Intendere il progresso

La creazione delle miniere artificiali di plutonio, le miniere dell’innaturale, costituite dai reattori nucleari dell’uranio, l’estremo elemento della natura sulla Terra, definisce necessariamente uno spartiacque fondamentale nella storia dell’uomo, su ogni piano, a partire da quello del pensiero, della filosofia. In tutto il percorso della sua esistenza, fin dai lontanissimi progenitori, gli ominidi, l’uomo ha creato innumerevoli applicazioni, di ogni specie e per ogni funzione, semplici ed estremamente complesse, dalla pietra scheggiata ai computer dalle molteplici funzioni, trasformando la materia fisicamente e chimicamente; ma tutte queste trasformazioni sono sempre avvenute nell’ambito degli elementi naturali, cioè dei 92 elementi della tavola di Mendeleev, dall’idrogeno (numero 1) appunto all’uranio (numero 92). Tutto ciò che è oltre l’uranio - corriamo ormai verso il 26esimo elemento transuranico, l’ununoctio, numero atomico 118, peso atomico 314 u[1] - per le conseguenze che può avere proprio sulla natura del nostro Pianeta, fino alla sua totale distruzione per molte volte (dieci, cento, forse più di mille volte), è contro natura, nemico della natura. Tutto ciò che è oltre l’uranio è nemico dei prati di margherite, dei fiori di camomilla, delle innumerevoli specie di orchidee dalle variopinte forme e colori, delle lucciole che illuminano i campi e le vie di campagna nelle notti di luna nuova, dei cuccioli gioiosi di ogni specie animale, del cielo, della terra e delle acque, dei canti d’amore di Saffo e Catullo, dei colori di Giotto e Leonardo: è nemico della specie umana e della biodiversità. Andando oltre la natura l’uomo trascina difatti nella sua corsa verso la catastrofe tutto ciò che fa della Terra il pianeta della vita e l’intera sua storia.

Questo è incontestabilmente vero: chi potrebbe mai negare i dati, tutti scientifici, della potenziale catastrofe? L’unica speranza, che diventa improvvida certezza, è che tutto resti solo come rischio, come possibilità che, come per un fato positivo insito nell’esistenza stessa dell’uomo, mai si verificherà. E questa inconscia certezza è alla base dell’idea di progresso, della positività che accompagna unidirezionalmente il cammino umano: il dogma per cui il dopo è migliore del prima. Questa inconscia certezza, questo dogma oscura la riflessione, impedisce di ragionare: è radicato profondamente dentro ognuno di noi, almeno nel mondo occidentale.

Eppure la condizione dell’oggi nel suo complesso dovrebbe invece farci porre con urgenza la questione di una riflessione globale sul progresso.

Da vecchio, quale sono, potrei iniziare: erano migliori, davano più felicità le lettere d’amore - con la passione per scriverle belle e appassionate, la ricerca delle parole, la stessa scelta del foglio su cui scriverle, la cura nella spedizione, l’attesa del loro arrivo, la tristezza per la loro mancanza, la gioiosa fantasia e immaginazione della loro lettura - oppure i rapidi messaggi di comunicazione d’amore in tempo reale? E’ migliore, più umano il facebook del confronto, la sua riduzione-sintesi a mi piace, a uno, dieci, cento e più aderenti a un gruppo oppure il confronto tenace, appassionato, diretto tra persone, donne e uomini, che si organizzano per incontrarsi e guardarsi negli occhi, per capire al di là delle parole la sincerità del dire e dell’ascoltare? L’e-mail, il messaggio, la chat non stanno forse sostituendo anche la stessa comunicazione telefonica in cui ascolti la voce, i suoi toni, le emozioni dei suoi cambiamenti?

Naturalmente, dicendo ciò, ho piena consapevolezza del mio errore di fondo nel porre la questione in un confronto su quale sia la migliore tra le due forme di comunicazione, giacché io stesso non potrei comunicare senza il nuovo, e appare evidente quanti innumerevoli nuovi spazi di comunicazione e nuovi rapporti vengono a crearsi. Ma allo stesso tempo avverto come alto sia il rischio che il virtuale sostituisca il reale, il tecnologico cancelli l’umano, nel qual caso non si potrebbe certo dire che l’umanità abbia progredito nella sua comunicazione, nel relazionarsi degli uni con gli altri. Penso perciò quanto importante sia invece la capacità dell’uomo (da porre come fondamento stesso della sua educazione e della gestione delle tecnologie per la comunicazione) della conservazione, memoria e pratica della sua relazionalità naturale, non riducendola perciò a linguaggi, percorsi e metodologie che possono condurre a una sua alienazione, a una perdita irreversibile della ricchezza del suo essere. Aprire una riflessione su questo aspetto, non a livello di studi universitari, di tecnici o di sociologi - naturalmente pure di grande importanza - ma a livello delle persone comuni come noi, sicuramente è una questione di grande rilevanza per il nostro essere sociale.

