L’autosufficienza energetica delle città nella Civiltà del Sole: il caso Napoli

L’insostenibilità dello sviluppo sostenibile si manifesta su due grandi direttrici:

- l’insufficiente ricettività del Pianeta a fronte dell’enormità e della natura delle risorse consumate, con le drammatiche - potenzialmente catastrofiche - conseguenze sull’effetto serra, sul clima e sulla vita stessa del Pianeta;

- l’indisponibilità di tali risorse già da oggi - e in maniera fortemente crescente per le generazioni future, per il loro prossimo esaurimento - che porta alla ricerca disperata di tali fonti in luoghi impensabili, come gli abissi del mare o aree di massima tutela ambientale, totalmente incontaminate fino a meno di un decennio fa.

Questo contributo vuole stimolare una riflessione, cominciando a introdurre ipotesi di natura complessiva su una questione che - pur particolare rispetto alla critica di fondo, alla dimensione universale, al pensiero generale dell’insostenibilità - assume una rilevanza fondamentale per il futuro prossimo delle città e, più complessivamente, delle grandi aggregazioni urbane.

Con lo sviluppo della civiltà del petrolio, o meglio delle fonti fossili, si sono sempre più affermati non solo il modello e la sua concreta materializzazione, ma anche l’idea, un pensare consolidato, che il soddisfacimento del fabbisogno energetico dovesse e potesse essere realizzato con energia estratta o prodotta in luoghi lontani. Da una parte si sono avute petroliere e navi per il trasporto del carbone sempre più grandi, oleodotti e gasdotti anche di decine di migliaia di chilometri, megaimpianti termoelettrici di produzione di energia elettrica; dall’altra, vicino alle città - fino a quando ve n’è stata la convenienza - si sono realizzate grandi aree di raffinazione e innumerevoli serbatoi di stoccaggio, per le diverse qualità e funzioni richieste.

Col ridursi e poi l’esaurirsi delle fonti fossili, tali sistemi, modelli e organizzazioni non potranno chiaramente più sussistere. Nelle ipotesi ottimali di massima disponibilità delle fonti fossili, queste dureranno ancora per alcuni decenni, sicuramente meno di mezzo secolo[1]. Due, tre decenni, come mezzo secolo, continuando nel modello attuale di sviluppo, possono risultare fatali per il superamento della criticità della capacità ricettiva del Pianeta, facendolo entrare nel circuito dell’irreversibilità per la conservazione del suo attuale sistema vitale, ma rappresentano tempi brevissimi rispetto all’enormità del volano del sistema energetico e alla capacità di intervenire su di esso per modificarlo.

Eppure sembra lontana da ogni programmazione, anche nelle aree politiche e istituzionali più sensibili, la questione del pur necessario cambiamento. Entrando in crisi l’impiego delle fonti fossili - sia per scelta (come noi della Civiltà del Sole auspichiamo), sia per necessità - entreranno allora in gioco, non più in maniera marginale e aggiuntiva ma come essenza del soddisfacimento del nuovo modello energetico, le fonti rinnovabili, il solare nell’accezione globale del termine.

Pur avendo la consapevolezza delle oggettive difficoltà, degli enormi limiti e problemi nella delineazione oggi di questo nuovo modello, che vanno dall’evolversi positivo delle conoscenze e delle tecnologie applicative del solare fino al modello urbano, abitativo, della mobilità e dei trasporti, possiamo però ritenere che l’autosufficienza energetica territoriale sia la necessaria, ineludibile essenza, il fondamento di tale modello. Affermiamo ciò pur considerando, per la fase di transizione e per tempi anche più lunghi, una componente di continuità col vecchio modello dell’alimentazione a distanza, anche attraverso la trasformazione in reti intelligenti delle attuali linee di trasmissione elettrica.

