Parliamo di lavoro, non di crescita

Monti e l’insieme delle forze politiche che lo sostengono, ma anche molte forze sociali per loro natura contrapposte, quali imprenditori e sindacati, trovano nel termine crescita un’identità di espressione comune rispetto alla svolta da dare alla ormai epocale crisi che sta attraversando il Paese. Ma né Monti né altri appartenenti a questo coacervo di forze hanno minimamente accennato a cosa intendano per crescita, né hanno fatto una vera riflessione su questo. Perciò qualunque crescita sembra andare bene per loro, indipendentemente dal suo oggetto, dalla sua utilità, da chi se ne avvantaggia, dal fatto che crei o meno lavoro e dell’eventuale qualità e quantità di tale lavoro, dalle conseguenze in termini di prospettiva per le generazioni future, per la biodiversità e per la natura.

Di certo, almeno nell’intendere di Monti e del suo governo, vi sono però due fondamentali identità strutturali relative al modello culturale, sociale, economico e produttivo verso cui ci si intende muovere e su cui si vorrebbe ricostruire - assurdo, lo vedremo - lo sviluppo del Paese: la riduzione, o sarebbe meglio dire l’eliminazione, di ogni impedimento alla libera iniziativa del privato e l’annichilimento del ruolo del pubblico.

Hanno questo indelebile, reazionario marchio: l’attacco violento all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e cioè ai diritti e alla dignità dei veri creatori del lavoro; l’inserimento nella Costituzione del pareggio di bilancio, ovvero la cancellazione della possibilità da parte dello Stato di ogni politica di welfare; la conseguente decrescita della spesa pubblica che pudicamente viene chiamata spending review[1]; le mistificazioni di dati, le semplificazioni di procedure, la creazione di incentivi o di particolari detassazioni per saccheggiare il territorio e l’ambiente, ovvero per depredare la natura, la biodiversità e le future generazioni.

L’annichilimento, oltre che speculativo e di immagine, anche teorico del welfare e la riduzione della spesa pubblica significano senza ombra di dubbio che la crescita, di cui Monti e il suo governo si riempiono la bocca, non interesserà la sanità pubblica, l’educazione e la formazione pubbliche, la solidarietà sociale, la tutela e la gestione del patrimonio naturalistico, archeologico, storico e culturale del Paese, la qualità dei servizi pubblici. Anzi riguardo a tutto ciò non solo non vi sarà crescita, ma necessariamente decrescita, con due conseguenze esponenzialmente drammatiche: l’ulteriore drastica riduzione della quantità di lavoro, cioè del numero dei lavoratori, e il peggioramento della qualità fornita in ogni campo. Se il tutto avvenisse in una sfera di potere permeata da onestà intellettuale, mirata al superiore interesse del Paese, ci si porrebbe la seguente domanda: come è possibile che vi siano tanta incapacità e tanta cecità da non vedere queste semplicissime cose e dire al Paese che cosa succederà? Monti e tutti quelli che lo sostengono parlano mai di tutto ciò? Ci presentano forse un quadro delle conseguenze della drastica riduzione della spesa e del bilancio pubblico? Assolutamente no, perché l’unico interesse è la dequalificazione del pubblico, delle sue funzioni e di chiunque vi sia impiegato.

