Amare e ritrovare la perduta biodiversità

Questo mio contributo è dedicato alla mia dolcissima, da me infinitamente amata, Ileana, la sposa compagna della mia vita che ora non c’è più. E’ lei che mi ha educato ad amare la biodiversità, le infinite sue espressioni, l’immensa sua bellezza, il respiro universale che la anima e dà vita al Tutto. Qui, dove mi portava con la sua voce, il suo cammino, la sua mano, la ritroverò.

Dovunque si guarda nel mondo, la biodiversità e la natura che le dà vita sono violentemente aggredite. I violentatori sono i grandi capitali e le banche internazionali, le multinazionali del turismo, le grandi compagnie delle fonti fossili, le nuove forme del colonialismo, i paesi ricchi, vecchi e nuovi; e tra i governi, purtroppo, sono quelli reazionari come quelli progressisti, i conservatori come i laburisti.

Il presidente Obama ha autorizzato le perforazioni per la ricerca di petrolio e gas nella National Petroleum Reserve in Alaska (NPRA), per più di 48mila chilometri quadrati. La National Petroleum Reserve è, in realtà, un’immensa area tuttora incontaminata, patria di tantissime specie animali e vegetali, oltre che di un ambiente ancora preservato da fenomeni di antropizzazione. Wikipedia descrive così il valore incommensurabile dell’area: «La NPRA comprende le sorgenti e gran parte del corso del Colville River, il più grande fiume dell’Alaska a nord del Circolo Polare Artico. La geologia della regione è unica nell’Alaska e gran parte della zona è rimasta libera dai ghiacci durante tutta l’ultima era glaciale. [...] La NPRA è un’area ecologicamente importante, gli insediamenti umani sono piccoli e rari, e assomiglia a un paesaggio del Pleistocene. Contiene il Teshekpuk Lake, un importante luogo di nidificazione per molte specie di uccelli migratori, tra cui uccelli limicoli e acquatici. La NPRA ospita più di mezzo milione di caribù. [...] Vi è la più alta concentrazione nella regione artica dell’Alaska di orsi grizzly, di ghiottoni e di lupi, che predano gli abbondanti caribù.» Il nefasto esecutore della progettata catastrofe è la multinazionale del petrolio, la Shell. Il 19 settembre ha avviato la perforazione per il primo pozzo nel Chukchi Sea nel cuore dell’Artico. La perforazione per ora è durata solo un giorno per motivi naturali (la natura si è difesa attivando impreviste isole di ghiaccio), e soprattutto per incapacità tecniche dell’Artic Challenger, la nave da contenimento costruita una decina di anni fa che dovrebbe raccogliere i rifiuti petroliferi in caso di incidente. E’ un’immane lotta contro il tempo e contro interessi oltre ogni immaginabile limite quella della campagna partita dagli USA «Keep Shell out of the Arctic!», nonché la recente petizione internazionale di Green Peace sul sito www.savetheartic.org.

Il 23 agosto, dopo che nel mese di giugno l’aveva bloccato, il governo federale australiano ha approvato il progetto della gigantesca miniera di carbone Alpha Coal, situata nello Stato del Queensland, con la conseguente costruzione di uno dei porti carboniferi più grandi del mondo proprio al di sopra dell’ecosistema della Grande Barriera Corallina (Great Barrier Reef), dando così avvio a un traffico di più di 8 miliardi di tonnellate di carbone, dai gravissimi effetti tossici sul Pianeta, e mettendo in questo modo a rischio la sopravvivenza dell’intero sito, l’ottava meraviglia del mondo, dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’umanità. La Grande Barriera Corallina è la più grande riserva marina al mondo, il più grande organismo vivente del Pianeta: racchiude un numero incredibile di forme di vita, tra cui 500 varietà di coralli dai fantastici colori, 1.500 varietà di pesci e 4.000 tipi di molluschi. «Dal cielo appare come l’insieme di tanti anelli di sabbia fluttuanti nell’azzurro dell’Oceano. Al suo interno, la barriera corallina ospita placide e limpidissime lagune dove vivono farfalle variopinte e fiori profumati, e dove si possono ammirare paesaggi da favola fatti di spiagge deserte, sabbia bianchissima e un mare dai colori abbacinanti.» Come si può solo pensare di mettere a rischio di distruzione o di profonda alterazione in pochi anni tale meraviglia della natura formatasi in miliardi di anni? Eppure non si tratta più di una lontana ipotesi, ma di immane sciagura in atto, ancora una volta attuata da una multinazionale delle energie fossili, l’indiana GVK, e dal potente sistema bancario mondiale, con la statunitense Export-Import Bank. Il governo dello Stato del Queensland è conservatore, quello federale è laburista: lo scempio viene fatto con il consenso di entrambi.