Appare chiaro come sia estremamente facile soddisfare l’ autosufficienza energetica per le piccole utenze (case isolate, piccoli insediamenti, piccoli luoghi produttivi), e come progressivamente crescenti siano le difficoltà quando le utenze diventano più grandi, dalle linee di trasporto su ferro ai grandi centri di produzione, alle città: ciò soprattutto nella filosofia fondamentale della Civiltà del Sole, e quindi nella consapevolezza della preziosità e della limitatezza del territorio, dei suoi valori e della necessità di un suo uso ottimale, in funzione della tutela della biodiversità, dell’agricoltura e del verde nell’accezione più globale.

Come dare risposta nella Civiltà del Sole al fabbisogno energetico (non solo elettrico) dei centri abitati, delle città, e non solo per la residenza, è perciò questione fondamentale. La risposta, naturalmente, può e deve essere sempre congrua, totalmente coerente col principio dell’uso plurimo del territorio. Di certo un primo contributo può facilmente venire dall’interno dei centri abitati stessi così come dai luoghi della produzione, sia come risparmio di energia, migliorando la qualità e la vivibilità dei luoghi stessi, sia come produzione diretta di energia mediante l’uso delle superfici occupate da tali realtà (ad esempio, solai di copertura e parcheggi). Ma il rapporto tra spazio abitativo o produttivo occupato e potenzialità solare per l’autosufficienza energetica è di sicuro fortemente insufficiente. Non può, peraltro, essere sottovalutata la potenziale sottrazione di spazio da parte del solare alla città verde, costituita dall’insieme del verde realizzato sulle coperture degli edifici, che ha un ruolo di grande importanza, oltre che per la qualità visiva e per l’aspetto della città, nell’attenuazione degli effetti delle isole di calore costituite dai grandi insediamenti abitativi, nella generazione di ossigeno e come contributo alla riduzione della CO2 e dell’effetto serra.

Ancor prima di parlare della realizzazione di nuovi insediamenti, per i quali comunque è atto dovuto l’autosufficienza energetica, nell’uso plurimo del territorio è necessario programmare la copertura energetica solare della città esistente. E’ indispensabile, quindi, che siano riscritti i piani regolatori e territoriali, avendo presente questa prioritaria esigenza. Per molte realtà bisogna farlo subito, prima che si dia avvio a scelte già programmate tali da sottrarre preziosi spazi che oggi sarebbero ancora destinabili a questa fondamentale funzione. Non farlo oggi significherebbe, in un futuro prossimo, dar vita a una violenta aggressione al territorio, all’agricoltura e alla biodiversità, giustificata da impellenti e irrinunciabili esigenze della collettività, cioè dalla disponibilità di energia.

Naturalmente non è solo questa la direzione verso la quale cercare soluzioni, ma sicuramente grande rilevanza assumono le vastissime aree addirittura già ex energetiche o ex produttive inquinanti dismesse attorno alle città. Esse, infatti, si prestano sicuramente a importanti considerazioni, per avviare storici processi nella direzione dell’autosufficienza energetica, in uno coll’uso plurimo del territorio.

E’, ad esempio, il caso di Napoli, che ha registrato dismissioni sia a occidente (ex area produttiva dell’acciaio ma anche dell’eternit) sia a oriente (l’immensa area di raffinerie e depositi petroliferi). Entrambe le aree sono oggi ancora funzionalmente disponibili per scelte decisive per la città, anche se pesantissima è l’ipoteca, che deriva dalle scelte urbanistiche fatte, di una nuova, abnorme e selvaggia cementificazione. E’ ovvio che, in una corretta pianificazione, non necessariamente le due grandi aree disponibili debbano seguire lo stesso percorso, per quantità e qualità delle scelte, ivi comprese quelle energetiche.

