L’attacco all’articolo 18 e la controriforma alla stagione dei diritti, della democrazia e dell’ecologia

Nella discussione certo fortemente impegnata che sta coinvolgendo le forze politiche e sociali, nonché l’intero Paese, sfugge o almeno non emerge nella giusta misura quello che è probabilmente il dato più significativo, di grande valenza politica, relativo al violento attacco all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori portato avanti dal Presidente del Consiglio, Monti, e dal Ministro (diciamo) del lavoro, Fornero, insieme con tutto il Governo: il fatto cioè che tale attacco si svolga all’interno di una strategia globale di radicale controriforma rispetto a quella che possiamo, senza dubbio alcuno, chiamare la grande stagione dei diritti, della democrazia e dell’ecologia che aveva profondamente caratterizzato, pur tra tante contraddizioni e opposizioni, il nostro Paese a partire dalla fine della dittatura fascista e dalla nascita della Repubblica fino ai primi anni ’90.

La legge n. 300 del 20 maggio 1970 (Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale, nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento), che costituisce lo Statuto dei Lavoratori, è la conclusione maestosa di più di un secolo di pensieri e di lotte contro lo sfruttamento, la discriminazione, le umiliazioni, le vessazioni e le violenze nei confronti di donne e uomini, compiuti sulla base della forza e del ricatto del potere economico, industriale, produttivo e naturalmente politico. Se la Costituzione nel suo primo articolo dichiara che la nostra Repubblica è fondata sul lavoro, lo Statuto dei Lavoratori è l’esplicitazione dei diritti dei soggetti che attuano questo fondamentale principio: la tutela cioè della libertà e della dignità dei lavoratori. Lavoro, libertà e dignità costituiscono la triade per la realizzazione della persona umana. Ogni impoverimento di una delle componenti di questa triade è svilimento, deterioramento e perdita della sua identità.

Se le norme dello Statuto dei Lavoratori nel loro insieme dettano filosofia, principi e regole per la tutela dei diritti del lavoro, l’articolo 18 costituisce la tutela reale, perché è la garanzia contro il licenziamento illegittimo, ingiustificato e discriminatorio[1]: ciò si attua assegnando a un organismo esterno, la Magistratura del Lavoro, la valutazione del merito e caricando su chi ha commesso l’illecito licenziamento ogni spesa e l’obbligo di restituire il lavoro, la libertà e la dignità al lavoratore offeso, cioè licenziato.

Il potere economico e la gran parte del mondo imprenditoriale, industriale e politico, a tale potere legato, non hanno mai accettato, soprattutto sul piano dei valori e dei principi, questa rivoluzione dei diritti dei lavoratori e hanno cercato in ogni modo di cancellarla; ma fino all’avvento di Monti e del suo governo (che si manifestano sempre più come la voce del padrone) erano stati sempre sonoramente sconfitti.

Altro che consenso popolare, come sostengono Monti e la Fornero! Come possono ignorare l’esito del referendum del maggio 2000, promosso da Forza Italia, dai Radicali e dal PRI (Partito Repubblicano Italiano), che proponeva l’abrogazione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori? Non solo non si raggiunse il quorum (32,50% di votanti), ma il all’abrogazione subì una pesante sconfitta, raggiungendo appena il 33,4% dei votanti contro il 66,6% dei No (a cui ovviamente va aggiunta la gran parte dei non votanti per la posizione netta di moltissime forze politiche e sindacali di non partecipare al voto): di 49 milioni di elettori il non ne raggiunse nemmeno 5 milioni! Questo nonostante l’impegno massimo, una mobilitazione al di là di ogni limite del partito di Berlusconi, oltre che di tutto il mondo imprenditoriale. Ma tale eclatante sconfitta del tentativo di abrogazione dell’articolo 18 appare ancora più netta se si confronta il risultato del referendum del 2000 con quello promosso da Rifondazione Comunista nel giugno 2003, che aveva come quesito: «Reintegrazione dei lavoratori illegittimamente licenziati: abrogazione delle norme che stabiliscono limiti numerici ed esenzioni per l’applicazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori» (ovvero proponeva l’estensione dello Statuto a tutti i lavoratori). Non si raggiunse il quorum, ma i risultati furono eloquenti: il ebbe l’86,7%, con il consenso di oltre 10 milioni e mezzo di cittadini, più del doppio rispetto a quelli favorevoli all’abrogazione nel 2000! Possono i cosiddetti tecnici (ma tecnici di che cosa?) calpestare in tal modo la volontà popolare? E’ una tragica violenza che certamente si cercherà di ripetere per tutte le altre scelte popolari in contrasto con i grandi interessi dei potentati economici e speculativi: dal nucleare all’acqua e a tutti i beni comuni. I referendum, con i relativi incommensurabili risultati ottenuti, per Monti e il suo governo non hanno alcun valore reale, non sono la scelta del Paese, da rispettare, ma solo un piccolo fastidio, un lieve incidente di percorso da cancellare appena possibile.

