Il significato politico del non voto, ovvero Berlusconi con le sue scelte è minoranza nel Paese

Nel disastro elettorale, dal punto di vista della rappresentanza istituzionale, un dato - rilevatore del reale consenso delle forze in campo, delle loro idee e della loro politica, e allo stesso tempo portatore di grande potenzialità positiva - risulta evidente: l’altissima e crescente astensione.

Partiamo proprio dal tema del consenso e cerchiamo di capire qual è il livello di esso anche relativamente alle forze vincenti. Immediatamente dopo le consuete, ripetitive, obsolete frasi dette nelle prime ore a seguito dei dati del Viminale, si offusca volutamente il dato dell’astensionismo e ogni ragionamento si fa come se i votanti fossero tutti i cittadini del Paese. Nulla di più deviante, perché il non voto - tranne naturalmente per piccole frange impossibilitate a recarsi alle urne da motivi contingentemente insuperabili - è manifestazione politica così come il voto, ed esprime il diniego delle forze, dei programmi e dei candidati in campo nonché dello stesso sistema elettorale, delle forme di rappresentanza e della democrazia istituzionale così come va a realizzarsi. Quando le aspirazioni ideali, i valori di riferimento e gli interessi globali del cittadino avente diritto al voto non si ritrovano nelle aggregazioni e nelle liste presenti, ci si può turare il naso e scegliere il male minore, e cioè andare a votare il meno peggio o il meno lontano dalle proprie idee, oppure anche dissentire totalmente e appunto scegliere di non votare. Il dato certo è però che, nonostante i positivisti del voto comunque, il non voto e soprattutto la sua tendenza in aumento o in diminuzione esprimono, non come si vuole qualunquisticamente far intendere un disinteresse per la politica nella sua accezione nobile, ma una critica radicale al suo essere per come si manifesta e attua al momento del voto.

Se - come si dovrebbe fare - si analizzano i dati secondo tale lettura, emerge la vera realtà del Paese, e cioè che la maggioranza elettorale non rappresenta affatto la maggioranza del Paese. Restando alle ultime elezioni regionali, anche laddove il risultato elettorale è stato il più alto, come in Veneto e in Lombardia, la maggioranza del centro-destra esprime in realtà una minoranza di meno di quattro cittadini su dieci; nel Lazio e in Campania essa si riduce a poco più di tre cittadini su dieci[1]. In Veneto e in Lombardia sei cittadini su dieci, nel Lazio e in Campania sette cittadini su dieci non hanno espresso affatto consenso per le aggregazioni risultate vincenti.

Questo dato è fondamentale per intendere qual è la reale volontà del Paese: il divario tra democrazia reale, nel significato di espressione diretta della volontà popolare, e democrazia rappresentativa è enorme e pone il grande problema di rivedere radicalmente la costruzione della democrazia stessa. Innanzitutto bisognerebbe porsi la questione relativa alla controriforma elettorale che è stata attuata con l’introduzione del sistema maggioritario e delle soglie di sbarramento, nella logica in sé autoritaria e antidemocratica del bipolarismo.

Il Presidente della Repubblica, autorevolmente e con profonda sincerità, si pone il problema della riduzione crescente della democrazia istituzionale. Riteniamo però che non siano le riforme condivise, come egli afferma, a ridare nuova linfa alla democrazia istituzionale, ma scelte radicalmente opposte a quelle che sono state effettuate negli ultimi anni, nella logica anche di una ricerca delle vie e delle forme nuove da introdurre per le decisioni e le scelte politiche e istituzionali in un Paese sicuramente cambiato rispetto al momento della scrittura stessa della Costituzione. Così, per le forze democratiche, progressiste, ecologiste e del rinnovamento, la battaglia sulla Costituzione non può attestarsi solamente sulla necessaria difesa del suo spirito originario, dei principi e dei relativi articoli fondamentali per la democrazia e le libertà individuali e collettive, ma deve proiettarsi in avanti in netta contrapposizione con l’attacco che a essa viene portato dalla controriforma berlusconiana e leghista. Ci riferiamo soprattutto:

- agli articoli 1 e 4[2]: la Repubblica è fondata sul lavoro, che va visto nell’identità nuova di costruzione di nuova qualità della vita, di benessere per le generazioni attuali e future e per il Pianeta;

- all’articolo 9[3]: occorre difendere la cultura e la ricerca scientifica (attaccate duramente dalla Gelmini), e ampliare decisamente la tutela del paesaggio, estendendola alla natura e alla biodiversità.

