La biodiversità e la sua specie più aliena e invasiva

Quest’anno la Giornata Mondiale della Biodiversità, il 22 maggio, avrà come tema «Le specie aliene invasive (IAS, Invasive Alien Species), una delle più gravi minacce per la biodiversità, per l’ecologia e per il benessere economico della società e del pianeta».

La Commissione delle Nazioni Unite, nell’indicare tale tema, ha pensato giustamente ai processi di degrado e, ancor di più, di riduzione della biodiversità che avvengono allorché delle specie viventi, non originarie di un determinato luogo, trovano un habitat e vi si adattano, conformandolo contestualmente alla propria identità, alterandolo anche profondamente e annullando o ridimensionando le preesistenti espressioni e forme di vita.

Naturalmente esplicito è il riferimento alla caratteristica di invasività della specie aliena e, indirettamente, all’impossibilità di controllarne l’espansione e l’aggressività, perché è indiscussa l’accettazione e l’utilità, ad esempio, della coltivazione di un gran numero di prodotti alimentari, dal pomodoro alla patata, in ambienti come il Mediterraneo e l’Europa che non li conoscevano fino al viaggio di Colombo nelle Americhe. La stessa cosa vale per una moltitudine di fiori e piante oggi in equilibrio con l’habitat territoriale, costituenti essenza del suo paesaggio e della sua bellezza, ovvero della sua biodiversità.

La domanda che invece probabilmente la stessa Commissione ONU non si è posta, e che necessariamente va a collocarsi alla base del tema proposto, è quella relativa a quale sia la specie aliena più invasiva, che sul Pianeta sta in maniera esponenziale distruggendo la biodiversità in ogni suo spazio, anche in quelli più remoti e nascosti. La risposta a tale domanda appare di una semplicità estrema: la biodiversità del Pianeta sta per essere distrutta da una sua specie particolare, l’uomo. Per evitare facili ironie, ridicolizzazioni e liquidazioni semplicistiche, quali «vogliamo forse far scomparire la nostra specie?», è bene definire subito l’uomo nella sua caratteristica non di Homo sapiens ma di Homo economicus, nell’habitat del capitalismo, del consumismo e di una determinata visione del pensiero giudaico-cristiano.

I percorsi sono ben noti e univocamente definiti: in miliardi di anni, in una successione di ere geologiche anche profondamente diverse tra di loro per le caratteristiche ambientali, la vita, a partire da un primo brodo colturale creatosi meravigliosamente e misteriosamente dalla mutazione dei raggi del sole in energia organica con l’incanto del processo clorofilliano, ha dato anima all’inerte pianeta Terra, esprimendosi in infinite manifestazioni di esseri animali e vegetali, di transizione dagli uni agli altri, di luci e di colori, ovvero di biodiversità. La vita è la biodiversità e la biodiversità è la vita, in un intreccio di identità mutevole e indissolubile. E l’uomo naturalmente fa parte di questa biodiversità, ma costruisce artificialmente una seconda natura, che sempre più diviene predominante rispetto alla natura prima. In ogni visione economicista e produttivista scompare sempre il dato di fondo della relazione tra le due nature, cioè la loro complementarità, nel senso che la loro somma vitale al più rimane la stessa ed è costituita dalla disponibilità delle risorse e dalla sostenibilità della capacità ricettiva del Pianeta: ovvero il Pianeta è entità finita e limitata.

Alienità e invasività sono l’essenza dell’estraneità a questa realtà e generano l’azione dell’occupazione di nuovi spazi fino a ieri o a poco tempo fa manifestazione eccelsa del mondo della biodiversità: dall’Amazzonia al Madagascar, dai parchi nazionali e regionali italiani alle insenature e alle dune costiere di mari e laghi del nostro Paese. Invasività e alienità aggrediscono poi la stessa biodiversità della specie Uomo, nella direzione della cancellazione delle innumerevoli sue realizzazioni ed espressioni e della sua stessa trasformazione-riduzione a meccanismo del sistema economico capitalistico-consumistico.