In Tanzania sono estremamente a rischio l’identità, la cultura e l’esistenza stessa dei Masai, nonché l’incommensurabile patrimonio della biodiversità, per flora e fauna, del Parco Nazionale del Serengeti (dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco), della Riserva Masai Mara, del Ngorongoro, del Maswa, dell’Ikorongo e del Grumeti: sono a grave rischio per l’aggressione delle multinazionali dei safari della caccia sportiva. La cacciata dei Masai dalle terre in cui hanno vissuto sin dalla preistoria e di cui hanno preservato per innumerevoli migliaia di anni l’eccezionale habitat è nelle trattative, o meglio nella conclusione di affari colossali, tra il presidente Kikwete e le predette multinazionali, alcune direttamente legate ai ricchissimi petrolsceicchi del Medio Oriente. Gli interessi legati all’operazione? Variano i costi a seconda della riserva e l’eventuale regalo sul tipo e sul numero di animali da abbattere gratuitamente: mediamente possiamo però affermare che un safari di 21 giorni costa 70.000-80.000 euro (sì proprio così!) a persona, di 28 giorni 100.000-110.000 euro, esclusi volo, hotel, fucile, pallottole, spedizione prede, cameramen, veicoli per baiting, telefono, cambi di area, cacciatore accompagnatore (che costa 20.000-25.000 euro) e le tasse sugli animali massacrati: un primo bufalo 2.500 euro, un secondo 2.800, un terzo 3.200, un coccodrillo 3.000, una gazzella 2.000, un leopardo 10.000, un leone 15.000, un elefante 25.000! Il solo deposito prima dell’inizio del safari per la tassa di abbattimento è di 12.000 euro per 10 giorni, 40.000 euro per 21 giorni, 50.000 euro per 28 giorni. Ma le specie che si possono massacrare[1] sono innumerevoli, perché innumerevoli sono le specie che la natura aveva donato a tali terre.

Un massacro continuo, con giri di affari di miliardi di euro, che non conosce crisi, perché chi fa il massacro fa parte dei generatori e dei gestori della crisi, degli spread, dei mercati, dell’economia e dello sfruttamento. I Masai sono l’ostacolo a tali affari e devono perciò scomparire.

Ma la biodiversità del Serengeti, oltre che per la violenza della caccia sportiva, è a gravissimo rischio anche per l’autostrada in fase di progetto esecutivo da Arusha a Musoma, sul Lago Vittoria: l’autostrada spezza in due il Parco Nazionale, rende inaccessibili agli animali le acque del fiume Mara e blocca le loro migrazioni da e per la riserva Masai Mara in Kenia. Un disastro immane che sconvolge equilibri naturali di centinaia di migliaia di anni. Secondo le simulazioni degli scienziati, se il progetto attuale venisse realizzato, la sola popolazione degli gnu scenderebbe rapidamente dagli attuali 1,3 milioni a 300.000 unità. Il capitale investito è stavolta cinese! Naturalmente tutt’altra cosa sarebbe l’attuazione delle conclusioni della Prima Conferenza Panafricana sulla Gestione del Turismo Sostenibile nei Parchi Nazionali dell’Africa, svoltasi ad Arusha (Tanzania) dal 15 al 18 ottobre.