Sistematicamente, ogni volta che si deve compiere una nuova operazione di declassamento e di attacco a quelli che sono i nostri interessi comuni, Monti tira fuori che «ce lo chiedono l’Europa, i Commissari [che strana, inutile o meglio interessata specie sono costoro?], la BCE».L’Europa ci chiede di abbandonare natura, arte e cultura? di eliminare medicinali e presidi sanitari fondamentali? di aumentare le liste di attesa per i ricoveri o la TAC pubblica, perché sei mesi o un anno sono tempi troppo veloci? L’Europa ci dice che è meglio aumentare le brandine in corsia piuttosto che i letti in stanze adeguate e attrezzate? che è un autentico sperpero assistere anziani, disabili e bisognosi? che è un imperdonabile lusso e un abnorme spreco insegnare e far conoscere Pasolini, Leopardi, Catullo e Saffo (ho scelto quattro mie grandi passioni), o scandalo nello scandalo, Van Gogh e Gauguin, Leonardo e Giotto, o addirittura Marx e Hegel, Spinoza e Platone, Aristotele e Socrate? Aggiungendo poi a questa profonda critica: mica i vostri tecnici ministri si sono potuti permettere queste conoscenze... Loro alla Bocconi hanno potuto solo studiare come fare (per sé e per gli altri) da soldi altri soldi! Naturalmente se così fosse, sarebbe proprio il caso di dire: diamo addio all’Europa, se nel sistema politico-economico che oggi la domina c’è tanta inciviltà, incultura e crudeltà!

Dunque non vi sarà crescita, anzi l’esatto contrario, relativamente alla tutela della natura e dei bisogni e degli interessi sociali e collettivi di oggi come del prossimo futuro. In che cosa allora consisterà la tanto auspicata crescita? Dove, come e per quali interessi e finalità la si organizzerà?

E’ da ritenere che il tutto verrà lasciato alla totale anarchia negli investimenti, nella scelta delle produzioni, nel consumo di risorse e nel loro approvvigionamento, ovvero in quello che si chiama libero mercato per chi ha capitali, più o meno puliti o che si sono sporcati nel loro costituirsi, e per chi - a differenza dello Stato che non solo non può emettere moneta, ma neanche può più chiedere prestiti - ha le opportune credenziali per accedere alle banche. Chi investe ha un primario (nella gran parte dei casi esclusivo) interesse, che è quello di accrescere quanto più possibile il capitale iniziale investito, senza ovviamente porsi alcun problema né morale, né sociale, né ancor meno ecologico: chiede solo totale libertà di azione e ogni possibile agevolazione.

Un primo grandissimo spazio di crescita del Paese risulta così assai facile da individuare: è il grande business della copertura della decrescita dello Stato, per cui le fondamentali domande sociali - mistificate quali cause della crisi dai governanti, da molti politici e dalla prezzolata claque di consenso - di sanità, di scuola, di università e ricerca, di tutela e valorizzazione del patrimonio storico culturale, di servizi sociali e collettivi… diventano enormi terreni di conquista per lucrosi investimenti. Ma crescerà in tal modo l’occupazione, anche solo rispetto a ieri? È da pensare proprio di no: crescono solo lo sfruttamento e l’immoralità. Monti e i suoi soci vadano a fare una ricerca - si fa per dire, naturalmente, perché essi sanno ciò mille e una volta meglio di chi scrive! - sulla privatizzazione dell’Enel, della SIP[2], delle Ferrovie dello Stato, delle Poste Italiane, delle aziende IRI[3] e a partecipazione statale; vadano a fare una ricerca anche sulle bugie che si dissero quando bisognava attuare queste sporche operazioni… per l’interesse superiore del Paese e per le future generazioni: sì, proprio così si diceva, e purtroppo lo diceva anche molta parte della sinistra e del sindacato.

Si parla di crescita, ma nessuna distinzione si fa riguardo alla crescita della produzione degli armamenti in Italia: gli armamenti vengono cioè considerati alla stessa stregua di tutte le altre produzioni, sul piano delle incentivazioni e delle detassazioni e di qualsiasi altro strumento agevolativo che si intende attivare? L’amministratore delegato di Finmeccanica, Giuseppe Orsi, ha dichiarato: «Finmeccanica deve focalizzare la sua attività sui mercati emergenti. Dobbiamo aumentare la nostra presenza in paesi-chiave come India, Cina, Turchia, Russia, Brasile e Medio ed Estremo Oriente. Tutto ciò, anche perché il budget del governo statunitense per la difesa in proiezione si abbasserà.» Rispetto a tali dichiarazioni come si pone il Governo italiano, che tra l’altro (con il 32,45% delle quote azionarie del Ministero dell’Economia) di Finmeccanica è il maggiore azionista? Appoggia e sostiene questa crescita di morte, con le orrende parole che l’accompagnano, o impone lo spostamento delle risorse verso la cantieristica civile dell’azienda, creando lavoro vero, utile e positivo? E ciò che vale per Finmeccanica vale naturalmente per ogni altra attività relativa ad armi e armamenti, da quelli tradizionali a quelli nucleari.

