Un racconto sull’acqua

Questo è un racconto sull’acqua, scritto per i miei nipotini, ma non solo: un sentiero di felice esplorazione e dolce pensare per contribuire a rispettarla, proteggerla e amarla.

Partiamo da lontano. Il poeta latino Ovidio nelle sue Metamorfosi ci dice che «la natura non ha creato il sole, né l’aria, né l’acqua come privata proprietà ma come tesori pubblici».

Vitruvio, poi, nell’ottavo libro del De Architettura esplicita che essa «è gratuita per tutti», oltre che «massimamente necessaria sia alla vita, sia ai diletti, sia all’uso quotidiano».

Messaggi bellissimi e fin troppo chiari, inviati da tanti secoli alle Istituzioni e ai grandi poteri economici di oggi, e non ancora ascoltati. 

L’acqua è oggi mercificata, denaturalizzata, inquinata, degradata. Infinita è invece la sua sacralità, perché l’acqua è il fondamento della vita e della biodiversità del nostro Pianeta. 

Nel poema babilonese Enûma Eliš, Il dio Mardùk dà origine alla Terra sdoppiando Tiāmat, dea delle acque cosmiche.

Nella tradizione dei Dogon in Africa, l’acqua è il seme divino che feconda la Terra.

Nella Genesi, Dio dà origine al mondo partendo dalle acque e creando il Firmamento che tiene separate «le acque dalle acque».

Oceano per Omero è l’origine del tutto, e dalla sua unione con la titanide Teti, l’umidità che tutto pervade e nutre, hanno origine «i tremila fiumi della Terra» e i mari.

Per gli Indiani Yuki in principio tutto era acqua ed è dalla sua schiuma che uscì il Creatore. 

Insomma: la pioggia, le sorgenti, i ruscelli, i fiumi sono divinità.

Gli Egiziani adoravano il Nilo e lo portarono come immagine divina nella loro colonia alessandrina nel cuore di Neapolis.

Gli Aztechi adoravano Tlaloc (colui che fa germogliare), dio della pioggia, e sua sorella Chalchlutliche, dea dell’acqua corrente, dei fiumi e dei laghi.

Nell’Antica Grecia c’erano addirittura tremila Oceanine, ognuna con un nome dal dolce significato: Dori, ovvero la fonte che dà giovamento all’uomo; Elettra, lo zampillare dell’acqua; Eudore, la fonte che dà buoni doni all’uomo; Galaxaure, la fonte dell’acqua bianca come il latte; Iante, dal colore viola; Melobosi, la fonte dove si abbeverano le greggi; Petrea, la fonte delle rocce; Pleaxure, la fonte dallo zampillo che fende l’aria; Polidore, la fonte che dà molti doni all’uomo; Rodeia, la fonte delle rose; Stige, la più illustre; Urania, la divina.

Le leggende delle ninfe raccontano poi storie dolcissime che danno nomi a fonti, danno significato mitologico a confluenze di corsi d’acqua e amori indissolubili.

Il dio del fiume Alfeo si innamora della ninfa Aretusa, mentre ella si sta bagnando nelle sue acque. Aretusa, per sfuggire a tale amore, fugge nell’isola di Ortigia e, per essere protetta dalle insidie di Alfeo, viene trasformata in fonte, appunto la fonte Aretusa. Ma Alfeo, pazzo d’amore, si immerge sottoterra e, scorrendo sotto al mare, arriva all’isola di Ortigia e congiunge in un dolce abbraccio le sue acque a quelle della fonte di Aretusa.[1]

La ninfa Salmace si innamora di Ermafrodito, figlio di Afrodite e di Ermes, giovane bellissimo, ma da lui viene respinta. Mentre Ermafrodito fa il bagno nel lago a lei dedicato, la ninfa Salmace lo abbraccia in maniera indissolubile, chiedendo agli Dei di non essere mai più separata dal suo amore: Salmace ed Ermafrodito diventano un unico essere dotato di entrambi i sessi.[2]

Per gli Antichi Romani anche il Tevere, il Pater Tiberinus, è personificato quale dio nella vigorosa figura maschile con la barba, semidisteso, appoggiato a un’anfora da cui sgorga l’acqua simbolo della sorgente. 

