La crisi delle invenzioni e il dramma di Prometeo

La copertina dell’Economist del 12 gennaio scorso riportava l’immagine di un assorto pensatore seduto sulla tazza di una toilette, accompagnata dalla domanda: «Will we ever invent anything this useful again?», che rapportata all’immagine sta a significare: «Inventeremo ancora qualcosa di tanto utile… come appunto la tazza di una toilette?» La domanda - proposta in termini di eccezionale comunicazione, giacché è indubbio che la tazza del WC sia una grande invenzione, apprezzata (forse senza la consapevolezza vera del suo valore) da miliardi di persone, e che costituisca un enorme salto tecnologico rispetto al vaso alla turca - è naturalmente molto stimolante sul piano teorico riguardo al percorso dell’evoluzione tecnologica dell’umanità e al suo reale bisogno di nuove invenzioni: ciò in relazione all’economia e alla società, ma soprattutto al pensiero e alla filosofia.

L’uomo seduto della copertina dell’Economist - in realtà più il bronzo di un antico filosofo - è nudo e flesso: la nudità e il corpo ricurvo, almeno così li leggo io, intendono significare impotenza e rinuncia, e costituiscono sicuramente un’immagine completamente opposta rispetto a quelle delle grandi Esposizioni Universali positiviste della fine dell’Ottocento e dei primi anni del Novecento (la più emblematica delle quali è certo l’Esposizione Universale di Parigi del 1900), proiettate su fantastici e inarrestabili progressi e scoperte.

Il fatto che tale immagine compaia su uno dei più prestigiosi organi di informazione a livello mondiale, sta a significare che anche il mondo dell’economia comincia a prendere coscienza della naturale esistenza di limiti nell’invenzione di ciò che non c’è in natura, o che c’è in forme e modi totalmente diversi. La dimensione della nudità dell’uomo rispetto alle nuove invenzioni è esaltata dalla spesa che oggi governi e aziende private effettuano in tale campo: un trilione e mezzo di dollari l’anno in R&D (research and development, ricerca e sviluppo), più di quanto mai speso prima. Vi è in tal senso un parallelismo tra la diminuzione delle residue risorse naturali fino al loro esaurimento (dal petrolio dei pozzi a portata di ruspa degli anni ’60 del secolo scorso a quello di oggi estratto dagli abissi marini) e lo spazio per nuove invenzioni: più sono difficili e rare e più sono a caro prezzo.

Naturalmente le invenzioni a cui si riferisce l’Economist sono quelle tecnologiche capaci di cambiare il mondo: dall’invenzione dello stare eretto (che rende l’Homo erectus capace di produrre e utilizzare utensili quali strumenti di pietra e asce e lo porta così a superare la civiltà dell’Australopithecus) alla scoperta della fissione e fusione dell’atomo (dall’immane potenza distruttrice che mette oggi a rischio permanente l’esistenza stessa dell’umanità e del Pianeta).

Per il mondo dell’economia, ma non solo, la preoccupazione fondamentale è che la mancanza di invenzioni costituisce causa importante di crisi produttiva e di mercato. Nella positività della scoperta (a volte anche grandissima per il benessere dell’umanità) come pure spesso nella doppiezza della sua pratica attuazione o persino nella negatività insita nella sua stessa natura (con conseguenze a volte catastrofiche), sempre difatti si sono attivati cicli economici, produttivi e di mercato, talora con variazioni radicali rispetto allo stesso modello effettuate dai commissionari (stati, imprese) o addirittura dagli stessi inventori. L’umanitario e filantropo, come oggi viene definito, Alfred Nobel, inventò la dinamite, e fece - non poteva essere diversamente - del suo gruppo finanziario uno fra i più potenti del Pianeta. Il premio Nobel per le scoperte nasce proprio dal ripensamento«alle vittime che la nitroglicerina ha fatto con le sue esplosioni, e ai tremendi danni che ne derivarono e ne deriveranno ancora»[1]. Tuttora tale premio viene finanziato dall’enorme ricchezza che la holding internazionale Nobel accumula con la produzione della dinamite: a uso civile per una piccola parte e per la gran parte destinata a usi violenti, militari e bellici. Nel premio monetario dei Nobel per la Pace c’è tanto che viene dalle guerre!

L’illimitatezza delle possibilità scientifiche e tecnologiche di scoperte e invenzioni è il grande mito che accompagna la storia dell’uomo da millenni: tutte le civiltà che si sono susseguite sono vissute nello spirito positivista di tale mito.