Ma ritorniamo sul piano generale. E’ ancora possibile pensare a una crescita fondata su energia fossile, nuovo consumo di materia, consumo di suolo, distruzione del residuo patrimonio storico, culturale e naturalistico, cancellazione della biodiversità? Possiamo pensare cioè a una crescita fondata ancora su un cieco, ottuso consumismo senza via d’uscita, destinato al fallimento e alla creazione permanente di crisi dopo crisi? Considerando le scelte di Monti, ma non solo, la risposta pare proprio affermativa. Chiuso in una visione arcaica, tutta economicista e produttivista, e nella cultura di un ormai ascientifico positivismo, egli non ha minimamente consapevolezza né della riflessione teorica sui limiti delle risorse e sulla sostenibilità del Pianeta, né di quanto abnorme sia ciò che è stato già consumato e che perciò non risulta oggi più disponibile, né di quanto estremamente grave e irreversibile sia quello che è già avvenuto sul piano delle condizioni della vita stessa del Pianeta, dalle alterazioni climatiche alla perdita della biodiversità. Il governo Monti parla e agisce come se l’Italia e il mondo intero fossero ancora al tempo della prima rivoluzione industriale e della nascita stessa del capitalismo.

Questo è il significato di fondo di scelte quali quelle compiute nel campo dell’energia (regolatrice ed espressione fondamentale del modello di società, di sviluppo, di produzione e di consumo): la riproposizione dell’incremento nell’uso del petrolio e delle fonti fossili e il devastante ritorno all’indietro nel campo del solare, compresi nel quinto Conto energia, stanno a indicare che non vi è la minima consapevolezza da una parte del prossimo esaurirsi del petrolio e dei combustibili fossili, e dall’altra delle conseguenze catastrofiche dell’emissione dei gas serra, che impongono di fermarsi non più tardi di subito. Se ci si astrae dagli immani interessi connessi, è totalmente assurdo - diciamolo pure folle - pensare di contribuire a risolvere il fabbisogno energetico italiano sondando e perforando fino a due-tremila metri di profondità, insomma massacrando terre e mari, per ottenere - raccolto tutto il disponibile, ammesso che realmente vi sia - il petrolio e il gas che si consumano in Italia in due anni! Ovvero fra due anni ci troveremmo con un’infinità di danni ambientali, di spese fatte, di nuovi disoccupati e appunto senza la disponibilità di un’ulteriore goccia di petrolio o di gas: e naturalmente fra due anni, con queste scelte, la situazione del Paese sarebbe aggravata dal pesante ritardo accumulato rispetto a una seria e valida politica energetica fondata sul sole e sul risparmio. Con grande lungimiranza e solidarietà verso le generazioni future e l’ambiente, la ricetta energetica del Governo è proprio questa: un’ultima grande abbuffata di quell’infinitesimo che resta prima della fine!

Allo stesso modo si opera relativamente al consumo di materia. Non chiediamo al presidente Monti e ai suoi ministri di leggere o addirittura studiare il testo di Nicholas Georgescu-Roegen Bioeconomia e degradazione della materia - Il destino prometeico della tecnologia umana, ma semplicemente di considerare gli incontestabili dati relativi alla movimentazione di una quantità di materia pari all’intera isola di Capri nell’arco di tre anni per l’Italia, e pari all’intero complesso Vesuvio - Monte Somma ogni anno per il Mondo. E’ possibile ragionare di crescita ignorando tali dati, senza porre cioè quale questione fondamentale rispetto a ogni modello produttivo per il Paese il riciclo della materia, cancellando inceneritori e discariche? Monti e il suo governo, così bravi in contabilità, perché non fanno appunto i conti e li rendono pubblici, anche per quello che succede in questo campo? Anzi, poiché dicono di essere tanto bravi nei tagli, perché non lo dimostrano tagliando decisamente proprio sul consumo di materia?

