Ritrovare il valore della politica

Nella passata campagna elettorale ciò che più ha sconcertato tanti di noi ideologizzati, come culmine di un processo in crescita ormai da lungo tempo, è stata certamente l’assenza di un confronto su ideali e valori della prospettiva del Paese e del mondo, inteso nella sua globalità di natura e società. Sono state così totalmente ignorate questioni che possono portare alla catastrofe del Pianeta, quali l’esponenziale perdita della biodiversità, gli armamenti e il pericolo nucleare, l’effetto serra e i mutamenti climatici, la natura dell’energia e della materia utilizzate (e più in generale l’aggressione delle risorse e l’avvicinarsi sempre più rapido al loro esaurirsi), le alleanze internazionali, le crescenti miseria e ingiustizia economica e sociale all’interno dei singoli paesi (compresa la nostra Italia) e tra i diversi paesi, la crescita a dismisura dei rifiuti e l’avvelenamento dei suoli, dei mari, delle acque e della stessa aria che respiriamo. Il fatto che tali questioni non siano state al centro o comunque all’interno del dibattito elettorale sta chiaramente a significare che, da parte delle principali forze politiche in competizione, esse non sono state considerate presenti nella sensibilità e negli interessi dei cittadini elettori, così che le scelte rispetto a esse potessero incidere in qualche modo sul voto.

Se si confronta ciò con quanto è avvenuto per decenni, dal dopoguerra in poi, non si può non constatare un radicale cambiamento: le elezioni politiche erano elezioni di scelte e di indirizzo generali del Paese. Nei comizi nelle piazze veniva rappresentato lo stato del mondo, secondo le diverse aspirazioni e finalità dei partiti, e indicata la diversità delle prospettive economiche, sociali, del lavoro e dei diritti. Il confronto avveniva così sulla politica internazionale e sui grandi temi della pace e della minaccia nucleare, sul ruolo e sulla qualificazione del pubblico, sui diritti dei lavoratori e dei senza lavoro, sulla difesa del valore del salario, sulla politica della casa, sulla questione meridionale (per citare alcuni temi emblematici). Il confronto era cioè un confronto vero, spesso di profonda diversità, per la diversità dei valori e degli interessi di cui le diverse forze politiche erano portatrici. Naturalmente la sintesi, cioè la governabilità necessaria che andava nella direzione delle forze vincenti, avveniva poi nel Parlamento.

Il sistema elettorale democratico della proporzionale pura - e non quello dell’attuale legge-truffa[1], uguale alla legge Acerbo del 1923, che sancì la dittatura fascista e che Togliatti come Nenni combatterono strenuamente, vincendo, alla sua riproposizione nel 1953 - garantiva un Parlamento reale espressione della volontà popolare, rappresentativo anche delle minoranze e delle nascenti nuove idealità e aspirazioni.

E’ vero (e ci ritornerò ancora) che la lista di Rivoluzione Civile[2] ha avuto una gravissima sconfitta politica, per innumerevoli ragioni ed errori: ma è davvero giusto e democratico che 765.000 cittadini (faccio riferimento al voto alla Camera), ovvero un numero pari circa al totale degli aventi diritto al voto di una città come Napoli, non abbiano una loro rappresentanza in Parlamento in nome di una governabilità che mai come oggi appare del tutto inesistente, impossibile? E laddove con 608.000 voti, ovvero più di 150.000 voti in meno, la lista dell’Unione di Centro (UdC) ha ben 8 eletti? Il dato diventa ancora più strabiliante se esso viene rapportato ai quasi 2 milioni e mezzo di cittadini (una popolazione superiore a intere regioni quali Umbria, Marche o Abruzzi) che hanno deciso di votare e non astenersi ma che non hanno alcun loro rappresentante in Parlamento. Vi sarà battaglia da parte delle forze politiche presenti in Parlamento, che si dichiarano democratiche, perché venga ripristinata la democrazia istituzionale nel nostro Paese? Approvando lo sbarramento, molte forze politiche lo fecero per propri calcoli e interessi, finalizzati a cancellare tutto quello che elettoralmente le disturbava: forze allora in ascesa, come i Verdi - Sole che ride e Rifondazione Comunista, in seguito ne hanno subito tragiche conseguenze, fino alla loro scomparsa!