- all’articolo 11[4]: oggi, purtroppo il ripudio della guerra viene interpretato come spedizioni militari permanenti in altri paesi con la mistificante giustificazione di missioni di pace.

Questi sono naturalmente solo esempi, perché occorre costruire una piattaforma democratica e progressista di rigenerazione della Costituzione.

L’astensionismo, così come le schede bianche e nulle, sono anche la conseguenza diretta della debolezza e dell’inattualità dell’articolo 49[5], che definisce l’essere e il ruolo dei partiti politici: di qui l’inderogabile necessità di ricostruire il processo democratico in forme, contenuti ed espressioni completamente nuovi.

Nelle prossime settimane il Governo attaccherà su scelte fondamentali di natura diversa: dal presidenzialismo alla nuova legge elettorale, dalla giustizia personalizzata alla laicità dello stato, dalle privatizzazioni al nucleare: la demistificazione del consenso del Paese verso il Governo e la sua maggioranza è perciò allo stesso tempo il necessario riferimento per il confronto e la consapevolezza della possibile vittoria delle istanze e dei contenuti alternativi.

La grande, epocale questione che si pone è perciò come trasformare la stragrande maggioranza del Paese - che non sostiene Berlusconi e le sue scelte, e che d’altra parte non si riconosce né nell’attuale politica né nelle organizzazioni del centro-sinistra, a partire dal Partito Democratico - in forza vera di opposizione, capace di fermare e invertire le scelte, di proporre una nuova democrazia e partecipazione e di proporsi come nuovo governo del Paese.

Questa è la questione: perché se con certezza possiamo dire che la maggioranza del Paese non sta né con Berlusconi né con Bersani, non possiamo certo affermare che essa sia aggregata attorno a progetti o forze del cambiamento. Ciascuno per la propria identità e responsabilità e tutti insieme, noi che pensiamo a un Paese diverso dall’oggi, ecologista, giusto e solidale, per citare tre possibili comuni riferimenti, con intelligenza e onestà politica e intellettuale non possiamo non constatare la marginalità estrema del risultato elettorale delle forze che si richiamano all’alternativa[6]: Verdi, Movimento Cinque Stelle, Federazione della Sinistra[7]. L’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro e Sinistra Ecologia Libertà di Nichi Vendola, per la loro stessa identità di mera copertura giustizialista ed ecologista al progetto del Partito Democratico, non possono certo significativamente incidere per l’alternativa.

Tutte queste espressioni, tuttavia, sono portatrici di valori e contenuti programmatici, reciprocamente similari e di conseguenza reciprocamente condivisibili. Dicendo questo non si intende certo dire che occorra fare una grande ammucchiata elettorale. Pensiamo invece che tutte insieme queste forze debbano svolgere una grande azione sinergica per contribuire a una nuova impetuosa crescita del clima culturale, sociale e politico del cambiamento. Nell’identità e nella progettualità delle espressioni politiche esistenti, o anche di altre che possono sorgere, occorre cioè una nuova disponibilità per una conflittualità organica contro scelte devastanti per il Paese, per la società, per l’ambiente e la natura. Se ciò avviene, sicuramente il non voto di oggi, per la sua significativa portata, diventa oltre a immensa ricchezza di movimenti e partecipazione democratica, anche sul piano elettorale nuova entusiasmante linfa del cambiamento istituzionale.

Aprile 2010

(Scritto in collaborazione con Guido Pollice)



[1] Nelle elezioni regionali del marzo 2010 la coalizione di centro-destra ha avuto in Veneto su 3.962.272 elettori 1.361.702 voti; in Lombardia su 7.694.756 elettori 2.479.368 voti; nel Lazio su 4.722.155 elettori 1.260.094 voti; in Campania su 4.945.381 elettori 1.615.118 voti (dati dell’Archivio Storico del Ministero dell’Interno).

[2] Art. 1: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.»

Art. 4: «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.»

[3] Art. 9: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.»

[4] Art. 11: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.» 

[5] Art. 49: «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.» 

[6] Nelle elezioni regionali del marzo 2010 a livello nazionale, relativamente alle forze politiche cui si fa riferimento, si sono avuti i seguenti risultati: Verdi 0,67%; Movimento Cinque Stelle 1,77%; Federazione della Sinistra 2,74%; Sinistra Ecologia Libertà 3,03%; Italia dei Valori 7,27%. 

[7] L’associazione politica Partito della Rifondazione Comunista/Sinistra Europea-Partito dei Comunisti Italiani, meglio nota come Federazione della Sinistra (FdS), è stata una forza politica costituita da partiti e movimenti politici di sinistra federati fra loro dal luglio 2009 al novembre 2012.