La comunicazione è difatti parte fondamentale del modello di società, e richiama la riflessione più generale sul progresso della società e della singola persona nella società.

La prima fondamentale riflessione che occorre fare è relativa a quali parametri e a quali categorie possiamo fare riferimento per valutare l’oggi rispetto al passato e al possibile futuro che l’oggi può generare; contestualmente dobbiamo domandarci se sia corretto valutare il tutto come se l’umanità fosse - il che assolutamente non è - composta in modo omogeneo, in ogni sua unità o aggregazione territoriale e politica, per condizione economica, sociale e culturale, e per l’impatto che ha sul Pianeta e sulla biodiversità.

Se facciamo riferimento - perché non dovremmo per i contenuti di fondo dell’identità della società? - alla mitica Età dell’oro delle Metamorfosi di Ovidio, non possiamo non avvertire un enorme regresso dell’umanità, e non certo sul piano del soddisfacimento dei soli bisogni materiali: «Senza bisogno di leggi, si onoravano la lealtà e la rettitudine. Non c’erano pene a incutere paure. [...] Né elmi, né spade c’erano: senza bisogno di soldati, i popoli vivevano tranquilli in molli ozi. E la terra non obbligata [...] non squarciata [...] produceva ogni cosa da sé, e gli uomini si accontentavano dei cibi creatisi spontaneamente.»

Seguì poi l’Età dell’argento, «più scadente di quella dell’oro, ma di pregio maggiore del fulvo bronzo», d’indole questa «più crudele, e più pronta a usare le orribili armi; scellerata, però, non ancora». L’ultima - quella attuale - fu l’Età del ferro duro: «di tempra peggiore, irruppe ogni empietà; fuggirono il pudore, la sincerità e la lealtà, e al loro posto subentrarono le frodi e gli inganni e le insidie e la violenza e il gusto sciagurato di possedere. [...] Sul suolo, prima comune a tutti come la luce del sole e l’aria, con cura l’agrimensore tracciò lunghi confini. [...] Ed ecco, compare la guerra, che combatte con l’uno e con l’altro e squassa con mano insanguinata armi crepitanti.»

Grandissima è oggi l’attualità di questo Paradiso Perduto, della tragedia della sua perdita, del desiderio di ritrovarlo, e la consapevolezza dell’estrema gravità del nuovo modello produttivo, economico, sociale e dei rapporti tra i popoli, della violenza fatta alla Madre Terra, della privatizzazione di beni comuni, come il suolo e l’acqua, delle nefaste conseguenze della guerra e del suo rifiuto ideologico.

In quale direzione oggi va il nostro mondo? Verso i valori dell’Età dell’oro - umanità, socialità, comunione dei beni naturali, pace e non violenza, amore per la Madre Terra, per le sue creature e per il suo essere - o verso il distacco sempre più profondo da tali valori? A livello globale come locale è difficile individuare scelte che non vadano nella direzione di tale distacco.

Dominano l’idea e la pratica che il Pianeta è dell’uomo, e invero dell’uomo che vive l’oggi e non delle future generazioni, e - nella stessa filosofia di forza e di potere tra le specie - di quell’uomo che è più forte e potente, capace di sfruttare fino in fondo ogni risorsa. Se non vi fossero venti secoli di lontananza temporale, sembrerebbe che Ovidio, nello scrivere il passo delle Metamorfosi relativo all’Età del ferro duro, avesse davanti a sé stili di vita e impronte ecologiche insostenibili come quelli degli Stati Uniti, con il relativo necessario modello di sviluppo, divoratore di energia e risorse, sfruttatore della ricchezza di altri: «E non soltanto si pretendeva che la Terra, nella sua ricchezza, desse messi e alimenti [oltre la sua naturalità], ma si discese nelle sue viscere, e ci si mise a scavare i tesori, stimolo al male, che essa aveva nascosto vicino alle ombre dello Stige.» Lo Stige, uno dei cinque fiumi presenti negli Inferi secondo la mitologia greca e romana, è proprio il fiume del lamento, ovvero delle false lacrime, delle farisee dichiarazioni ed espressioni di commiserazione che vengono fatte dopo le inevitabili tragedie[2].

Conseguente a questa idea e pratica che il Pianeta è dell’uomo è la continua diminuzione della biodiversità, ovvero la costante perdita della natura prima dell’uomo: più si perde biodiversità più ci distacchiamo dai nostri progenitori, che, andando a ritroso nel tempo, erano invece sempre più parte del mondo della biodiversità. Senza la biodiversità che cosa diventa il Pianeta? Una brutta sfera innaturale senza l’infinita ricchezza che dall’origine della vita l’ha caratterizzata, ricchezza di luci, colori, suoni e voci degli ecosistemi, degli habitat, degli esseri viventi animali e vegetali. L’uomo resta solo in un Pianeta alieno alla sua originale natura: e questo è progresso? Ecco la necessità di rapportare le scelte che si fanno al pensiero, alla cultura della biodiversità, avendo la consapevolezza che siamo dentro un sistema completamente definito, costituito dalla sfera del pianeta, per cui la parte di esso che l’uomo prende per sé viene necessariamente sottratta al resto della vita: ed è ciò che è avvenuto nel corso dei milioni di anni che hanno portato l’ominide a essere l’uomo di oggi.