Ma torniamo al punto di partenza di questa mia riflessione, e cioè l’inesistenza di un confronto vero tra le tre aggregazioni elettorali date come predominanti nella fase preelettorale: il centro-destra, il centro (Scelta Civica) e il centro-sinistra. La realtà vera è che rispetto a esse Monti era riuscito a imporre la centralità del suo economicismo, del mercato, dello svuotamento del ruolo del pubblico e del welfare state, non solo come categorie di confronto ma anche come identità di scelta. La netta sconfitta, politica ancor più che numerica, di tutte e tre le aggregazioni - e in misura superiore a ogni previsione proprio di Scelta Civica[3] - è perciò la sconfitta dell’Agenda Monti[4], della politica fatta dal governo tecnico sostenuto dalle tre aggregazioni: politica fondata sui profondamente ingiusti sacrifici imposti e sul violento attacco all’ambiente e ai diritti. L’estrema preoccupazione che si volesse continuare su tale strada - vincesse lo stesso Monti o il centro-destra o il centro-sinistra - è la chiave di lettura principale della sconfitta del blocco politico-economico, comprendente appunto centro-destra, centro e centro-sinistra, visti in competizione - fatta eccezione per qualche sfumatura soprattutto di facciata - non sulla prospettiva di orizzonti diversi ma unicamente sulla presa e sulla gestione del potere. Sicuramente è schematica e ingiusta tale semplificazione - e sarebbe necessario un più ampio approfondimento - ma essa è funzionale a interpretare i processi avvenuti e ancora in atto.

La sconfitta di quel blocco che ha sostenuto Monti costituisce perciò l’espressione parametrica fondamentale della crisi della politica che ormai da lungo tempo vive il Paese. Tale crisi sta difatti proprio nella crisi delle idealità, dei valori e della democrazia. Le categorie della moralità e dell’onestà dovrebbero appartenere alla prepolitica, perché dovrebbero essere insite nell’identità stessa di forza politica e di candidato a governare la cosa pubblica. Invece esse sono divenute la questione centrale che travolge tutte le altre, facendole scomparire, e contribuiscono certo all’omologazione delle diverse identità politiche. Il significato vero, condiviso, del sono tutti uguali (inteso purtroppo spesso nella direzione ulteriormente degenerativa di ladri del bene comune) sta proprio qui: nel sentimento comune, la degenerazione morale di larga parte delle forze politiche si è trasformata in condanna globale, in umiliazione della politica. La regola universale democratica dello stare insieme dei soggetti di ogni comunità è entrata in crisi ed è significativamente divenuta, nel Paese, la categoria fondamentale da combattere e cancellare.

Penso che dobbiamo partire da ciò sia per comprendere le ragioni della grande vittoria del Movimento 5 Stelle[5] e della pesante, per certi aspetti tragica, sconfitta di Rivoluzione Civile, sia per riflettere sul futuro nella finalità della costruzione di un percorso ecologista, solidale e pacifista del Paese.

Il Movimento 5 Stelle si è posto radicalmente dall’altra parte rispetto a Monti e ai sostenitori del suo governo tecnico, immergendosi compiutamente nel sentimento di rabbia, di protesta e di condanna che da decenni ormai anima il Paese, ma che era stato contenuto, anche politicamente, fino a quando l’Italia viveva una sua sostenibilità economica, produttiva, occupazionale e sociale, crollata appunto con le politiche del governo Monti. Non in un orizzonte nuovo per il Paese e per il mondo, non in un programma politico di grandi opzioni, non in un’organizzazione con nuove regole di democrazia e partecipazione, ma in un sintonismo strutturato (liste, contenuti del programma elettorale, comunicazione) nella non appartenenza alla casta e alla sua politica e ai suoi interessi sta, dunque, la ragione del successo del M5S.

