La morale del Pianeta dei Beni Comuni

Voglio ripartire dal titolo del mio precedente scritto Il Pianeta dei Beni Comuni per riportare la riflessione sull’identità del Pianeta, ovvero sulla biodiversità: tale riflessione è invero sempre più assente non solo nelle istituzioni e nella politica, ma anche nelle forze e nei movimenti ecologisti, anche in quelli più attenti e impegnati.

Che cosa è stato il Pianeta per la gran parte della sua vita fino a oggi, da quando la prima (casuale o meno nessuno potrà mai dirlo) cellula, o meno ancora di cellula, divenne vivente perché capace di appropriarsi di un raggio del sole e di conservarlo e impiegarlo per la sua esistenza, inizialmente forse per un attimo soltanto, e poi, per la sua intrinseca natura, progredendo in memoria genetica per riprodursi e ripetere cioè l’acquisizione della prima forma di vita? Progressivamente si è sviluppato un infinito percorso che ha generato infiniti organismi, capaci non solo di riprodursi ma anche di creare nuove (per corporalità, figura, complessità, capacità di sensazioni e rapporti) forme di espressione.

In miliardi, forse milioni di miliardi di anni - possiamo solo immaginarlo - la Terra ha generato e si è così essa stessa rigenerata, in un crescendo continuo impetuoso della vita, sotto forma di immensa, multiforme vegetazione e di esseri animati (dove sia la separazione tra i due aspetti della vita è sempre più difficile dirlo).

I beni comuni del Pianeta sono stati per miliardi di anni questa infinita espressione della vita e degli habitat che ne generavano l’esistenza e la moltiplicazione, e che accrescevano in tal modo la loro intrinseca forza generatrice e moltiplicatrice.

L’essere comune dei beni è stata la forza vitale della crescita della vita, la legge morale del Pianeta, la sinergia che la Terra, immensa madre generatrice del Tutto vivente, ha donato al Tutto. Nessun essere è stato ed è estraneo a questo processo della vita (né noi stessi possiamo immaginare di esserlo oggi), a questa morale dei beni comuni che la Terra ha impresso alle sue creature e a se stessa.

Con la comparsa dell’uomo tale morale della Terra è stata progressivamente, o meglio con un percorso di tipo esponenziale, totalmente stravolta: i beni della Terra, la Terra stessa, non sono più beni comuni delle diverse espressioni di vita, della biodiversità, ma appartengono all’uomo. Se la morale della Terra accresceva i beni comuni, la morale dell’uomo sta portando alla loro decrescita, in progressione, al loro esaurimento.

Di grandissimo interesse sarebbe poter visualizzare le immagini della successione degli stati della condizione del Pianeta dalla comparsa dell’uomo fino a oggi in rapporto proprio ai beni comuni: dallo stato della Terra nella preistoria, un’immagine sola che varrebbe per milioni di anni, e poi nel susseguirsi delle diverse civiltà, che richiederebbero, per i profondi mutamenti, successioni di immagini sempre più frequenti, fin quasi al quotidiano per l’oggi.

L’appropriazione dei beni comuni da parte dell’uomo ha significato un’abnorme riduzione globale di essi, e dunque una perdita della vita del Pianeta. Cioè, per esplicitare meglio il concetto, la biodiversità decresce non solo perché l’uomo si appropria dei beni comuni, ma ancor di più perché, con l’appropriazione da parte dell’uomo, l’insieme dei beni comuni decresce con un processo inverso a quello dello sviluppo della vita sulla Terra a partire dalla cellula primordiale della vita. Proiettando nel futuro tali correlazioni, probabilmente risulterebbe che la vita del Pianeta nel suo complesso ha ben poco futuro.

L’uomo ha perso la sua appartenenza, la memoria stessa di appartenenza ai beni comuni, e opera come corpo estraneo a essi, cellula aliena, ostile. Quotidianamente invero acceleriamo questo distacco: la morale dell’uomo, che è quella innaturale della legge dell’economia, accresce quotidianamente la distanza dalla morale del Pianeta, la legge della natura che ha generato la vita.