In Honduras il disastro ecologico e umanitario che si sta abbattendo sulla Bahía de Tela, sul Giardino Botanico di Lancetilla, sul Parco Nazionale Marino di Punta Sal, sulla Laguna de Los Micos e sul Parco Nazionale di Pico Bonito vede direttamente coinvolta la cooperazione italiana.

La Bahía de Tela è un paradiso terrestre segnato da lagune, chilometri di bianche spiagge e barriere coralline. Il centro di Lancetilla si estende su un’area di 1.860 ettari dove nidificano 365 specie diverse di uccelli. Il Parco Nazionale Marino di Punta Sal - oggi denominato Parco Jeanette Kawas, assassinata per essersi opposta al suo saccheggio - è caratterizzato dall’integrazione di due diversi elementi forestali, la mangrovia e la foresta tropicale. La grande Laguna de Los Micos, oltre che da numerosissime specie di uccelli migratori, è intensamente popolata da diverse varietà di scimmie; la laguna è riconosciuta area protetta con il numero 722 dalla Convenzione Internazionale per la Protezione delle Zone Umide (Convenzione di Ramsar). La colossale valanga di cemento che si scaricherà nello splendido scenario naturale si chiamerà Los Micos Beach & Golf Resort: tra i protagonisti il Banco Interamericano de Desarrollo (BID), la Banca Centroamericana di Integrazione Economica (BCIE) e la Cooperazione Italiana per i progetti e l’affidamento di parte dei lavori a imprese italiane. Le popolazioni locali afrodiscendenti, che vivono principalmente di pesca e coltivazioni tropicali, saranno cancellate in una maniera o in un’altra perché si oppongono allo sviluppo.

Più all’interno del paese, sempre con la partecipazione della cooperazione e di imprese italiane, la realizzazione della centrale idroelettrica da 50 MW sul Río Cangrejal altera radicalmente gli equilibri e la biodiversità del Parco Nazionale di Pico Bonito. A forte rischio sono le diverse tipologie forestali, le incontaminate fonti d’acqua, la ricchissima fauna (costituita tra l’altro da giaguari, armadilli, scimmie urlatrici e tucani) e le popolazioni locali.

La cooperazione italiana massacra anche la biodiversità naturale, etnica e culturale in Colombia, nel cuore delle Ande e dell’Amazzonia Colombiana. Lo fa con la multinazionale ENEL che, insieme alla multinazionale spagnola Endesa, per realizzare un impianto idroelettrico da 400 MW, sta deviando il Rio Grande de la Magdalena: 7.500 ettari della Reserva Forestal de la Amazonia vengono totalmente cancellati. Salva la Selva, l’associazione ecologista che sta lottando contro tale disastro, denuncia che «tutto il territorio ha una grande ricchezza archeologica, culturale, sociale e storica» e che per difendere il progetto Enel-Endesa dai nemici, ovvero dalla pacifica opposizione delle comunità locali, è stato inviato nell’area, dal governo colombiano, il Batallón Especial Energético n. 12 Coronel José María Tello, formato da 1.200 soldati.

Ancora Salva la Selva sta lottando contro la realizzazione di un enorme bacino artificiale che comporterebbe la distruzione dell’eccezionale ricchezza culturale ed ecologica costituita dalla Selva degli indigeni Ngäbe nella catena montuosa dei Tabasarà, nella provincia di Chiriquí a Panama, un paradiso per anfibi e rettili, molti dei quali esistono unicamente in questo luogo e sono in via d’estinzione (tra essi la rana azzurra del Tabasará che vive esclusivamente sulle sponde del fiume Chiriquí Viejo, che verranno inondate dal bacino artificiale). Morti, feriti, arresti e altri abusi ancora sono i consueti tristissimi bilanci delle manifestazioni contro i progetti idroelettrici ed estrattivi nel territorio Ngäbe-Buglé. Due colossi bancari europei di sviluppo, la Deutsche Investitions- und Entwicklungsgesellschaft (DEG) e la Netherlands Development Finance Company (FMO), affiancano il Banco Centroamericano de Integración Económica (BCIE) nel finanziamento di questa catastrofica distruzione di cultura e biodiversità.