E’ l’antipolitica che ha vinto o è la nuova politica che avanza? Io penso che sia l’una e l’altra cosa. I movimenti, l’associazionismo, i comitati, il fare politica dal basso hanno avuto e hanno tuttora un ruolo fondamentale nel dare profondi impulsi di cambiamento (fino a strepitose vittorie generali come quelle nei referendum sul nucleare e sull’acqua pubblica): ciò in un’autonomia ormai totale rispetto al controllo da parte delle forze politiche che per lungo tempo, quale vera strategia, con essi hanno cercato il consenso, coprendo spazi sociali di iniziativa e di lotta. Oggi siamo davanti a un fatto totalmente nuovo, almeno per l’Italia: per la prima volta un movimento costituisce la lista elettorale che ha il maggiore numero di voti nelle elezioni nazionali. Al di là di quello che sarà il destino futuro del Movimento 5 Stelle, quanto è successo è un fatto che comunque fa storia, esprime compiutamente la realtà di un Paese orientato verso il possibile cambiamento, porta nel Parlamento donne e uomini, contenuti, metodi ed esperienze di genesi decisamente nuova e diversa rispetto al passato, sconvolge schemi consolidati di alleanze politiche e di intese istituzionali nell’interesse superiore del Paese e - speriamo che sia così - scompiglia il sottobanco degli accordi nelle commissioni e il sottobosco dei vari ministeri nelle nomine, nei finanziamenti, negli appalti, nella ragnatela dei tanti diffusi interessi. E’ evidente che tutto ciò è parte significativa della nuova politica di cui il Paese ha bisogno e con cui sono costrette a misurarsi, a un livello molto più alto di quello che è stato nel passato, anche le altre forze politiche, a partire proprio dal Partito Democratico.

Ma proprio come conseguenza del grandissimo risultato ottenuto appaiono chiari i limiti della mancanza di un programma generale, delle scelte di fondo e delle possibili alleanze: limiti che costituiscono la necessità di chiarire l’essere soggetto politico nazionale del M5S. Ciò riguarda la politica estera (con le grandi questioni connesse della riforma dell’ONU e del diritto di veto, delle conferenze sul clima e sulla biodiversità, delle basi e delle missioni militari, della proliferazione nucleare civile e militare), la politica europea (con il ruolo dell’Italia, della BCE e del sistema bancario e finanziario in generale, del mercato rispetto agli interessi pubblici e collettivi, dell’euro), la politica nazionale (sul piano dell’ecologia e della biodiversità, dell’energia e dei rifiuti, dell’economia e della lotta per annullare il Patto di Stabilità, della spesa pubblica e dell’immenso lavoro a essa connesso, e perciò della scuola pubblica, dell’università pubblica, della sanità pubblica, della solidarietà sociale, dei diritti e della cancellazione della controriforma Fornero, della riforma istituzionale degli enti locali, che non può essere funzionale solo a recuperare danaro, ma all’ottimizzazione della qualità del servizio e della tutela del territorio).

Combattuti fino in fondo sprechi e ruberie varie - e non è certo cosa da poco - il M5S farà la scelta della tutela, della valorizzazione e della crescita del pubblico o, come avvenuto in questi anni, sceglierà di accelerarne lo svilimento se non la cancellazione? Il non dare risposta a tali questioni, chiudendosi nel confronto su slogan quali «non vogliamo avere alcun rapporto con i partiti che hanno generato l’attuale sfascio», sarebbe l’antipolitica: e in tal caso l’esplosione elettorale del M5S sarebbe il trionfo dell’antipolitica. Ma possiamo sperare che non sarà così!