Ancora nel mitico mondo omerico le invenzioni sono dono degli dei: lo scudo e le armi di Achille dalla raffinata, vincente tecnologia sono realizzate nella fucina di Efesto per Teti, dea ma anche madre, e donate all’amato, umano figlio Achille[2]. Ma il furto del divino fuoco dall’Olimpo e il dono di esso agli uomini da parte del titano Prometeo hanno il significato di appropriazione da parte degli uomini - cioè di scoperta - di ciò che appartiene agli dei. E’ bello e suggestivo rivedere, nell’immensa lontananza del tempo, Prometeo che accende nell’Olimpo la prima torcia dell’umanità dal carro del Sole[3]. Egli non è un dio potente come Zeus, è un titano, allo stesso tempo un semidio e un superuomo, che plasma l’uomo stesso con il fango e che perciò lo considera sua creatura e lo ama e gli dà la conoscenza del cuore del suo progresso: il fuoco.

Il dramma della sofferenza e della liberazione di Prometeo diviene così il dramma dell’umanità, e l’interpretazione di tale dramma, soprattutto poetica e filosofica, esprime il pensare dell’uomo rispetto all’esplorazione cognitiva della natura, all’applicazione di tali conoscenze e alla natura stessa.

In Eschilo e nel suo mondo Prometeo alla fine si riconcilia con Zeus - dall’insieme delle sue opere[4] appare più un auspicio - e il suo stesso divenire immortale è il patto permanente tra le conoscenze dell’uomo con le loro applicazioni e il rispetto di ciò che sta prima e al di là dell’uomo.

Anche Platone nel dialogo Protagora[5] narra il mito di Prometeo. Dopo che il fratello Epimeteo per ordine degli dei aveva distribuito agli esseri privi di ragione tutte le facoltà naturali disponibili perché «nessuna specie potesse estinguersi», Prometeo, incaricato di verificare tale distribuzione, si accorse che «l’uomo era nudo, scalzo, privo di giaciglio e di armi». Non sapendo quale mezzo di salvezza procurare all’uomo, rubò quindi la scienza del fuoco di Efesto e la perizia tecnica di Atena e le donò all’uomo. Da questo dono derivò all’uomo abbondanza di risorse per la vita: la capacità di articolare la voce con parole, di inventare «case, vestiti, calzari, giacigli e l’agricoltura». Ma gli uomini, costretti da necessità a stare insieme per il rischio degli altri animali, commettevano ingiustizie gli uni contro gli altri, fino al rischio di estinzione della specie umana, tanto che Zeus sentì la necessità di inviare Ermes «per portare agli uomini rispetto e giustizia, affinché fossero fondamenti dell’ordine delle città e vincoli d’amicizia». Il fuoco, ovvero l’uso delle risorse e la perizia tecnica, ovvero la conoscenza, possono portare alla distruzione della specie umana se non accompagnati da rispetto e giustizia: questo è il profondo insegnamento di Platone.

In Percy Bysshe Shelley la conquista della libertà da parte di Prometeo (dell’umanità) avviene con la caduta di Zeus[6]: il che sta a significare ribellione contro il tiranno e contro l’oscurantismo anche scientifico in un’esaltazione dei valori dell’umanità. Ma ciò avviene contestualmente al matrimonio di Prometeo con l’oceanina Asia, simbolo della Natura, dando così inizio - è l’auspicio del romantico poeta - al Regno del Bene e dell’Amore sulla Terra.

Giacomo Leopardi nelle Operette Morali (La scommessa di Prometeo) immagina un concorso indetto nell’anno «ottocento trentatremila dugento settantacinque del regno di Giove» dal Collegio delle Muse, che «invitava tutti gli Dei maggiori e minori, e gli altri abitanti della città e dei borghi d’Ipernéfelo, che recentemente o in antico avessero fatto qualche lodevole invenzione, a proporla, o effettualmente o in figura o per iscritto, ad alcuni giudici deputati da esso collegio.» Ma Prometeo, dopo essere disceso sulla Terra per verificare la bontà della sua invenzione (lo stampo con cui aveva forgiato il primo essere umano), giunge alla conclusione di rinunciare al premio, riconoscendo che l’umanità non è davvero la migliore invenzione del mondo.