E’ stato detto anche nel recente incontro di Napoli, il Forum dei Comuni per i Beni Comuni (28 gennaio 2012), che i beni comuni rappresenteranno il cuore della politica del Terzo Millennio. Questo è vero non nel senso necessariamente positivo dell’interesse generale della società, ma perché su di essi si addenseranno mastodontici interessi di ogni natura, e i grandi capitali economici e finanziari ne cercheranno il totale controllo. Possiamo dire che su di essi si svilupperanno scontri che coinvolgeranno l’intera società civile, economica e politica.

Ma il dato fondamentale resta la filosofia generale e il conseguente approccio ai beni comuni.

Consideriamo il bene comune più generalmente acquisito nella coscienza delle persone: l’acqua. Il Manifesto mondiale dell’Acqua[1], redatto a Lisbona nel 1998 a cura del Comitato Internazionale per il Contratto Mondiale sull’Acqua, è il riferimento mondiale per tutti i Movimenti dell’Acqua e ha sicuramente una valenza eccezionale per molti contenuti imperniati sul diritto alla vita (dell’uomo).

«Veniamo dall’Africa, dall’America Latina, dal Nord America, dall’Asia e dall’Europa.
Ci siamo riuniti nel 1998 con nessun’altra legittimità o rappresentatività se non quella di essere cittadini preoccupati dal fatto che 1 miliardo e 400 milioni di persone del pianeta su 5 miliardi e 800 milioni di abitanti non hanno accesso all’acqua potabile. Questo è intollerabile. Ora il rischio grande è che nell’anno 2020, quando la popolazione mondiale sarà di circa 8 miliardi di esseri umani, il numero delle persone senza accesso all’acqua potabile aumenti a più di 3 miliardi. Questo è inaccettabile. Possiamo e dobbiamo impedire che l’inaccettabile diventi possibile.»

Pensieri e obiettivi di immensa valenza, ma che allo stesso tempo esprimono fino in fondo il limite di una filosofia dei beni comuni totalmente a servizio dell’uomo. Naturalmente che tutte le persone debbano avere accesso all’acqua potabile è un dato indiscutibile, fondamentale, di civiltà! Ma - è questo il punto che non emerge per nulla - che succede se ciò avviene sottraendo acqua al resto della vita del Pianeta?

E ciò può avvenire fondamentalmente in due maniere: da una parte riducendo la quantità residua di acqua disponibile per tutte le altre forme di vita e dall’altra mutando o annullando radicalmente gli habitat naturali, che hanno nell’acqua il loro cuore propulsore. Appare chiara un’intrinseca, radicale conflittualità non solo nella spartizione della risorsa ma anche nel sistema globale attivato per renderla disponibile. Dalle fonti, scaturenti da cadute scroscianti o da ruscelli dall’ammaliante voce o da limpide correnti sotterranee, lungo i cammini dei torrenti e dei fiumi, a volte rapide cascate o silenziose stagnazioni, fino alle multiforme foci, spesso si succedono luoghi incantati di vita e di biodiversità. Ogni derivazione, prelievo e intervento di bonifica altera lo scenario e l’insieme dei beni comuni che lo costituiscono: mutano o scompaiono - minuscoli per estensione ma immensi per intensità - momenti di vita, microcosmi, specie. L’approccio alla biodiversità non è perciò solo la conservazione delle specie, ma è la conservazione degli habitat. Che senso ha la reintroduzione di una specie quando il suo mondo non esiste più?