Ribaltare la crisi della politica, il sentimento popolare di condanna e di denuncia della sua degenerazione e negatività, con il rilancio della politica antitesi dell’antipolitica e densa di immensi suoi nuovi, profondamente alternativi contenuti, è un terreno di immensa potenziale fertilità per le forze ecologiste e di sinistra e per un eventuale soggetto unitario che le rappresenti. Il cammino che da anni seguono tali forze - debole e insignificante nella creazione di sogni, di idealità e valori, nella denuncia, nell’analisi e nelle proposte, nelle lotte, nella partecipazione attiva e convinta alla costruzione di una democrazia diffusa e partecipata - ha avuto nell’ultima partecipazione elettorale il culmine del suo processo involutivo. La scelta dell’immagine di una discesa in campo e di una lotta elettorale della Società Civile (mutuando Monti o anche viceversa) è significativa riguardo al messaggio trasmesso agli elettori dell’incapacità-impossibilità della politica di realizzare il cambiamento. Con Rivoluzione Civile non è la Società Civile che si propone in alternativa ai partiti, ma forze politiche che richiamano la centralità della Società Civile e cercano di identificarsi con essa senza esserlo: come se la Società Civile non fosse poi parte della politica. La sfida politica per il cambiamento è così mancata sin dalla denominazione della lista, che avrebbe avuto tutt’altra immagine se si fosse chiamata ad esempio Rivoluzione Politica, che è quella di cui il Paese oggi ha fortemente bisogno e che ha espresso nel voto al M5S.

Ma la sfida per la Rivoluzione Politica è nella credibilità dei soggetti politici che la propongono e la sostengono, nella forza della denuncia che l’accompagna, nel programma politico che si intende attuare: tutto questo non si improvvisa alle elezioni ma è il compimento del lavoro politico, culturale e sociale svolto negli anni. La stessa scelta di essere presente nella competizione elettorale come un unico soggetto politico ecologista e di sinistra (naturalmente molto giusta e di fondamentale importanza sul piano della prospettiva politica), espressione di diverse, importanti esperienze politiche (da Rifondazione e dai Comunisti Italiani ai Verdi e all’Italia dei Valori), andava costruita con un precedente lungo percorso politico: altrimenti non si ottiene neppure la somma dei consensi precedentemente avuti dalle singole liste, perché l’identità e i valori di ciascuna di esse scompaiono e il nuovo soggetto unitario è inesistente, se non per la militanza attiva delle sue componenti (che è poi il risultato numerico ottenuto alle elezioni). In tal senso la sconfitta di Rivoluzione Civile non rappresenta affatto il nuovo politico che avanza e che cancellerebbe, in nome di un deteriore economicismo, le grandi istanze e speranze (riposte per anni da decine di milioni di cittadini nelle forze politiche elettorali costituenti Rivoluzione Civile) sull’ecologia e sulla biodiversità, su una nuova economia e su un nuovo modello di società e di sviluppo, sulla pace, sui diritti e sul lavoro: ciò per il semplice fatto che Rivoluzione Civile non è stato il soggetto politico nuovo che esprimesse questi valori e speranze.

Perché tali istanze non siano ricadute nel voto, garantito ma condizionato, di Sinistra Ecologia Libertà, o anche nello stesso Partito Democratico, è questione politica rilevante riguardo al futuro, giacché significa che tali forze politiche non possono essere ritenute estranee o esse stesse estraniarsi rispetto alla necessaria urgente riflessione che occorre attivare. Il PD non può continuare a chiedere il voto utile di elettori ecologisti, di sinistra e pacifisti, sfruttando i meccanismi di una fascista legge elettorale, ma può farlo solo sulla base di un leale confronto politico, di merito.

E’ possibile una conclusione su quanto ho detto? Io penso che sicuramente è molto difficile per tutti indicare una soluzione nuova, univocamente determinata. Sicuramente possiamo dire che tuttora, anche dopo la catastrofe elettorale, è impensabile - sarebbe un danno incalcolabile per il Paese - che scompaia il grande patrimonio politico dell’insieme delle forze raccoltesi sotto il simbolo di Rivoluzione Civile; così come è impensabile che nel Paese non vi sia un grande soggetto politico autonomo che si ispiri ai valori dell’ecologia e della sinistra, nei termini più volte richiamati in questo mio contributo.