L’attacco all’articolo 18 non può perciò che essere letto secondo questa impostazione generale della politica nazionale, impostazione che è il mandato vero ricevuto da Monti, e cioè quello di restaurare un modello di sviluppo e di società fondato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura (naturalmente per quanto possibile nella realtà del XXI secolo).

Tutte le operazioni attuate dal governo Monti sono state totalmente coerenti e funzionali a questo mandato: è proprio un caso che lo spread cresca nuovamente di colpo quando comincia a nascere una resistenza rispetto al cambiamento dell’articolo 18? O invece è lo stesso Monti a orchestrare perché ciò avvenga, sì da ricattare il Paese per ottenere lo storico - per il suo mondo - risultato della cancellazione di tale articolo? Io penso che la verità sia proprio questa, e ciò è confermato dalle incredibili, ulteriormente ricattatorie dichiarazioni da lui fatte: che del Parlamento e delle forze sociali (quelle vere dei lavoratori) non gli importa più di tanto e che non tornerà indietro. Nessun dubbio dunque che tutto il suo potere sia fondato non certo su un mandato o su un consenso popolare, ma sulla forza del ricatto dei grandi capitali finanziari e industriali. «Italia mia, benché ’l parlar sia indarno, puoi viver nel ricatto permanente dello spread?», direbbe oggi Francesco Petrarca in un aggiornamento del suo Canzoniere!

Consideriamole tutte insieme le operazioni del governo Monti per capire la vera identità politica del suo mandato.

- Un ulteriore impoverimento dei ceti popolari, dei meno abbienti con un’assurda teoria dei sacrifici fondata sul cosiddetto debito pubblico (più si è deboli più ci si muove per la sola sopravvivenza).

- Un attacco radicale al potere economico e conseguentemente politico e decisionale dello Stato, con il patto di stabilità e il pareggio di bilancio (inserito addirittura nella Costituzione), ovvero un attacco frontale alla sanità pubblica, alla scuola pubblica, all’università pubblica, alla cultura e al patrimonio naturalistico, archeologico e storico-culturale dello Stato, alla solidarietà pubblica e sociale. L’annichilimento del pubblico è finalizzato agli immani interessi del capitale privato, che decide cosa fare, quale società e mondo costruire, quali modelli di coscienze e di persone produrre per la realizzazione delle proprie finalità di crescita, cioè dei capitali e degli affari. Il capitale privato da una parte, sostituendosi allo Stato, simula di dare università, scuola, sanità e servizi pubblici di qualità, dall’altra chiede/pretende che lo Stato si spogli del suo patrimonio, dei beni comuni della collettività alienandoli. Veramente appaiono lontani anni luce - e si tratta invece di pochi anni solari - i tempi in cui ci si batteva per l’acquisizione al patrimonio pubblico di giardini storici, laghi, parchi e monumenti, quando degradati o a rischio di saccheggio e speculazione.

