L'urgente necessità di un nuovo soggetto politico eco-progressista fondato sul primato dell’ecologia

Sul fatto che Renzi abbia stravinto nelle elezioni europee del 2014 rispetto a tutte le formazioni politiche in competizione non vi può essere dubbio: ma ha realmente stravinto rispetto all’intero popolo dei cittadini, e cioè rappresenta realmente la volontà, il pensiero e l’aspettativa della maggioranza del Paese? Nonostante il fatidico 40,8% ottenuto, io penso che la risposta non possa che essere almeno densa di grandi dubbi a partire proprio dal dato numerico.

Se raggruppassimo, infatti, casualmente l’intera popolazione dei cittadini aventi diritto al voto in gruppi di 10 persone, in media solo poco più di 2 (2,34) esprimerebbero la scelta Renzi - Partito Democratico, mentre quasi 8 (7,66) sceglierebbero diversamente o non effettuerebbero alcuna scelta, la qual cosa è essa stessa una scelta. Il governo Renzi nell’alleanza con il centro di Scelta Civica e con il Nuovo Centro Destra sta al di sotto di 3 (2,7) cittadini su 10, mentre per le riforme istituzionali aggiungendo il partito di Berlusconi sta al di sotto di 4 (3,8) cittadini su 10.

Naturalmente la restante parte, di gran lunga maggioritaria rispetto a Renzi, al suo governo e al suo blocco costituzionale, non è omogeneamente definita, con tanta destra e reazione dentro di sé ma anche con un potenziale grandissimo per un profondo cambiamento: gli otto punti percentuali in meno di votanti rispetto al 2009, come oltre il 40% in assoluto di non votanti, non sono fantasmi ma cittadini reali e non possono non avere il loro profondo significato politico, di cui tutti dovrebbero tener conto.

Ritengo che questa riflessione sul dato reale della rappresentanza costituisca una questione di fondamentale importanza:

- perché altrimenti immaginiamo un Paese totalmente renziano;

- perché Renzi stesso camuffa il suo risultato come l’espressione della volontà del Paese, il che lo legittimerebbe ad attuare ogni tipo di controriforma istituzionale e dei diritti;

- perché il mondo ecologista, della sinistra, democratico e progressista, che non si ritrova in questo Partito Democratico e che anzi lo vede quasi al suo opposto, tenderebbe a escludere la possibile praticabilità di un percorso di massa egemonico alternativo al renzismo;

- perché - ed è su questo che voglio particolarmente soffermarmi - si affermerebbe la caratterizzazione fondamentale del percorso indicato da Renzi per uscire dall’attuale epocale crisi economica e produttiva (oltre che di valori), che ha nella disoccupazione di massa la sua più manifesta e drammatica espressione: il rilancio cioè di un consumismo senza limiti né condizionamenti.

Naturalmente la teoria del rilancio dei consumi quale via di uscita dalla crisi non nasce con Renzi, ma è stata lo slogan comune dei vari governi di centro-destra e centro-sinistra che si sono susseguiti, a partire almeno dal primo governo Berlusconi: in principio essa tuttavia si intrecciava ancora fortemente con la questione ecologica e - sia pure senza praticabile concretezza - la si accompagnava con termini (quale quello della sostenibilità) che cercavano di non contrapporsi all’analisi e al dibattito che per lungo tempo vi erano stati a livello sia nazionale che internazionale proprio sulla critica al consumismo.

Credo che in tal senso sia significativo riflettere sull’abissale divario tra l’attuale proposta politica di Renzi e quella di Prodi del 2006, quando nella prima delle quattro schede sintetiche del suo programma, unitamente a pace e cultura, poneva come questione centrale l’ambiente: «Abbiamo una missione: conciliare sviluppo e ambiente. Veniamo da cinque anni (II e III governo Berlusconi) in cui non ci si è curati né di potenziare l’uno né di migliorare l’altro. Noi crediamo nello sviluppo sostenibile, proprio per questo faremo nostri gli obiettivi di riduzione dell’inquinamento sottoscritti dal nostro Paese con il Protocollo di Kyoto. Adotteremo misure severe in difesa dell’equilibrio idrogeologico del territorio. Promuoveremo un’urbanistica di qualità per migliorare la vivibilità delle città e soprattutto delle periferie.» Se Renzi dicesse simili cose e praticasse questo programma, dovremmo oggi parlare di rivoluzione!