Ma ormai è a rischio sempre più crescente l’intera Amazzonia. Ben poco conosciuta, nella sua estrema drammaticità, è la ricerca dell’Instituto do Homem e Meio Ambiente da Amazônia (Imazon) condotta per via satellitare: «Della foresta nativa vera e propria ne rimane solo il 46,5%, a cui va aggiunto circa un 5% di vegetazione originale non forestale. Il resto, circa un 47% è già stato occupato dall’uomo ed è prossimo all’irreversibilità.» Se facciamo partire il saccheggio e l’aggressione dagli anni ’60 del secolo scorso, possiamo affermare che tale immane catastrofe è avvenuta in appena mezzo secolo. Oggi la Foresta Amazzonica sta sparendo al ritmo di un ettaro ogni 18 secondi, 5.000 ha al giorno, un milione e 700mila ha all’anno; continuando di questo passo, molto prima che si concluda il XXI secolo, la Foresta Amazzonica, il principale polmone di verde del Pianeta, generatore del vitale (anche per il tecnologico uomo) ossigeno, i suoi incommensurabili habitat, le sue innumerevoli specie viventi, animali e vegetali, le popolazioni autoctone che da tempo remotissimo si conservano e si riproducono, scompariranno del tutto.

«Le strade sono i semi della distruzione delle foreste tropicali» afferma Thomas Lovejoy, biologo americano. Eneas Salati, uno dei più rispettati scienziati brasiliani, in un’intervista a New Scientist aggiunge: «La miglior cosa che si potrebbe fare per salvare l’Amazzonia è quella di bombardare le strade.» «Il Brasile di recente ha completato la BR-163, penetrata nel cuore dell’Amazzonia per circa 1.800 chilometri, dal Mato Grosso fino a Santarém in Pará. Un’altra, la BR-319, inizierà presto a tagliare la foresta per 900 chilometri. Tre altre piste sono in programma per attraversare le Ande, dall’Amazzonia all’Oceano Pacifico. Sono solo le ultime nate, o quelle che stanno nascendo, di un intreccio di piste per lo più non autorizzate, penetrate nella foresta amazzonica per circa 170mila chilometri, realizzate per lo più da tagliatori illegali di alberi per l’esportazione di mogano e altri legni pregiati.»[2] Ma utilizzate anche per gli scavi minerari e per l’occupazione intensiva attorno ai centri principali: laddove dominavano il kapok con i suoi 50 metri di altezza, le innumerevoli orchidee, l’anaconda, il giaguaro, le scimmie, i coccodrilli, i tucani, i pappagalli, i tanti rapaci, le tribù dei Murunahua, dei Matsigenka e dei Kayapò oggi vi sono i fazendeiros con i loro affari e le loro monoculture, le industrie minerarie, prima fra tutte quella dell’oro, con il pesantissimo fardello tossico, le orrende espansioni urbane con il loro carico di sfruttamento, povertà e miseria.

