Il lavoro: sfida fondamentale per una nuova egemonia dell’ambientalismo

La propaganda più incisiva costruita dal potere economico-produttivo dominante in Italia, e più complessivamente nel mondo, per sconfiggere la crescente onda dell’ambientalismo della fine degli anni ’80 e dei primi anni ’90, è stata sicuramente quella dello spettro di un futuro di povertà, disoccupazione e sottosviluppo connesso alle scelte ambientaliste ed ecologiste. Un’operazione che ha cercato di ridicolizzare, e per molti aspetti ci è riuscita, non solo esponenti politici, ma - ed è questo che naturalmente ci interessa di più - anche questioni di fondamentale rilevanza per il futuro dell’umanità e della vita stessa della Terra: dalla disponibilità delle risorse alla capacità ricettiva del Pianeta.

L’incapacità e la conseguente rinuncia a sfidare - sia pure lungo un necessario itinerario di transizione - il sistema dominante sul terreno generale di un nuovo modello economico, produttivo, sociale, oltre che culturale, politico e istituzionale, ha fatto sì che sempre più ci si impoverisse rispetto alla portata del cambiamento profondo, radicale dell’ambientalismo, con la riduzione a piccoli abbellimenti, insignificanti correttivi, aspetti di mera facciata. La conseguenza generale è che oggi le profonde difficoltà strutturali del sistema, l’esaurirsi delle ragioni e delle forze stesse del suo essere, costituiscono non la sua crisi, ma la base per un tentativo storico del suo rafforzamento, sostenuto - ed è qui il vero paradosso, l’incongruenza ideologica - anche dallo stato di bisogno della drammatica condizione materiale di molti lavoratori.

Qual è dunque la questione? Essa sta nel riprendere e rilanciare dal punto di vista ecologista e ambientalista il lavoro, facendolo diventare l’essenza centrale del dibattito teorico, della proposta politica, delle lotte sociali, delle filosofie e delle scelte economiche. E’ banale, ma allo stesso tempo di grande rilevanza, constatare che la fabbrica non crea più occupazione, nel senso che non ne è la fonte più rilevante. Si può anche dire che non esiste più alcuna proporzionalità tra merci prodotte e occupati, o ancora che si possono produrre beni di consumo con una forza lavoro minima. Da una parte è la piena conferma della giustezza della critica fatta da Marx ai classici dell’economia, Adam Smith e David Ricardo[1], sull’astoricità, naturalità ed eternità del modo di produzione capitalistico, ma dall’altra sembra quasi la fine della loro comune teoria per cui il lavoro è la fonte della ricchezza e il valore è determinato dalla quantità di lavoro contenuto nelle merci.

Il capitale, nell’egemonica espressione finanziaria, appare ancora più forte e decisivo per l’intero destino dell’umanità e del Pianeta. L’unica necessità che esso ha è il mantenimento del mercato e del consumo, ed estende i campi della ricerca del suo plusvalore nel controllo e nella gestione di fondamentali risorse, naturalmente pubbliche, quali l’acqua, l’etere e l’ambiente più complessivamente. Oscurando la sicura catastrofe per disponibilità di risorse e per capacità ricettiva del Pianeta, il capitalismo è vincente e inarrestabile… a meno che non si riformuli nella politica, nella cultura e nella lotta un percorso concreto di radicale inversione, capovolgendo e ridefinendo i termini classici dell’economia: D M D, Denaro-Merce-Denaro.

Ragioniamo - come in una fase di rifondazione del sistema progresso - ignorando la voce denaro: partiamo da ciò che è necessario e utile per il Pianeta e per l’umanità, e chiamiamo lavoro l’attività necessaria, il contributo di ciascuna persona per il suo conseguimento. Facciamo iniziare il ciclo da E, cioè dall’Ecologia intesa nell’accezione globale di casa del benessere dell’uomo e del pianeta. Il nuovo ciclo è semplicemente E L E+, Ecologia-Lavoro-Ecologia accresciuta, e il ciclo successivo sarà E+ L E++, Ecologia accresciuta, Lavoro, Ecologia ulteriormente accresciuta. Il lavoro non è più alienazione ma essenza stessa dell’uomo per la sua realizzazione e per l’arricchimento dei valori della società umana e del pianeta. L’economia, che ritrova nell’ecologia la sua ragione d’essere e la sua forza propulsiva, e una nuova filosofia del lavoro costituiscono, nella loro coniugazione unitaria, il fondamento dell’occupazione del nuovo millennio.