Ciò che vale per l’acqua vale per tutto ciò che è l’essenza del Pianeta. In primo luogo vale per il suo spazio fisico superficiale, sia esso fertile pianura o sabbia desertica o duna costiera o impervia roccia: ogni porzione di superficie terrestre di cui si appropria l’uomo necessariamente viene sottratta al resto della vita del Pianeta. In un sistema limitato qual è la Terra, ogni espansione territoriale dell’uomo porta alla riduzione dello spazio per il resto della vita. E’ questo in assoluto l’incontestabile dato fisico che regola la vita del Pianeta, da quando l’uomo è divenuto la più invasiva fra le specie invasive.

Naturalmente queste riflessioni non nascono né si inseriscono in un pensiero nichilista riguardo alla specie umana, ma anzi intendono essere un piccolo contributo per un nuovo positivismo, un nuovo umanesimo che riporti l’uomo alla morale del Pianeta, per il benessere globale dell’umanità nel contesto della salvezza della Terra, quale immensa, fondamentale e incancellabile vita di biodiversità.

Il passaggio dalla morale dominante della specie umana, l’economia, a una nuova morale del Pianeta si pone quale imperativo categorico per la condizione di rischio di catastrofe globale a cui il sistema dominante politico-economico, di sfruttamento dell’uomo sull’uomo e di paesi su paesi, ha portato la Terra. Occorre per l’oggettività della condizione del Pianeta un nuovo ordine mondiale, e per la costruzione di tale nuovo ordine occorre un’intrinseca nuova filosofia e pratica attuazione rispetto ai beni comuni del Pianeta, ovvero alla sua intera vita e alla sua biodiversità.

Dicendo ciò non si è certo nella metafisica, nell’astrazione! Partiamo ancora una volta dall’acqua: non si può ottenere la sua disponibilità per l’umanità continuando a cancellare ambienti e habitat naturali, densi di vita e di biodiversità oltre che di quel meraviglioso bene comune che si chiama bellezza, ma si deve farlo nel contesto di una cultura di lotta a ogni spreco, recuperando, riciclando quella già utilizzata, attivandone la qualità diversa per un uso differenziato secondo le diverse necessità. Ben diversa è infatti la qualità richiesta per gli usi potabili rispetto a quelli igienico-sanitari e a quelli dell’agricoltura, dell’industria, del lavaggio di strade e di edifici: se i primi richiamano la naturalità della fonte, gli altri hanno nel riciclo (ad esempio attraverso la depurazione) una fondamentale possibilità.

Perfettamente similari sono le considerazioni relative al consumo di materia: se riguardo all’energia (da fonte fossile) progressivamente si è diffusa la consapevolezza del suo essere limitata, tale questione non è mai stata posta per la materia. Il consumo di nuova materia è sottrazione di enorme vita al Pianeta, sia che esso significhi immane distruzione delle foreste tropicali o realizzazione di devastanti piattaforme petrolifere negli incontaminati mari artici o di miniere, a cielo aperto o penetranti nelle viscere della terra, o cancellazione di colline per ricavare la materia del ciclo del cemento, o sottrazione di sabbie dall’intensa vita di fiumi e torrenti. La morale del Pianeta indica chiaramente la soluzione: riutilizzare la materia già in circolazione, che è una quantità abnorme, al di là di ogni possibile immaginazione[2]. Se ogni anno amputiamo il Pianeta di tante sue parti, che cosa resta della sua vita naturale? E come si possono ancora oggi ipotizzare e realizzare inceneritori e discariche?

Ciò che vale per l’acqua e per la materia vale per la superficie stessa del Pianeta. E vale naturalmente anche per il contenitore dei beni comuni, ovvero lo spazio fisico in cui viviamo, l’etere. Esiste ancora uno spazio fisico che circonda il Pianeta che non sia avvelenato o fortemente danneggiato da campi elettrici e magnetici? Possiamo sicuramente rispondere: no!

La filosofia dei beni comuni deve dunque partire da questo postulato: non si può sottrarre più nulla alla vita naturale del Pianeta, e anzi occorre attivare intensi processi per restituire progressivamente alla naturalità significativa parte di ciò che è stato sottratto.