La chiarezza e la spregiudicatezza con cui Renzi pone la questione e la grancassa che gli si fa attorno, da parte sia delle forze di governo che di quelle non di governo ma a esso sinergiche, pongono la necessità da un lato di far emergere fino in fondo l’assurdità e l’impraticabilità di tale sua linea e dall’altro di attivare il coinvolgimento e la partecipazione di tanta parte della politica e della società che, pur guardando a un diverso futuro per il Paese e per il mondo, non ha adeguata consapevolezza e coscienza della primaria rilevanza della questione ecologica, del fatto cioè che proprio da tale questione bisogna partire per affrontare e dare risposta all’insieme degli immani problemi di oggi.

Il fatto che la coscienza del popolo democratico e progressista resti chiusa nella visione di un modello di sviluppo, culturale, economico e produttivo omogeneo al sistema dominante è l’ostacolo fondamentale al cambiamento e impedisce la creazione di una grande nuova alleanza costruita su un vero programma alternativo.

«Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un folle, oppure un economista», così sintetizzava già nel 1966, con un’epocale battuta, i limiti dello sviluppo proprio un grande ecologista nato economista, Kenneth Boulding[1]. Eppure oggi, nella disperazione della crisi dell’attuale modello economico, produttivo, di sviluppo e di società, si ripropone proprio tale follia: la continuità con il passato come se nulla fosse avvenuto e il Pianeta fosse lo stesso che era prima dell’era industriale, del dopoguerra, del tempo del G7, poi del G8 e poi dei BRICS[2], con le stesse risorse e l’originaria integrità, e perciò tutto potesse ripartire esattamente come prima!

Probabilmente con la strategia del raschiamento del fondo del barile delle risorse, della natura e del territorio, finalizzata alla crescita e al consumismo (di cui l’annunciato Decreto Sblocca Italia[3] sarà l’espressione più compiuta), e con la centralità del libero mercato (per cui basta acquistare e consumare per crescere, dalla pistola per il malavitoso al velenoso diserbante, senza cioè neanche una politica selettiva di incentivazione e disincentivazione), Renzi in Italia e gli altri governanti nei loro paesi possono anche far ripartire l’economia e mistificare ripresa e sviluppo. Ma per quanto tempo ciò può avvenire prima del verificarsi di una sempre più catastrofica nuova crisi, in Italia come nel mondo?

Qui sta l’insuperabile limite di politiche e di strategie quali quelle di Renzi: politiche e strategie insostenibili, premessa, condizione e pratica di rapina e violenza sulla vita e sulle generazioni future.

Ma qui sta anche l’assoluta necessità di un progetto politico radicalmente alternativo al renzismo, un progetto che, proprio perché parte dall’ecologia e dalle sue leggi, affronti la crisi di oggi nelle cause di fondo che l’hanno generata, ricreando le condizioni per il benessere dell’umanità e del Pianeta, nell’infinita sua biodiversità e bellezza: la ricerca costante di scelte, tecnologie e progetti per soddisfare i bisogni di oggi tali da non sottrarre valori al futuro ma da generare al contrario potenziali arricchimenti, e cioè una Civiltà del Sole e della Biodiversità, costruita sull’amore e il rispetto per il Pianeta, per la sua bellezza e per le sue forme di vita, e conseguentemente nella consapevolezza della sua limitatezza e delle necessità che essa impone, ossia rinnovabilità e rigenerazione per ogni attività umana.

Senza andare troppo indietro nel tempo, ma per datare l’oggi, è a partire dal ’68 che la necessità di un nuovo modello di sviluppo si pone come critica fondamentale sia al sistema dominante che all’opposizione sistemica a esso referente: quasi cinquant’anni di innumerevoli analisi, di elaborazioni, di proposte, di lotte e (sia pure con tante contraddizioni) di esperienze rivoluzionarie, soprattutto in America Latina che, dopo Cuba, Brasile, Bolivia e Venezuela, ha oggi il suo «laboratorio politico e sociale più significativo nell’inedito socialismo coniugato con le esigenze del mercato dell’Uruguay di José Mujica, nelle felici sperimentazioni nell’ecosostenibilità della Costa Rica e nella crescente importanza dell’ideologia nativista nel continente»[4].

Tutto ciò è realtà, come è realtà - inesistente e impensabile ancora negli anni ’60 - la moltitudine delle associazioni, dei movimenti e dei comitati, che si battono localmente e globalmente in tale direzione, e che pongono questioni centrali rispetto a contenuti fondamentali del modello di sviluppo: l’energia eternamente rinnovabile del sole, il valore immenso e insostituibile della biodiversità, l’acqua fondamentale bene comune, la tutela della materia contro inceneritori e discariche, la salvaguardia del territorio, del paesaggio e del percorso del cammino dell’uomo (espresso dai beni archeologici, storici e culturali), la pace e la solidarietà, la democrazia e la partecipazione, e, quale valore unificante, la centralità del lavoro per tutti come crescita dell’umanità e creazione di benessere reale collettivo, nei bisogni fondamentali materiali e immateriali.