Siamo giunti al limite di questo percorso? Considerando sia i dati assoluti - ormai andiamo sempre più aggredendo ciò che prima era impensabile aggredire, dalle immense foreste amazzoniche e tropicali alle calotte polari - sia l’accelerazione esponenziale del processo di denaturalizzazione degli ultimi decenni, la risposta è assolutamente sì! Non siamo al limite, ma l’abbiamo abbondantemente superato!

Appare conseguentemente chiaro che il mantenimento almeno dell’attuale equilibrio - il che significa oggi il vero progresso per l’umanità e cioè la salvezza del Pianeta - ha due fondamentali direttrici universali: da una parte l’uso ottimale della superficie e della materia denaturalizzate del Pianeta, in un alternativo modello economico, produttivo ed energetico, che cominciamo a delineare e che chiamiamo la Civiltà del Sole, per la scelta dell’energia solare nell’accezione onnicomprensiva delle energie rinnovabili, e dall’altra la redistribuzione equa e solidale delle risorse, sia all’interno dei singoli paesi che tra i diversi paesi. Il progresso è oggi necessariamente questa profonda rivoluzione del modello politico, culturale, economico, produttivo e sociale nel mondo: è il percorso verso questo nuovo ordine mondiale.

Appare chiaro quanto fondamentali siano tutte le politiche, le economie e le ricerche che vadano nella direzione della chiusura del cerchio (produzione - consumo - riciclo - produzione), con integrazione energetica per la realizzazione del ciclo da fonte solare e sempre più a zero integrazione di nuova materia dalla natura; come appare chiaro quanto viceversa sia assurda e aggressiva nei confronti della stessa umanità e del Pianeta l’utilizzazione di risorse che distrugge le risorse stesse, a partire da una violenta agricoltura contro natura fino alla produzione delle armi e all’azione del loro utilizzo, la guerra, una delle più gravi malattie della specie umana.

Appare infine chiaro - mi riferisco proprio al tema con cui ho introdotto questo scritto, la questione del sistema transuranico-transnaturale, e non è certo la sola - come siano estremamente necessarie una riflessione e una discussione globali sullo sviluppo delle scienze, sul positivismo scientifico. Non si vuole certo fare oscurantismo, per i tanti valori positivi che la conoscenza scientifica ha avuto e ha, ma occorre acquisire sempre più la consapevolezza che essa non sempre contribuisce alla felicità dell’umanità, ma può divenire - oggi invero già abbondantemente lo è - portatrice di immani minacce per l’umanità stessa e più complessivamente per l’intero Pianeta. Non vi è stata - né vi è, né vi sarà - a parte interessi egoistici di ogni natura, proprio per l’idea della positività insita comunque nella scoperta scientifica, la capacità di fermarsi anche davanti alla scientifica consapevolezza dell’immane capacità distruttiva che la scoperta avrebbe potuto avere e poi ha avuto: ce lo insegna il collettivo di scienziati, da Einstein a Fermi, che direttamente o indirettamente lavorarono al Progetto Manhattan[3], e contribuirono quindi agli esperimenti di Los Alamos e infine alle bombe nucleari sganciate su Hiroshima e Nagasaki.

Maggio 2011



[1] Per fare un confronto, il ferro ha peso atomico 55,84 u e l’uranio 238,03 u.

[2] Penso a immani catastrofi come quella accaduta nel Golfo del Messico il 20 aprile 2010. In seguito a un incidente riguardante il Pozzo Macondo della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, affiliata alla British Petroleum (pozzo posto a oltre 1.500 m di profondità), si verificò un massiccio sversamento di petrolio in mare. Lo sversamento terminò solo 106 giorni più tardi, il 4 agosto 2010, con milioni di barili di petrolio che ancora galleggiano sulle acque di fronte a Louisiana, Mississippi, Alabama e Florida, oltre alla frazione più pesante del petrolio che ha formato ammassi chilometrici sul fondale marino. È il disastro ambientale più grave della storia americana, avendo superato di oltre dieci volte per entità quello della petroliera Exxon Valdez nel 1989. Pertanto, spesso ci si riferisce a questo disastro con l’espressione Marea nera.

[3] Il Progetto Manhattan fu il programma di ricerca, condotto dagli Stati Uniti d’America con il sostegno di Regno Unito e Canada, che produsse le prime bombe atomiche durante la Seconda guerra mondiale. Nell’ambito di tale programma, il 16 luglio 1945, a 56 km dalla città di Socorro nel Nuovo Messico, durante il cosiddetto Trinity test, fu fatto esplodere il primo ordigno nucleare della storia dando così inizio all’era delle armi atomiche.