E ciò che vale per l’energia e la materia vale ancor di più per il consumo del territorio, degli ambienti naturali, paesaggistici e storico-culturali, per la perdita della biodiversità e dei suoi incommensurabili valori.

Dovunque ci si volga, appare chiaro quanto scarso, ovvero proprio inesistente, sia lo spazio della sostenibilità per un’ulteriore crescita materiale, per il rilancio della società consumistica. La domanda che ci dobbiamo porre allora è la seguente: abbiamo davvero bisogno della produzione di una sempre più crescente quantità di merci, o è necessario piuttosto qualificare e finalizzare la merce, dalla materia prima che utilizziamo fino alla chiusura del suo ciclo, per attivare nuovi cicli, sostenibili e sostenuti esclusivamente dalla natura rinnovabile dell’energia, che ne consente le trasformazioni e il permanente riuso?

La risposta non può essere che questa: la circuitazione della materia e la chiusura del suo cerchio, alimentate dall’energia solare in tutte le sue espressioni, devono necessariamente costituire il modello produttivo, nazionale e mondiale. Non c’è altra via. Per gli interessi dei potenti ciò può ancora essere rinviato, continuando a sfruttare tutto quanto resta di natura e di risorse, con ulteriori catastrofiche conseguenze per il Pianeta: ma i limiti delle risorse e della capacità ricettiva portano a tale unico orizzonte, che è anche il possibile orizzonte radioso di una diversa positiva qualità della vita dell’umanità in armonia con la natura e la biodiversità.

Fondamentali nella crisi di oggi - non la consueta crisi ciclica del capitalismo, ma totalmente sistemica - appaiono due questioni: la transizione verso la realizzazione della Civiltà del Sole (cioè del modello della chiusura del cerchio con tutto ciò che comporta nella ridistribuzione delle risorse all’interno dei singoli paesi e tra i diversi paesi) e la questione del lavoro.

La transizione - percorso necessario da attivare subito per la trasformazione - è infatti anche fondamentale creazione di lavoro, quello vero di produzione di benessere per la società, per la natura e per la biodiversità. E dunque anziché parlare di una nebulosa, indefinita, oscura e insostenibile crescita, non sarebbe molto più giusto, necessario e urgente parlare di lavoro, del dove e del come realizzarlo, avendo presente, in strettissima connessione con i bisogni e i diritti fondamentali della persona umana e della biodiversità, l’orizzonte economico e produttivo verso il quale ci si intende muovere? Anziché attaccare i diritti e la dignità dei lavoratori, mistificando così una creazione di lavoro, non sarebbe assai più giusto che il Ministro del lavoro si attivasse per costruire piani per il lavoro?

Crescita e lavoro non sono affatto la stessa cosa, e sempre più con il tempo possono divenire anche contrapposti. Demistificare il falso assunto della crescita quale risposta al bisogno fondamentale della società di oggi, costituito dal lavoro, è necessità assoluta per promuovere realmente il lavoro come diritto fondamentale e compiuta realizzazione dell’identità della persona umana quale essere sociale.

Maggio 2012



[1] Per rendere popolare e ben accetta alla collettività tale revisione della spesa pubblica si parte evidenziando degenerazioni, abusi e sprechi, per poi attaccare e annientare tutto ciò che è di reale interesse pubblico, dalla politica, quella vera e partecipata, ai grandi bisogni sociali.

[2] Società Italiana per l’Esercizio Telefonico.

[3] Istituto per la Ricostruzione Industriale.