Esiste dunque un’infinita realtà che fa riferimento a tali necessità, idealità e valori, a cui però si contrappone l’inesistenza di un reale soggetto politico che creda in tutto ciò e ne faccia il proprio orizzonte e programma di pensiero e di azione, e che operi per farlo divenire egemonico. Dobbiamo cioè partire da una nuova consapevolezza: che in questi anni innumerevoli sono state le storie e le esperienze politiche che hanno avuto nei loro programmi momenti di questo pensiero di modello di sviluppo e società, ma - proprio perché spesso funzionali a salvare lo zoccolo duro, dimostratosi poi non tale, e a garantirsi la presenza in Parlamento e nelle Istituzioni - tali momenti sono stati nella sostanza visti e vissuti sempre in maniera subalterna e marginale rispetto al modello economico, produttivistico e consumistico del capitalismo, del libero mercato, del sistema monetario e finanziario dominante.

Ragionare e operare per la costruzione di un reale nuovo soggetto politico per gli ideali e le finalità prima dette, capace di superare questi limiti, è questione primaria, e per essa occorre profondere passione e impegno, se si vuole che gli ideali, i valori e i contenuti che tanti di noi hanno portato e continuano a portare avanti non restino nei limiti di grandi vittorie di opposizione (certo molto importanti) ma sul piano generale mere, astratte enunciazioni.

Per me, naturalmente, pensare a un nuovo soggetto politico, non significa assolutamente pensare a ridurre il valore e la portata delle molteplici realtà associative e di movimento, di cui tanti di noi fanno parte, né a una captazione strumentale di esse: significa anzi pensare a ricreare e rafforzare le condizioni, sempre più a rischio, perché tali realtà possano avere un ruolo decisivo nelle scelte.

D’altra parte un nuovo soggetto politico non deve necessariamente essere un nuovo partito politico, ma neanche può continuare a essere l’aggregazione elettorale dell’ultima ora, mirata a superare il quorum per far eleggere qualche candidato di vecchie e superate esperienze politiche. Per sconfiggere il renzismo come il vecchio berlusconismo, per affermare il necessario e urgente nuovo corso ecologista e progressista, democratico e partecipativo, c’è bisogno di un’organizzazione che nell’opposizione, non occasionale o casuale, ma costante e sistematica quando dovuta, faccia nascere e crescere l’alternativa: un fiume grande e impetuoso, generato dalle limpide acque di tanti ruscelli in esso confluiti, provenienti da spazi diversi di sogni, necessità e progettualità. Come costruire questa organizzazione - che significa anche schemi, burocrazia e regole - senza nulla togliere alla grande ricchezza della moltitudine degli affluenti, è sicuramente urgente ricerca non solo teorica e politica, ma soprattutto sperimentale, e le esperienze globalmente positive della Lista Tsipras (L’Altra Europa)[5] e del Movimento 5 Stelle possono costituire qualificati punti di partenza: oggi e non alle prossime elezioni.

Giugno 2014



[1] The Economics of Knowledge and the Knowledge of Economics, American Economic Review, vol. XVI, 1966. 

[2] Associazione di cinque paesi tra le maggiori economie emergenti: Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica. 

[3] Il decreto-legge 12 settembre 2014, n. 133, recante Misure urgenti per l’apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere pubbliche, la digitalizzazione del Paese, la semplificazione burocratica, l’emergenza del dissesto idrogeologico e per la ripresa delle attività produttive, convertito in legge con L. 11 novembre 2014, n. 164. 

[4] Da America Latina: una realtà in continuo cambiamento - Atlante Geopolitico 2013 di Stefano Pelaggi (dal sito www.treccani.it).

[5] La lista L’Altra Europa con Tsipras si è costituita in occasione delle elezioni europee del 2014 a sostegno della candidatura di Alexis Tsipras, presidente del partito politico greco Coalizione della Sinistra Radicale (SYRIZA), candidato a presidente della Commissione europea per il gruppo Sinistra Unitaria Europea - Sinistra Verde Nordica. Alle elezioni europee del 2014 la lista ha avuto 1.108.457 voti (in percentuale il 4,03% dei voti validi), superando quindi la soglia di sbarramento del 4% ed eleggendo tre deputati al Parlamento europeo.