Lesula, la scimmia dal volto umano (quanta tristezza e interrogativi traspaiono dalle immagini dei suoi occhi!), che vive tra i due fiumi Lomami e Congo, che si nutre di frutti, germogli e fiori, appena scoperta[3] da un gruppo di scienziati americani e di alcuni istituti per la conservazione della fauna selvatica nella Repubblica Democratica del Congo in Africa, è già a rischio di estinzione. Lei, piccola (come gli ominidi, i nostri antichissimi progenitori che abitarono nei suoi stessi luoghi), è a rischio come lo sono i più grandi della stessa sua specie (tanto simile alla nostra): il gorilla, lo scimpanzé, il bonobo; e come lo sono gli elefanti, il bongo, l’okapi e le altre, mille volte mille, specie di animali, di fiori e di piante, e le popolazioni e le culture indigene che vivono e animano l’immensa foresta, la seconda più grande al mondo dopo quella dell’Amazzonia, con un’estensione di 1.725.000 chilometri quadrati, appartenente a ben 7 paesi del centro dell’Africa: la Repubblica Democratica del Congo, il Congo, il Gabon, il Camerun, la Repubblica Centrafricana, la Guinea Equatoriale e il piccolissimo enclave di Cabinda in Angola. «Non toccare la mia foresta, ce l’ho nella pelle» è oggi la nuova canzone delle popolazioni indigene, la voce della foresta contro la violenta sua scomparsa, della quale ancora una volta l’Italia è fortemente responsabile per il nefasto ruolo che ha nel mercato internazionale del legname e dei suoi prodotti: l’Italia è infatti il primo paese importatore di prodotti legnosi dal bacino del Congo, il primo mercato europeo per il legno camerunense e uno dei principali mercati per il legno ramin. Anche questa catastrofica distruzione della biodiversità fa parte dell’indicatore del benessere del nostro Paese e degli altri paesi civili: Il PIL, il prodotto interno lordo.

Tutto quanto finora denunciato diviene sempre più un’unica, unitaria, micidiale strategia mondiale dei potenti e degli sfruttatori: è la strategia del land grab, cioè del furto di terra. Multinazionali, grandi affaristi, operatori del libero mercato interessati a creare ricchezza negli investimenti e circolazione di moneta, paesi ricchi o meglio con grandi potenzialità finanziarie, comprano o affittano (per 99 anni!) terreni disponibili in altri paesi, per attivare in proprio enormi produzioni, principalmente per i biocombustibili, le materie prime e le monoculture alimentari. I terreni disponibili da sfruttare e svendere da parte di regimi e governanti corrotti sono soprattutto immensi spazi incontaminati, foreste, praterie, sacrari della cultura e della vita di popolazioni autoctone e di infinita biodiversità, che così vengono cancellati in nome della globalizzazione, dell’uscita dalla crisi, dello sviluppo, dell’aiuto ai paesi poveri, della sicurezza alimentare, della necessità di sostituire, per il mantenimento del sistema e del potere, all’oro nero (il petrolio) in esaurimento il nuovo oro dello sfruttamento violento della terra.

Dall’interessantissima tesi di laurea Land grabbing di Chiara Rossi (relatore prof. Alessandro Volpi dell’Università di Pisa, 2011) emerge che «la caccia al tesoro diplomatica alla ricerca di terre agricole fertili, da parte della Cina, dell’India, del Giappone, della Malesia e della Corea del Sud in Asia, della Giordania, del Kuwait, del Qatar, dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti nel Medio Oriente, ha attivato un percorso già ad altissimo livello di drammaticità in paesi come l’Uganda, il Brasile, la Cambogia, il Sudan, il Pakistan e molti altri soprattutto in Africa, ma anche in America Latina, nell’Europa dell’Est e nell’Estremo Oriente asiatico».

La stella alpina, la genziana, il ranuncolo, il myosotis, il rododendro e tutto il resto dell’incomparabile flora alpina, i minuscoli praticelli nelle minuscole conchette, come i solitari ciuffi naturalmente protetti in anguste nicchie e le variopinte distese del caldo luglio, sono a forte rischio non solo per i cambiamenti climatici ma, ancor di più nell’immediato, per la distruttiva azione di ruspe apripista, impianti di risalita e cannonate di innevamento fuori stagione.

I fenicotteri dalle belle piume rosa dello stagno di Mistras a Cabras in Sardegna, lasciati senza tutela, sono massacrati dalla violenza della caccia.

Il ferro di cavallo di Blasius, piccolo pipistrello, rischia l’estinzione per l’uso indiscriminato di sostanze tossiche contro gli insetti, di cui si nutre.

La lucertola azzurra dei Faraglioni di Capri, come già recentemente avvenuto per la lucertola di Pianosa e la campestre di Santo Stefano, rischia l’estinzione perché preda ambitissima dei collezionisti di rettili, tedeschi e olandesi al primo posto.