Contrapposte al pessimismo estremo di Leopardi sono le parole di Papa Giovanni XXIII nell’enciclica Pacem in Terris: «I progressi delle scienze e le invenzioni della tecnica attestano come negli esseri e nelle forze che compongono l’universo regni un ordine stupendo; e attestano pure la grandezza dell’uomo, che scopre tale ordine e crea gli strumenti idonei per impadronirsi di quelle forze e volgerle a suo servizio.» Chiarissimi sono i messaggi che Papa Giovanni ci dà:

- l’immensa potenzialità positiva per l’uomo dei progressi delle scienze e delle invenzioni;

- l’esistenza del limite delle invenzioni costituito dall’ordine stupendo della natura (l’universo, il creato): a esso non appartiene, non può appartenere sulla Terra l’invenzione del fuori e contro natura, come il mondo del transuranico e del plutonio che mette a rischio la natura stessa;

- la funzione universale dei progressi delle scienze e delle invenzioni: l’essere cioè a beneficio di tutta l’umanità di oggi e del futuro.

Lo spirito globale che anima l’intera enciclica porta poi tante persone, come me, a identificare l’umanità con la biodiversità nel suo complesso.

Ci potranno naturalmente essere nel futuro prossimo o remoto altre importanti scoperte e innovazioni tecnologiche, ma è certo che l’uomo, come mai nella sua storia, sente adesso il loro limite e si interroga rispetto a esso, come se Prometeo avesse già rubato tutto agli dei e tutto donato agli uomini.

La moltitudine delle scoperte - a partire da quella dal fuoco fino alle più recenti - ma soprattutto del bene e del male a esse connessi, contiene ancora oggi l’immensa dimensione del mito: la dialettica esistenziale tra le ragioni di Prometeo, nel suo donare agli uomini per il loro progresso, e quelle di Zeus, preoccupato per le conseguenze di tale dono. La produzione di armi fino alla possibile distruzione dell’umanità e del Pianeta, le guerre, la perdita della biodiversità, l’alterazione profonda e irreversibile dell’ambiente e del volto stesso della Terra, il saccheggio, l’accaparramento, il degrado e l’avvelenamento delle sue risorse, le immani e crescenti ingiustizie sono le ragioni di Zeus nella punizione di Prometeo.

Il dono di Prometeo all’uomo è stato primordialmente inteso quale espropriazione e rapina verso la generatrice comune della vita, la nostra Madre Terra: fino a che punto ciò è avvenuto e tuttora avviene? E’ questa la grande questione che riguarda l’intero percorso dell’umanità e perciò il suo stesso destino, e che oggi assume la più alta valenza.

L’agire globale dell’umanità, sia pure nella molteplicità di opposte espressioni, manifesta il fatto che essa ancora oggi non ha compiuto la sua scoperta più importante, o che forse non l’ha maturata fino in fondo, nella sua interezza: un umanesimo capace di rapportare scienza, ricerca, innovazione, tecnologia e, conseguentemente, economia, produzione e lavoro, al progresso vero dell’umanità di oggi e del futuro, alla sacralità della Terra e della sua biodiversità e all’incondizionato amore per esse. E’ tale nuovo cammino il nuovo dono di Prometeo, offerto all’umanità quale salvezza dal baratro di tante sue scoperte e dalla perdita della coscienza e dell’identità stessa della sua natura. Immenso è lo spazio delle invenzioni nascenti per rigenerare nella direzione di tale cammino tutto quanto scoperto, per ridare natura alla natura dissacrata, per nuove luci e colori dell’essere uomo.

La primavera è l’arte della natura per l’esposizione delle sue invenzioni. Sta per giungere a noi ancora una volta: guardiamo a essa per acquisire il valore vero dell’invenzione, cogliendo l’infinita sua bellezza e godendo del suo universale abbraccio.

Febbraio 2013



[1] Sono parole di Ascanio Sobrero (1812-1888), il chimico italiano che ha scoperto la nitroglicerina, consentendo ad Alfred Nobel di sviluppare i suoi brevetti sugli esplosivi. 

[2] Omero, Iliade, canto XVIII. 

[3] Lo è ancor di più oggi, dopo l’immensa partecipazione alla legge popolare sulla cultura e diffusione dell’energia solare in Campania. 

[4] Eschilo aveva dedicato al mito di Prometeo una trilogia, di cui ci è giunta solo la tragedia Prometeo incatenato. Le altre due opere (Prometeo liberato e Prometeo portatore del fuoco) non sono conosciute se non in forma di frammenti. 

[5] Il dialogo Protagora è dedicato al tema dell’insegnabilità della virtù. 

[6] Il dramma lirico in versi di Shelley, Prometeo liberato, è ispirato all’omonima tragedia (perduta) di Eschilo. In origine il dramma era in tre atti; qualche mese dopo la sua redazione, Shelley vi aggiunse il quarto atto, celebrativo della vittoria di Prometeo.