Il Volturno, per la peculiarità del suo percorso, è il dio di tutto ciò che scorre con andamento sinuoso: egli ama appassionatamente Galatea, figlia del monte Tifata, e la circonda con le sue acque. Il culto popolare per il Volturno delle popolazioni della Terra di Lavoro[3] è testimoniato dalla bellissima testa inghirlandata di canne fluviali esposta al Museo Campano di Capua, oltre che dall’iscrizione latina presente nella basilica di Sant’Angelo in Formis.

Il dio Sebeto è la personificazione dell’antico fiume di Neapolis[4], che con le sue acque consente i primi insediamenti e poi la fondazione della città, ancor prima della costruzione dei grandi acquedotti.

Sacre erano le sorgenti del Sarno, le sue purissime acque e il suo corso.

Sacro era il Tanagro, il fiume nero, dall’immensa spettacolarità per il percorso incassato tra le rocce. Egli era la divinità delle popolazioni dedite all’agricoltura e alla pastorizia, stanziatesi lungo il suo percorso.

Nei pressi della foce del Sele fu fondata Poseidonia[5], in onore del dio del mare, e la grande sacralità del luogo ispirò l’edificazione dell’irripetibile complesso dei templi di Hera, Nettuno e Cerere[6]. Nella vicina necropoli della Tempa del Prete, nella Tomba del Tuffatore, il passaggio dalla vita alla morte viene rappresentato dal tuffo dall’alto di colonne, il confine del mondo terrestre, in uno specchio d’acqua che è il fiume che conduce all’Oltretomba. 

Dai fiumi nascono le città: Porto Alegre nasce sulla foce del rio Guaíba, confluenza di quattro fiumi; Passau è la città di tre fiumi, il Danubio, l’Inn e l’Ilz; Amburgo nasce e si sviluppa sui fiumi Elba e Alster; Grenoble sta sulle sponde dell’Isère e del Drac; Tarapoto in Amazzonia sul Cumbaza e il Shilcayo; Bangkok sulla sponda orientale del fiume Chao Phraya.

Bellissima è la perfetta simbiosi tra la città di Capua, con i suoi duemila e cinquecento anni di storia, i suoi monumenti, i suoi edifici sacri, i suoi palazzi, e il Volturno. Castel Volturno nasce a difesa della foce del fiume e del territorio circostante, per favorire i commerci e rendere sicura la navigazione con la sua Torre dell’Orologio.

L’acqua è creatrice di arte.

Lo è nella realizzazione degli acquedotti, dei giardini, delle fontane. Lo è per cultura, bellezza e valori estetici nell’opera di Luigi Vanvitelli nell’Acquedotto Carolino a Valle di Maddaloni, realizzato con il ponte a tre ordini di archi a tutto sesto, in numero progressivamente crescente dal basso verso l’alto (19, 29, 43), lungo 529 metri e alto più di 50, costruito per superare l’ampia valle di Maddaloni tra i monti Longano e Garzano, con il percorso superiore percorribile in… carrozza.

Lo è ancora nell’opera di Vanvitelli nel Parco della Reggia di Caserta: qui a raccontarlo sono il gioco delle acque, l’armonia delle cascate, la fantastica prospettiva.

Lo è ancora nella grande gioiosità delle fontane utili e piacevoli: ogni città, ogni centro antico ne ha di meravigliosamente suggestive.

L’acqua è poesia e musica: lo è nel malinconico poggiarsi al suolo dell’impercettibile pioggia, nel confondersi alla voce dell’impetuoso vento, nella caduta tumultuosa dall’alto delle rocce, nella ricomposizione unitaria per un nuovo cammino dopo l’esplosione della bellezza di ciascuna sua parte nei colori dell’arcobaleno, nell’esplorazione del piccolo ruscello o del grande fiume quando dà gioia e vita all’immensa biodiversità delle sue sponde, nelle voci diverse del mare, fragile mormorio, intensa disarmonia, appassionante epilogo della sua forza.

Ma l’acqua è anche purissima sorgente di creazione musicale: lo è da sempre.

Alberto Amato, dolcissima voce napoletana, canta L’acqua d’ ’a fonte, ispirata alla sorgente del Chiatamone. E. A. Mario crea Funtana all’ombra.

Nel suo poema sinfonico dedicato alle Fontane di Roma, Ottorino Respighi racconta la Fontana di Valle Giulia all’alba in un paesaggio pastorale, la Fontana del Tritone alla luce del mattino, la Fontana di Trevi al meriggio e la fontana di Villa Medici nell’ora del tramonto.

