Il Pianeta dei Beni Comuni

Il sentire intenso proprio dei cittadini dell’idea di bene comune, manifestatosi esplosivamente nei referendum del giugno 2011 sull’acqua[1], esprime chiaramente la necessità di un percorso tutto da esplorare per la teoria e la pratica attuazione di un progetto nuovo di società, che è stata diffusamente chiamata nel vasto movimento referendario la Società dei Beni Comuni, ma che, per le riflessioni e per i contenuti del presente contributo, mi piace di più chiamare, almeno nel titolo, il Pianeta dei Beni Comuni[2].

Amplissime sono le questioni che chiaramente si pongono a partire dall’identità teorica di tale società e dall’essere, o meno, novità o riformulazione di espressioni o addirittura di forme di governo, costituzione e stato già praticate.

Il Comunismo - nel lungo percorso di ricerca che l’ha accompagnato attraverso tutta la storia dell’uomo, a partire dalla mitica Età dell’oro raccontata da Ovidio, e di cui quello a matrice marxiana è un importantissimo esperimento almeno per la nostra epoca, per i nostri secoli, per le attuazioni che ha avuto e che tuttora ha - è la ricerca della società della comunione dei beni. Per la matrice marxiana di tale ricerca il motore della storia è nella contrapposizione dinamica, storicamente determinata, tra una ristretta parte, la classe borghese, che possiede o controlla i mezzi di produzione, e la grande maggioranza degli uomini, che non possiedono nulla se non la propria forza lavoro. Per le primitive comunità cristiane la ricerca si realizza compiutamente nella scelta della propria coscienza, in coerenza con il vero messaggio di Cristo: «Or tutti coloro che credevano stavano insieme e avevano ogni cosa in comune. E vendevano i poderi e i beni e li distribuivano a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. E perseveravano con una sola mente tutti i giorni nel tempio e rompendo il pane di casa in casa, prendevano il cibo insieme con gioia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo.»[3] E naturalmente si può inserire una lunga serie di altre espressioni teoriche e attuative, dal lontano regno in Mesopotamia di Ur III del 2100 a.c. circa all’Utopia di Tommaso Moro e alla Città del Sole di Tommaso Campanella, dai movimenti connessi alle lotte contadine di Thomas Muntzer al pensiero premarxiano di Owen, Saint-Simon, Fourier e Proudhon, dalla Comune di Parigi del 1871 alle importantissime e fortemente innovative esperienze che stanno caratterizzando l’America Latina e i Caraibi. La storia del pensiero comunista, dell’utopia della società della comunione dei beni, è la storia della ricerca della piena realizzazione dell’uomo quale identità universale rispetto alla singola individualità, nella compiuta realizzazione dell’identità specifica della singola persona.

Per il declino di immagine, per l’oscurantismo dominante sul termine stesso di Comunismo, vi è in Italia e in Europa la scelta radicalmente diffusa, naturalmente non totalizzante, di ignorarlo in ogni espressione o manifestazione teorica o d’azione. Io credo invece che, a partire proprio dal piano puramente teorico, la questione dei beni comuni costituisca la centralità, o almeno la sostanza fortemente pregnante della ricerca di un’identità nuova del pensiero e dell’utopia comunista. Le idealità e le adesioni alla guerra per i beni comuni coprono la debolezza teorica, politica e pratica per l’orizzonte di una società comunista.

La formulazione beni comuni è molto più forte (almeno la si può intendere in tal modo) di comunione di beni. Nella seconda espressione vi è l’oggetto, che sono i beni della natura o creati dall’uomo, che vengono messi in comunione, per cui ciascuno ha accesso (paritario o secondo necessità) a essi: l’avere, sia pure con pari diritto e opportunità, è l’identità di tale pensiero. Nella prima espressione è invece l’essere stesso del bene che implica la comunanza, una caratteristica innata del bene stesso, che nasce dalla sua natura: è insito indissolubilmente al bene stesso l’essere comune, che perciò non può appartenere a nessuno. «La natura non ha fatto di proprietà privata né il sole, né l’aria e neppure la fluida acqua», ricorda, nelle Metamorfosi, Latona ai contadini che vogliono impedirle di bere da un laghetto.