- Un’accelerazione dell’aggressione alla natura, all’ambiente, alla storia e alla cultura, e una radicale inversione rispetto a significativi processi di cambiamento: la scelta degli OGM (organismi geneticamente modificati), quella degli inceneritori (addirittura camuffati e finanziati come fonte rinnovabile) e il conseguente ultimo attacco a quello che, per la valenza avuta e i risultati ottenuti, possiamo definire l’articolo 18 dell’affermazione del solare in Italia, e cioè il Conto energia[2].

Con Monti siamo invero oltre i consueti interessi storici dei grandi capitali, che per lungo tempo nella politica e nelle scelte dello Stato hanno cercato di mediare i loro interessi con il pubblico e con i valori generali dell’umanità: siamo davanti a una politica totalmente arida, senza valori, ideali e prospettive, che prefigura un triste futuro per l’Italia.

Ma la società reale del Paese non è affatto quella di Monti e dei mandanti del suo governo. Una moltitudine di piccoli e grandi mondi, spesso monadi chiuse nel loro universo, è impegnata in innumerevoli campi e per finalità opposte a quelle dell’attuale governo e delle forze che lo sostengono: una società in cui ognuno di quelli che - come noi - vi appartiene sente il palpito degli altri, e sa che non è solo e che è possibile cambiare e costruire un mondo diverso, nel quale alle categorie dello sfruttamento e dell’inaridimento del pensiero, della cultura e dell’identità dell’umanità si sostituiscano l’amore e la solidarietà tra le persone, nell’oggi come verso le future generazioni e verso la vita stessa del Pianeta, nella sua incommensurabile bellezza e nelle sue infinite espressioni di biodiversità.

Sta a noi, a questa società alternativa, essere capaci di ricercare il percorso concreto perché, come ci illumina il pensiero di Alphonse de Lamartine, tale meravigliosa utopia sia realmente una verità prematura[3].

Aprile 2012



[1] Per più di quarant’anni l’articolo 18 della legge 300/1970 ha rappresentato il cardine della disciplina limitativa dei licenziamenti, costituendo il più efficace riconoscimento e la più ampia garanzia a livello individuale dei diritti e delle libertà enunciati dallo Statuto dei Lavoratori. In sostanza ogni volta che il Giudice avesse ritenuto illegittimo un licenziamento, la sanzione prevista era una sola: la reintegrazione nel posto di lavoro (nel caso di imprese con più di 15 dipendenti). Come noto, la norma ha subito una pesante rivisitazione per opera delle riforma Fornero (legge 28 giugno 2012, n. 92, Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita). Prima di tale riforma, infatti, il principio di stabilità del rapporto di lavoro era tutelato in ogni caso; la legge 92/2012 prevede invece quattro differenti regimi di tutela che si applicano gradatamente a seconda della gravità dei vizi che inficiano il licenziamento. Il progressivo depotenziamento delle tutele offerte ai lavoratori in caso di licenziamento ingiusto ha raggiunto il suo culmine con l’approvazione del decreto legislativo 4 marzo 2015 n. 23 (contenente la disciplina del cosiddetto contratto di lavoro a tutele crescenti), attuativo della legge delega 183/2014 (il Jobs Act del governo Renzi), che ha introdotto un nuovo regime sanzionatorio per le ipotesi di licenziamento illegittimo, individuando nel pagamento di un’indennità risarcitoria la sanzione principale applicabile e limitando ulteriormente le ipotesi di reintegrazione nel posto di lavoro.

[2] Il Conto energia (feed-in premium) è un programma europeo di incentivazione in conto esercizio della produzione di elettricità da fonte solare mediante impianti fotovoltaici permanentemente connessi alla rete elettrica. L’incentivo consiste in un contributo finanziario per kWh di energia prodotta per un certo periodo di tempo (fino a 20 anni), variabile a seconda della dimensione o tipologia di impianto e fino a un tetto massimo di MWp di potenza complessiva generata da tutti gli impianti o a un tetto massimo di somma incentivabile.

[3]«Les utopies ne sont souvent que des vérités prématurées.»