Se ciò è giusto, il cammino da costruire è proprio la realizzazione di un nuovo, grande, unitario soggetto politico, che raccolga storia, cultura e lotte sia delle forze di Rivoluzione Civile, superando e annullando le specificità di ciascuna di esse, sia di SEL e dello stesso M5S, se disponibile a un confronto, sia di altre realtà politiche anche se numericamente piccole: un nuovo soggetto politico che lanci, sulla base di un solido, concreto programma alternativo ecologista e di sinistra, la sfida politica per un cambiamento radicale del Paese, ma anche dell’Europa e del mondo, collegandosi a tutte le forze e i movimenti che agiscono in tale direzione. La scelta, la proposizione e l’attivazione di un percorso di scioglimento per la rinascita, articolato in ogni realtà territoriale, per riempire tale nuova realtà politica di sogni, di valori, di idee, di partecipazione, di democrazia, di contenuti e di lotte, dovrebbe essere la risposta vera di tutte le forze ecologiste e di sinistra oggi sconfitte alle elezioni.

Marzo 2013



[1] E’ la legge n. 270 del 21 dicembre 2005, il cosiddetto Porcellum di Calderoli. 

[2] La lista denominata Rivoluzione Civile (RC) fu costituita in occasione delle elezioni politiche italiane del 2013 e guidata da Antonio Ingroia (ex pubblico ministero anti-mafia a Palermo). La piattaforma ideologica di Rivoluzione Civile si ispirava a politiche anti-corruzione, comunismo e ambientalismo. La lista era formata da diversi partiti e movimenti: Azione Civile, di Antonio Ingroia; Federazione dei Verdi, di Angelo Bonelli; Italia dei Valori (IdV), di Antonio Di Pietro; La Rete 2018, di Leoluca Orlando; Movimento Arancione, di Luigi de Magistris; Nuovo Partito d’Azione, di Pino Quartana; Partito dei Comunisti Italiani (PdCI), di Oliviero Diliberto; Partito della Rifondazione Comunista (PRC), di Paolo Ferrero. Alle elezioni politiche del 2013 Rivoluzione Civile ottenne il 2,25% dei voti alla Camera e l’1,79% al Senato, e nessun seggio. Il 2 maggio dello stesso anno Rivoluzione Civile venne ufficialmente sciolta dai suoi costituenti a causa del risultato insoddisfacente delle elezioni politiche. 

[3] Nelle elezioni politiche del 2013 la lista Scelta Civica, fondata da Mario Monti, ha ottenuto alla Camera l’8,3%, mentre l’intera coalizione di centro guidata da Monti il 10,5%; al Senato la coalizione Con Monti per l’Italia ha ottenuto il 9,1%. La coalizione di centro-sinistra guidata da Bersani ha ottenuto il 29,5% alla Camera e il 31,6% al Senato; quella di centro-destra guidata da Berlusconi il 29,1% alla Camera e il 30,7% al Senato. 

[4] La cosiddetta Agenda Monti costituisce il manifesto di Scelta Civica. In ambito economico italiano ed europeo, l’Agenda fa riferimento all’economia sociale di mercato e prevede il rispetto del Fiscal Compact, del pareggio di bilancio per l’Italia, la riduzione del debito pubblico e la dismissione di patrimonio pubblico funzionale a tale riduzione, un programma di revisione della spesa e del sistema tributario e fiscale, l’approvazione di nuove ulteriori liberalizzazioni nei mercati di beni e servizi. 

[5] Nelle elezioni politiche del 2013 il Movimento 5 Stelle alla Camera ha ottenuto il 25,55% dei voti in Italia e il 9,67% all’estero, per un totale di 8,7 milioni di voti, eleggendo 109 deputati e affermandosi come la prima lista in ordine di voti; al Senato, con il 23,79% dei voti in Italia e il 10,00% all’estero, per un totale di 7,4 milioni di voti, ha eletto 54 senatori.