In un pensiero generale, che è essenziale avere sempre come orizzonte di ricerca e di lotta, appare chiaro come non vi sia, non vi possa essere nulla in natura che non sia bene comune, ovvero che il Bene Comune è la Natura, l’intera Terra, con il volto della sua superficie e ogni suo contenuto ed espressione.

«La Terra che accomuna.» Chi e in quale ottica spaziale e temporale accomuna la Terra? Qui sta il passaggio essenziale da una visione di comunione di beni del Comunismo, nella quasi totalità delle sue espressioni avutesi fino a oggi, al pensiero nuovo dei beni comuni: il coniugarsi dei beni comuni da una parte con la biodiversità, ovvero con le altre espressioni e forme di vita del mondo animale e vegetale, e dall’altra con le generazioni future. Da qui la visione, la necessità e la prospettiva di un nuovo Comunismo, quello che penso si possa chiamare Comunismo Ecologico. Il passaggio è storicamente determinato dall’insostenibilità dello sviluppo sostenibile[4], nelle sue esteriorizzazioni della crescente limitatezza delle risorse, dal catastrofico impoverirsi e deteriorarsi delle risorse comuni, dalla diminuzione esponenziale della vita e delle condizioni stesse del suo essere, quale è l’incalzante alterazione del clima.

Positivamente possiamo vedere che, sia pure con tante riduzioni e limiti, tali rivoluzionarie imponenze cominciano a entrare decisamente nella struttura del pensiero operante, nella cultura e nella politica. La Commissione Rodotà, istituita con decreto del Ministro della giustizia del 14 giugno 2007 (ultimo governo Prodi) introduce giuridicamente i beni comuni, differenziandoli dai beni pubblici oltre che naturalmente da quelli privati, e comincia a dare una definizione di essi dal respiro globale: «le cose che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona». Pone inoltre la loro salvaguardia e tutela «anche a beneficio delle generazioni future», garantisce «la loro fruizione collettiva», li esclude dalla logica e dalle regole del mercato: «sono collocati fuori commercio».

Paolo Cacciari ha sicuramente ragione quando afferma che i beni comuni sono un processo di riconoscimento e di rivendicazione sociale, e che il loro ingresso nel vocabolario comune ci è utile per immaginare una società diversa dal punto di vista economico, giuridico e anche (per me principalmente) antropologico e filosofico: è l’essenza delle riflessioni da me prima espresse. Ma va invece criticata e rivisitata l’affermazione con cui introduce questi suoi fondamentali contenuti teorici: «I beni comuni non sono una categoria merceologica o una lista di beni e risorse.» Il percorso per la realizzazione della Società dei Beni Comuni, del Comunismo Ecologico, ha tappe fondamentali nell’acquisizione di tali beni e risorse alla cultura di massa, alla politica e alla gestione secondo la filosofia di bene comune. In tal senso grande rilevanza assume l’elenco fatto dalla predetta Commissione Rodotà: «Sono beni comuni, tra gli altri: i fiumi, i torrenti e le loro sorgenti; i laghi e le altre acque; l’aria; i parchi come definiti dalla legge, le foreste e le zone boschive; le zone montane di alta quota, i ghiacciai e le nevi perenni; i lidi e i tratti di costa dichiarati riserva ambientale; la fauna selvatica e la flora tutelata; i beni archeologici, culturali, ambientali e le altre zone paesaggistiche tutelate.» Naturalmente vi sono grandi limiti: il più significativo è che la cultura della biodiversità, nell’accezione globale della sua specifica identità, risulta completamente assente nella proposta. Ma se riuscissimo a rendere beni comuni tutto ciò che è indicato nella proposta Rodotà, saremmo davvero davanti a una società profondamente nuova, diversa, più solidale verso le altre forme di vita e le generazioni future.