Del ceppo originario dell’orso bruno alpino ne rimangono tre o quattro vecchi esemplari, tutti sul gruppo dolomitico del Brenta, e da anni ormai non si riproducono più. Anche il maestoso orso bruno marsicano, presente nel piccolo lembo d’Italia centrale del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, sta scomparendo per bracconaggio, avvelenamento, incidenti stradali e invasione dei suoi spazi vitali da parte di mandrie di animali domestici, come denuncia l’associazione ambientalista I Lupi dell’Appennino.

«In Italia vivono [ormai non più] circa 800-1.000 lupi sulle Alpi Orientali e in quelle Centrali, e lungo gli Appennini. Di essi ogni anno almeno 100 vengono uccisi da bocconi avvelenati o vengono impallinati dai bracconieri, o finiscono in trappole o lacci, altri vengono feriti da automobilisti incoscienti», ci ricorda il Progetto Lupo del WWF.

Ormai all’estinzione sono la foca monaca (specie della quale nei nostri mari saranno rimasti soltanto quattro o cinque esemplari), il pelobate fosco (un rospetto che si riproduce solo nelle pozzanghere della Valpadana) e la lontra (ormai residuale nel bellissimo percorso del fiume Sele in Campania, ancora integro per una significativa parte).

Il grifone, il capovaccaio, l’aquila di Bonelli, il gipeto, il forapaglie comune e la bigia padovana sono le specie inserite nella lista rossa di rischio di imminente estinzione stilata dalla LIPU (Lega Italiana Protezione Uccelli) in collaborazione con il Dipartimento di Biologia e Biotecnologie Charles Darwin dell’Università La Sapienza di Roma. Ancora più drammaticamente, dai dati della LIPU è emerso che: «Ben un terzo degli uccelli nidificanti in Italia rischia l’estinzione, e tra questi l’avifauna agricola è tra le più minacciate. Perdita di habitat, cambiamenti climatici, inquinamento luminoso, acustico, ambientale, architettonico, caccia di frodo: tanti sono i fattori che interferiscono con le popolazioni di uccelli da portare sul banco degli imputati.»

Il Ribes sardoum Martelli, la Polygala sinisica Arrigoni, la Lamyropsis microcephala (Moris) Dittrich et Greuter, la Anchusa littorea Moris, il Centranthus amazonum Fridl. et A. Raynal, l’Aquilegia nuragica Arrigoni et Nardi, il Dianthus morisianus Vals, l’Aquilegia barbaricina Arrigoni et Nardi, l’Astragalus maritimus Moris, l’Astragalus verrucosus Moris, sono le dieci piante endemiche esclusive della Sardegna a maggior rischio di estinzione.

Per l’infinità dei colori cui danno vita, per l’armonia delle forme e dei movimenti, per la moltitudine delle specie che le compongono, le farfalle sono il trionfo della natura. «A causa della distruzione e della trasformazione degli habitat, a causa dell’agricoltura intensiva, dell’inquinamento atmosferico e dei pesticidi, oltre che dei cambiamenti climatici e del mercato del collezionismo», anche tale meraviglia tra le meraviglie della natura «continua a diminuire: negli ultimi 10 anni, il 31% delle farfalle europee ha subito un sensibile declino, mentre il 10% è seriamente minacciato. In Italia sono oltre 270 le specie presenti e 21 sono a rischio di estinzione.» «Meno farfalle nei nostri prati, meno farfalle nelle nostre città», sono i dati drammatici forniti dal WWF nell’estate 2010 durante la campagna a difesa delle farfalle.

Il Ministro dello sviluppo Passera intende con il Piano Energetico Nazionale perforare ogni angolo d’Italia e del suo mare, per succhiare le poche gocce di petrolio o gas presenti nel sottosuolo, aggredendo aree e mari ancora fortemente incontaminati e protetti: dal Parco Nazionale del Cilento - Vallo di Diano alla Val d’Agri, dalle Tremiti alle Egadi e a Pantelleria, da Carpignano Sesia a Rivara; un’operazione semplicemente catastrofica per la biodiversità e per le popolazioni locali, che va nell’esclusivo interesse delle multinazionali degli idrocarburi.