Avviamo perciò la riflessione[2] dalla disponibilità dell’ex area petrolifera a est della città. Naturalmente la presenza nella zona orientale di Napoli di una conurbazione senza soluzione di continuità (eccetto proprio il vuoto dell’area ex petrolifera da risanare), comprendente grandi città come Portici e San Giorgio a Cremano, in una pianificazione globale e concreta pone la necessità di un raccordo organico delle scelte fatte per Napoli con quelle riguardanti tali città. La semplificazione relativa alla sola città di Napoli è dunque meramente funzionale alle riflessioni di fondo che qui si vogliono avanzare.

Napoli, in quanto Comune, ha circa un milione di abitanti. La città consuma globalmente all’anno poco meno di un milione di Tep (tonnellate equivalenti di petrolio), di cui 250.000 Tep come energia elettrica, 250.000 Tep come gas e 500.000 Tep come prodotti petroliferi. Rifacendosi alla famosa media dei polli (tenendo cioè presente chi ne mangia 100 e chi nessuno), ciò significherebbe all’incirca il consumo di 1 Tep/anno per abitante. Naturalmente questi consumi si basano su un modello di sviluppo energivoro, di massimo spreco, ed è quindi facile ipotizzare un modello di qualità globale totalmente diverso e migliore, con percentuali molto più basse di consumi: poniamo al 60%. Possiamo allora porre come possibile prospettiva: 600.000 Tep/anno totali di consumo, di cui 150.000 Tep di elettrico, 150.000 Tep di gas e 300.000 Tep di prodotti petroliferi.

Se consideriamo impianti termodinamici da 50 MW (come da progetto del premio Nobel Carlo Rubbia[3]) e rendiamo equivalente a tale potenza nominale la produzione di energia, possiamo dire che con la taglia Rubbia - che assumiamo come unità di misura, per cui chiameremo rubbia una quantità equivalente a 50 MW - abbiamo circa 20.000 Tep di produzione di energia annua. Con 8 rubbia copriamo abbondantemente tutto il fabbisogno elettrico di oggi della città di Napoli e con 30 rubbia il totale fabbisogno energetico della città di Napoli per ogni suo campo civile e produttivo.

Un rubbia necessita di un chilometro quadrato di superficie di esposizione solare; 8 rubbia necessitano di 8 chilometri quadrati e 30 rubbia di 30 chilometri quadrati. Se, dunque, parliamo di kmq di esposizione solare, possiamo dire che con 8 kmq possiamo soddisfare l’intero fabbisogno elettrico di Napoli e con 30 kmq l’intero fabbisogno energetico della città.

L’area orientale della città da bonificare e risanare, definibile come di riqualificazione e trasformazione urbana, è globalmente indefinita, ma in totale di gran lunga superiore ai 20 kmq. Solo per gli interventi indiretti sono stati individuati undici ambiti, per un’estensione complessiva di circa 1.470 ha (14,7 kmq). Ciò significa che, con poco più di metà di esposizione solare a fine energetico di tale area, si potrebbe soddisfare l’intero fabbisogno elettrico di Napoli e, se essa fosse interamente finalizzata a tale destinazione, la metà del fabbisogno energetico complessivo della città.

Tenuto conto che l’Ambito territoriale n. 13 (Ex Raffinerie), interessato dal progetto urbano previsto dalla Variante Generale al PRG di Napoli approvata nel 2004, ha un’estensione di oltre 400 ettari (4 kmq), con questa sola area - già energetica e fortemente inquinata - si soddisferebbe la metà dell’intero fabbisogno elettrico di Napoli.

Grandissima rilevanza assume poi la non emissione nell’atmosfera di una quantità di anidride carbonica pari a 260.000 tonnellate all’anno per il solo fabbisogno elettrico (quello che abbiamo sinteticamente chiamato 8 rubbia) e pari a poco meno di un milione di tonnellate all’anno nel caso di totale copertura del fabbisogno energetico della città con fonte solare, oltre all’abbattimento del pesante carico termico e di tutti gli altri inquinanti, dagli ossidi e acidi di zolfo e azoto alle polveri: un contributo fondamentale per contrastare l’effetto serra e la catastrofe climatica che sarebbe offerto, in tale ipotesi, dalla città di Napoli nonché un globale e naturale miglioramento del clima della città, relativamente a parametri quali temperatura e umidità.