Ma ciò oggi, con il governo Monti, appare completamente irrealizzabile. Il cuore della politica dello Stato verso i beni comuni è la ricchezza del bilancio pubblico, cioè la piena disponibilità e valorizzazione di risorse pubbliche: quando questo bilancio è violentato, addirittura costituzionalmente, svilito rispetto al capitale privato, i beni comuni diventano oggetto irreversibile di selvaggia privatizzazione, di deturpazione, di speculazione e di saccheggio. La stessa battaglia per difendere l’immensa portata di contenuti e di democrazia dei referendum sull’acqua è annichilita dalla carenza di risorse pubbliche per ogni azione necessaria alla tutela e all’utilizzazione della risorsa, dalla captazione al trasporto e alla distribuzione. Resta cioè pura enunciazione, astratta dichiarazione propagandistica ogni impegno o atto politico per i beni comuni se non accompagnati da una scelta e da una lotta per arricchire e qualificare la spesa pubblica. Beni comuni e spesa pubblica si intrecciano indissolubilmente.

Il comune dei beni comuni porta con sé, per una nuova riformulazione, un’altra fondamentale questione: quella della democrazia. Il fatto che il bene sia comune (non in contraddizione o in contrapposizione con il pubblico, che diviene anche attributo del comune), e cioè di appartenenza diretta alla comunità, implica che le scelte su di esso non possono essere delegate alla rappresentanza eletta, ma devono direttamente vedere il coinvolgimento dei soggetti della comunità. I beni comuni pongono cioè la grande questione della democrazia partecipativa, della ricerca cioè di forme e strumenti di democrazia più veri e compiuti rispetto a quelli che viviamo. Possiamo certo iniziare a formulare espressioni quali: «La democrazia partecipativa sta alla democrazia delegata come i beni comuni stanno ai beni pubblici.»

Siamo invero all’inizio di un ritorno alla ricerca di tale affascinante, coinvolgente, entusiasmante forma di democrazia, che dalla lontana Grecia di Pericle ai movimenti del ’68, dai Soviet alla Comune di Parigi ha cercato una sua materializzazione, spesso irrealizzata o degenerata.

Gennaio 2012



[1] I quesiti dei referendum abrogativi del 12 e 13 giugno 2011 erano i seguenti:

- Primo quesito (scheda rossa): Modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica. Abrogazione.

- Secondo quesito (scheda gialla): Determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito. Abrogazione parziale di norma.

- Terzo quesito (scheda grigia): Abrogazione delle nuove norme che consentono la produzione nel territorio nazionale di energia elettrica nucleare.

- Quarto quesito (scheda verde): Abrogazione di norme della legge 7 aprile 2010, n. 51, in materia di legittimo impedimento del Presidente del Consiglio dei Ministri e dei Ministri a comparire in udienza penale, quale risultante a seguito della sentenza n. 23 del 2011 della Corte Costituzionale.

Il quorum da raggiungere per la validità della consultazione era del 50% più uno degli aventi diritto, quorum poi raggiunto con il totale del: 54,81% (primo quesito), 54,82% (secondo quesito), 54,79% (terzo quesito), 54,78% (quarto quesito). Il risultato fu la schiacciante vittoria del in tutti i quattro quesiti: 95,35% (primo quesito), 95,80% (secondo quesito), 94,05% (terzo quesito), 94,62% (quarto quesito).

[2] Tale titolo mi è stato suggerito dalla giovane vice-presidente nazionale dell’Associazione VAS, Simona Capogna. L’ha scelto tra tanti altri possibili titoli (la Società dei Beni Comuni, il Mondo dei Beni Comuni, ecc.), in verità tutti più coerenti con il contenuto del contributo stesso, ma che avrebbero confermato un percorso di riflessione - che va da Zanotelli a Rodotà, da Lucarelli a Cacciari - sicuramente molto importante ma con il grandissimo, essenziale limite di essere costruito e finalizzato esclusivamente alla funzione e alla giustezza che i beni comuni hanno per l’umanità. Il titolo scelto - ed è grande la gioia per il ruolo e per l’età di chi l’ha proposto - ha invece un’infinita valenza innovativa rispetto alla riflessione generale in atto sui beni comuni, perché esprime allo stesso tempo un passato che non c’è più e un auspicio, un cammino concreto per un ancora possibile futuro.

[3] Atti degli Apostoli, 2,44-47.

[4] Si vedano gli scritti Per un Comunismo Ecologico, per un’Ecologia Comunista e L’insostenibilità dello sviluppo sostenibile.