si fermò a predicare agli uccelli: «La comunità francescana valuta favorevolmente ogni sforzo che si sta compiendo nel nostro tempo per la ricerca e realizzazione di fonti alternative di energia. Ma non può accettare che gli strumenti tecnologici che la producono vengano a deturpare ambienti che da secoli rappresentano la bellezza del Creato, così tanto amato e cantato da San Francesco.» Come si può essere contrari a tale affermazione?

Ma sicuramente molto preoccupanti sono titoli di manifesti, volantini e incontri quali:

«A tutti coloro a cui sta a cuore la sopravvivenza del genere umano… che pensano che non ci si possa nutrire di silicio.» (Elena Tagliaferri, consigliera IdV Zona 7 Milano)

«Turisti aiuto! Salviamo il Salento dalla devastante bugia delle rinnovabili!» (Forum Ambiente e Salute del Salento)

«Rinnovabili: basta ipocrisie, basta milioni di euro alla speculazione! Il Far West energetico continua a ipotecare migliaia di ettari di territorio senza alcuna sostenibilità ambientale. La LIPU rilancia le verità oscurate.» (Lipu Delegazione Puglia)

«Terra rubata alla terra.» (Andrea Marciani, Circolo Legambiente Manciano, Grosseto) 

Sono preoccupanti non per i contenuti della locale iniziativa contro l’installazione di pannelli fotovoltaici, del tutto condivisibili - dalla lotta degli agricoltori del nord-ovest milanese e dalla tutela del bel Salento e delle fertili pianure del grossetano, all’attivazione contro la compromissione di risorse territoriali di inestimabile valore (biodiversità, assetto urbanistico, paesaggi, identità culturali, storia e archeologia) - ma per il messaggio generale che essi danno riguardo al solare e alle fonti rinnovabili.

Fatte salve le comuni dichiarazioni e volontà di un grande impegno per il risparmio energetico, quale risposta darebbe ciascuno dei soggetti dei precedenti esempi per coprire il fabbisogno energetico soggettivo e collettivo? Qui sta la vera questione delle fonti rinnovabili e del loro rapporto con il territorio. Per certi aspetti la risposta del Comitato Salute e Ambiente del Salento è la più chiara, quando si fa riferimento a «una Puglia che già produce oltre l’80% del proprio fabbisogno in energia elettrica»: il che sta a significare la continuità dell’uso delle fonti fossili e potenzialmente il passaggio al nucleare, o anche la completa assimilazione delle fonti rinnovabili all’attuale modello energetico.

Ma veniamo al nodo di fondo, cioè all’idea generale sul consumo di suolo indotto dalle rinnovabili, che probabilmente porta gruppi veramente ecologisti e impegnati nella tutela del territorio a schierarsi contro o in maniera critica rispetto al loro utilizzo. Si premette naturalmente che - come innumerevoli volte ribadito da noi ecologisti - è assolutamente necessario cambiare, riducendo radicalmente la quantità di energia consumata, eliminando gli sprechi e modificando la qualità dello sviluppo. Ma ferma restando anche la quantità di energia oggi prodotta e consumata, per la sua copertura con le fonti rinnovabili è facile intuitivamente pensare - la propaganda avversaria si muove fortemente in tale direzione - che occorrerebbe un consumo di suolo maggiore, anzi molto maggiore rispetto a quello impiegato oggi. Nulla di più falso e ingannevole! Ho già dimostrato con un semplice calcolo[3] come, ad esempio, con il solo spazio oggi occupato, nel silenzio generale, dalle linee elettriche di trasmissione ad altissima e alta tensione (380 kV e 220 kV) - indissolubilmente legate alle isole di potenza, cioè ai megaimpianti termoelettrici e ovviamente anche idroelettrici - si risolverebbe solarmente l’intero fabbisogno energetico nazionale. Le linee elettriche di trasmissione attraversano poi aree urbane e agricole di grande pregio, parchi e aree protette dall’immensa biodiversità, fiumi e paesaggi. Il solare è dunque la via maestra per salvare tutti i valori propri del territorio.

Ma certo ciò non avviene se si opera nella logica dei megaimpianti. Il rischio, in realtà, è che si generi una questione per certi versi analoga a quella dei rifiuti: come riguardo a questi si pretende di trovare soluzioni al di fuori della propria comunità, così ci si dichiara favorevoli all’energia solare, la si vuole per sé, ma purché venga da altro territorio. La risposta è invece sempre la stessa: in rapporto al proprio territorio chi produce i rifiuti deve preoccuparsi di valorizzarli; parimenti in rapporto al proprio territorio i fabbisogni energetici vanno soddisfatti come la natura (il sole) consente.

Tale filosofia rafforza la coscienza di come il territorio sia limitato e prezioso, nell’identità della sua biodiversità, della sua cultura e delle sue potenzialità: è la filosofia dell’ottimizzazione, anche scientifica e tecnologica, dell’uso del territorio (che, ad esempio, nel campo del fotovoltaico chiede di valorizzare le immense superfici già disponibili ad accogliere il sole, prima di realizzare nuovi impianti a terra); è la filosofia della partecipazione attiva e diretta dei cittadini alle scelte della comunità riguardanti il territorio della propria vita.

Dicembre 2010



[1] L’indicatore impronta ecologica è utilizzato per valutare il consumo umano di risorse naturali rispetto alla capacità della Terra di rigenerarle. Essa misura l’area biologicamente produttiva di mare e di terra necessaria a rigenerare le risorse consumate da una popolazione umana e ad assorbire i rifiuti prodotti. Per calcolare l’impronta ecologica si mette in relazione la quantità di ogni bene consumato (ad esempio cereali, carni, frutta, verdura, legumi, ecc.) con una costante di rendimento espressa in kg/ha (chilogrammi per ettaro). Il risultato è una superficie espressa quantitativamente in ettari. Il concetto di impronta ecologica è stato introdotto da Mathis Wackernagel e William Rees nel loro libro Our Ecological Footprint: Reducing Human Impact on the Earth, pubblicato nel 1996. A partire dal 1999 il WWF aggiorna periodicamente il calcolo dell’impronta ecologica nel suo Living Planet Report.

[2] Non è stata, in tal senso, una gravissima dimenticanza da parte della Giunta di centro-sinistra di Bassolino non vedere le immense potenzialità di verde a est e a ovest e per l’intero arco attorno a Napoli, per realizzare una grande cintura verde (anche con prezioso suolo agricolo) attorno alla città, alternativa rispetto al previsto, immane sacco (legalizzato) di cemento, che ancora oggi si potrebbe bloccare?

[3] Si veda lo scritto La Civiltà del Sole.