Al centro della riflessione proposta vi è poi un’altra fondamentale questione: queste grandissime superfici di esposizione per captare l’energia solare sono forse sottratte ad altre importanti funzioni, servizi o necessità della città? La risposta è assolutamente no!

L’area di produzione di energia dal sole può e deve avere impieghi molteplici, che anzi - ed è questo un aspetto, una finalità di fondo, anch’essa di grande rilevanza - rispondono a diverse necessità di localizzazione e consentono di recuperare aree oggi compromesse e devastate da soluzioni caotiche, confuse, spesso abusive e illegittime, di saccheggio e di violenza del territorio, giungendo alla loro trasformazione in giardini, parchi e luoghi di socializzazione. Queste aree possono liberare la città dalla morsa della ristrettezza intrinseca alla sua origine e crescente col successivo sviluppo.

Sotto al piano delle superfici di solarizzazione, infatti, va programmato l’uso del territorio secondo i bisogni della città: 4, 8, 30 kmq che producono energia vitale e pulita per la città continuano a costituire immense aree da utilizzare a servizio della città. Ogni funzione, quindi, può essere correttamente programmata: dagli spazi espositivi ai parcheggi, dai depositi ai luoghi di conferimento della raccolta differenziata e del trattamento per molte delle sue componenti. Tutto ciò in un progetto di grande respiro, per cui ottenere spazio è un interesse rilevante anche del privato e costituisce un percorso importante per l’acquisizione di risorse finanziarie.

Naturalmente la grande quantità di superficie disponibile consente l’armonizzazione della copertura di una rilevante parte dell’autosufficienza energetica della città con la realizzazione di un grande parco verde nella zona orientale e col recupero del mitico Parco del Sebeto, battaglia storica del movimento ambientalista di Napoli.

Appare evidente, dunque, come la scelta della Civiltà del Sole - lungi dall’essere un’ipotesi teorica e utopistica - comporti invece immense ricadute sulla qualità e sulla rinascita della città nonché sulla questione del lavoro, inteso nel suo significato vero di creazione di benessere, di valori tutti positivi, principalmente per le future generazioni.

Agosto 2011



[1] Si veda nello scritto L’insostenibilità dello sviluppo sostenibile il paragrafo L’insostenibilità per la disponibilità delle risorse.

[2] Per una corretta lettura della riflessione proposta, è necessario chiarire che i dati riportati intendono far emergere compiutamente la ragione, la filosofia e la portata delle eventuali scelte. Il riferimento è perciò al generale e alla certezza d’incontestabili realizzazioni, quali ad esempio gli impianti Andasol in Spagna. Per le finalità poste al contributo non avrebbe senso introdurre la natura delle realizzazioni di captazione solare né l’impiantistica, né i potenziali soggetti attuatori.

[3] Carlo Rubbia (nato nel 1934) fisico italiano, vincitore del premio Nobel per la fisica nel 1984. E’ stato presidente dal 1999 al 2005 dell’ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile); in tale periodo ha varato il progetto Archimede per la realizzazione in Italia di una centrale solare termodinamica. A seguito di contrasti con quanti non erano disposti a finanziare tale nuova tecnologia la sua attenzione si sposta in Spagna, dove collabora con il CIEMAT (centro di ricerca sull’energia, l’ambiente e la tecnologia) come consigliere speciale per la ricerca in campo energetico, contribuendo alla realizzazione degli impianti Andasol della potenza di 50 MW. La centrale solare termodinamica Archimede è stata successivamente realizzata a Priolo Gargallo (SR) e inaugurata il 15 luglio 2010. Si tratta di un impianto di piccole dimensioni, capace di produrre all’incirca 5 MW di potenza elettrica per soddisfare il bisogno di 4.000 famiglie.