La Regione Valle d’Aosta prevede di ampliare del 40% alberghi, bar e ristoranti, compresi quelli che sorgono in zone tutelate, e di trasformare la ricettività turistica in seconde case.

La Regione Campania intende approvare quella che abbiamo definito la legge regionale sulle norme di cancellazione della tutela del paesaggio in Campania, creando le premesse per un’ulteriore aggressione delle aree di maggior pregio paesaggistico e ambientale, come la costiera sorrentino-amalfitana (protetta già con difficoltà dal PUT, Piano Urbanistico Territoriale), le isole, l’area flegrea, le aree archeologiche come Velia.

La Giunta Comunale di Napoli, con la vendita dei preziosissimi suoli della bonifica vicini al mare del meraviglioso golfo di Pozzuoli, cancella il sogno (elettorale) del Giardino del Mediterraneo e della sua Biodiversità a Bagnoli e della green belt, la cintura verde attorno alla città.

Il ripristino sentieristica lungo il fiume Argentino nel Parco Nazionale del Pollino prevede la realizzazione di ben 11 ponti e di una strada lungo il fiume, con conseguenze devastanti per l’habitat fluviale, situato in area SIC (Siti di Importanza Comunitaria) e ZPS (Zone a Protezione Speciale), Riserva naturale dello Stato gestita dal Corpo Forestale (CFS) e facente parte della Rete Natura 2000, come ci ricorda la sezione di Crotone di Italia Nostra.

Le bandiere nere della Carovana delle Alpi di Legambiente (Dossier 2010) sono andate al comune di Castione della Presolana (BG), che ha adottato un PGT (Piano di Governo del Territorio) con 300.000 mc di aree edificabili, al comune di Foppolo (BG) che investe in seconde case, al comune di Acceglio (CN) per il danno ambientale e idraulico arrecato al torrente e alla borgata storica di Chiappera, al comune di Casalborgone (TO) per aver dato la possibilità di organizzare attività con veicoli fuoristrada in un sito di interesse comunitario (Bosco del Vaj e Bosc Grand), alla regione Friuli Venezia Giulia per il progetto della società Edipower di potenziamento della centrale idroelettrica di Somplago che devasterebbe il lago naturale di Cavazzo, alla stessa regione per l’ipotesi di realizzare un’arena da 5mila posti per lo sci di fondo sul Monte Zoncolan, già ampiamente sfruttato, e infine, per il Veneto, al comune di Sant’Anna D’Alfaedo (VR).

Si possono fare innumerevoli ricerche come le precedenti, ma tutte portano purtroppo alla stessa tristissima conclusione: in Italia, come nella gran parte del mondo, con l’aggravante della sempre più residuale disponibilità nel nostro Paese, la direzione in cui ci si muove è una e una sola: la natura con la sua biodiversità e l’agricoltura scompaiono per far posto al cemento, ai piani di valorizzazione e di sviluppo, alla crescita; ed è lì che si trovano sempre - come dice il presidente nazionale dei VAS Guido Pollice - la ragione e poi gli interessi, e poi i soggetti, istituzionali e non, e infine le strade concrete, compreso l’impiego delle forze dell’ordine, per attuare gli scempi, il saccheggio e la devastazione.

Per la gran parte della Terra siamo dunque nella fase avanzata di un processo di cancellazione - per opera di una parte dominante, non solo economicamente ma anche culturalmente, della specie umana - del pensiero universale e delle finalità proprie della natura, con la totale scomparsa dei suoi habitat e delle sue infinite manifestazioni e forme di vita, dall’immensa bellezza e ricchezza di suoni, voci, forme, espressioni, luci, colori e valori, realizzate in un tempo infinito dalla sua arte, dalla sua architettura, dalla sua ingegneria, dalla sua tecnica e dalla sua economia.