Se analizziamo a livello generale come locale le tantissime questioni aperte a cui dare soluzione o le condizioni di crisi da cui uscire, riscontriamo molteplici lavori socialmente necessari e perciò utili per l’oggi e per il futuro. Ne enucleerò alcuni, ma certamente ce ne saranno molti altri altrettanto importanti.

Partiamo dalla materia e dall’energia: l’esplorazione dell’intero sistema di recupero di materia dai rifiuti nell’accezione globale, in alternativa da una parte all’immissione quale inquinanti nell’aria e dall’altra alla crescente progressiva mutilazione del volto stesso del pianeta per l’asportazione della sua corteccia vitale; l’immensa potenzialità di captare la risorsa a costo zero che il sole ci dà, in alternativa all’ultima distruzione del patrimonio fossile di milioni di anni fa; la scelta di attivare tecnologicamente la cultura della preziosità di ogni risorsa naturale, del suo uso razionale, intelligente, del risparmio quale effettiva condizione di benessere fisico. Consideriamo poi l’immenso lavoro necessario per risanare e rinaturalizzare fiumi, laghi e mari, per bonificare aree degradate e inquinate, per restaurare habitat di biodiversità animale e vegetale, e ancora l’immissione sul territorio di tutto ciò che scienza e tecnica consentono quale fondamento per una Protezione Civile costruita sulla prevenzione.

Penso inoltre alla dimensione di progetti quali Non più periferie, ma città nelle città, alla qualità urbana da realizzare, alla vivibilità da dare, alla mobilità ecologica da attuare. Penso ai centri storici: non vi è professione, arte o mestiere che non sia coinvolto nel restauro e nel recupero dei loro valori. Penso ai beni culturali da salvare, tutelare, far vivere in una corretta fruizione, e penso agli spazi di creazione di nuova cultura, di poesia, di musica, di arte, produzione vitale dell’umanità. Penso infine ai percorsi di assistenza sanitaria, di educazione civica, di generosità e di solidarietà: è assurdo che vi siano da una parte malati, disabili, bisognosi e dall’altra capacità e volontà costrette all’indisponibilità dalla mancanza di denari, che vengono sempre denominati risorse. Le risorse del Paese non sono appunto le persone, la loro capacità professionale e tecnica, le potenzialità della natura, della storia e della cultura, ma il denaro: tranne il buon burattino di Collodi, qualcuno ha mai visto un albero che produce la risorsa denominata denaro, qualcuno ci ha mai creduto?

Il denaro come necessità primaria dei processi economici, produttivi e di scambio sembra una verità assoluta, un dogma: ma è proprio naturale questo? Molti economisti ci spiegheranno le leggi che regolano tutto ciò, le ragioni della nascita della moneta, il grande imbroglio internazionale dei cambi, la bilancia dei pagamenti, il rapporto tra debito pubblico e PIL, l’inflazione, e poi la necessità di contenere la spesa pubblica, e poi ancora la mancanza di risorse per l’ambiente, la cultura, la scuola, la sanità, la solidarietà, e di conseguenza l’impossibilità di concretizzare il lavoro necessario e possibile per creare un Paese complessivamente migliore per l’oggi e il domani.