La biodiversità non è un settore o una questione, ma una filosofia, una politica, un’economia: e cioè il modo di intendere il rapporto dell’umanità nelle sue relazioni e in relazione con il resto del mondo vivente.

L’armonia tra l’uomo e la biodiversità non è certo nell’interpretazione canonica della Bibbia e nei modelli religiosi, culturali e socioeconomici che a essa si ispirano: in sostanza il mondo occidentale e l’islamismo. La storia del rapporto tra uomo e biodiversità è strettamente determinata dai versi della Genesi: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, e abbiate dominio sui pesci del mare, sui volatili del cielo, sul bestiame e su ogni essere vivente che striscia sulla terra.» San Francesco invece interpreta in maniera opposta la Genesi, e alla centralità aggressiva e onnipotente dell’uomo sostituisce la solidarietà e la fraternità. E’ grandemente significativa la lettura, o meglio la traduzione di alcuni termini della Genesi, a partire dal cambiamento di dominio in custodia-affidamento, che rilevante parte del mondo cristiano propone: è un bisogno interiore dall’illimitata portata sul piano concreto dell’impegno per la difesa della biodiversità e dell’ecologia.

La biodiversità non è un valore per il Popolo della Libertà (PdL): nella Carta dei Valori ne è totalmente assente sia il termine che il pensiero. L’unico riferimento all’ambiente è nella formulazione: «Noi pensiamo che le generazioni future debbano essere poste nelle condizioni di vivere in armonia con l’ambiente naturale.» Ma come si fa a creare tale armonia quando si pensa a un’economia e a uno sviluppo fondati sullo sfruttamento, ovvero sul saccheggio, di sempre nuove risorse naturali (e umane), e cioè di nuova parte della natura, come spazio e vita? Il pensiero di Confindustria, e quindi del capitalismo, non è difforme da tale impostazione.

Lo stesso Manifesto dei Valori del Partito Democratico non è certo un inno alla biodiversità e alla natura. Anni luce lo separano ad esempio dal pensiero di Marx: «La natura è il corpo inorganico dell’uomo.»

La realtà italiana è chiaramente espressione della globalizzazione mondiale, e cioè di un pensiero dominante sullo sviluppo, sulla natura e sulla biodiversità: il mercato globale può dare alla biodiversità anche un ruolo significativo, non certo per la sua identità ma come merce, fonte di ricchezza economica (sottratta peraltro a popolazioni autoctone), in quanto si è scoperto che determinate sue parti possono essere utili all’uomo per la salute e per nuovi alimenti.

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha deciso di dichiarare il 2010 Anno Internazionale della Biodiversità: il 2010 dovrebbe cioè costituire l’approdo del countdown sulla biodiversità, l’anno del resoconto delle cose fatte nel mondo e nei vari paesi, l’anno del giudizio sull’inversione nella difesa della biodiversità.

In realtà il countdown risulta decisamente negativo. La lista rossa delle specie a rischio di estinzione o scomparse e dei loro habitat minacciati, che, preziosi e irripetibili, ne garantiscono la salvaguardia e la conservazione, non solo non si arresta ma cresce: la perdita di specie procede oggi a un ritmo anche di mille volte superiore a quello naturale.

Che cosa occorre dunque fare? Tante, tantissime azioni generali e locali attorno alla scelta fondamentale - filosofica, etica, sociale, politica, produttiva ed economica - della tutela integrale degli spazi e degli habitat della biodiversità: definire cioè un percorso nuovo per l’umanità, se non si vuole ridurre il Pianeta al grigiore di una sola etnia, di una sola specie aliena a ogni altra e invasiva fino all’insostenibilità e alla morte di se stessa.

Maggio 2009

(Scritto in collaborazione con Guido Pollice)