Innumerevoli sono gli spazi e gli alberi, i fiori e gli esseri, minuscoli e grandi, a cui la nuova primavera non potrà dare vita, splendore, luci e colori, perche scomparsi in tale orizzonte. Sono nuovi spazi, alberi, fiori ed esseri che si aggiungono a quelli negati alla primavera dell’anno scorso, a loro volta aggiunti a quelli negati alle passate primavere, che la nuova primavera non troverà più, mai più. Troveremo sempre più spesso solo cespugli, cespugli progressivamente residuali di più vasti cespugli, piccole memorie che ci raccontano del paradiso cancellato, ovvero della cancellazione dei beni comuni del Pianeta. Una progressione crescente di immoralità nella morale della natura: è immorale secondo natura ogni crescita che fa decrescere la vita del Pianeta, il Pianeta dei Beni Comuni.

Immorali e contro legge sono tutti coloro che propugnano tale tipo di crescita. Immorale è oggi la politica di Monti, come lo era quella di Berlusconi; ma immorali sono non solo i potentati dell’economia, della finanza e dell’industria, ma anche pensieri, idee e proposte di tante forze politiche democratiche e di sinistra, che indicano come loro finalità e scelta la crescita fondata sulla decrescita del Pianeta dei Beni Comuni.

Reato gravissimo contro la legge della natura, e perciò profondamente immorale, è non solo ogni spreco ma anche ogni accaparramento delle risorse, delle ricchezze di singoli rispetto ad altre persone, e di intere comunità, paesi e stati rispetto ad altre comunità, paesi e stati, perché sottrazione di quanto a ciascuno dovuto per legge di natura. E’ conseguentemente impegno morale, lotta di legalità universale per il rispetto della legge della natura ogni lotta per il Comunismo, inteso come la giusta, equa distribuzione dei beni comuni che possono appartenere all’uomo nella morale del Pianeta dei Beni Comuni.

Ma la coscienza universale ritrovata dell’umanità del Pianeta dei Beni Comuni ha la sua sublime espressione in tutto quanto era inesistente e impensabile solo qualche decennio fa: le associazioni ecologiste, i movimenti e la grande rete che si ispira a Rifiuti Zero o a NO TAV, i tantissimi comitati e le assisi territoriali che si battono contro ogni nuovo consumo di materia, di territorio, di beni comuni.

E’ questa la legalità, quella che ha necessità di penetrare nel cuore e nella mente dell’uomo nuovo, che cerca la sua esistenza e la sua felicità nel ritrovarsi bene comune nel Pianeta dei Beni Comuni.

Febbraio 2012



[1] «Il Manifesto dell’Acqua si fonda su quattro idee-chiave:

- Fonte insostituibile di vita, l’acqua deve essere considerata un bene comune patrimoniale dell’umanità e degli altri organismi viventi.

- L’accesso all’acqua, potabile in particolare, è un diritto umano e sociale imprescrittibile che deve essere garantito a tutti gli esseri umani indipendentemente dalla razza, l’età, il sesso, la classe, il reddito, la nazionalità, la religione, la disponibilità locale d’acqua dolce.

- La copertura finanziaria dei costi necessari per garantire l’accesso effettivo di tutti gli esseri umani all’acqua, nella quantità e qualità sufficienti alla vita, deve essere a carico della collettività, secondo le regole da essa fissate, normalmente via la fiscalità e altre fonti di reddito pubblico. Lo stesso vale per la gestione dei servizi d’acqua (pompaggio, distribuzione e trattamento).

- La gestione della proprietà e dei servizi è una questione di democrazia. Essa è fondamentalmente un affare dei cittadini e non (solo) dei distributori e dei consumatori.»

[2] Si vedano gli esempi riportati nello scritto L’insostenibilità dello sviluppo sostenibile nel paragrafo L’insostenibilità per la disponibilità delle risorse.