Eppure non ne abbiamo coscienza, o almeno non nella misura necessaria: se così non fosse, non potremmo non agire per arrestare e invertire tale processo. Ma perché questo? Non siamo indotti ad avere tale coscienza dal pensare il nostro essere quale estraneo al mondo della natura e della biodiversità: un’identità anzi con esso in conflitto permanente, in una guerra di conquista, di rapina e di spoliazione. Più natura e biodiversità si dissolvono, più paradossalmente crescono l’estraneità e la guerra di conquista per accaparrarsi le ultime risorse comuni di tutte le forme e specie viventi del Pianeta.

Lo stesso, naturalmente importantissimo, crescente allarme sul rischio di catastrofe per l’intero Pianeta a causa dell’effetto serra e dei mutamenti climatici, nasce dalla preoccupazione per la vita e il mantenimento dell’economia di tale parte dominante dell’umanità. Se la guerra contro la natura e la biodiversità non avesse la contraddizione della possibile ricaduta mortale sull’umanità e sulla sua parte dominante, tutto potrebbe continuare fino a fare della Terra il pianeta a una sola dimensione, quella dell’uomo e della sua economia dominante, e contestualmente della sua immensa solitudine e tristezza. Il Sole allora donerebbe inutilmente i suoi raggi al nostro Pianeta, perché non verrebbero più da esso raccolti per trasformarli in vita con la meraviglia della sintesi clorofilliana: il verde non ci sarebbe più.

Manca, è vero, una coscienza globale della biodiversità perduta e di quella a rischio, ma nel mondo infiniti sono la sensibilità e l’amore verso di essa e verso la natura, fondamenti del passaggio a tale coscienza. Riflettere e contribuire su come attuare questo passaggio assume decisiva valenza. La ricerca e la diffusione del quadro globale delle innumerevoli aggressioni che la biodiversità e la natura hanno subito e stanno subendo nel mondo rendono l’immagine diretta e la dimensione della violenza globale fatta alla Terra e, rapportata al passato e al futuro, l’accelerazione fortemente in atto di tale violenza. Sicuramente infatti la mancata conoscenza della violenza globale che la Terra subisce è tra le ragioni dell’assenza di una coscienza collettiva della possibile catastrofe per la biodiversità e la natura. Quanto da me ricercato e riportato in questo contributo è un’infinitesima parte dell’aggressione in atto, e l’impatto con tante immagini incontrate nel corso di questa piccola ricerca è semplicemente sconvolgente.

La realizzazione di quanti più possibili luoghi della Civiltà del Sole e della Biodiversità, con le mappe della violenza che la biodiversità e la natura subiscono o sono a rischio di subire localmente e in ogni parte del mondo, è sicuramente un passaggio fondamentale per una coscienza globale che agisca per arrestare la catastrofe. Il sole irradia la biodiversità, la biodiversità vive dell’infinito dono che il sole le dà; l’uomo nella Civiltà del Sole e della Biodiversità vive anch’egli di questo infinito dono.

Esprimono ciò in maniera spesso sublime già tantissime realtà, dalle identità etniche e associative dell’America Latina, del cuore dell’Africa, del Sud-Est dell’Asia, della lontana Australia, alle grandi associazioni internazionali, nazionali e territoriali: un immenso mondo, che spesso però appare piccolo, marginale, e diviene perdente perché non riesce a coniugare e sinergizzare l’insieme della sua forza globale. La realizzazione di una rete internazionale che unisca tutto quanto è presente e agisce nel mondo in difesa della biodiversità e della natura dovrebbe costituire per tutti la più urgente tra le innumerevoli necessità: lo spirito universale della vita del nostro Pianeta è l’anima di tale rete.

Novembre 2012



[1] Si trovano con a fianco i prezzi e le fotografie insieme ai loro massacratori, immonde immagini, nei depliant di tante vergognose pubblicità di tali safari.

[2] Luigi Bignami, Così le strade e le piste divorano l’Amazzonia. 

[3] Il lesula (Cercopithecus lomamiensis) è stato segnalato per la prima volta nel 2007; la specie è stata formalmente descritta nel 2012.