Qui sta la sfida di fondo che una complessiva istanza ecologista - nell’accezione prima proposta nelle sue diverse espressioni, politica, culturale, associativa e di movimento - deve aprire su ogni aspetto della teoria e della concretezza di un percorso reale. Naturalmente questa sfida non è in contrasto con quanto pensato e attuato con l’insieme di interventi, progetti e aspettative di quella che viene indicata come Economia Verde[2], fondata principalmente su un capitalismo illuminato, che punta su scelte e tecnologie basate in varia misura - a volte anche piuttosto contraddittoriamente - sulla rinnovabilità e il minore impatto ambientale: ne mostra però gli insuperabili limiti teorici e conseguentemente di modello globale perseguibile, evidenziando la necessità di una portata innovatrice di ben altra natura fondante e livello conseguibile.

Due considerazioni mi sembrano ancora necessarie per concludere questo contributo: riguardano problematiche che risultano essenziali per il perseguimento degli obiettivi qui indicati.

La prima è relativa al peso reciproco dei due cicli Denaro-Merce-Denaro ed Ecologia-Lavoro-Ecologia. E’ evidente che non è ipotizzabile la sostituzione del primo ciclo con il secondo mediante drastiche scorciatoie, soprattutto se violente e antidemocratiche; come pure è evidente che operare nella direzione dell’ecologia, naturale e umana, non può significare né la scomparsa né l’annullamento di significativa parte dell’attuale sistema produttivo - molto comunque va combattuto a partire dal mercato delle armi - né del lavoro a esso connesso. La lotta per rendere sempre più determinante il lavoro connesso all’ecologia va sviluppata perciò mediante una strategia permanente di progettualità e di iniziativa a tutti i livelli istituzionali, elevando in maniera sempre più crescente lo scontro sulle cosiddette compatibilità.

La seconda considerazione riguarda la questione ancora più complessa della ricerca di una entità di scambio per l’attivazione e la ricompensa del lavoro alternativa alla moneta: entità che può ancora chiamarsi moneta, ma che deve essere scevra dal complesso di vincoli che ne limitano la disponibilità anche per finalità di interesse generale, e cioè per l’ecologia. La proposizione della questione appare molto meno folle e astrusa se si considera, ad esempio, l’evoluzione della moneta nel corso dei secoli, in rapporto alle esigenze storicamente determinate: a partire dalla sua nascita e dalla stretta connessione del suo valore con la disponibilità di metallo prezioso fino all’abolizione della convertibilità in oro della carta circolante[3] o ai sistemi di titoli in varie forme garantiti. Naturalmente la soluzione tecnica della questione non è univocamente determinabile o definita: lo è invece quella dell’uscita dall’attuale crisi, perché essa non può avvenire che facendo partire la nuova economia dall’ecologia e dal lavoro a essa collegato, quale diritto-dovere di ogni cittadino per una qualità nuova della società umana e della tutela della natura.

Marzo 2010



[1] Adam Smith (1723-1790), filosofo ed economista scozzese. A seguito degli studi intrapresi nell’ambito della filosofia morale, gettò le basi dell’economia politica classica. La sua opera più importante è Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni (1776).

David Ricardo (1772-1823), economista britannico considerato uno dei massimi esponenti della scuola classica.

[2] La Green Economy prende origine da un’analisi del sistema economico in cui oltre ai benefici (aumento del PIL) di un certo regime di produzione si prendono in considerazione anche l’impatto e i danni ambientali prodotti dall’intero ciclo di trasformazione delle materie prime a partire dalla loro estrazione, passando per il loro trasporto e trasformazione in energia e prodotti finiti fino alla loro definitiva eliminazione o smaltimento. Si propongono come soluzione misure economiche, legislative, tecnologiche e di educazione pubblica in grado di ridurre il consumo di energia, di rifiuti, di risorse naturali e i danni ambientali, promuovendo al contempo un modello di sviluppo sostenibile attraverso l’aumento dell’efficienza energetica e di produzione. Si tratta dunque, almeno nei suoi intenti originari, di un modello ottimizzato dell’attuale economia di mercato.

[3] Nel 1971, con atto del presidente degli Stati Uniti Richard Nixon, fu abolita la convertibilità in oro del dollaro. Per quanto riguarda le monete degli altri paesi, la convertibilità in oro era già stata abolita nel 1944 con gli accordi di Bretton Woods, che stabilivano invece la convertibilità di tutte le valute in dollari.