Claude Debussy nelle Chansons de Bilitis racconta la pioggia del mattino. Bedřich Smetana dipinge musicalmente la Moldava dal fluire della sua sorgente alla sua dissoluzione nel grande fiume Elba. Johann Strauss crea il trionfo del valzer con Sul bel Danubio blu.

Shubert poi, che ama la natura in tutte le sue espressioni, al centro di essa pone l’acqua: «il ruscello, ma anche la fonte, le sorgenti, il fiume, la cascata, l’abisso spumeggiante, il lago, il mare, il gorgo, poi la pioggia, la brina, la neve, la tormenta, il ghiaccio, le nubi, le lacrime.»[7]

Le sorgenti, i ruscelli, i fiumi, i laghi, gli stagni creano un’infinita biodiversità geologica, animale e vegetale, su habitat delicati al loro interno e nelle loro relazioni con l’esterno, in cui ogni specie vivente ha bisogno dell’altra.

Io l’ho visto, tanti anni fa, nelle Grotte dell’Angelo a Pertosa, originatesi trentacinque milioni di anni fa, nell’anfiteatro naturale abitato dall’uomo sin dall’età della pietra, con il fiume e il lago sotterranei e l’eterno stillicidio dell’acqua, creatore del fantastico scenario delle stalattiti e stalagmiti.

Lo racconta il paesaggio della biodiversità creato da Claude Monet a Giverny con il trionfo delle ninfee.

Lo raccontano ancora le immagini del Lago del Matese in cui si specchiano il Monte Miletto con i suoi 2.050 metri di altezza, il più alto della Campania, e la Gallinola dalle curiose forme. Su di essi, dentro alle stupende faggete dimorano il lupo appenninico, il gatto selvatico, l’aquila reale, il cinghiale, la volpe, il tasso, il ghiro, il falco pellegrino, e sul lago cicogne e fenicotteri. Immensa è poi la biodiversità geologica di canyon, inghiottitoi, grotte e degli abissi del Pozzo della Neve, profondo più di mille metri, e del Cul di Bove.

Lo raccontano i laghi costieri flegrei: il Fusaro, il lago di Lucrino e l’Averno, con la biodiversità vegetale del pungitopo, del fico, del ginepro, del tàmaro, dell’alaterno, del lentisco, del leccio, del corbezzolo, della camomilla, dello zigolo, del rosmarino, e il mistero dell’oltretomba.

«Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.»[8] Sì, è così: l’acqua è nostra sorella, parte indissolubile e inseparabile della nostra famiglia, della famiglia della natura e della vita, e nessuno può appropriarsene! 

L’acqua è «la migliore delle cose, il principio di tutte le cose; gli animali e le piante non sono altro che acqua condensata e acqua torneranno a essere dopo la morte», ci diceva Talete di Mileto 600 anni prima di Cristo.

E ancora Eraclito dice «dalla terra nasce l’acqua, dall’acqua nasce l’anima», indicando all’uomo un percorso dalla materialità all’immaterialità che racconta della molteplicità delle sue forme e dei suoi significati.

Perciò l’acqua:

-    è fiume, è mare, è lago, è stagno, è ghiaccio;

-    è dolce, salata, salmastra;

-    è luogo presso cui ci si ferma e su cui si viaggia;

-    è piacere e paura, nemica e amica;

-    è confine e infinito;

-    è principio e fine.

Marzo 2006



[1] Ovidio, Metamorfosi libro V.

[2] Ovidio, Metamorfosi libro IV. 

[3] Regione storico-geografica dell’Italia Meridionale legata alla Campania, oggi suddivisa tra le regioni amministrative di Lazio, Campania e Molise.

[4] L’antico nome greco del fiume, tramandatoci sul verso di alcune monete coniate fra il V e il IV secolo a.C., era Sepeithos, traducibile come andar con impeto, probabile riferimento al corso irruente del fiume. 

[5] Nome con i cui i fondatori avevano chiamato la città di Paestum. 

[6] Conosciuto oggi come Tempio di Athena.

[7] Alessandro Solbiati e Silvio Cerutti, I luoghi della mente: l’acqua in Schubert. 

[8] San Francesco d’Assisi, Cantico delle Creature.